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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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Con una lezione di metodo, certo datata ma ancor oggi valida, Eugenio Garin nel suo profilo guariniano indicava il rischio sempre presente quando negli studi classici le prospettive storiche si perdano a scapito dell'erudizione minuta (1). Tuttavia, porre a confronto i dati raccolti, cercando di non disperdersi nei rami germinati dalla ricerca iniziale, è operazione non facile, soprattutto quando si abbia a che fare con la trasmissione di un'opera come la Naturalis historia. Le vicende della sua tradizione manoscritta, si sa, sono complicate dal fatto che, per la sua ampiezza, il testo circolava, fin dall'alto Medioevo, in codici smembrati. La sua costruzione a blocchi, preludio embrionale alla struttura enciclopedica, impedì a lungo di cogliere l'intricata maglia dei rimandi interni, tessuta dall'autore al fine di renderlo testo pienamente compatto, e favorì piuttosto una sua antologizzazione, destinata a vari livelli di lettura (2). Comunque, qui si cercherà solo di vedere, e in una prospettiva per lo più padana, in quale misura quest'opera si diffondesse e con quali differenti finalità venisse utilizzata dai signori delle corti e dagli umanisti che intorno ad esse gravitavano. Indagine storica, dunque, più che filologica, che, sulla base degli epistolari, cerca di ripercorrere gli itinera seguiti dai codici pliniani e di definire i rapporti di collaborazione reciproca instaurati dagli umanisti, ma talvolta anche da questi coi loro mecenati, disposti in più di un caso ad offrire la propria mediazione, o a far sentire tutto il peso della propria autorità, nell'acquisizione o nella richiesta di prestito di codici. Del resto fu proprio la Signoria d'area padana ad impegnarsi attivamente nella ricerca di mano d'opera intellettuale, disponibile ad una produzione più o meno scopertamente propagandistica, ed in ogni caso implicata nell'edificazione di quell'aura di prestigio necessaria al consolidamento di qualunque potere principesco (3). La Mostra Storica della Biblioteca Malatestiana, tenutasi a Cesena nel 1952, ha richiamato l'attenzione su di una minuta di cancelleria del 7 ottobre 1445, conservata presso l'Archivio di Stato di Modena, indirizzata da Leonello d'Este a Tommaso Tebaldi (4). La lettera, già segnalata dal Bertoni e in seguito ricordata da Luigi Balsamo, non solo conferma il ben noto prestigio di cui godeva la biblioteca voluta da Niccolo III per l'educazione del figlio, ma testimonia l'attività di prestito avviata dagli Estensi nei rapporti di scambio culturale con gli altri centri della penisola, interessati alla rinascita degli studia humanitatis (5). Di qui l'occasione per presentare l'edizione di questo documento, degno d'interesse per l'illustre nome del mittente nonché per il fatto di chiamare in causa il protagonista di questo convegno: Malatesta Novello, appunto, e la sua biblioteca (6). Con una certa spigliatezza colloquiale Leonello si dichiara entusiasta della cupiditas mostrata dal Tebaldi nel tentativo di entrare in possesso di un codice pliniano: "Ex ornatissimis litteris tuis quas pridie accepimus cupiditatem tuam habendorum Plini Naturalis Historie librorum cognovimus, vir litteratissime Thoma". Ne manca di lodarne la diligentia con cui mostra di dedicarsi ad un simile tipo di studi: "Eamque cum sit egregia et homine studiis nostris dedito digna non modo probamus, verum etiam magis magisque laudamus". Dedizione tale da meritare il suo appoggio incondizionato nel ritrovamento di quel libro: "Quapropter in ea cupiditate ut perseveres quoadusque libros habueris te vehementer hortamur et ad eam explendam tibi adiutores nos fore promittimus". Tuttavia al momento Leonello si dice dispiaciuto di non poter soddisfare quella lodevole richiesta: "Idque impresentiarum, ut rogas, summa cum voluptate faceremus si alterimi huiusmodi librorum volumen emendatissimum quod superioribus mensibus mutuo a nobis accepit Magnificus et potens d. Malatestanovellus de Malatestis