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Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
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Rintracciare notizie sicure per conoscere quando e come sono entrati nella Malatestiana quei sette manoscritti che ne costituiscono il fondo ebraico, non è stato finora possibile (1). Aldo Luzzatto, l’autore dell’ultimo catalogo (2), nel 1968 scriveva che, pur non essendovi una traccia sicura, almeno due manoscritti, il Canone di medicina di Avicenna (S.XXVIII.1) e le Tavole astronomiche di Abraham bar Hiyyah (S.XXIX.4), per il loro contenuto, dovevano appartenere al medico personale di Malatesta Novello, il riminese Giovanni di Marco che nel 1474 donò la sua collezione privata alla Malatestiana (3). Qualche elemento utile alle vicende quattrocentesche si può cogliere nella nota che compare alla fine di due manoscritti biblici (S.XXVIII.3, S.XXIX.2) e che riporto secondo la lettura di Luzzatto (4): "1464 a.d. 17 di maggio. Questo libro tolse Gentile De Castinione Stella che era nel monastero". Questa attestazione, che secondo Luzzatto indica la data in cui i due manoscritti entrarono nella Malatestiana, potrebbe invece essere la registrazione di un prestito: il 17 maggio 1464 Gentile De Castinione Stella prendeva in prestito – questo potrebbe essere il significato di "tolse" – i due volumi nel monastero di San Francesco. Identificare la persona o le persone (Gentile è nome maschile, Stella è nome femminile, De Castinione potrebbe corrispondere a da Castiglione) non è stato possibile. Nel saggio sugli ebrei a Cesena dal XIV al XVI secolo pubblicato nel 1984 da Maria Giuseppina Muzzarelli compaiono due donne ebree di nome Stella che, per i nomi dei mariti o dei genitori, non sembra si possano collegare con i nomi della nota. A Cesena il 24 maggio 1453 donna Stella, figlia del fu Guglielmo da Forlì e moglie del fu Manuele di Elia da Cesena, in qualità di curatrice degli interessi dei figli, riceve da Olivuccio e Salomone da Rovigo una certa somma per la partecipazione del defunto marito alla società che gestiva un banco di prestito (5). Nel 1468, l’ultimo giorno del mese di agosto, di fronte al notaio Antonio Zanolini, lo stesso che aveva registrato l’atto precedente, viene stipulato un atto che riguarda la dote di un’ebrea appartenente ad un importante e ricca famiglia di prestatori: Stella, figlia di Gaio e di Allegrezza da Faenza, vedova di Olivuccio di Guglielmo medico di Cesena (6). Da un atto stilato il 24 maggio del 1453, sempre dallo stesso notaio e sempre concernente il passaggio di somme di denaro procurate da società che gestivano i banchi di prestito, emerge, come ha osservato la Muzzarelli, un dato assai interessante: donna Dolcetta, figlia di Dattilo da Montefalco e moglie del fu Leone detto Leone della Barchetta, dichiara di aver ricevuto a soddisfazione del suo credito una somma di denaro e 38 volumi scritti in ebraico dichiarati di grande prezzo e valore (7). Nell’elenco di 47 volumi che nel 1445 possedeva il banchiere Leon ben Yoav di Cesena e che si conserva alla fine di un manoscritto ebraico alla Biblioteca Angelica di Roma (8), non si trova nessun manoscritto identificabile in quelli della Malatestiana. A Cesena in epoca malatestiana, fra gli anni trenta e sessanta del quattrocento, secondo la Muzzarelli c’erano una cinquantina di ebrei riuniti in una decina di famiglie, di cui almeno tre erano coinvolte nella gestione dei banchi di prestito (9). Alcuni ebrei si distinsero come medici. E’ il caso di Angiolo de Rossi che nel 1459 ottenne da papa Pio II il permesso di esercitare l’arte medica a Cesena, e di Manuele di Salomone che nel 1460 era stato nominato medico e confidente del duca di Milano e che nel 1474 ottenne da papa Sisto IV un analogo permesso (10). Probabilmente, come ha osservato il Domeniconi (11), i proprietari dei manoscritti ebraici entrati nella Malatestiana nella seconda metà del Quattrocento, o forse prima, vanno ricercati fra gli ebrei di Cesena. In