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Libraria
Domini:
Le
Epigrafi - L'araldica
e la simbologia malatestiana a Cesena - I
Custodi
della Memoria
- Gli
Amanuensi di Malatesta Novello
La Biblioteca Malatestiana, "tesoro in perpetuo"
La
Biblioteca Malatestiana, illustre
testimone della cultura umanistica nella città di Cesena,
è considerata uno degli esempi più significativi
di biblioteca quattrocentesca italiana. Le ragioni di questa sua
importanza risiedono principalmente nel fatto che la Malatestiana
ha preservato nei secoli la sua immagine pressochè immutata.
Questo significa che la struttura, l'intonaco, la pavimentazione,
gli arredamenti e i codici si presentano a noi, oggi, come ai
visitatori di cinque secoli fa. Tale perfetta conservazione è
tutt'altro che un fenomeno comune alle biblioteche del medesimo
periodo, le quali hanno spesso conosciuto eventi negativi (terremoti,
incendi, saccheggi, dispersioni,...) che ne hanno, sotto vari
aspetti, minato l'integrità e la bellezza originaria.
La costruzione della biblioteca cominciò, presumibilmente,
nell'estate del 1447 per mano dell'architetto Matteo Nuti (la
cui presenza a Cesena è attestata appunto a partire da
questa data), sia per l'esigenza dei frati minori francescani
di una libreria più ampia in cui contenere i loro testi
(già nel 1445 essi avevano richiesto ed ottenuto dal Papa
Eugenio IV il permesso di utilizzare il lascito di un cittadino
in favore della libreria), sia per il volere dell'illuminato Signore
della città, Domenico dei Malatesti detto Malatesta Novello.
La biblioteca, che sorse nel braccio orientale del
convento di S. Francesco, un tempo adibito a dormitorio,
fu terminata nel 1452 come ci testimonia l'epigrafe muraria collocata
sul lato destro del portale della biblioteca
stessa: MCCCCLII / MATHEVS NVTIVS / FANE(N)SI EX VRBE CREAT(VS)
/ DEDALUS ALTER OPVS / TANTU(M) DEDUX(IT) AD V(N)GVE(M); ma può
dirsi definitivamente completata solo il 15 Agosto del 1454,
quando fu collocato in situ il portale ligneo ad opera di Cristoforo
da S. Giovanni in Persiceto, le cui due ante sono suddivise in
quarantotto piccoli riquadri riportanti alternativamente gli stemmi
malatestiani.
La struttura ad impianto basilicale con copertura a volta,
su colonne, riecheggia in maniera evidente quella della
biblioteca del convento domenicano di S. Marco a Firenze, voluta
da Cosimo dé Medici e realizzata dal Michelozzo tra 1437
e 1444. Difatti, Michelozzo innovò l'architettura estremamente
semplice riservata fino ad allora alle biblioteche medievali segnando
in seguito la storia degli edifici bibliotecari italiani e non.
Egli, rispetto alla sala rettangolare a navata unica, edificò
un ambiente di forma basilicale a tre navate,
separate da due file di colonne, e sovrastate rispettivamente
quelle laterali da volte a crociera, quella centrale da una volta
a botte; all'interno di questo ambiente l'arredamento fu
costituito da due file di banchi di legno
di pino poste nelle navate laterali. Il risultato ottenuto
da Michelozzo fu un ambiente molto più elegante e presumibilmente
anche più accogliente rispetto agli esempi delle biblioteche
precedenti. Anche la Malatestiana trasuda questa armonia, dal
suo intonaco verde riportante i nomi dei visitatori quattrocenteschi
(tra cui perfino quelli di Malatesta novelo e della moglie Violante),
dalle sue venti colonne di marmo bianco
sormontate da capitelli ornati con gli emblemi dei Malatesti,
dai 58 plutei (29 per parte) di legno proveniente in gran parte
dalla pineta di Ravenna, anch'essi riportanti gli stemmi araldici
dei Malatesti, dalla luce penetrante dal rosone posto nella parete
di fondo e dalle finestre archiacute nei due lati lunghi dell'aula;
dal pavimento in cotto rosso arricchito ad ogni campata
nella navata centrale dall'iscrizione: "MAL(ATESTA) NOV(ELLUS)
/ PAN(DULPHI) FIL(IUS) / MAL(ATESTAE) NE(POS) / DEDIT".