haberemus"; inoltre, se uno dei codici è a Cesena, l'altro non può uscire dalla biblioteca per un preciso motivo: "Ex eis enim nobis sunt volumina duo quorum alterum a superiore proximis annis per optimum librarium nobis iubentibus summa cum diligentia et ornatu scriptum et ex omni parte perfectum bybliotecam nostram eo pacto introivit ut ex ea numquam egrederetur ibique suum servat locum". Con discreta ma decisa risolutezza, dunque, Leonello dichiara la propria indisponibilità a prestare questo splendido codice; mentre il secondo, quando ritornerà da Cesena, sarà a completa disposizione del Tebaldi: "Alterum vero cum ab d. Malatesta domum redierit tibi libenter comodaturos [sic], offerimus. Quod tenere et eo uti poteris ad prescriptum tuum". Così, con questa chiusa affabile e conciliatoria, Leonello mitiga il proprio diniego, facendo intravvedere all'interlocutore la possibilità di appagare il suo desiderio di avere l'opera. La missiva, pur nella sua brevità, pone in rilievo alcune importanti questioni. In primo luogo informa sul numero dei codici pliniani conservati intorno al 1445 a Ferrara. Conferma, inoltre, il riconosciuto prestigio della biblioteca di Leonello, tale da spingere due noti personaggi del tempo a rivolgersi a lui per arricchire le proprie raccolte librarie (7). Ferrara si configura allora come fonte di preziosi manoscritti e nondimeno punto di raccordo fra le corti e i diversi circoli umanistici. Infatti è qui utile osservare che le trame culturali intrecciate da Leonello si estendono, dal vicino ambiente cesenate, come dimostra la lettera, a Milano, cui peraltro era legato da forti interessi politici (8). Tant'è che il bolognese Tommaso Tebaldi, cui è indirizzata la lettera e menzionato col titolo di ducalem secretarium era, dal 1440, segretario appunto di Filippo Maria Visconti, che di lui si servì, in qualità di procuratore, quando Leonello dovette prestare giuramento all'atto di entrare in possesso di Reggio (9). Tuttavia la sua notorietà non è legata solo alle mansioni esercitate presso i Signori di Milano, ma anche dal rapporto di familiarità che con lui strinse il Beccadelli e cui allusero, non senza malizia, il Valla e Pier Candido Decembrio (10). Ma, a prescindere da queste maligne insinuazioni, è pur vero che Tebaldi fu uomo di cultura, litteratissimus lo si chiama nella missiva. Del resto - come si è detto - i due si erano conosciuti personalmente in occasione del giuramento che ratificava Reggio fra i possedimenti estensi: forse proprio in memoria di quell'incontro il bolognese non esita a dar seguito alla sua richiesta, pur nella gravita del momento politico che vede il principe estense instancabile mediatore fra il Visconti e il suocero aragonese (11). Il Tebaldi ebbe inoltre relazioni coi più importanti umanisti del tempo, frequentandone assiduamente i circoli in Bologna, Roma e Milano; gli interessi maturati grazie a quegli incontri lo spinsero probabilmente a formulare una simile richiesta. Non possiamo sapere se fosse l'assenza a Milano di un manoscritto dell'Historia ad indurlo a tale istanza; del resto è anche possibile supporre il Tebaldi impegnato in un progetto di collazione fra un codice già a lui disponibile ed uno proveniente dallo scriptorium estense, nobilitato dall'instancabile opera filologica di Guarino. Resta da chiedersi se il Tebaldi avanzasse la richiesta del Plinio per conto proprio o per volontà del principe milanese: tuttavia in quest'ultimo caso il nome e il peso della autorità viscontea sarebbero in un qualche modo trapelati dalla risposta di Leonello, che con immancabile sollecitudine sarebbe ricorso a qualunque escamotage pur di favorire e di non lasciare deluse le aspettative del potente, anche se non sempre fido, alleato. Con la missiva Leonello promette sì il proprio interessamento, ma esorta anche alla pazienza il suo interlocutore: un invito che può rivolgere ad un cortigiano, cui non è legato da vincoli di gratitudine e deferenza politica. Più plausibile, quindi, propendere per la prima ipotesi. Del resto proprio Giuseppe Billanovich, aprendo i lavori di questo Convegno, identificava i