questo caso i sette volumi o furono donati alla biblioteca o furono acquistati dai suoi fondatori. L’epoca dei manoscritti, la loro provenienza e il loro contenuto sono assai diversi. Uno è stato copiato a Toledo nel 1347, un altro a Castellòn de Ampurias, in Catalogna, nel 1348 (12). Sulla datazione e sull’origine degli altri cinque si ritornerà tra breve. Uno solo in teoria, potrebbe esser stato copiato a Cesena (13). D’altro lato fra i manoscritti che sono stati copiati a Cesena prima del 1500 ce ne sono pervenuti, ovviamente per caso, soltanto sei. Uno solo di questi si conserva in una biblioteca dell’Emilia-Romagna, nella Palatina di Parma. Due furono copiati nel 1399-1402 da Yoav ben Yehiel rofe della famiglia Bet-El di Todi (14); due da Shem Tov ben Mosheh da Faro (Portogallo) nel 1413 e nel 1437 (15), uno nel 1468 (16), e uno, quello che si conserva a Parma, da Mosheh ben Yishaq da Cesena nel corso del secolo XV (17). Prendiamo in esame ora il fondo ebraico della Biblioteca Malatestiana. Il manoscritto S.XXVIII.1 contiene il primo libro (quello in cui sono esposti i princìpi generali della medicina teorica e pratica e l’anatomia del corpo umano) del Canone di medicina di Avicenna nella versione arabo-ebraica eseguita a Roma verso il 1280 da Zerahyah ben Yishaq Hen (18). La versione, limitata ai primi due libri del Canone e inedita, si conserva in sei esemplari (19). La pergamena del manoscritto, formato da 10 quinterni e da cinque fogli sciolti, è stata preparata con molta cura. La scrittura è un corsivo italiano, senza i segni delle vocali, molto elegante, databile nei secoli XIV-XV. Fra i sette manoscritti della Malatestiana, come si è già riferito, questo è l’unico che, almeno in teoria, potrebbe essere stato copiato a Cesena. I titoli dei capitoli sono stati vergati con scrittura quadrata italiana con influenza sefardita. Al f. 2a c’è una nota di possesso purtroppo senza data: "[Questo libro] è mio, di Yehudah ha-rofe ben Binyamin … della famiglia Sommi". Il Manoscritto S.XXVIII.2 contiene il commento medio di Averroè alla Logica di Aristotele secondo la versione arabo-ebraica eseguita a Napoli nel 1232 per l’imperatore Federico II da Yaaqov ben Abba Mari Anatoli (20). La Logica, o Organon, comprendeva, com’è noto, l’Isagoge (o Introduzione) di Porfirio, le Categorie, Dell’interpretazione, gli Analitici primi e gli Analitici secondi. La versione, parzialmente inedita, si conserva in una cinquantina di esemplari (21). La pergamena del manoscritto, formato da 19 quaderni e da un sesterno, è grossa, rozza, irregolare nel taglio (sono stati utilizzati perfino i ritagli), con buchi e cuciture. La scrittura, senza i segni delle vocali, è un corsivo sefardita o provenzale databile nei secoli XIV-XV. I titoli e la parola iniziale dei capitoli sono stati vergati a caratteri quadrati grandi. Non ci sono note. Al f. 1a è stato disegnato l’albero delle Sefirot che, secondo la mistica ebraica, sono le dieci potenze emanate da Dio. Il manoscritto S.XXVIII.3 contiene i primi due libri dei re con la masora grande e piccola. Il manoscritto, di grande formato (misura 420 mm. x 360), è costituito da 19 quaderni originari (al primo mancano i primi due fogli) e da un quinternio aggiunto alla fine in un secondo tempo per completare il testo. Questo manoscritto probabilmente in origine faceva parte di una Bibbia completa che, date le dimensioni, doveva essere formata da tre o quattro grossi volumi: uno per il Pentateuco, uno o due per i Profeti, e uno per gli Agiografi. Forse, proprio a causa delle dimensioni, ciascun volume ha seguito proprie vicende. Quello pervenuto nella Malatestiana, come risulta dalla numerazione originaria dei quaderni, che comincia con il numero 36, è costituito da 159 fogli (1-150 originali, 151-159 aggiunti) ed è solo una parte di quello che doveva essere il secondo volume. Il volume completo, che comprendeva anche i libri di Giosuè, Giudici e Samuele, doveva essere formato da circa 440 fogli (questa somma si ottiene moltiplicando il