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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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La Biblioteca Malatestiana fu allogata sin dall’origine al piano superiore d’un braccio di fabbricato preesistente nel convento di S. Francesco. Entro quell’ambito, prolungato quanto occorreva per contenere i codici raccolti prima dai frati e poi più numerosi, da Malatesta Novello, fu sistemato l’ordinamento dell’edifizio secondo uno schema architettonico destinato a consuetudine, e di cui sono esempi fra altri la biblioteca di S. Marco a Firenze, di S. Maria delle Grazie a Milano, di Monteoliveto Maggiore in provincia di Siena, di S. Domenico in Bologna, trasformata dipoi, e di S. Giovanni Evangelista in Parma (1). Forse però quello schema fu suggerito da più antiche aule monastiche d’oltralpe. Il vano sottostante alla biblioteca è diviso in due navate con volta e pilastri poderosi, e però, nei riguardi statici, il piano superiore può aversi in conto di costruzione a sé, indipendente da altre parti. Fra i caratteri distintivi dei monumenti, primo in ordine d’importanza è il sistema architettonico. Nondimeno la maggior parte degli scrittori d’arte, estranea al campo della tecnica, si indugia soltanto, o quasi solo sulla veste decorativa, che troppe volte nasconde i fregi meno vistosi ma più saldi dell’organismo sottoposto. Ai nostri giorni, l’architetto estende le personali attribuzioni ai più minuti particolari dell’edifizio, ma nel tempo di cui ci occupiamo, seguendo le tendenze dell’ambiente sociale, riservava essenzialmente alla propria competenza il sistema statico e costruttivo, lasciando nel resto ai collaboranti una ampia libertà d’esecuzione. Così, vincolato senz’altro a misure ed a norme generali, ogni artefice poteva fare dell’opera assunta una creazione sua propria. Accade pertanto che tali scrittori siano spesso condotti a lodare l’architetto d’altri tempi per ciò che in realtà non ha fatto, dimenticando, all’incontro, l’opera da riferirsi alla sua vera spettanza. La storia ben intesa dell’architettura deve trattarne tutti quanti gli aspetti, ciascuno nell’ordine che gli compete. Queste cose si affacciano alla mente, parlando della Biblioteca Malatestiana. L’edifizio non è ignoto nel mondo dell’arte. Il colto visitatore ne ammira l’aspetto solenne dell’interno e l’elegante sobrietà della scultura decorativa, nella quale più o meno è palese l’influenza o la mano degli artisti che in questi anni operavano in Rimini al Tempio Malatestiano. Ma ignoto è invece il merito maggiore dell’architetto Matteo Nuti in quest’opera grande, che non tutta può venire apprezzata dall’attento osservatore anche perito in materia, ove non gli sia dato penetrare i recessi generalmente sottratti alla vista dei comuni visitatori (2). L’aula presenta un organismo basilicale a volta, di tipo assiale. È divisa in tre navate di undici valichi sotto un solo coperto, onde quella di mezzo rimane lateralmente cieca, ma prende luce da una finestra circolare sul muro di fondo e dalle due navi collaterali, dove ogni singola campata s’illumina da una coppia di finestre archiacute. La navata centrale che serve di corridoio, è più stretta ma più alta delle compagne, nelle quali si schierano i plutei a leggio coi preziosi manoscritti, fissati da originali catene. La sua volta a botte riposa su doppia fila di arcate quasi a perfetto semicerchio sorretta da piedritti a forma di colonne isolate. Le navi laterali sono coperte da volte a crociera col vertice leggermente rialzato sulla chiave degli archi di testa, e si appoggiano ai muri perimetrali impostandosi su mezze colonne addossate. Nessun risalto interrompe la continuità degl’intradossi, e le undici crociere si seguono senza intermedio di archi separatorii. Un sistema reticolare di tiranti in ferro, quali strettamente necessarii e quali soltanto opportuni, collega fra loro tutte le imposte di tali crociere, formando una intelaiatura destinata a fissare rigidamente lo scheletro del leggiero organismo, composto di esili colonne e volte sottili di semplice copertura. Per la stabilità della volta incombente sulla nave centrale abbandonato il mezzo dell’incatenamento metallico, l’architetto ebbe ricorso ad un partito strettamente costruttivo esente dall’aspetto di un ripiego estraneo alla natura dei processi murali. |