veri fruitori delle biblioteche quattrocentesche nei cortigiani e non nei loro proprietari, per i quali esse erano tesori, ornamenti, oggetti di prestigio al pari dei reliquiari. Per questo, dunque, le librerie umanistiche non costituiscono un effettivo luogo di studio, ma piuttosto un serbatoio cui cortigiani e uomini di lettere, gravitanti nel medesimo circuito politico-culturale attingono volumi - proprio per questo andati spesso dispersi - destinati ad essere letti, ricopiati, collezionati. Non dispiace allora riconoscere nel Tebaldi il profilo del cortigiano delineato appunto da Billanovich: messo diplomatico al servizio del Visconti, ma anche lettore allevato alla scuola dei grandi umanisti di cui fu discepolo prima e sodale poi, come testimoniano le meste parole di commiato a lui rivolte dal Filelfo in occasione della sua partenza da Milano per Ferrara (12). Ma si ritorni, ora, alla lettera e all'ambiente ferrarese. La missiva ricordava la presenza di due soli Plinii nella biblioteca del marchese, ma ne questi ne altri sono presenti oggi a Modena (13). Non mancano, invece, notizie della loro antica presenza: le indagini archivistiche condotte da Giuseppe Campori e da Giulio Bertoni informano infatti, che nel 1434 Giovanni Falconi riscosse per la miniatura di un Plinio 35 lire, mentre da un registro di spese si apprende che nello stesso anno l'amanuense Biagio Bosoni veniva compensato per la scrittura di una Historia composta di quaranta quinterni di pergamena (14). Dalla sottoscrizione di un codice pliniano, già appartenuto agli Este, ma ora conservato alla Biblioteca Ambrosiana, si sa inoltre che Guarino emendò quel testo negli ultimi mesi del 1433: "Emendavit c.v. Guarinus Veronensis adiuvante Guilielmo Capello viro prestanti atque eruditissimo. Ferrariae in aula principis anno incarnati verbi MCCCCXXXIII. VI Kalendas septembris" (15). L'operazione testuale su questa opera andrebbe così ad inserirsi in uno dei periodi più fruttuosi dell'attività filologica guariniana, quel quinquennio 1430-1435 che vide la diffusione delle sue "edizioni" di Gellio e di Cesare, e la traduzione da Plutarco delle Vite di Lisandro e Silla, raffinato dono di nozze quest'ultimo per il matrimonio di Leonello con Margherita Gonzaga (16). Già da tempo, poi, gli studiosi hanno riconosciuto che il copista del codice ambrosiano è Biagio Bosoni, e le miniature a bianchi girari sono della elegante mano del Falconi, mentre sarebbero effettivamente di pugno di Guarino e del Capello le rare note marginali, rispettivamente linguistiche e geografiche (17). Resta, tuttavia, da spiegare l'apparente incongruenza cronologica fra la data della revisione di Guarino (1433), che in sostanza corrisponde a quella del lavoro del copista, e quella relativa al compenso del medesimo (1434). Dai numerosi solleciti di pagamento presenti negli Archivi Estensi, risulta chiara la sempre scarsa tempestività con cui i Signori di Ferrara erano soliti compensare i loro prestatori d'opera. È dunque possibile che il Plinio su cui lavorò Guarino, in collaborazione con Guglielmo Capello, sia lo stesso per il quale furono pagati l'amanuense e il miniatore, ad un anno o poco più dalla consegna del lavoro. Se così fosse il Plinio oggi a Milano potrebbe essere quello prezioso che - scriveva Leonello al Tebaldi - era inamovibile dalla biblioteca di corte. E ne comprenderemmo bene i motivi: il manoscritto era copiato dal migliore amanuense reclutato a Ferrara ed arricchito degli eleganti minii del Falconi, non solo, ma riportava le annotazioni di pugno dell'amato maestro di Leonello, appunto Guarino Veronese (18). Si spiegherebbe così l'insistenza con cui il marchese sottolinea la maestria del copista, "optimum librarium" lo chiama, e la qualità del manoscritto redatto "summa cum diligentia et ornatu scriptum et ex omni parte perfectum". La fama di questo codice doveva essersi sparsa anche lontano, e non senza imprecisione, se, in una lettera, Filelfo chiede a Niccolo Varone di adoperarsi per ottenere dalla corte di Ferrara l'esemplare pliniano redatto "Aurispae Guarinique diligentia" (19). Ma l'attaccamento