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Libraria Domini: Le Epigrafi - L'araldica e la simbologia malatestiana a Cesena - I Custodi della Memoria - Gli Amanuensi di Malatesta Novello

La Biblioteca Malatestiana, "tesoro in perpetuo"

La Biblioteca Malatestiana, illustre testimone della cultura umanistica nella città di Cesena, è considerata uno degli esempi più significativi di biblioteca quattrocentesca italiana. Le ragioni di questa sua importanza risiedono principalmente nel fatto che la Malatestiana ha preservato nei secoli la sua immagine pressochè immutata. Questo significa che la struttura, l'intonaco, la pavimentazione, gli arredamenti e i codici si presentano a noi, oggi, come ai visitatori di cinque secoli fa. Tale perfetta conservazione è tutt'altro che un fenomeno comune alle biblioteche del medesimo periodo, le quali hanno spesso conosciuto eventi negativi (terremoti, incendi, saccheggi, dispersioni,...) che ne hanno, sotto vari aspetti, minato l'integrità e la bellezza originaria.

La costruzione della biblioteca cominciò, presumibilmente, nell'estate del 1447 per mano dell'architetto Matteo Nuti (la cui presenza a Cesena è attestata appunto a partire da questa data), sia per l'esigenza dei frati minori francescani di una libreria più ampia in cui contenere i loro testi (già nel 1445 essi avevano richiesto ed ottenuto dal Papa Eugenio IV il permesso di utilizzare il lascito di un cittadino in favore della libreria), sia per il volere dell'illuminato Signore della città, Domenico dei Malatesti detto Malatesta Novello. La biblioteca, che sorse nel braccio orientale del convento di S. Francesco, un tempo adibito a dormitorio, fu terminata nel 1452 come ci testimonia l'epigrafe muraria collocata sul lato destro del portale della biblioteca stessa: MCCCCLII / MATHEVS NVTIVS / FANE(N)SI EX VRBE CREAT(VS) / DEDALUS ALTER OPVS / TANTU(M) DEDUX(IT) AD V(N)GVE(M); ma può dirsi definitivamente completata solo il 15 Agosto del 1454, quando fu collocato in situ il portale ligneo ad opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto, le cui due ante sono suddivise in quarantotto piccoli riquadri riportanti alternativamente gli stemmi malatestiani.

La struttura ad impianto basilicale con copertura a volta, su colonne, riecheggia in maniera evidente quella della biblioteca del convento domenicano di S. Marco a Firenze, voluta da Cosimo dé Medici e realizzata dal Michelozzo tra 1437 e 1444. Difatti, Michelozzo innovò l'architettura estremamente semplice riservata fino ad allora alle biblioteche medievali segnando in seguito la storia degli edifici bibliotecari italiani e non. Egli, rispetto alla sala rettangolare a navata unica, edificò un ambiente di forma basilicale a tre navate, separate da due file di colonne, e sovrastate rispettivamente quelle laterali da volte a crociera, quella centrale da una volta a botte; all'interno di questo ambiente l'arredamento fu costituito da due file di banchi di legno di pino poste nelle navate laterali. Il risultato ottenuto da Michelozzo fu un ambiente molto più elegante e presumibilmente anche più accogliente rispetto agli esempi delle biblioteche precedenti. Anche la Malatestiana trasuda questa armonia, dal suo intonaco verde riportante i nomi dei visitatori quattrocenteschi (tra cui perfino quelli di Malatesta novelo e della moglie Violante), dalle sue venti colonne di marmo bianco sormontate da capitelli ornati con gli emblemi dei Malatesti, dai 58 plutei (29 per parte) di legno proveniente in gran parte dalla pineta di Ravenna, anch'essi riportanti gli stemmi araldici dei Malatesti, dalla luce penetrante dal rosone posto nella parete di fondo e dalle finestre archiacute nei due lati lunghi dell'aula; dal pavimento in cotto rosso arricchito ad ogni campata nella navata centrale dall'iscrizione: "MAL(ATESTA) NOV(ELLUS) / PAN(DULPHI) FIL(IUS) / MAL(ATESTAE) NE(POS) / DEDIT". Persino la perfezione del geometrismo nella struttura della Sala del Nuti, che sembra anch'essa debitrice alla cultura fiorentina e a Leon Battista Alberti che nel 1450 lavorava a Rimini per un altro dei Malatesti, Sigismondo, le conferisce un equilibrio singolare ed esemplare al contempo. L'accuratezza della biblioteca Malatestiana insieme ad una pressochè perfetta conservazione determina un ambiente talmente suggestivo da permettere all'odierno (e futuro) visitatore di eliminare virtualmente le incolmabili distanze spazio-temporali che lo separano dall'effettivo momento in cui essa fu creata.