Persino la perfezione del geometrismo nella struttura della Sala
del Nuti, che sembra anch'essa debitrice alla cultura fiorentina
e a Leon Battista Alberti che nel 1450 lavorava a Rimini per un
altro dei Malatesti, Sigismondo, le conferisce un equilibrio singolare
ed esemplare al contempo. L'accuratezza della biblioteca Malatestiana
insieme ad una pressochè perfetta conservazione determina
un ambiente talmente suggestivo da permettere all'odierno (e futuro)
visitatore di eliminare virtualmente le incolmabili distanze spazio-temporali
che lo separano dall'effettivo momento in cui essa fu creata.
I volumi sono tuttora incatenati ai plutei
lignei con catenelle di ferro battuto, come da tradizione
quattrocentesca. Questa consuetudine si verificava probabilmente
al fine di evitare il furto e la perdita di libri così
preziosi.
Inoltre, i banchi avevano la duplice funzione di leggìo
svolta dal piano reclinato e di deposito dei libri nel piano sottostante,
ove i codici, generalmente 5 per pluteo, si trovavano in posizione
orizzontale e suddivisi per materia.
La biblioteca Malatestiana viene anche definita "prima
biblioteca civica italiana", questo in ragione del
rapporto intrattenuto sin dalla sua origine con il Comune. E'
impossibile sapere con esattezza, a causa della quasi totale dispersione
dell'Archivio privato malatestiano, quando Malatesta Novello decise
di legare la biblioteca alla dipendenza amministrativa del Comune,
tuttavia documenti dell'Archivio comunale testimoniano una precoce
vicinanza (sin dagli anni '60 del Quattrocento) di questi due
istituti, inoltre il testamento di Malatesta Novello (redatto
a Venezia nel 1464) affida di diritto alla sorveglianza del Comune
la biblioteca. Probabilmente il Signore di Cesena riteneva che
l'affiancare il Comune alla biblioteca nell'ambito dell'organizzazione
amministrativa avrebbe permesso a quest'ultima, anche dopo la
propria morte (avvenuta il 20 novembre 1465), di usufruire della
necessaria vigilanza e valorizzazione. Questa sua iniziativa riportò
negli anni esiti positivi, diversamente da quanto accadde alla
biblioteca del convento di S. Marco a Firenze consegnata da Cosimo
dé Medici ai Domenicani e che, ricostruita in seguito ad
un terremoto nel 1453, ha in gran parte disperso il proprio fondo
librario.
Le funzioni affidate al Comune erano quelle di: controllo dell'integrità
del patrimonio librario (che si verificava, in maniera rigorosa
da parte del Consiglio degli Anziani, ogni 2 mesi); inventariazione
dei codici (gli inventari eseguiti nel 1461 e nel 1474 sono ora
dispersi); controllo minuzioso dei prestiti; manutenzione dell'edificio;
assunzione del custode-bibliotecario scelto tra i frati francescani,
coadiuvato spesso da due probiviri del gruppo consiliare (questo
perchè il lavoro del custode era considerato particolarmente
importante e delicato), e in caso di inadempienza licenziamento
del medesimo.
I rapporti tra i frati minori francescani e il Comune non furono
sempre distesi. Contrasti riguardo agli effettivi diritti comunali
nella gestione della biblioteca sono percepibili dalla fine del
XVII secolo, e precisamente dal 1671, quando i frati non concedono
più al Comune una delle due chiavi della Malatestiana e
in conseguenza a questo fatto esso cessa i finanziamenti (di qualsiasi
tipo) in favore della biblioteca. Nonostante la deficienza di
documenti in proposito, è da presupporre che le due parti
in oggetto continuarono ad avere relazioni altalenanti.
All'inizio del XIX secolo fu fondamentale l'intervento del Comune
per risollevare la Malatestiana dallo stato deplorevole seguito
all'occupazione napoleonica della medesima e del convento dei
francescani. La biblioteca, spogliata di tutti i suoi arredi,
fu adibita dal 1797 per sette anni a dormitorio delle truppe di
Napoleone. Nel 1804 fu ripristinata nella sua struttura originaria
e riottenne anche il suo patrimonio librario, seppur privato dai
francesi, per ordine del Gen. Berthier, di due incunaboli (l'Ortographia
dictionum del Tortelli e la Cosmographia del Tolomeo).