numero complessivo dei fascicoli, 55, con il numero, 8, dei loro fogli); si presuppone, ovviamente, che i 35 fascicoli mancanti all’inizio, per analogia con quelli sopravvissuti, fossero tutti quaderni. La pergamena è grossa, con macchie e pieghe; i margini sembrano rifilati. La rigatura del campo scrittorio (il testo è su due colonne, mm. 285 x 85-95) è incisa; i segni della foratura sono ben visibili. La scrittura è un quadrato sefardita (22) di dimensioni eccezionali: l’altezza dell’interlinea è in media di mm. 19-20 e quella delle lettere è in media di mm. 14-15 (23). Il reticolato del campo scrittorio non sempre è stato rispettato: le lettere escono dai margini. L’amanuense non ha fatto uso delle lettere dilatabili per seguire la giustificazione a sinistra ma, per colmare lo spazio rimasto vuoto, ha usato dei segni riempitivi (24). La grafia di questo manoscritto e il suo grande formato (alquanto raro per i manoscritti provenienti dell’area sefardita (25), ma frequente in area provenzale e franco-ashkenazita), sono, come si è già riferito, alquanto insoliti (27). Luzzatto nel 1968 segnalò che un esemplare simile si trova a Roma nella Mostra permanente della Comunità israelitica (27). Si tratta di due volumi, contenenti il Pentateuco, le Haftarot con Targum e le Meghillot, che sono stati copiati, come si legge nel colophon posto alla fine del secondo volume, nel 1202 ad Arles, in Provenza, da un amanuense (Yosef ben Shemuel) che proveniva da Barcellona (28). Il formato è quasi uguale: mm. 420 x 360 (285 x 225) quello della Malatestiana, mm. 410 x 335 (290 x 236) quello di Roma. In entrambi il testo è su due colonne: a 15 linee nel primo, a 18 linee nel secondo. Nel primo sono stati usati i segni riempitivi, nel secondo le lettere dilatabili. In entrambi la rigatura è incisa e i segni della foratura sono visibili. In entrambi i fascicoli sono quaternioni. La pergamena e il colore dell’inchiostro sono abbastanza simili nei due manoscritti. Differiscono, invece, la dimensione della grafia (grande nel primo, meno grande nel secondo) e la scrittura: quadrata sefardita con qualche influenza orientaleggiante nel primo, quadrata tipicamente sefardita nel secondo. Tuttavia, non sembra che si possa escludere che il manoscritto S.XXVIII.3 sia stato scritto all’inizio del secolo XIII nella Spagna settentrionale o nella Francia meridionale, anche se caratteristiche grafiche e codicologiche quasi simili sono riscontrabili in manoscritti del secolo successivo provenienti dalle stesse regioni (29). Lettere delle stesse dimensioni (mm. 14-16 in un’interlinea di mm. 20-30), sempre vergate con scrittura quadrata sefardita, si trovano in alcuni fogli membranacei che, utilizzati nel secolo XVI come copertine per raccogliere i documenti dei notai (30), sono stati recentemente ritrovati nell’Archivio di Stato di Bologna e nella Biblioteca Comunale di Correggio (31). Nel foglio completo e nel semifoglio (per complessive sei carte) conservati a Bologna (32) il testo delle Meghillot è stato scritto a piena pagina e a dieci linee; la masora grande è disposta nel margine superiore (due linee) e in quello inferiore (tre linee). La scrittura sembra del secolo XIII, ma non si deve escludere che possa essere più tarda. Nei fogli rinvenuti a Correggio (33), che contengono brani del salterio con (fatto insolito) il Targum nei margini superiori e inferiori, il testo, vergato con grafia quadrata sefardita, è disposto su due colonne; la rigatura è incisa, l’altezza dell’interlinea è di mm. 19-20, mentre la dimensione delle lettere è di mm. 10-12. E’ difficile affermare che si tratti della stessa Bibbia i cui volumi, magari scritti da più di un amanuense, hanno subito vicende diverse, ma le dimensioni delle lettere, la loro non eccessiva dissomiglianza, il formato dei fogli, e la vicinanza fra Cesena e Bologna possono far sorgere qualche sospetto. L’iter seguito dal manoscritto malatestiano, dai fogli ad esso simili che forse un tempo facevano parte di un’unica Bibbia in più volumi o