I volumi sono tuttora incatenati ai plutei lignei con catenelle di ferro battuto, come da tradizione quattrocentesca. Questa consuetudine si verificava probabilmente al fine di evitare il furto e la perdita di libri così preziosi.

Inoltre, i banchi avevano la duplice funzione di leggìo svolta dal piano reclinato e di deposito dei libri nel piano sottostante, ove i codici, generalmente 5 per pluteo, si trovavano in posizione orizzontale e suddivisi per materia.

La biblioteca Malatestiana viene anche definita "prima biblioteca civica italiana", questo in ragione del rapporto intrattenuto sin dalla sua origine con il Comune. E' impossibile sapere con esattezza, a causa della quasi totale dispersione dell'Archivio privato malatestiano, quando Malatesta Novello decise di legare la biblioteca alla dipendenza amministrativa del Comune, tuttavia documenti dell'Archivio comunale testimoniano una precoce vicinanza (sin dagli anni '60 del Quattrocento) di questi due istituti, inoltre il testamento di Malatesta Novello (redatto a Venezia nel 1464) affida di diritto alla sorveglianza del Comune la biblioteca. Probabilmente il Signore di Cesena riteneva che l'affiancare il Comune alla biblioteca nell'ambito dell'organizzazione amministrativa avrebbe permesso a quest'ultima, anche dopo la propria morte (avvenuta il 20 novembre 1465), di usufruire della necessaria vigilanza e valorizzazione. Questa sua iniziativa riportò negli anni esiti positivi, diversamente da quanto accadde alla biblioteca del convento di S. Marco a Firenze consegnata da Cosimo dé Medici ai Domenicani e che, ricostruita in seguito ad un terremoto nel 1453, ha in gran parte disperso il proprio fondo librario.
Le funzioni affidate al Comune erano quelle di: controllo dell'integrità del patrimonio librario (che si verificava, in maniera rigorosa da parte del Consiglio degli Anziani, ogni 2 mesi); inventariazione dei codici (gli inventari eseguiti nel 1461 e nel 1474 sono ora dispersi); controllo minuzioso dei prestiti; manutenzione dell'edificio; assunzione del custode-bibliotecario scelto tra i frati francescani, coadiuvato spesso da due probiviri del gruppo consiliare (questo perchè il lavoro del custode era considerato particolarmente importante e delicato), e in caso di inadempienza licenziamento del medesimo.
I rapporti tra i frati minori francescani e il Comune non furono sempre distesi. Contrasti riguardo agli effettivi diritti comunali nella gestione della biblioteca sono percepibili dalla fine del XVII secolo, e precisamente dal 1671, quando i frati non concedono più al Comune una delle due chiavi della Malatestiana e in conseguenza a questo fatto esso cessa i finanziamenti (di qualsiasi tipo) in favore della biblioteca. Nonostante la deficienza di documenti in proposito, è da presupporre che le due parti in oggetto continuarono ad avere relazioni altalenanti.
All'inizio del XIX secolo fu fondamentale l'intervento del Comune per risollevare la Malatestiana dallo stato deplorevole seguito all'occupazione napoleonica della medesima e del convento dei francescani. La biblioteca, spogliata di tutti i suoi arredi, fu adibita dal 1797 per sette anni a dormitorio delle truppe di Napoleone. Nel 1804 fu ripristinata nella sua struttura originaria e riottenne anche il suo patrimonio librario, seppur privato dai francesi, per ordine del Gen. Berthier, di due incunaboli (l'Ortographia dictionum del Tortelli e la Cosmographia del Tolomeo).