di Leonello appare giustificato oltre che dal valore materiale dell'opera e dalla devozione nutrita per il maestro, fors'anche per il ricordo dell'impegno col quale si era personalmente adoperato per aiutare in quell'impresa il Guarino. Perché lo studioso potesse elaborare le sue proposte emendative, era necessario, infatti, che ponesse a confronto le lezioni testuali verificate su un ricco campione di codici. E che questa attività di ricerca fosse intensa e scrupolosa lo attesta una lettera di Leonello all'Aurispa del 29 luglio 1433, nella quale tra l'altro gli richiede proprio la trascrizione del Proemio della Naturalis historia. Il motivo, vi si dice con tono ironicamente disperato, è che "in hoc nostro nonnulli prestant [sic] scrupuli qui elevari non potuere, ad quos Sybilla aut Proteus foret opus" (20). Dunque, solo i responsi della sacerdotessa o un aiuto divino avrebbero potuto stornare i dubbi sollevati dal testo di un codice pliniano già presente a Ferrara. Pertanto, un mese prima che Guarino porti a termine il proprio lavoro di correzione sull’Historia, Leonello informa che il maestro già disponeva di un altro codice, ma non del tutto affidabile e tale anzi da suscitare spinosi problemi testuali. Le entusiastiche notizie provenienti da Basilea sui fortunati ritrovamenti dei codici devono aver indotto il Guarino, per voce dell'influente discepolo, a richiedere l'intervento dell'Aurispa; che questi poi esaudisse le richieste formulate nella lettera non è dato sapere. Certo il viaggio a Basilea fu fruttuoso: come dichiara lo stesso Aurispa a Iacopino Tebalducci, poté assicurargli il commento di Donato a Terenzio, il Panegirico a Traiano e la Physica Plinii (21). Sembrerebbe allora che l'Aurispa fosse riuscito a procurare se non tutta l’Historia (ma a Leonello interessava soprattutto la lettera dedicatoria a Vespasiano) almeno la parte contenente la materia d'argomento medico, ossia dal XX al XXXII libro. La notizia fornita dalla lettera tenderebbe ad escludere un ruolo chiave dell'umanista siciliano nella ricerca dei Plinii, che dovette però coinvolgere un'ampia cerchia di amici e conoscenti di Guarino e del suo discepolo. A confermarlo è, nella finzione letteraria del dialogo, lo stesso Leonello, prestigioso interlocutore della Politia litteraria di Angelo Decembrio, là dove dice che, pur di assicurare al maestro un "opus Plinii correctissimum" ne aveva fatto giungere a Ferrara "ex remotis etiam nationibus multa exempla" (22). Fuori dall'enfasi celebrativa resta il fatto che presso la corte molti dovettero essere i codici affluiti, ancor più numerosi forse per la frammentazione con cui il testo veniva tramandato. Non si dimentichi poi la notizia fornita dal Valla, relativa al contenuto di una lettera del '34 di Guarino a Leonello, ora perduta (23). In essa il maestro si dichiarava intento alla revisione delle prime correzioni pliniane: dunque, ad un anno di distanza dalla iniziale emendazione il Veronese, insoddisfatto, riprende in mano l’Historia. Perciò si può pensare che egli abbia incominciato a lavorare forse proprio sulla base del manoscritto di cui Leonello lamentava all'Aurispa i "nonnulli scrupuli", e che la ricerca dei codici pliniani non si fosse conclusa con le emendazioni confluite nella copia del '33; inoltre sembra trovar conferma l'idea che a Ferrara continuassero a giungere altri testi esemplari delle Historiae sempre migliori, risalenti a differenti tradizioni manoscritte: che l'umanista veronese non ritenesse definitiva questa prima redazione lo dimostra il fatto che ne mise in cantiere un'altra, avvalendosi della collaborazione di Guglielmo Capello, a cui si aggiunse Tommaso da Vicenza (24). Le decennali indagini filologico-testuali approdarono così, ad un anno dalla scomparsa del Guarino (1460), alla versione, rintracciabile ora nel codice latino monacense 11301, erede di fonti manoscritte differenti rispetto a quello Ambrosiano (25). Nella biblioteca personale del marchese, cui si rivolsero Malatesta Novello e il Tebaldi, doveva trovarsi certo l'esemplare inamovibile, ma fra i manoscritti di studio su cui Guarino