di manoscritti provenienti da una stessa area e che ora sono disposti in biblioteche e in archivi dell’Emilia-Romagna, in via puramente ipotetica potrebbe esser stato il seguente: i volumi sono stati copiati in Catalogna o in Provenza nel secolo XIII (o nel secolo XIV); alla fine del secolo XIV o all’inizio del successivo da ebrei che emigrarono da quelle regioni sono stati trasportati in Emilia-Romagna; in una località di questa regione, per motivi ereditari o per altre cause, i volumi sono stati divisi: uno è entrato nella Malatestiana e gli altri, o venduti dai proprietari o sequestrati dalle autorità ecclesiastiche, sono stati smembrati e i loro fogli sono stati utilizzati nel Cinquecento come raccoglitori dai notai di Bologna o di altre località dell’Emilia-Romagna. Le stesse vicende, tranne ovviamente l’ultima, possono aver subito gli altri manoscritti (quattro) di area sefardita entrati nella Malatestiana. Il manoscritto S.XXIX.1 contiene la Bibbia completa con le note masoretiche. L’ordine in cui sono stati disposti alcuni libri si differenzia da quello tradizionale: Rut precede i Salmi, le Lamentazioni precedono il Cantico. La pergamena del manoscritto, costituito da una settantina di quaderni, è stata preparata con molta cura (è bianca, morbida e sottile) ed è quella tipica delle Bibbie sefardite meglio confezionate. La rigatura è incisa. Il testo è su due colonne. La scrittura è un quadrato sefardita con i segni, coevi, delle vocali e degli accenti. Il colophon è a f. 564a: il manoscritto è stato copiato da Shemuel Kohen ben Abrahan Kohen di Cabstein (34) (ora Cabestany, a 5 km sud est di Perpignan) nel 1348 a Castellòn de Ampurias (nella Catalogna settentrionale). Il nome del committente è stato raschiato. Un calligrafo, o l’amanuense stesso, ha decorato l’inizio e la fine di numerosi libri e i margini di una trentina di carte con disegni geometrici, vegetali e floreali eseguiti con micrografia secondo motivi del tutto convenzionali. Nei ff. 7a-8a, rimasti bianchi, doveva essere scritta, come suggerisce una nota, la grammatica, o una parte di essa, dal titolo Mahalak shevile ha-da’at di Mosheh Qimchi. A f. 1a ci sono note di possesso che l’inchiostro sbiadito rende di difficile lettura. Notevoli affinità con questo manoscritto, nella disposizione del testo e nella micrografia, si riscontrano in una Bibbia (Profeti e Agiografi) che è stata copiata nella stessa località nel 1396 e che ora si conserva nella British Library di Londra (35). Il manoscritto S.XXIX.2 contiene il Pentateuco, le Haftarot (cioè quelle sezioni dei libri profetici che erano lette nelle funzioni sinagogali secondo il rito franco-tedesco) e le Meghillot (cioè Cantico, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester). Si tratta di un manoscritto costituito da pergamene e da grafie diverse giustapposte in modo assai disordinato. Le pergamene, scure e morbide, sono quelle caratteristiche dell’area ashkenazita. Il testo è disposto su due colonne. Le scritture sono quadrate franco-ashkenazite databili nei secoli XII(?)-XIV; ci sono i segni delle vocali e degli accenti. Il testo è disposto su due colonne; le linee variano da 20 a 24. I fascicoli sono in prevalenza quaternioni e hanno il richiamo. De Rossi lo riteneva addirittura della fine del secolo XI: "Codex reapse antiquissimus ac pretiosus, ad cujus margines variae nonnullae lectiones antiquorum codicum producuntur" (36). Rozzi disegni all’inchiostro ornano il richiamo dei fascicoli. Nel margine inferiore della c. 9a sono stati disegnati, sempre all’inchiostro, quattro personaggi biblici (Sem, Cam, Yafet, Noè) in corrispondenza alla cosidetta Tavola dei Popoli (Genesi 10). Ai ff. 81b-82a il testo, su due colonne, è disposto in forma geometrica. Al f. 252b un passaggio di proprietà di non facile lettura: "Eliyyah ben Shabbetay ben Binyamin … di Perugia, domenica 21 Elul dell’anno 1370" (37). Il manoscritto S.XXIX.3 contiene i terzo (Zemanin, Feste) e i quarto libro (Naschim, Donne; sulle regole matrimoniali) del