Grande merito di Malatesta Novello fu anche
quello di preparare un degno futuro alla biblioteca e al patrimonio
librario conservatovi, assicurandole la possibilità di
incrementarsi e salvaguardarsi anche dopo la sua morte.
Egli difatti lasciò 100 ducati annui in perpetuo al convento
per l'acquisto di nuovi libri e per altre spese; garantì
al lettore dello studio uno stipendio di 30 ducati annui; istituì,
già dal 1455, delle borse di studio per studenti non abbienti
.
Nel 1812 le spoglie di Malatesta Novello furono traslate dalla
chiesa di S. Francesco, già
in pessime condizioni e destinata alla distruzione, al centro
della parete di fondo della biblioteca, accompagnate dalla epigrafe
marmorea: D(IS) M(ANIBUS) S(ACRUM) / PRINCIPUM
/ MALATESTAR(UM) / SENIORIS NOVELLIQUE / CINERES QUOS DOMI / ET
FORIS / CLARISS(IMA) VIRTUS / CAELO DICAVIT.
Forse solamente da questo momento la Libraria Sancti Francisci,
come era chiamata la biblioteca Malatestiana, diviene a tutti
gli effetti Libraria Domini
Sia
l'interno che l'esterno della Biblioteca Malatestiana sono disseminate
di lapidi murarie dedicatorie che insieme ai simboli e agli stemmi
araldici sembrano voler segnare inconfondibimente il territorio
e i luoghi privilegiati della Signoria cesenate e testimoniarne
lungo il corso dei secoli l'illustre fama.
L'epigrafe celebrativa dell'architetto fanese
Matteo Nuti collocata per volere di Malatesta Novello sul fianco
destro nell'atrio esterno della biblioteca è probabilmente
la prima che viene disposta. Essa riporta nella cornice superiore
la data di conclusione della biblioteca, il 1452 (MCCCCLII). Altre
epigrafi viengono collocate in seguito anche nei muri esterni sotto
il rosone e sopra le finestrelle archiacute.
L'iscrizione
in pietra riportante il motto: "MAL(ATESTA) NOV(ELLUS) / PAN(DULPHI)
FIL(IUS) / MAL(ATESTE) NE(POS) / DEDIT", si ripete nel pavimento
della Sala del Nuti ad ogni campata ed in maniera pressochè
immutata con l'unica variante aggiuntiva finale di "HOC DEDIT
OPUS", sull'architrave muraria del portale e in altri punti
dell'edificio, anche in esterno nelle cortine laterizie.
Racchiuso nel timpano triangolare sovrastante il portale d'entrata
alla biblioteca vi è il bassorilievo dell'elefante con il
celebre motto: "ELEPHAS INDUS CULICES NON TIMET".
Un'ultima epigrafe, sempre all'interno della biblioteca Malatestiana
e precisamente nella parete di fondo dell'aula, ricorda ai visitatori
la collocazione delle spoglie di Malatesta Novello: "D.M.S.
/ PRINCIPUM / MALATESTAR(UM) / SENIORIS / NOVELLIQUE / CINERES /
QUOS DOMI / ET FORIS / CLARISS(IMUS)
VIRTUS / CAELO DICAVIT".
L'araldica e la simbologia malatestiana a Cesena
Stemma
delle bande a scacchi
Descrizione: scudo
d'argento, a tre bande scaccate di rosso e d'oro, a tre file,
circondato di bordura indentata d'oro e di nero.
Significato e Origine:
le tre bande scaccate potrebbero rappresentare l'evoluzione astratta
di tre torri che si trovano raffigurate su un boccale dei primi
del Trecento (di proprietà della Cassa di Risparmio di
Rimini e conservato nel museo di Rimini), con una "M"
malatestiana e un pendio a banda.
Esemplari:
· intagliato nel portale della Biblioteca Malatestiana
opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto;
· nei fianchi dei plutei lignei del Quattrocento nella
Sala del Nuti, alternato allo stemma delle tre teste e a quello
dello steccato;
· nei capitelli delle colonne all'interno della Biblioteca;
· nei capitelli delle colonne nel chiostro settentrionale
del convento francescano retrostante la Biblioteca;
· nelle miniature dei codici di Malatesta Novello di frequente
entro una ghirlanda di alloro.