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Infatti sopra ogni linea dividente due crociere consecutive s’inalza un contrafforte addossato al timpano fra gli archi longitudinali al piedritto e alla volta cilindrica fin oltre l’altezza dei reni, scendendo grado grado con profilo rettilineo per ridursi a zero nel mezzo della detta linea separatrice. Il contrafforte presenta nel suo sviluppo orizzontale due spessori diversi: maggiore fino ai reni delle crociere, cioè fin dove il suo peso grava per via diretta sulle colonne; minore nel resto, che incombe immediatamente sulle volte. Così appunto in questa porzione superiore dell’edifizio si rende più che altrove manifesta la scienza tecnica dell’architetto Matteo Nuti; e il partito ch’egli adottò a neutralizzare per effetto di peso l’azione della spinta, mentre è un mezzo massimamente consentaneo alla costruzione murale, costituisce un esempio notabile di ossequio al principio statico delle resistenze passive. Divulgando fra gli studiosi delle discipline architettoniche questa parte più eletta ed ignota dell’opera sua, crediamo di stabilire un nuovo e maggior titolo al posto che spetta al suo nome nella storia dell’arte (3). La struttura murale di questo nostro monumento è quasi tutta in laterizio. Sono in pietra calcare le colonne isolate, i cui fusti vennero tratti dalle cave di Monte Codruzzo nei colli cesenati, dominio di altro ramo dei Malatesti. Anche sono di pietra i capitelli e le basi delle colonne addossate, i contorni esterni delle finestre, il portale e poche altre cose più strettamente decorative. Ogni apertura è sgravata da un sordino ad arco di scarico, che presenta l’insolito particolare dell’estradosso prolungato fino al livello delle imposte dell’intradosso. In laterizio fu costruito il pavimento, rifatto poi parzialmente diverso. Mentre le strutture murali espongono le facce esterne col paramento originario, all’interno sono vestite d’intonaco in gran parte primitivo, a superficie liscia secondo il costume del tempo, e tinteggiate dell’antico verdastro. Il tetto consta di un’armatura di capriate, correnti e correntini, e di sovrapposta coperta di tavellato e di tegole curve. Le incavallature antiche erano di castagno e del tipo a catena, controcatena e due monaci, colla specialità del puntone spezzato in due tratti: il tutto abilmente composto e lavorato, non senza il manifesto intendimento di conseguire un effetto estetico. Ogni cavallo poggiava indirettamente sui muri granevoli coll’intermedio di una mensola sovrapposta ad una coppia di longarine in legno, così per l’uniforme ripartizione del carico, come per evitare col distacco dalla superficie murale i funesti effetti dell’umidità. Sopra il piano di posa di quest’armatura il muro scemava di spessore dalla parte interna, lasciando totalmente isolata ed areata l’estremità del cavallo per la sua migliore conservazione. A portare poi l’aria e la luce in quell’amplissimo vano superiore provvedevano apposite aperture nei muri laterali. Spogliate dei ferramenti al tempo dell’occupazione francese, queste armature si deformarono man mano scostandosi dal piano verticale, a causa delle commozioni telluriche più volte sopraggiunte nel corso degli anni; finché il Municipio di Cesena, a schivare il pericolo di una