Grande merito di Malatesta Novello fu anche quello di preparare un degno futuro alla biblioteca e al patrimonio librario conservatovi, assicurandole la possibilità di incrementarsi e salvaguardarsi anche dopo la sua morte. Egli difatti lasciò 100 ducati annui in perpetuo al convento per l'acquisto di nuovi libri e per altre spese; garantì al lettore dello studio uno stipendio di 30 ducati annui; istituì, già dal 1455, delle borse di studio per studenti non abbienti .

Nel 1812 le spoglie di Malatesta Novello furono traslate dalla chiesa di S. Francesco, già in pessime condizioni e destinata alla distruzione, al centro della parete di fondo della biblioteca, accompagnate dalla epigrafe marmorea: D(IS) M(ANIBUS) S(ACRUM) / PRINCIPUM / MALATESTAR(UM) / SENIORIS NOVELLIQUE / CINERES QUOS DOMI / ET FORIS / CLARISS(IMA) VIRTUS / CAELO DICAVIT.

Forse solamente da questo momento la Libraria Sancti Francisci, come era chiamata la biblioteca Malatestiana, diviene a tutti gli effetti Libraria Domini

Le Epigrafi

Sia l'interno che l'esterno della Biblioteca Malatestiana sono disseminate di lapidi murarie dedicatorie che insieme ai simboli e agli stemmi araldici sembrano voler segnare inconfondibimente il territorio e i luoghi privilegiati della Signoria cesenate e testimoniarne lungo il corso dei secoli l'illustre fama.

L'epigrafe celebrativa dell'architetto fanese Matteo Nuti collocata per volere di Malatesta Novello sul fianco destro nell'atrio esterno della biblioteca è probabilmente la prima che viene disposta. Essa riporta nella cornice superiore la data di conclusione della biblioteca, il 1452 (MCCCCLII). Altre epigrafi viengono collocate in seguito anche nei muri esterni sotto il rosone e sopra le finestrelle archiacute.

L'iscrizione in pietra riportante il motto: "MAL(ATESTA) NOV(ELLUS) / PAN(DULPHI) FIL(IUS) / MAL(ATESTE) NE(POS) / DEDIT", si ripete nel pavimento della Sala del Nuti ad ogni campata ed in maniera pressochè immutata con l'unica variante aggiuntiva finale di "HOC DEDIT OPUS", sull'architrave muraria del portale e in altri punti dell'edificio, anche in esterno nelle cortine laterizie.

Racchiuso nel timpano triangolare sovrastante il portale d'entrata alla biblioteca vi è il bassorilievo dell'elefante con il celebre motto: "ELEPHAS INDUS CULICES NON TIMET".

Un'ultima epigrafe, sempre all'interno della biblioteca Malatestiana e precisamente nella parete di fondo dell'aula, ricorda ai visitatori la collocazione delle spoglie di Malatesta Novello: "D.M.S. / PRINCIPUM / MALATESTAR(UM) / SENIORIS / NOVELLIQUE / CINERES / QUOS DOMI / ET FORIS / CLARISS(IMUS)
VIRTUS / CAELO DICAVIT".

L'araldica e la simbologia malatestiana a Cesena

Stemma delle bande a scacchi
Descrizione: scudo d'argento, a tre bande scaccate di rosso e d'oro, a tre file, circondato di bordura indentata d'oro e di nero.
Significato e Origine: le tre bande scaccate potrebbero rappresentare l'evoluzione astratta di tre torri che si trovano raffigurate su un boccale dei primi del Trecento (di proprietà della Cassa di Risparmio di Rimini e conservato nel museo di Rimini), con una "M" malatestiana e un pendio a banda.
Esemplari:
· intagliato nel portale della Biblioteca Malatestiana opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto;
· nei fianchi dei plutei lignei del Quattrocento nella Sala del Nuti, alternato allo stemma delle tre teste e a quello dello steccato;
· nei capitelli delle colonne all'interno della Biblioteca;
· nei capitelli delle colonne nel chiostro settentrionale del convento francescano retrostante la Biblioteca;
· nelle miniature dei codici di Malatesta Novello di frequente entro una ghirlanda di alloro.