Stemma delle tre teste
Descrizione: di verde,
a tre teste d'oro, 2 e 1, il tutto circondato di bordura indentata
di oro e di nero.
Significato: questo
stemma viene chiamato anche stemma parlante perchè la figura
rappresentatavi rivela il nome della famiglia a cui appartiene.
Quindi le tre teste di Mori o Etiopi suggeriscono il significato
di teste "cattive" = male teste.
Origine: rintracciabile nei sigilli malatestiani,
a loro volta aventi come modelli monete romane.
Esemplarii:
· intagliato nel portale della Biblioteca Malatestiana
opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto;
· nei fianchi dei plutei lignei del Quattrocento nella
Sala del Nuti, alternato allo stemma delle bande a scacchi e a
quello dello steccato;
· nei capitelli delle colonne all'interno della Biblioteca;
· nei capitelli delle colonne nel chiostro settentrionale
del convento francescano retrostante la biblioteca;
· scolpito in una lapide marmorea sottostante all'iscrizione
sepolcrale di Malatesta Novello, al centro della parete di fondo
della Sala del Nuti;
· scolpito nell'angolo superiore destro della cornice architettonica
di marmo che racchiude il portale della Biblioteca;
·
nelle miniature dei codici di Malatesta Novello di frequente entro
una ghirlanda di alloro.
I due stemmi delle bande a scacchi e delle tre teste si trovano
spesso inquartati tra loro (in questi casi ai posti d'onore, 1
e 4, si trova prevalentemente lo stemma delle bande a scacchi).
Stemma dello steccato
Descrizione:
steccato militare disposto a banda, con aste di tre colori, bianco,
rosso e verde, su un campo bianco.
Significato:
forse simbolo della forza dell'usbergo (armatura medievale di
metallo, a maglie) di Malatesta Novello, delle virtù teologali
di cui sono emblematici i colori bianco (fede), rosso (speranza)
e verde (carità).
I tre colori utilizzati per lo steccato sono però anche
i colori principali della Libraria Domini (bianco delle colonne,
rosso del pavimento in cotto e delle semicolonne addossate alle
pareti, verde dell'intonaco e delle tele che verosimilmente nel
1500 proteggevano i banchi) e neppure questo, probabilmente, è
casuale.
Origine:
stemma usato dai discendenti di Paolo il Bello, Conte di Ghiaggiolo,
tra cui Antonio Malatesti, Vescovo di Cesena a metà del
Quattrocento. La cornice, circolare o quadrata, prevalentemente
di festoni vegetali, ma talvolta anche di bucrani (fregi dorici
a cranio di bue) e nastri scarlatti, è di origine classica.
Esemplari:
· intagliato nel portale della Biblioteca Malatestiana
opera di Cristoforo da S. Giovanni in Persiceto;
· scolpito nell'angolo superiore sinistro della cornice
architettonica di marmo che racchiude il portale della Biblioteca;
· nei fianchi dei plutei lignei quattrocenteschi della
Sala del Nuti;
· nei capitelli delle colonne all'interno della Biblioteca;
· nei capitelli delle colonne nel chiostro settentrionale
del convento francescano retrostante la biblioteca;
· nei codici miniati per Malatesta Novello: nel margine
inferiore del frontespizio al centro, spesso all'interno di una
ghirlanda d'alloro circolare o quadrata e altrettanto frequentemente
affiancato dalle iniziali o M o o No o da bianchi girari.
L'arme dello steccato non è tradizionale dei Malatesti,
è utilizzato solo da quelli di Cesena, Andrea Malatesta
e Malatesta Novello.
Rosa Quadripetala o Fiore Pandolfesco
Descrizione: rosa
a quattro petali, da sola o all'interno di uno scudo
Significato: arme
scelta dai Malatesti a metà del Trecento, per potersi attribuire
la discendenza dalla prestigiosa famiglia romana degli Scipioni,
il cui stemma era appunto una rosa.
Origine: molto antica,
anche l'Arco di Augusto a Rimini riporta una rosa quadripetala
scolpita.
Esemplari:
· intagliata nel portale della Biblioteca Malatestiana.