famoso compendio del diritto talmudico, dal titolo Mishneh Torah (La ripetizione della legge), o Yad ha-hazaqah (La mano forte), composto da Mosheh ben Maimon (Cordova 1135 - Egitto 1204), il più grande pensatore del giudaismo medievale. Il compendio è stato stampato per la prima volta a Roma nel 1473-75 e poi ristampato numerosissime altre volte. La pergamena del manoscritto, costituito da 27 quaderni con richiamo, è di ottima qualità ed è assai simile a quella del manoscritto S.XXVIII.3. Anche l’inchiostro è assai simile. La scrittura è un quadrato sefardita senza i segni delle vocali. Il manoscritto è stato copiato a Toledo nel 1347 (f. 134b) da un amanuense che ha voluto conservare l’anonimato (38). Ci sono note di possesso del medesimo proprietario ai ff. 1a-1b: "[Questo libro] è di Binyamin ben Menahem Yisrael" (39). Il manoscritto S.XXIX.4 contiene le Tavole astronomiche di Abraham bar Hiyyah (l’Abram Jadeus dei latini), matematico, filosofo e astronomo vissuto a Barcellona nel secolo XII (40). Il testo, inedito, si conserva in altri quattro manoscritti (41). La scrittura, su pergamena, è un corsivo sefardita, senza i segni delle vocali, databili nei secoli XIII-XIV. Al f. 115b numerose note di possesso quasi illeggibili per le cancellature; in una si legge l’anno 1343. (1) Il fondo ebraico è stato descritto da G.M. MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum existentium ad sinistram ingredientium partem Malatestianae Caesenatis Bibliothecae …, Caesenae, 1780-84, II, 181-194; R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena, Cesena 1887, 496-502; A. LUZZATTO, I manoscritti ebraici della Biblioteca Malatestiana di Cesena, "La bibliofilia", 70, 1968, 197-216. Ad essi accenna brevemente P.F. FUMAGALLI, La formazione dei fondi ebraici nelle bibloteche dell’Emilia-Romagna, in F. PARENTE (a cura di), Atti del terzo convegno dell’Associazione italiana per lo studio del giudaismo (Indice, 9-11.XI.1982), Roma 1985, 85-102 (98-99). Nel Settecento segnalarono questi manoscritti:B. DE MONTFAUCON, Bibliotheca bibliothecarum manuscriptorum nova, I, Parisiis 1739, 433; B. KENNICOT, Dissertatio generalis in Vetus Testamentum Hebraicum …, Brunovici 1783, 505-506, n. 535-537; G.B. DE ROSSI, Variae Lectiones Veteris Testamenti …, I, Parmae 1784, LXXXVII, n. 535-537. (2) LUZZATTO, 199-200. (3) I titoli di queste opere non compaiono nell’Inventario dei libri lasciati da Giovanni di Marco medico riminese datato al 20 luglio 1474 e pubblicato da L. TONINI, Della storia civile e sacra riminese, 5, Rimini 1882, 262-269. (4) LUZZATTO, 206, 213. (5) M.G. MUZZARELLI, Ebrei e città d’Italia in età di transizione: il caso di Cesena dal XIV al XVI secolo, Bologna 1984, 110-112. (6) Ibidem, 132. (7) Ibidem, 112. (8) Roma, Biblioteca Angelica, ms. 83 (olim A.2.10), Commento di r. Hananel ad alcuni trattati talmudici; cfr. A. DI CAPUA, Catalogo dei codici ebraici della Biblioteca Angelica, in Cataloghi dei codici orientali di alcune biblioteche d’Italia, 1, Roma 1878, 93, n. 16. L’elenco è stato pubblicato da I. SONNE, Book-lists Through Three Centuries. A. First Half of the Fifteenth Century, "Studies in Bibliography and Booklore", 2, 1955-56, 3-19. Si veda anche J.-P. ROTHSCHILD, Les listes des livres, reflet de la culture des Juifs en Italie du Nord au XVe et au XVIe siècle?, in Manoscritti, frammenti e libri ebraici nell’Italia dei secc. XV-XVI, a cura di G. TAMANI e A. VIVIAN (Atti del settimo congresso internazionale dell’Associazione italiana per lo studio del giudaismo, San Miniato, 7-9.XI.1988), Roma 1991, 163-193 (166-167). (9) MUZZARELLI, 122. (10) Ibidem, 160. Della stessa autrice si vedano anche i seguenti contributi: Gli ebrei a Cesena nel XV secolo. Dalle ricerche di A. Domeniconi, "Studi Romagnoli", 30, 1979, 137-207; La presenza ebraica nelle città della Romagna negli ultimi secoli del Medioevo ed all’inizio dell’età moderna, in ’Ovadyah Yare da Bertinoro e la presenza ebraica in Romagna nel Quattrocento, a cura di G. BUSI (Atti del