Stemma delle tre teste

Descrizione: di verde, a tre teste d'oro, 2 e 1, il tutto circondato di bordura indentata di oro e di nero.
Significato: questo stemma viene chiamato anche stemma parlante perchè la figura rappresentatavi rivela il nome della famiglia a cui appartiene. Quindi le tre teste di Mori o Etiopi suggeriscono il significato di teste "cattive" = male teste.
Origine: rintracciabile nei sigilli malatestiani, a loro volta aventi come modelli monete romane.
Esemplarii:
· intagliato nel portale della Biblioteca Malatestiana opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto;
· nei fianchi dei plutei lignei del Quattrocento nella Sala del Nuti, alternato allo stemma delle bande a scacchi e a quello dello steccato;
· nei capitelli delle colonne all'interno della Biblioteca;
· nei capitelli delle colonne nel chiostro settentrionale del convento francescano retrostante la biblioteca;
· scolpito in una lapide marmorea sottostante all'iscrizione sepolcrale di Malatesta Novello, al centro della parete di fondo della Sala del Nuti;
· scolpito nell'angolo superiore destro della cornice architettonica di marmo che racchiude il portale della Biblioteca;
· nelle miniature dei codici di Malatesta Novello di frequente entro una ghirlanda di alloro.
I due stemmi delle bande a scacchi e delle tre teste si trovano spesso inquartati tra loro (in questi casi ai posti d'onore, 1 e 4, si trova prevalentemente lo stemma delle bande a scacchi).

Stemma dello steccato

Descrizione: steccato militare disposto a banda, con aste di tre colori, bianco, rosso e verde, su un campo bianco.
Significato: forse simbolo della forza dell'usbergo (armatura medievale di metallo, a maglie) di Malatesta Novello, delle virtù teologali di cui sono emblematici i colori bianco (fede), rosso (speranza) e verde (carità).
I tre colori utilizzati per lo steccato sono però anche i colori principali della Libraria Domini (bianco delle colonne, rosso del pavimento in cotto e delle semicolonne addossate alle pareti, verde dell'intonaco e delle tele che verosimilmente nel 1500 proteggevano i banchi) e neppure questo, probabilmente, è casuale.
Origine: stemma usato dai discendenti di Paolo il Bello, Conte di Ghiaggiolo, tra cui Antonio Malatesti, Vescovo di Cesena a metà del Quattrocento. La cornice, circolare o quadrata, prevalentemente di festoni vegetali, ma talvolta anche di bucrani (fregi dorici a cranio di bue) e nastri scarlatti, è di origine classica.
Esemplari:
· intagliato nel portale della Biblioteca Malatestiana opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto;
· scolpito nell'angolo superiore sinistro della cornice architettonica di marmo che racchiude il portale della Biblioteca;
· nei fianchi dei plutei lignei quattrocenteschi della Sala del Nuti;
· nei capitelli delle colonne all'interno della Biblioteca;
· nei capitelli delle colonne nel chiostro settentrionale del convento francescano retrostante la biblioteca;
· nei codici miniati per Malatesta Novello: nel margine inferiore del frontespizio al centro, spesso all'interno di una ghirlanda d'alloro circolare o quadrata e altrettanto frequentemente affiancato dalle iniziali o M o o No o da bianchi girari.

L'arme dello steccato non è tradizionale dei Malatesti, è utilizzato solo da quelli di Cesena, Andrea Malatesta e Malatesta Novello.

Rosa Quadripetala o Fiore Pandolfesco

Descrizione: rosa a quattro petali, da sola o all'interno di uno scudo
Significato: arme scelta dai Malatesti a metà del Trecento, per potersi attribuire la discendenza dalla prestigiosa famiglia romana degli Scipioni, il cui stemma era appunto una rosa.
Origine: molto antica, anche l'Arco di Augusto a Rimini riporta una rosa quadripetala scolpita.
Esemplari:
· intagliata nel portale della Biblioteca Malatestiana.