Cimiero del leopardo
Descrizione: scudo
semirotondo inquartato a bande scaccate nell'1 e nel 4 e a tre
teste nel 2 e nel 3, circondato di bordura indentata, timbrato
da un elmo chiuso ornato da cercine e lambrecchini a svolazzo
e sormontato da leopardo alato.
Significato:
la funzione del cimiero è di rappresentare una parte significativa
dello stemma o un elemento araldico del Signore e della sua famiglia.
Origine: probabilmente deriva dagli stemmi araldici dei Visconti
(Antonia, figlia di Andrea Malatesta discendente di Galeotto e
2° Signore di Cesena, sposò nel 1408 Giovanni Maria
Visconti, diventando così Duchessa di Milano).
Esemplari:
· scolpito alla sinistra del bassorilievo San Giorgio uccide
il drago, dell'inizio del XV sec., probabile opera di Nanni di
Bartolo detto Il Rosso, conservato presso la Biblioteca.
Cimiero dell'elefante
Descrizione:
scudo semirotondo inquartato a bande scaccate nell'1 e nel 4 e
a tre teste nel 2 e nel 3, circondato di bordura indentata, timbrato
da un elmo chiuso ornato da corona regia a 5 punte e sormontato
da un elefante ad ali d'aquila.
Significato:
la funzione del cimiero è di rappresentare una parte significativa
dello stemma o un elemento araldico del Signore, in questo caso
Andrea Malatesta (1373-1417), e della sua famiglia.
Esemplari:
· scolpito alla destra del bassorilievo San Giorgio uccide
il drago, dell'inizio del XV sec., probabile opera di Nanni di
Bartolo detto Il Rosso, conservato presso la Biblioteca.
Elefante
Descrizione:
nella iconografia malatestiana l'elefante è generalmente
di colore nero, ovvero è un elefante asiatico ritenuto
più forte di quello africano.
Significato:
i Malatesti scelsero questa effige in omaggio alla vittoria del
loro presunto antenato Scipione l'Africano su Annibale; inoltre
l'intelligenza attribuita a questo animale dovette essere un motivo
ulteriore per sceglierlo a rappresentare una Signoria, protettrice
della cultura, come fu quella dei Malatesti.
Origine:
nell'Europa Occidentale tra XIII e XIV secolo furono poche le
occasioni di vedere degli elefanti veri, per cui gli artisti malatestiani
lo raffigurarono in maniera non del tutto realistica, ispirandosi
ad immagini del pachiderma presenti su monete romane o in monumenti
antichi.
Esemplari:
· bassorilievo nel timpano del portale della Biblioteca
Malatestiana insignito di una fascia riportante un motto forse
voluto da Malatesta Novello: ELEPHAS o INDUS o CULICES o NON o
TIMET (l'elefante indiano non teme le zanzare), che qualche storico
ha interpretato come un'allusione offensiva alle mire del fratello
Sigismondo alle sue terre, scolpito da Agostino di Duccio;
· sempre al di sopra del portale, opera di Cristoforo da
S. Giovanni in Persiceto, si trova un altro esemplare di elefante
rappresentato all'interno di una ghirlanda in bassorilievo, inquadrato
da cornice racchiusa ai lati da 8 stemmi malatestiani (negli angoli
si alternano: 2 stemmi delle bande a scacchi e 2 dello steccato,
al centro dei lati: 4 delle tre teste);
· un altro bassorilievo con una figura di elefante si trova
sempre all'interno della Biblioteca Malatestiana, nella prima
rampa dello scalone che conduce alla Sala del Nuti;
· nel frammento di marmo raffigurante anche la testa di
un putto, conservato nell'odierna Galleria dell'Immagine all'interno
della Biblioteca Malatestiana.
Farfalla
Descrizione:
simbolo miniato nei codici per Malatesta Novello (il miniatore
probabilmente ferrarese viene chiamato "Maestro della farfalla"),
associata a cornici a bianchi girari, a lettere annodate (all'interno
dei cui nodi talvolta appare in oculo) e accompagnata da elementi
naturalistici.
Significato:
la farfalla nell'arte è simbolo della spiritualità
dell'anima capace di divincolarsi dalla materia bruta così
come la crisalide dal suo bozzolo. Questo insetto, raffigurato
in un testo scritto, può voler rappresentare l'assurgere
della mente umana, attraverso la lettura e lo studio, alla vera
conoscenza.