rovina, ne decise il restauro eseguito nel 1899. Imputando erroneamente la deformazione al sistema, tutte le vecchie incavallature, salvo una sola ferrata a nuovo e conservata in posto a titolo di memoria, furono surrogate da altre in legname d’abete, del tipo più comune e di grossolana fattura; e nella posa in opera, abbandonata l’antica e saggia disposizione dell’appoggio, l’estremità venne immersa nella massa murale, ed esposta alle fatali conseguenze dell’umidare e della mancata aerazione. Il bel materiale di prima, dov’erano ancora qua e là manifeste le impronte del ferrame sottratto e financo i fori dei chiodi e delle vite, fu gettato in rifiuto. Lo scempio di questa parte originaria dell’edifizio fu conseguenza del già notato errore, che considera l’architettura nel solo aspetto dell’espressione, cioè dell’apparenza superficiale, trascurandone colla funzione degli organi costruttivi, l’intima essenza vitale. Sui due pioventi del muro estremo corre una cornice di terracotta, elegante di forma e tenuissima di sporto. Oggi limitata a quell’unica fronte, altra volta girava sui fianchi, come appare dagli avanzi e dai segni superstiti alle subìte distruzioni. I due tratti che se ne vedono in alto dal fianco boreale, sono due saggi composti, nell’occasione dei ricordati restauri, con materiale di spoglio rinvenuto nel sottotetto. In fatto di coronamento architettonico, ci sia dato confermare l’opinione altra volta espressa, che questo elemento terminale di minimo aggetto, più fascia che cornice, richiamasse un attico merlato (4). Sarebbe imprudente asserire che in realtà cotesta merlatura si sia mai costruita, ma sarebbe anche difficile provare che all’architetto ne sia mancato il pensiero. Del resto, questa foggia di finimento supremo non parrà singolare a chi pensi che mentre l’interno dell’aula s’informa ai caratteri dell’arte toscana, l’esterno si riporta alle tradizioni costruttive della vicina Bologna, dove l’attico merlato costituì per secoli un coronamento ordinario delle fabbriche d’architettura civile. Malgrado le deplorate alterazioni, la Biblioteca Malatestiana resta sempre un esempio di conservazione più unico che raro; e specialmente dell’aula può dirsi con piena ragione che si presenta oggi ancora com’ebbe a lasciarla Malatesta Novello il giorno stesso della sua morte. (*) La data di stesura della minuta è posteriore al 29 luglio 1936. (1) Che l’edifizio preesistesse in gran parte alla fondazione della biblioteca, apparve chiaramente dagli assaggi praticati da noi stessi nel 1926, per incarico del Municipio di Cesena. Il prolungamento della costruzione primitiva è rivelato dalla linea di ripresa e da altri segni; esso si era peraltro senza dubbio ideato maggiore di quello eseguito. Infatti una nave che dall’Oriente trasportava un carico prezioso di codici greci, assalita da fiera tempesta, dové gettarlo in mare per alleviarsi di peso, sicchè, diminuito per tali accidenti il materiale librario previsto, convenne ridurne in proporzione l’ampiezza già fissata per la sede. Su tale argomento il Clementini (Cesare Clementini, Racconto storico della fondatione di Rimino, e dell’origine e vita de’ Malatesti, in Rimino per il Simbeni, 1617, parte II, pp. 282, 283) racconta: "Non riuscì però conforme al disegno, il vaso tanto magnifico, e capace, né la libraria sontuosa, e copiosa, secondo l’intenzione, e desiderio suo (cioè di Malatesta Novello), perché facend’egli condurre una gran quantità di libri dalla Grecia, come quello che si dilettava oltre modo di quella lingua, assalita la nave da orribile tempesta, fu necessitato il Nocchiero a gettarli in mare con altre preziose merci". Nell’occasione degli assaggi surricordati, ci punse il desiderio di accertare se la riduzione del programma costruttivo avvenisse innanzi o durante il corso dei lavori. A tale scopo