Cimiero del leopardo

Descrizione
: scudo semirotondo inquartato a bande scaccate nell'1 e nel 4 e a tre teste nel 2 e nel 3, circondato di bordura indentata, timbrato da un elmo chiuso ornato da cercine e lambrecchini a svolazzo e sormontato da leopardo alato.
Significato: la funzione del cimiero è di rappresentare una parte significativa dello stemma o un elemento araldico del Signore e della sua famiglia.
Origine: probabilmente deriva dagli stemmi araldici dei Visconti (Antonia, figlia di Andrea Malatesta discendente di Galeotto e 2° Signore di Cesena, sposò nel 1408 Giovanni Maria Visconti, diventando così Duchessa di Milano).
Esemplari:
· scolpito alla sinistra del bassorilievo San Giorgio uccide il drago, dell'inizio del XV sec., probabile opera di Nanni di Bartolo detto Il Rosso, conservato presso la Biblioteca.

Cimiero dell'elefante

Descrizione: scudo semirotondo inquartato a bande scaccate nell'1 e nel 4 e a tre teste nel 2 e nel 3, circondato di bordura indentata, timbrato da un elmo chiuso ornato da corona regia a 5 punte e sormontato da un elefante ad ali d'aquila.
Significato: la funzione del cimiero è di rappresentare una parte significativa dello stemma o un elemento araldico del Signore, in questo caso Andrea Malatesta (1373-1417), e della sua famiglia.
Esemplari:
· scolpito alla destra del bassorilievo San Giorgio uccide il drago, dell'inizio del XV sec., probabile opera di Nanni di Bartolo detto Il Rosso, conservato presso la Biblioteca.

Elefante
Descrizione
: nella iconografia malatestiana l'elefante è generalmente di colore nero, ovvero è un elefante asiatico ritenuto più forte di quello africano.
Significato: i Malatesti scelsero questa effige in omaggio alla vittoria del loro presunto antenato Scipione l'Africano su Annibale; inoltre l'intelligenza attribuita a questo animale dovette essere un motivo ulteriore per sceglierlo a rappresentare una Signoria, protettrice della cultura, come fu quella dei Malatesti.
Origine: nell'Europa Occidentale tra XIII e XIV secolo furono poche le occasioni di vedere degli elefanti veri, per cui gli artisti malatestiani lo raffigurarono in maniera non del tutto realistica, ispirandosi ad immagini del pachiderma presenti su monete romane o in monumenti antichi.
Esemplari:
· bassorilievo nel timpano del portale della Biblioteca Malatestiana insignito di una fascia riportante un motto forse voluto da Malatesta Novello: ELEPHAS o INDUS o CULICES o NON o TIMET (l'elefante indiano non teme le zanzare), che qualche storico ha interpretato come un'allusione offensiva alle mire del fratello Sigismondo alle sue terre, scolpito da Agostino di Duccio;
· sempre al di sopra del portale, opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto, si trova un altro esemplare di elefante rappresentato all'interno di una ghirlanda in bassorilievo, inquadrato da cornice racchiusa ai lati da 8 stemmi malatestiani (negli angoli si alternano: 2 stemmi delle bande a scacchi e 2 dello steccato, al centro dei lati: 4 delle tre teste);
· un altro bassorilievo con una figura di elefante si trova sempre all'interno della Biblioteca Malatestiana, nella prima rampa dello scalone che conduce alla Sala del Nuti;
· nel frammento di marmo raffigurante anche la testa di un putto, conservato nell'odierna Galleria dell'Immagine all'interno della Biblioteca Malatestiana.

Farfalla
Descrizione: simbolo miniato nei codici per Malatesta Novello (il miniatore probabilmente ferrarese viene chiamato "Maestro della farfalla"), associata a cornici a bianchi girari, a lettere annodate (all'interno dei cui nodi talvolta appare in oculo) e accompagnata da elementi naturalistici.
Significato: la farfalla nell'arte è simbolo della spiritualità dell'anima capace di divincolarsi dalla materia bruta così come la crisalide dal suo bozzolo. Questo insetto, raffigurato in un testo scritto, può voler rappresentare l'assurgere della mente umana, attraverso la lettura e lo studio, alla vera conoscenza.
Nel caso specifico della presenza della farfalla in un codice malatestiano, si ritiene che essa possa avere significato di augurio di fertilità per Violante, moglie di Malatesta Novello.
Origine: questo tipo di decorazione è di gusto protorinascimentale ferrarese.
Esemplari:
· nei manoscritti commissionati da Malatesta Novello.