Nel caso specifico della presenza della farfalla in un codice
malatestiano, si ritiene che essa possa avere significato di augurio
di fertilità per Violante, moglie di Malatesta Novello.
Origine: questo tipo di decorazione è di gusto protorinascimentale
ferrarese.
Esemplari:
· nei manoscritti commissionati da Malatesta Novello.
Sin
dalla sua origine la biblioteca Malatestiana ebbe dei custodi-bibliotecari
addetti alla duplice funzione di custodire l'edificio e il patrimonio
conservatovi ed anche di controllare il corretto utilizzo dei
testi e il loro prestito. Era il Comune ad assumere, e quindi
in caso anche a destituire, i custodi, i quali generalmente (almeno
fino al 1671, anno cruciale per i rapporti tra Comune e Convento)
venivano scelti tra i frati francescani e percepivano un compenso
annuale piuttosto esiguo (12 lire), in quanto il loro stesso lavoro,
del tutto ragguardevole, si riteneva avrebbe dovuto ricompensarli
a sufficienza.
Tra la folta schiera di bibliotecari hanno, per spiccata dedizione,
oltrepassato l'oblio del tempo:
FRANCESCO
DI BARTOLOMEO DA FIGLINE:
frate francescano la cui presenza a Cesena è attestata
già una decina di anni prima della costruzione della Malatestiana
e del quale non si esclude un'iniziale persuasione a Malatesta
Novello per la realizzazione proprio della biblioteca. Egli, presumibilmente,
svolse la funzione di bibliotecario (oltre a quella di copista,
attività testimoniata da 5 codici) dal marzo 1461 fino
alla sua morte avvenuta nei primissimi anni settanta del Quattrocento,
probabilmente nel 1472 dopo aprile (ultima data in cui il suo
nome appare in qualità di custode della libreria nei registri
della Depositeria comunale).
FRANCESCHINO DI MARCO DA CESENA:
frate del convento cesenate. Ebbe l'incarico di custode-bibliotecario
per quattro anni, dal 1° gennaio 1485 al giugno 1489 (una
grave infermità, seguita poi dal decesso, gli impedirà
di proseguire il lavoro). Anch'egli fu, probabilmente, copista
dello scriptorium dei Malatesti; gli si attribuisce una Laudatoria
oracio scritta per Malatesta Novello in seguito alla fondazione
della biblioteca. Egli fu scelto come custode della libreria in
un momento particolare, quando cioè si doveva dare idonea
sistemazione ai libri lasciati in eredità nel 1474 dal
medico riminese di Malatesta Novello, Giovanni di Marco. I 119
volumi di questo lascito dopo dieci anni non erano ancora entrati
a tutti gli effetti a far parte del patrimonio della libreria;
per risolvere questo stato di incuria si cercò "alicui
probo et bono sacerdoti dicti conventus (...) qui diligenter curet
et custodiet dictam bibliotecam ne libri in ea existentes dilapidentur
ab aliquo" e la fiducia fu riposta nel magister Franceschino
di Marco da Cesena.
FRATE PAOLINO:
francescano del quale non si hanno ulteriori informazioni, se
non per quanto concerne la durata del suo mandato, dal giugno
1529 al febbraio 1570, con una interruzione per motivi, che oggi
è impossibile stabilire avvenuta tra giugno 1533 e settembre
1545 in cui è sostituito da un certo maestro Cristoforo.
Si tratta complessivamente di circa trenta anni di custodia della
biblioteca, per cui si deve supporre l'affidabilità e l'efficienza
di frate Paolino.
MICHELANGELO TONTI:
padre francescano. Ottenne l'incarico dal settembre 1652
all'aprile 1671, anche se già dal 1664 una grave infermità
lo costrinse a limitare il suo lavoro (era difatti impossibilitato
ad uscire dalla sua camera). Questo custode si colloca in un periodo
molto importante per quanto riguarda i rapporti tra il Comune
e il Convento, i quali si deteriorano notevolmente per motivi
imprecisati e nulla vieta di supporre che proprio la prolungata
infermità di Michelangelo Tonti abbia potuto scatenare
la rivalsa del Comune nella nomina del custode e di conseguenza
abbia incontrato gli impedimenti del Convento.