facemmo scavare il terreno oltre il muro terminale di fondo per poco meno di 5 metri in lunghezza cioè sino al limite della proprietà comunale, e vi trovammo le fondazioni di una intera campata del piano inferiore. Per mancanza di ulteriori esplorazioni, non sapremmo dire se tali fondamenta seguitassero di là dal confine. Ad ogni modo però quanto apparve da quello scavo è sufficiente a stabilire con certezza assoluta un dato di fatto importante nella storia della costruzione malatestiana. (2) Che la competenza tecnica del Nuti fosse ai suoi tempi apprezzata al suo giusto valore, oltre che del conto in cui lo teneva Malatesta Novello, emerge da ciò, che Sigismondo Pandolfo lo consultava nelle maggiori difficoltà di ordine statico insorgenti nella costruzione dal Tempio Malatestiano. Così volle averne il consiglio sul progetto d’Alvise di Muzzarello per la copertura dell’edifizio come nel tempo stesso, fra le incertezze e i discordi pareri di Leon Battista Alberti e di Matteo de’ Pasti, ne domandò l’opinione sulle nicchie laterali della facciata. Il Nuti espose i suoi giudizi con lettera del 22 dicembre 1454 conservata nell’Archivio di Stato di Siena, pubblicata du Charles da Yriarte, nel volume Un condottiere au XV siécle - Rimini. Etudes sur les lettres et les arts à la cour des Malatesta, Paris, J. Rothschileu, 1882, pag. 411, e da Corrado Ricci nell’opera Il Tempio Malatestiano, Milano-Roma, Bestetti a Tumminelli, s.a., pag. 590. Come si sa, la copertura d’Alvise e le nicchie della facciata rimasero per sempre nel mondo delle idee. (3) La divisione dell’aula in tre navate non implica la necessità che l’idea ne venisse ispirata, come alcuno sospetta, dalla biblioteca medicea di S. Marco in Firenze. Cotesta divisione corrisponde talmente alla disposizione dei plutei schierati in due colonne, da potersi ben dire senz’altro suggerita a questa. Che infatti il vano tripartito conseguisse dalla duplice schiera dei "Banchi" e non questa da quello, è provato da ciò, che un’eguale disposizione del contenuto, la più acconcia a soddisfare le pratiche esigenze dello spazio e della luce, si riscontra anche in aule indivise, come la mediceo-laurenziana di Firenze, l’universitaria di Leida (Cfr. Edouard Rouveyre, Connaissances necessaires à un bibliophile, Paris, E. Rouveyre, s.a., Tome Premier) e varie biblioteche di collegi e cattedrali inglesi (Cfr. John Willy Clark, The care of books, Cambridge, University Press, 1902). A differenza di ciò che si osserva nell’aula malatestiana, la volta centrale della biblioteca di S. Marco mostra un tirante di ferro per ogni coppia di colonne sottostanti. Essendo il sottotetto inaccessibile, non si può constatare de visu se quei tiranti rappresentino il solo mezzo impiegato per elidere la spinta, o un complemento sussidiario di un partito murale. Si noti peraltro che nelle crociere delle navi laterali l’incatenamento è limitato ai soli tiranti, strettamente necessarii; oltrechè la loro sezione presenta una relativa sottigliezza. Questo uso così parco, quasi diremmo così avaro, del materiale metallico nelle crociere laterali, permette d’inferirne che i tiranti applicati alla volta cilindrica della piccola nave mediana rappresentino il mezzo unico essenziale, opposto all’azione della spinta, e non un elemento secondario ad abundantiam, aggiunto ad un partito principale necessario. La differenza sostanziale fra i due monumenti in questo punto della maggiore importanza nel campo statico, è un nuovo e valido argomento contro l’opinione di chi afferma la biblioteca di S. Marco aver certo esercitato una reale influenza sulla costruzione malatestiana. (4) Cfr. A. Zavatti, Vicende edilizie nel circondario della Biblioteca Malatestiana, Cesena, Stabilimento Tipografico Moderno, 1926, pag. 9. |
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