eseguì le collazioni, anche un codice di sicura qualità. Malatesta Novello, del resto, anche se non sostenuto nei propri interessi eruditi dall'alto magistero guariniano, era comunque un lettore esigente e doveva essersi rivolto alla cerchia umanistica estense perché in grado di fornirgli una copia filologicamente attendibile. E che in questa scelta il signore cesenate avesse mostrato fiuto da intenditore, lo conferma la sicurezza con cui il Filelfo scriverà proprio a Ferrara, nel '51, per ottenere un Plinio (26). A questo punto sarà solo il confronto fra il più antico dei codici Malatestiani e l'Ambrosiano a stabilire se la copia prestata a Cesena ricalchi o meno il testo o le varianti presenti nel manoscritto postillato da Guarino (27). Si ritorni ora alla lettera indirizzata da Leonello a Tebaldi: complessa e significativa è infatti la rete di coordinate geografiche cui allude. Se fin qui s'è percorsa la pista di collegamento tra Ferrara e Milano, un'altra e non meno interessante resta da esplorare in direzione cesenate. L'esame dei codici conservati alla Malatestiana diventa infatti un importante momento di riscontro nell'indagine sulla circolazione pliniana in un'area non solo padana (28). Delle due Historiae possedute a Cesena, la più antica (S.XI.1), finita di scrivere l'11 ottobre 1446, fu copiata dall'amanuense Jacopo della Pergola, l'altra (S.XXIV.5), invece, terminata il 10 maggio 1451, è lavoro di Francesco da Figline, anch'egli copista ed in seguito primo bibliotecario ufficiale della Malatestiana (29). Tuttavia, mentre per quest'ultimo l'attribuzione è facilitata dal fatto che lo scrivano dice di copiarlo per il riminese Giovanni di Marco, medico di Malatesta Novello prima e archiatra di Sisto IV poi, maggiori sono invece i dubbi sollevati dal più antico. Soffermiamoci perciò su quest'ultimo. Nell'ultima carta (428r) l'amanuense, alla fine del Liber de viris illustribus che segue la Naturalis historia, annota: "Et completus fuit per me Jacobum Pergulitanum die XI Octobris MCCCCXLVI pro magnifico ac potenti domino Malatesta de Malatestis. Arimini". È chiaro dunque che il codice fu scritto per Malatesta de Malatestis, cioè per il signore di Cesena, in origine Domenico, poi Malatesta Novellus de Malatestis, dopo che ebbe assunto il soprannome dello zio detto Malatesta; e che fu scritto a Rimini, dove in quel momento si trovava il copista. Invece, Raimondo Zazzeri nel suo catalogo, forse sulla scorta di Giuseppe Maria Muccioli, non solo sostiene che il manoscritto fu copiato per Sigismondo Pandolfo Malatesta, ma afferma che il signore di Rimini donò tale codice al fratello. Altrove, invece, asserisce che lo stesso appartenne a Giovanni di Marco, il quale alla sua morte lo avrebbe devoluto alla Malatestiana insieme alla sua intera collezione libraria (30). Le ipotesi elaborate dal bibliotecario francescano e dallo Zazzeri lasciano comunque perplessi, perché non chiariscono attraverso quali canali e soprattutto per quali motivi il codice sarebbe stato trasferito a Cesena. Che sia appartenuto a Giovanni di Marco, cui verrebbe così riconosciuto il possesso di entrambi i Plini malatestiani, è affermazione del tutto inaccettabile quando si analizzino anche semplici dati documentari. Luigi Tonini, nel secondo volume della sua opera dedicata alla Signoria riminese (parte della imponente Storia civile e sacra), pubblica l'inventario dei libri lasciati per volontà testamentaria dal medico riminese alla biblioteca cesenate (31). L'elenco riporta ben 120 volumi in testa ai quali troviamo "Plinius Naturalis Historia in cartis edinis copertus corio rubeo cum cartonis otonis" del valore di 20 ducati, il più prezioso di tutta la collezione. Il documento è importante perché consente d'invalidare l'affermazione dello Zazzeri: non due ma uno solo era il codice posseduto dal medico alla sua morte, quello fatto copiare nel '51. A ciò si aggiunga il fatto che Sigismondo Pandolfo, secondo l'immagine consegnata dalla storiografia locale, non coltivò interessi da bibliofilo ne tanto meno da bibliografo con la stessa costanza e passione del fratello (32). Non solo: si ricordi poi che la lettera spedita da Ferrara nel '46 indicava espressamente Malatesta Novello come destinatario del prestito librario. Ciò detto, si analizzino sinteticamente i rapporti che legano i codici pliniani presenti alla Malatestiana. Sul piano artistico appare evidente lo scarto qualitativo: infatti il manoscritto più recente (S.XXIV.5, del 1451) presenta una decorazione poco ricercata che, per certi aspetti, sembra perfino non essere stata completata. Le miniature, che arricchiscono solo i capilettera d'inizio libro, sono piuttosto grossolane e in alcuni casi è rimasto tratteggiato solo il contorno del disegno, poi non riempito. Talora il miniatore si cimenta in una tecnica che non pare essergli propria, infatti ai ff. 290r, 328v, 344v, 363r e 374v abbozza motivi a bianchi girari, che tuttavia non eguagliano la bellezza di quelli stilati nel codice di Malatesta Novello; ottiene esiti parimenti incerti quando tenta di alluminare un motivo laterale a tutta pagina (f. 320v). A rafforzare l'idea che il lavoro decorativo non sia giunto a termine sta il fatto che lo spazio lasciato dal copista per l'esecuzione dei capilettera dei singoli capitoli sia rimasto vuoto e presenti solo la lettera corrispondente, ma in piccolo, fuori dal margine per la colonna di sinistra, mentre per quella di destra viene fatto rientrare di poco il testo. Anche la qualità della pergamena risulta inferiore a quella utilizzata per il codice di Malatesta Novello: l'integrità di numerose carte è infatti compromessa dalla presenza di occhielli, probabilmente difetti di lavorazione della cartapecora, che mai comunque intaccano la leggibilità del testo. Maggiore invece la raffinatezza artistica del codice più antico (S.XI.1, del 1446): oltre alla pregevole immagine miniata di Plinio, assimilabile all'iconografia dei patriarchi biblici, i capilettera di ogni singolo libro presentano un'accurata ed elegante decorazione a bianchi girari. Fregiati sono anche i capilettera dei capitoli, miniati in oro su fondo azzurro che, a sequenza non regolare, presentano nel corpo della lettera un emblema malatestiano, lo steccato 33).Ugualmente chiara ed ordinata è la grafia dei due copisti, Jacopo della Pergola e Francesco da Figline, che, in entrambi i codici, scrivono su due colonne, l'una (S.XXIV.5) di 48 righe, l'altra (S.XI.1) di 47. L'Epistola ad Vespasianum imperatorem apre il codice principesco come quello del medico, ad essa seguono i 37 libri della Naturalis historia, al termine dei quali troviamo in entrambi i casi la Vita Plinii estratta dal De viris illustribus di Svetonio e l’Epigramma di Plinio. Ma, mentre S.XXIV.5 si chiude qui, aggiungendo solo la dichiarazione del copista sulla data di stesura ("Scriptus et completus per me Fratrem Franciscum de Fighino Ordinis Minorum pro egregio ac praestantissimo artium et medicinae Doctore Magistro Joanne Marco de Arimino. MCCCCLI, die decima Maii", f. 396r), quello di Malatesta Novello termina aggiungendo i 47 capitoli del De viris illustribus (ff. 419r-428r). Per quanto riguarda il testo, in S.XI.1 abbiamo riscontrato numerose note marginali, di cui circa una cinquantina sono vere e proprie varianti, poco più di una quarantina, invece, semplici inserimenti (34); comunque la grafia e l'inchiostro non sembrano mutare rispetto a quelli impiegati nel testo. Nel codice di Giovanni di Marco, invece, i marginalia sono molto più rari; in pochissimi casi si tratta di varianti, di cui solo tre presentano la stessa lezione proposta in margine in S.XI.1; appena più frequenti gli inserimenti. Tuttavia in questo caso l'inchiostro è diverso rispetto a quello utilizzato nel testo e anche la grafia risulta meno curata, comunque la stessa - sembrerebbe - che a volte riporta in margine nomi di persona o di cose nominate nell'opera, o che traccia un segno verticale apponendovi accanto un •N• (nota? notanda). Certo anche il manoscritto principesco presenta parole o espressioni che vogliono alludere al contenuto di parti di capitolo, ma, più che di un lettore, paiono di mano dello stesso copista e spesso sono elegantemente stilate in inchiostro