convegno di Bertinoro, 17-18. V. 1988 = Quaderni di "Henoch", 1), Torino 1989, 57-73. (11) A. DOMENICONI, La Biblioteca Malatestiana, Cesena 1982 (1960ą), 39. (12) Si tratta, rispettivamente , del S.XXIX.3 e del S.XXIX.1. I colophon sono stati pubblicati da LUZZATO, 214 e 210. (13) Si tratta del S.XXVIII.1 che, scritto nei secc. XIV-XV con grafia corsiva del tipo italiano, contiene il primo libro del Canone di medicina di Avicenna nella traduzione arabo-ebraica di Zerahyah ben Yishaq Hen. (14) Yoav ben Yehiel nel 1399-1401 copiò per Yehiel ben Yosef Della Rocca il commento alla Mishnah di Mosheh ben Maimon. I due volumi del ms. si conservano nella Bibliothèque Nationale di Parigi, cfr. H. ZOTENBERG, Catalogues des manuscrits hébreux et samaritains de la Bibliothèque Impèriale, Paris 1866, p. 44, n. 328-329; cfr. anche A. FREIMANN, Jewish Scribes in Medieval Italy, in A. Marx Jubilee Volume, English Section, New York 1950, 279, n. 208a. Nel 1401-1402 per Yehiel ben Mosheh da Montefiore (Forlì) copiò il manoscritto della Mishnah (incompleta) con il commento di Mosheh ben Maimon che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze, cfr. U. CASSUTO, Ancora un manoscritto ebraico della R. Biblioteca Nazionale di Firenze, "Giornale della Società asiatica italiana", 21, 1908, 309-311, n. 22 (Nuovi acquisti, 209). Sull’amanuense cfr. FREIMANN, n. 208b. Sempre per lo stesso committente e forse proprio a Cesena il medesimo amanuense copiò nel 1402 un Pentateuco con Targum che si conserva nella Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna, cfr. ancora FREIMANN, n. 208c. Per altri quattro manoscritti copiati dallo stesso amanuense cfr. di nuovo FREIMANN, n. 208d-g. (15) Shem Tov ben Mosheh da Faro nel 1413 copiò il trattato cabalistico Sefer ha-orah di Yosef Ciquitilla che si conserva nella biblioteca del Jewish Theological Seminary di New York, cfr. FREIMANN, n. 454a. Nel 1437 per Yehudah Meldola copiò il dizionario ebraico Sefer ha-shorashim di David Quimchi che si conserva nella Bibliothèque Nationale di Parigi, cfr. ZOTENBERG, 226, n. 1236; e anche FREIMANN, n. 454b. (16) L’esistenza di questo manoscritto, che contiene un Siddur secondo il rito romano e che apparteneva alla collezione R.N. Rabinowitz, è segnalata da FREIMANN, 303, nota 44. (17) Mosheh ben Yishaq copiò la traduzione arabo-ebraica che della Cantica della medicina di Avicenna commentata da Averroè eseguì Mosheh ibn Tibbon. Il manoscritto si conserva nella Biblioteca Palatina di Parma con la segnatura ms. parmense 2640 (De Rossi 1169), cfr. FREIMANN, n. 360a, e G. TAMANI, Manoscritti [copiati in Emilia-Romagna e conservati nelle biblioteche della regione], in S.M. BONDONI, G. BUSI (a cura di), Cultura ebraica in Emilia Romagna, Rimini 1987, 415-464 (453, n. 7.7: 6). (18) Sul Canone cfr. G. TAMANI, Il "Canon medicinae" di Avicenna nella tradizione ebraica. Le miniature del manoscritto 2197 della Biblioteca Universitaria di Bologna, Padova 1987. (19) I manoscritti si conservano nelle seguenti biblioteche: Biblioteca Universitaria di Bologna, Bibloteca Malatestiana di Cesena, British Library di Londra, Biblioteca Statale Lenin di Mosca, Bodleian Library di Oxford, Biblioteca Apostolica Vaticana, cfr. M. STEINSCHNEIDER, Die hebraeischen Uebersetzungen des Mittelalters und die Juden als Dolmetscher, Berlin 1893, 681; B. RICHLER, Manuscripts of Avicenna’s Canon in Hebrew Translation. A revised and up-to-date list, "Koroth", 8, 1982, 145-168 (n. 3, 13, 32, 68, 98, 111). (20) STEINSCHNEIDER, 59-61. (21) A. FREIMANN, Union Catalog of Hebrew Manuscripts and their Location, 2, New York 1964, 38, n. 930a. L’edizione critica dell’Isagoge e delle Categorie è stata pubblicata, senza utilizzare il ms. malatestiano, col titolo Averrois Cordubensis Commentarium medium in Porphyrii Isagogen et Aristotelis Categorias. Textum Hebraicarum recensuit et adnotationibus illustravit da H.A. DAVIDSON, "Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem, Versionum Hebraicarum volumen I, a (medium)", Cambridge (Mass.), Berkley and Los Angeles, 1969 ("The Medieval Academy of America, publications", n. 78). (22) Spesso il ductus si discosta dalla morbidezza, dalla rotondità e dalla regolarità tipiche del quadrato sefardita e si fa nervoso e spigoloso. Proprio per questo talora la grafia mostra una qualche affinità con quella del colophon di un manoscritto che contiene il compendio Mishneh Torah di Mosheh ben Maimon, che è stato copiato a Fustat (Il Cairo) nel 1223 e che si conserva nella Bodleian Library di Oxford (Pocok 237 = Neubauer 397), cfr. M. BEIT-ARIÉ, Specomens of Medieval Hebrew Scripts, I (Oriental and Yemenite Scripts), Jerusalem 1987, n. 40. Che si tratti di un amanuense "orientale" trasferitosi nella Spagna settentrionale o nella Francia meridionale? (23) Sulle difficoltà che si incontrano nel misurare le dimensioni delle lettere ebraiche, soprattutto la loro altezza, cfr. C. SIRAT, Écriture et civilisations, Paris 1976, 39. Più attendibile, invece, è la misurazione dell’altezza fra una linea e l’altra (interlinea) del campo scrittorio. (24) Su questi segni cfr. M. BEIT-ARIÉ, Hebrew Codicology, Jerusalem 1981 (2), 88-90. (25) Formato quasi analogo (mm. 460 x 330, mm. 315 x 220) ha un manoscritto, vergato con grafia quadrata sefardita nel sec. XIII, che contiene i Profeti posteriori e che si conserva nella Biblioteca Arcivescovile di Udine, cfr. G. TAMANI, Codici ebraici Pico Grimani nella Biblioteca Arcivescovile di Udine, "Annali di Ca’ Foscari", 10, 3, s. orientale, 2, 1971, 1-25: 15-17, n. 2 (ms. 249, ebraico 15). Di notevoli dimensioni (mm. 301-303 x 275-278) è pure il manoscritto contenente i Profeti che è stato copiato a Burgos nel 1207 e che si conserva nella Bibliothèque Nationale di Parigi (ms. hèbr. 82), cfr. C. SIRAT, M. BEIT-ARIÉ, Manuscrits médiévaux en caractéres hebraìques …, I (Bibliothèques de France et d’Israel, Manuscrits de grand format), Jerusalem-Paris 1972, n. 1. (26) La singolarità delle dimensioni della scrittura non era sfuggita a Muccioli che nel suo già ricordato Catalogus, II, 187, per mezzo della xilografia presentò uno specimen delle prime tre parole (We-ha-melek Dawid zaqen) del libro dei Re e descrisse il manoscritto in questi termini: "Codex in Fol. Majore, inque duas columnas distributus, charecteribus duarum partium unius pollicis in tres aequas partes divisi, est egregie scriptus. Pretiosus sane, atque optimae notae, et rarus, cum adeo grandiusculis characteribus sit exaratus, ut variis Europae Bibliothecis, et in Vaticana etiam ex fide multorum similis Codex non reperiatur". (27) LUZZATTO, 205. (28) I risultati dell’esame di questo manoscritto (nella Mostra permanente della Comunità israelitica di Roma reca la segnatura 21-22) che ho potuto consultare grazie all’autorizzazione della Comunità ebraica di Roma e grazie alla cortesia della dott.ssa Anna Blayer, curatrice della Mostra, e della dott.ssa Bice Migliau, responsabile culturale della Comunità ebraica, sono stati esposti nel mio contributo Un’insolita grafia in manoscritti ebraici sefarditi dei secc. XIII-XIV, "Henoch", 12, 1990, 323-345. I principali dati codicologici del secondo volume, quello che è segnato col numero e che ha il colophon, sono i seguenti: membr., sec. XIII (Arles 1202), mm. 410 x 335 (290 x 236), ff. 142. Fascicoli senza numerazione: 17 quaternioni seguiti da quattro fogli. Scrittura quadrata sefardita con i segni delle vocali e degli accenti. Due colonne e linee 18; rigatura incisa; i segni della foratura sono visibili; l’altezza dell’interlinea è di mm. 18-19; l’altezza delle lettere è di mm. 7-9; due linee per la masora grande, che non è stata scritta (solo il qere è stato inserito), nel margine superiore e tre in quello inferiore; quattro linee vuote fra la fine di un libro e l’inizio del successivo. F. 1a bianca; Ruf f. 1b; Cantico f. 6a; Ecclesiaste f. 11a; Lamentationi f. 22a; Ester f. 28b; Haftarot f. 41a. Il colophon (f. 139) è stato pubblicato da R. GOTTHEIL, Bible MSS in the Roman Synagogues, "Zeitschrift fur