I Custodi della Memoria

Sin dalla sua origine la biblioteca Malatestiana ebbe dei custodi-bibliotecari addetti alla duplice funzione di custodire l'edificio e il patrimonio conservatovi ed anche di controllare il corretto utilizzo dei testi e il loro prestito. Era il Comune ad assumere, e quindi in caso anche a destituire, i custodi, i quali generalmente (almeno fino al 1671, anno cruciale per i rapporti tra Comune e Convento) venivano scelti tra i frati francescani e percepivano un compenso annuale piuttosto esiguo (12 lire), in quanto il loro stesso lavoro, del tutto ragguardevole, si riteneva avrebbe dovuto ricompensarli a sufficienza.
Tra la folta schiera di bibliotecari hanno, per spiccata dedizione, oltrepassato l'oblio del tempo:

FRANCESCO DI BARTOLOMEO DA FIGLINE:
frate francescano la cui presenza a Cesena è attestata già una decina di anni prima della costruzione della Malatestiana e del quale non si esclude un'iniziale persuasione a Malatesta Novello per la realizzazione proprio della biblioteca. Egli, presumibilmente, svolse la funzione di bibliotecario (oltre a quella di copista, attività testimoniata da 5 codici) dal marzo 1461 fino alla sua morte avvenuta nei primissimi anni settanta del Quattrocento, probabilmente nel 1472 dopo aprile (ultima data in cui il suo nome appare in qualità di custode della libreria nei registri della Depositeria comunale).

FRANCESCHINO DI MARCO DA CESENA:

frate del convento cesenate. Ebbe l'incarico di custode-bibliotecario per quattro anni, dal 1° gennaio 1485 al giugno 1489 (una grave infermità, seguita poi dal decesso, gli impedirà di proseguire il lavoro). Anch'egli fu, probabilmente, copista dello scriptorium dei Malatesti; gli si attribuisce una Laudatoria oracio scritta per Malatesta Novello in seguito alla fondazione della biblioteca. Egli fu scelto come custode della libreria in un momento particolare, quando cioè si doveva dare idonea sistemazione ai libri lasciati in eredità nel 1474 dal medico riminese di Malatesta Novello, Giovanni di Marco. I 119 volumi di questo lascito dopo dieci anni non erano ancora entrati a tutti gli effetti a far parte del patrimonio della libreria; per risolvere questo stato di incuria si cercò "alicui probo et bono sacerdoti dicti conventus (...) qui diligenter curet et custodiet dictam bibliotecam ne libri in ea existentes dilapidentur ab aliquo" e la fiducia fu riposta nel magister Franceschino di Marco da Cesena.

FRATE PAOLINO:
francescano del quale non si hanno ulteriori informazioni, se non per quanto concerne la durata del suo mandato, dal giugno 1529 al febbraio 1570, con una interruzione per motivi, che oggi è impossibile stabilire avvenuta tra giugno 1533 e settembre 1545 in cui è sostituito da un certo maestro Cristoforo. Si tratta complessivamente di circa trenta anni di custodia della biblioteca, per cui si deve supporre l'affidabilità e l'efficienza di frate Paolino.

MICHELANGELO TONTI:

padre francescano. Ottenne l'incarico dal settembre 1652 all'aprile 1671, anche se già dal 1664 una grave infermità lo costrinse a limitare il suo lavoro (era difatti impossibilitato ad uscire dalla sua camera). Questo custode si colloca in un periodo molto importante per quanto riguarda i rapporti tra il Comune e il Convento, i quali si deteriorano notevolmente per motivi imprecisati e nulla vieta di supporre che proprio la prolungata infermità di Michelangelo Tonti abbia potuto scatenare la rivalsa del Comune nella nomina del custode e di conseguenza abbia incontrato gli impedimenti del Convento.