GIUSEPPE MARIA MUCCIOLI:
padre francescano. Svolse il suo compito di bibliotecario nella
seconda metà del Settecento. A lui va il merito di avere
redatto il Catalogus codicum manuscriptorum (1780-84), primo catalogo
a stampa dei codici della Malatestiana (tuttavia contenente numerose
imperfezioni) e quarto dei cataloghi italiani.
JOHN COOKE (GIOVANNI COOKE):
padre agostiniano irlandese, si stabilì a Cesena nel primo
Ottocento, dedicandosi all'insegnamento dell'inglese e della filosofia.
Egli è probabilmente l'autore di uno dei cataloghi manoscritti
della biblioteca Piana tuttora presenti in Malatestiana.
RAIMONDO ZAZZERI:
letterato della seconda metà dell'Ottocento, interessato
particolarmente alla storia di Cesena e della Malatestiana. Redasse
nel 1872 il secondo catalogo a stampa dei manoscritti della biblioteca,
senza però risolvere del tutto le lacune e le imperfezioni
di quello precedente. Tuttavia, questo catalogo possiede ancora
un'utilità pratica per gli studiosi.
RENATO SERRA:
bibliotecario e direttore della Malatestiana dal 1° ottobre
1909 al marzo 1915 (anno della sua morte al fronte, all'età
di 31 anni). Scrittore e critico letterario ebbe il suo studio
nel corridoio che conduce alla Sala del Nuti, come ci ricorda
una lapide muraria: KAL. APRIL. A.D. MCMXV / HANC STVDIORVM VMBRAM
DESERVIT / RENATUS SERRA / BIBLIOTH. MAL. PRAEF. / QVI AVSVS PRO
PATRIA OCCVMBERE MORTEM / EXEMIT E LETO NON PERITVRVM LVMEN.
MANLIO TORQUATO DAZZI:
direttore della Malatestiana dal 1921 al 1926. Dazzi viene considerato
il primo bibliotecario moderno della Malatestiana a causa del
suo vivo interesse, della sua scrupolosità nel registrare
dati statistici riguardanti ogni servizio della biblioteca. Inoltre,
la sua cura nell'allestimento e nella riconversione dei cataloghi
al nuovo codice italiano della catalogazione (pubblicato nel 1921)
sono sicuramente prova della sua lungimiranza e delle sue capacità
amministrative.
AUGUSTO CAMPANA:
ottenne la prima reggenza della Malatestiana nel 1926, poco più
che ventenne ed ancora impegnato negli studi letterari universitari.
Si allontanò da Cesena negli anni '30, per motivi politici,
e ne fece ritorno, sempre in veste di bibliotecario, nel 1963
per un altro anno di reggenza. Costantemente partecipe delle vicende
della biblioteca, nel suo duplice aspetto antico e moderno e conseguentemente
nelle sue funzionalità conservative ed informative, si
dedicò al restauro delle finestrelle di vetro di Murano
dell'aula quattrocentesca, al restauro di alcuni codici, all'ordinamento
di altri fondi oltre a quelli malatestiani, a nuovi acquisti ed
anche al servizio di prestito che limitò per timore di
danneggiamenti.
Gli Amanuensi di Malatesta Novello
La
teoria dell'esistenza a Cesena di uno scriptorium malatestiano
(la cui sede è stata variamente ipotizzata o entro le mura
del convento dei frati minori, o nella biblioteca stessa, oppure
nella dimora di Malatesta Novello) formulata da Antonio Domeniconi
è ancora valida, seppure non vi siano concretamente prove
in proposito. Di certo l'analisi del materiale manoscritto del
fondo malatestiano ha rivelato un complesso intreccio collaborativo
tra copisti, di cui solamente alcuni residenti stabilmente a Cesena,
miniatori e legatori. La collaborazione fu tale che spesso testi
furono scritti a più mani, oppure i codici furono corretti
o completati da altri copisti. Molti lavori sembrano essere stati
lasciati non finiti o non decorati per la morte di Malatesta Novello,
e il programma di acquisizione dei testi per la biblioteca non
venne di certo completato, l'attuale mancanza di molti testi che
ci si aspetterebbe di trovare in una raccolta del genere è
indubbiamente motivata dalla sua prematura scomparsa. Nonostante
tutto, ciò che Novello era gia riuscito ad ottenere, con
il ritmo costante della produzione del suo scriptorium, e impiegando
in apparenza risorse economiche relativamente ridotte, rimane
tuttora impressionante.