hebraeische Bibliographie", 9, 1905, 177-184 (179-180, n. VI). A proposito di Arles, antica capitale della Provenza un tempo chiamata anche Araldi, cfr. H. GROSS, Gallia Judaica, Paris 1897, 73-90. Dopo la sommaria descrizione del Gottheil su questo manoscritto cfr. F. PITIGLIANI, Permanent Exhibition of the Jewish Community of Rome. Catalogue, Roma 1963, 11, n. 21-22; V. ANTONIOLI MARTELLI, L. MORTARA OTTOLENGHI, Manoscritti biblici ebraici decorati. Catalogo della mostra (Milano, 1966), Milano 1966, 97, n. 49; BEIT-ARIÉ, Hebrew Codicology, 18, nota 16; ID., Paleographical Identification of Hebrew Maniscripts: Methodology and Practice, "Jewish Art", 12-13, 1986-87, 15-44 (19, n. 4). (29) Si veda, per fare un solo esempio, il Pentateuco copiato con grafia quadrata sefardita a Barcellona nel 1325 ed esposto nella già ricordata Mostra permanente di Roma (segnatura 19). La pergamena e l’inchiostro sono assai simili ai due manoscritti in questione. Diverso invece è il formato: mm. 350 x 280 (260 x 205), coll. 2, linee 21; l’altezza dell’interlinea è di mm. 8. Su questo manoscritto cfr. DE ROSSI, I, CXXVII, cod. ext. n. 10; GOTTHEIL, 179-180, n. IV; A. FREIMANN, Kopisten hebraeischer Handschriften in Spanien und Portugal, "Zeitschrift fur hebraeische Bibliographie", 14, 1910, 105-112 (111, n. 120); PITIGLIANI, 10, n. 19; ANTONIOLI MARTELLI, MORTARA OTTOLENGHI, 98-99; L. AVRIN, Micrography as Art, C, SIRAT, La lettre hébraique et sa signification, Paris-Jerusalem 1981, 62, nota 21, tavv. 37a (c. 214b), 37b (c. 215a). (30) In numerose regioni italiane a partire dal sec. XVI manoscritti ebraici di grande formato e di robusta pergamena vennero smembrati e i loro fogli furono utilizzati come copertine per le filze notarili, cfr. P.F. FUMAGALLI, Frammenti di manoscritti ebraici medievali nelle filze e nelle legature dei volumi degli archivi e delle biblioteche di Stato italiane, "Henoch", 8, 1986, 49-66. (31) Questi fogli mi sono stati segnalati dal dott. Mauro Perani che li ha rintracciati nell’ambito del "Progetto per la ricerca, la catalogazione, il restauro e la riproduzione fotografica dei frammenti medievali reperiti (o da reperire) nelle rilegature dei volumi degli archivi e delle biblioteche di Stato italiane". M. Perani che ringrazio per la collaborazione prestatami, ha pubblicato il resoconto dei risultati finora conseguiti nell’articolo Un patrimonio riscoperto: i frammenti di manoscritti ebraici medievali riutilizzati. Il caso dell’Emilia-Romagna, "L’ippogrifo", 2, 1989, 191-204. Per bibliografia completa si veda ora M. PERANI, Frammenti di manoscritti e libri ebraici a Nonantola, Nonantola-Padova 1992. (32) Bologna, Archivio di Stato, Miscellanea di Rota, Atti de notaio Cristoforo Glavarini, 1574-76. A questi fogli è stata data una nuova segnatura: ms. ebr. 45 (Cantico 2, 9-4); ms. ebr. 306, 1a (Ecclesiaste 10, 10-16), 1b (Ecclesiaste 10, 16-20); ms. ebr. 308 (Ester 3, 13-4, 1). (33) Correggio, Biblioteca Comunale, Archivi storici, Liber Inditionum Anni 1664 et 1665, frammenti ebraici. Perani mi ha comunicato di aver trovato in questo archivio oltre cento frammenti dello stesso formato e con la medesima grafia dei frammenti bolognesi. (34) Il colophon è stato pubblicato da LUZZATTO, 210. Sull’amanuense cfr. FREIMANN, Kopister, 111, n. 129. (35) Londra, British Library, ms. Harley 5774-5775 (n. 21 del catalogo G. Margoliouth). Un’accurata descrizione della decorazione si trova in B. NARKISS, Hebrew Illuminated Manuscripts in the British Isles. A Catalogue Raissonné. Oxford 1982, 1, 115-117, n. 24 ; 2, figg. 338-351. (36) DE ROSSI, I, LXXXVII, n. 536. (37) Questa dichiarazione di passaggio di proprietà è ricordata da A. TOAFF, Gli ebrei a Perugia, Perugia 1975, 35, 54 nota 114. (38) Il colophon è stato pubblicato da LUZZATTO, 214. (39) Lo stesso Luzzatto (ibidem) ha pubblicato la nota di possesso e un atto di acquisto. (40) STEINSCHNEIDER, 550, nota 63. (41) FREIMANN, Union Catalog, 160, n. 4160. |
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