GIUSEPPE MARIA MUCCIOLI:

padre francescano. Svolse il suo compito di bibliotecario nella seconda metà del Settecento. A lui va il merito di avere redatto il Catalogus codicum manuscriptorum (1780-84), primo catalogo a stampa dei codici della Malatestiana (tuttavia contenente numerose imperfezioni) e quarto dei cataloghi italiani.

JOHN COOKE (GIOVANNI COOKE)
:
padre agostiniano irlandese, si stabilì a Cesena nel primo Ottocento, dedicandosi all'insegnamento dell'inglese e della filosofia. Egli è probabilmente l'autore di uno dei cataloghi manoscritti della biblioteca Piana tuttora presenti in Malatestiana.

RAIMONDO ZAZZERI:

letterato della seconda metà dell'Ottocento, interessato particolarmente alla storia di Cesena e della Malatestiana. Redasse nel 1872 il secondo catalogo a stampa dei manoscritti della biblioteca, senza però risolvere del tutto le lacune e le imperfezioni di quello precedente. Tuttavia, questo catalogo possiede ancora un'utilità pratica per gli studiosi.

RENATO SERRA:

bibliotecario e direttore della Malatestiana dal 1° ottobre 1909 al marzo 1915 (anno della sua morte al fronte, all'età di 31 anni). Scrittore e critico letterario ebbe il suo studio nel corridoio che conduce alla Sala del Nuti, come ci ricorda una lapide muraria: KAL. APRIL. A.D. MCMXV / HANC STVDIORVM VMBRAM DESERVIT / RENATUS SERRA / BIBLIOTH. MAL. PRAEF. / QVI AVSVS PRO PATRIA OCCVMBERE MORTEM / EXEMIT E LETO NON PERITVRVM LVMEN.

MANLIO TORQUATO DAZZI:

direttore della Malatestiana dal 1921 al 1926. Dazzi viene considerato il primo bibliotecario moderno della Malatestiana a causa del suo vivo interesse, della sua scrupolosità nel registrare dati statistici riguardanti ogni servizio della biblioteca. Inoltre, la sua cura nell'allestimento e nella riconversione dei cataloghi al nuovo codice italiano della catalogazione (pubblicato nel 1921) sono sicuramente prova della sua lungimiranza e delle sue capacità amministrative.

AUGUSTO CAMPANA:

ottenne la prima reggenza della Malatestiana nel 1926, poco più che ventenne ed ancora impegnato negli studi letterari universitari. Si allontanò da Cesena negli anni '30, per motivi politici, e ne fece ritorno, sempre in veste di bibliotecario, nel 1963 per un altro anno di reggenza. Costantemente partecipe delle vicende della biblioteca, nel suo duplice aspetto antico e moderno e conseguentemente nelle sue funzionalità conservative ed informative, si dedicò al restauro delle finestrelle di vetro di Murano dell'aula quattrocentesca, al restauro di alcuni codici, all'ordinamento di altri fondi oltre a quelli malatestiani, a nuovi acquisti ed anche al servizio di prestito che limitò per timore di danneggiamenti.

Gli Amanuensi di Malatesta Novello

La teoria dell'esistenza a Cesena di uno scriptorium malatestiano (la cui sede è stata variamente ipotizzata o entro le mura del convento dei frati minori, o nella biblioteca stessa, oppure nella dimora di Malatesta Novello) formulata da Antonio Domeniconi è ancora valida, seppure non vi siano concretamente prove in proposito. Di certo l'analisi del materiale manoscritto del fondo malatestiano ha rivelato un complesso intreccio collaborativo tra copisti, di cui solamente alcuni residenti stabilmente a Cesena, miniatori e legatori. La collaborazione fu tale che spesso testi furono scritti a più mani, oppure i codici furono corretti o completati da altri copisti. Molti lavori sembrano essere stati lasciati non finiti o non decorati per la morte di Malatesta Novello, e il programma di acquisizione dei testi per la biblioteca non venne di certo completato, l'attuale mancanza di molti testi che ci si aspetterebbe di trovare in una raccolta del genere è indubbiamente motivata dalla sua prematura scomparsa. Nonostante tutto, ciò che Novello era gia riuscito ad ottenere, con il ritmo costante della produzione del suo scriptorium, e impiegando in apparenza risorse economiche relativamente ridotte, rimane tuttora impressionante.
I copisti più fecondi furono residenti a Cesena, o perchè frati dei conventi locali o perchè cittadini; gli altri "itineranti", trovandosi a Cesena di passaggio, di norma redassero un numero di testi di gran lunga inferiore rispetto ai primi.
Ricordiamone brevemente alcuni:

JACOPO DA PERGOLA:

copista di origini marchigiane. Lavorò per il signore di Cesena dal 1446 al 1455. Copiò almeno 15 codici in scrittura umanistica per Malatesta Novello (nove dei quali riportano la sua sottoscrizione). Lavorò anche a Rimini e a Fano nello stesso periodo in cui era impegnato nella trascrizione di codici per Cesena, per questo non pare essere legato strettamente allo scriptorium cesenate, piuttosto è più probabile che fosse al servizio sia del Signore di Cesena, Malatesti Novello, sia del Signore di Rimini, Sigismondo Malatesta.

FRANCESCO DI BARTOLOMEO DA FIGLINE:
di provenienza toscana, fu frate nel convento di San Francesco di Cesena dal 1439 al 1472. Copiò il primo codice datato (1452) della biblioteca di Malatesta Novello (del quale, dal 1450, fu anche capellano). I codici da lui firmati sono 5 e altrettanti sono quelli a lui attribuibili. A partire almeno dal 1461 fu bibliotecario della "libraria domini" ed egli probabilmente consigliò allo stesso Malatesta Novello i testi scolastici e patristici indispensabili per la nuova biblioteca. Insieme a Giovanni Antonio da Spinalo fu correttore di numerosi codici.

GIOVANNI DA MAGONZA:
fu scrittore itinerante, e per un certo periodo si trattenne a lavorare presso lo scrittorio cesenate. Non vi sono sue sottoscrizioni nei codici cesenati, ma studi di grafia comparativa con altri codici da lui firmati ne hanno identificato la paternità. Trascrisse in maniera integrale 15 codici malatestiani, e la sua mano è riconoscibile in parti di altri sei.

FRANCESCO DE TIANIS:
copista pistoiese. Lavorò a Cesena alla fine degli anni '50, presumibilmente nel 1457. A lui si attribuisce un intero codice malatestiano e parti di altri due manoscritti.

JEAN D'EPINAL (GIOVANNI ANTONIO DA SPINALO):
di origine francese, fu scrittore malatestiano molto prolifico. A lui vengono attribuiti almeno 31 codici in grafia umanistica (di cui ben 29 sottoscritti nel colophon). Copiò essenzialmente opere di Padri della Chiesa latini e greci in traduzione latina e opere classiche. Nel 1455 si stabilì a Cesena definitivamente, dove sposò una ragazza locale. Morì nel 1467.

ANDREA CATRINELLO:

copista genovese di grafia umanistica. Collaborò certamente alla stesura di due codici malatestiani (sono firmati) datati entrambi al 1465, anno della morte del Signore di Cesena; gliene vengono attribuiti altri tre.
THOMAS BLAWART: scrittore proveniente da Utrecht. Scrisse nel 1460 un codice in gotica, il quale porta nel colophon la sua sottoscrizione.

JACOPO DI FRANCESCO MACARIO:

copista itinerante veneziano di scrittura umanistica. Scrisse, negli anni '50, almeno due opere per la biblioteca di Malatesta Novello.

ANONIMO "COPISTA DI TACITO":

strettamente legato all'ambiente ferrarese, dove probabilmente risiedette anche durante la trascrizione dei 9 manoscritti per Malatesta Novello.

MATTHIAS KULER:

copista di scrittura gotica. Lavorò almeno a tre opere (una delle quali fu completata nel 1466 da un'altra mano).

PIETRO DE TRAIECTO:
copista proveniente probabilmente da Utrecht. La sua grafia umanistica è riconoscibile solo in 1 codice malatestiano portato a termine tra il 1462 e il 1465.

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