I copisti più fecondi furono residenti a Cesena, o perchè
frati dei conventi locali o perchè cittadini; gli altri
"itineranti", trovandosi a Cesena di passaggio, di norma
redassero un numero di testi di gran lunga inferiore rispetto
ai primi.
Ricordiamone brevemente alcuni:
JACOPO DA PERGOLA:
copista di origini marchigiane. Lavorò per il signore di
Cesena dal 1446 al 1455. Copiò almeno 15 codici in scrittura
umanistica per Malatesta Novello (nove dei quali riportano la
sua sottoscrizione). Lavorò anche a Rimini e a Fano nello
stesso periodo in cui era impegnato nella trascrizione di codici
per Cesena, per questo non pare essere legato strettamente allo
scriptorium cesenate, piuttosto è più probabile
che fosse al servizio sia del Signore di Cesena, Malatesti Novello,
sia del Signore di Rimini, Sigismondo Malatesta.
FRANCESCO
DI BARTOLOMEO DA FIGLINE:
di provenienza toscana, fu frate nel convento di San Francesco
di Cesena dal 1439 al 1472. Copiò il primo codice datato
(1452) della biblioteca di Malatesta Novello (del quale, dal 1450,
fu anche capellano). I codici da lui firmati sono 5 e altrettanti
sono quelli a lui attribuibili. A partire almeno dal 1461 fu bibliotecario
della "libraria domini" ed egli probabilmente consigliò
allo stesso Malatesta Novello i testi scolastici e patristici
indispensabili per la nuova biblioteca. Insieme a Giovanni Antonio
da Spinalo fu correttore di numerosi codici.
GIOVANNI
DA MAGONZA:
fu scrittore itinerante, e per un certo periodo si trattenne a
lavorare presso lo scrittorio cesenate. Non vi sono sue sottoscrizioni
nei codici cesenati, ma studi di grafia comparativa con altri
codici da lui firmati ne hanno identificato la paternità.
Trascrisse in maniera integrale 15 codici malatestiani, e la sua
mano è riconoscibile in parti di altri sei.
FRANCESCO DE TIANIS:
copista pistoiese. Lavorò a Cesena alla fine degli anni
'50, presumibilmente nel 1457. A lui si attribuisce un intero
codice malatestiano e parti di altri due manoscritti.
JEAN D'EPINAL (GIOVANNI ANTONIO DA SPINALO):
di origine francese, fu scrittore malatestiano molto prolifico.
A lui vengono attribuiti almeno 31 codici in grafia umanistica
(di cui ben 29 sottoscritti nel colophon). Copiò essenzialmente
opere di Padri della Chiesa latini e greci in traduzione latina
e opere classiche. Nel 1455 si stabilì a Cesena definitivamente,
dove sposò una ragazza locale. Morì nel 1467.
ANDREA CATRINELLO:
copista genovese di grafia umanistica. Collaborò certamente
alla stesura di due codici malatestiani (sono firmati) datati
entrambi al 1465, anno della morte del Signore di Cesena; gliene
vengono attribuiti altri tre.
THOMAS BLAWART: scrittore proveniente da Utrecht. Scrisse nel
1460 un codice in gotica, il quale porta nel colophon la sua sottoscrizione.
JACOPO DI FRANCESCO MACARIO:
copista itinerante veneziano di scrittura umanistica. Scrisse,
negli anni '50, almeno due opere per la biblioteca di Malatesta
Novello.
ANONIMO "COPISTA DI TACITO":
strettamente legato all'ambiente ferrarese, dove probabilmente
risiedette anche durante la trascrizione dei 9 manoscritti per
Malatesta Novello.
MATTHIAS KULER:
copista di scrittura gotica. Lavorò almeno a tre opere
(una delle quali fu completata nel 1466 da un'altra mano).
PIETRO DE TRAIECTO:
copista proveniente probabilmente da Utrecht. La sua grafia umanistica
è riconoscibile solo in 1 codice malatestiano portato a
termine tra il 1462 e il 1465.
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