rosso. Sulla base di simili dati, stabilire se e quale rapporto eventualmente ci fu fra il Plinio di Malatesta Novello e quello del '51, risulta dunque difficile. Il copista di quest'ultimo certo rispetta la medesima suddivisione per libri e sezioni, ma non accoglie i 47 capitoli del De viris illustribus; delle varianti riportate nel manoscritto del '46, poi, ne accoglie solo tre. I dati per affermare che S.XXIV.5 sia stato esemplato su quello principesco sono dunque scarsi, benché i due testi siano sostanzialmente affini. Tuttavia, la presenza di questi due codici nella Malatestiana non esaurisce la storia delle attestazioni della Naturalis historia a Cesena, crocevia di vari e preziosi manoscritti, ma anche di un ulteriore Plinio non menzionato nei cataloghi antichi e recenti della Biblioteca. Nel 1479 esce a Treviso per i tipi dello stampatore parmense Michele Manzolini un'edizione dell’Historia curata da Girolamo Bologni, poeta latino non estraneo ad interessi antiquari e curatore della stampa di numerose opere antiche e moderne, quali le commedie di Terenzio e l’Ortographia di Giovanni Tortelli, edite entrambe nel 1477 (35). Il Bologni nella Introduzione ad una sua opera intitolata Antiquarii libri duo, rimasta in forma manoscritta, ma pubblicata nel 1722 da Girolamo Leoni nel Supplemento al "Giornale de' Letterati d'Italia" (36), fa un'importante dichiarazione. Egli sostiene di aver consultato, durante il suo soggiorno romano, quattro codici pliniani di cui il primo, "pulcherrimus, diligentissime scriptus, ornatissimeque concinnatus", lo ha reperito presso Lorenzo Zane, patriarca d'Antiochia. L'informazione diventa di sicuro interesse laddove il Bologni afferma che il codice esaminato presso il patriarca proveniva dalla biblioteca "illa celeberrima Malatestae Principis Caesenatis", anche se le sue parole non dicono espressamente che detto codice fosse di proprietà dello Zane (37). Resta da chiarire perché il manoscritto malatestiano sia finito a Roma. Il patriarca d'Antiochia di cui parla il Bologni è quel Lorenzo Zane che in più tempi, e per ben cinque volte, fu governatore di Cesena dopo la morte di Malatesta Novello, avvenuta nel 1465 (38). È noto come il convento francescano e il Comune si siano sempre adoperati per tutelare l'integrità del lascito malatestiano, in difesa del quale venne reclamata la celebre bolla pontificia poi emanata da Paolo II (39). Allo stato delle ricerche è dunque arduo stabilire durante quale dei propri soggiorni cesenati e soprattutto con quali clausole fosse stato trasferito, anche se temporaneamente, il codice a Roma, dove il Bologni lo avrebbe consultato. Quando? Difficile dirlo visto che quest'ultimo si recò nella sede pontificia in tempi diversi. Un indizio potrebbe essere suggerito dal fatto che l'antiquario ricorda di aver consultato il Plinio "apud Laurentium Antiochenum Patriarcham": è appunto nel 1471 che Lorenzo Zane viene nominato da Sisto IV patriarca di quella città, dopo essere stato governatore della Marca Anconitana. Quindi, a voler dar credito alle parole dell'umanista d'origine petroniana, l'operazione di trasferimento del pulcherrimus codex dovrebbe rimontare ai suoi due primi soggiorni risalenti al periodo 1465-67 e 1470. Certo è che Bologni fu segretario dello Zane a partire dal 1473: questo potrebbe essere il presumibile termine a quo ipotizzare la data di consultazione del manoscritto. Tali congetture, rimandano, ora, ad una verifica dell'affermazione del poeta trevisano circa la straordinaria fattura del codice; una testimonianza che indurrebbe a supporre l'esistenza di un ulteriore esemplare appartenuto a Malatesta Novello, definitivamente sottratto alla memoria storica della Malatestiana. Tentarne un'identificazione è, però, del tutto arduo, visto che non si hanno notizie sulle vicende occorse alla biblioteca dello Zane, ne le ricerche avviate, fin qui, sui cataloghi della Vaticana hanno fornito le indicazioni sperate. Non resta quindi che sottolineare il rilievo della sua presenza presso la sede pontificia, in un periodo storico e in concomitanza con una congiuntura culturale particolarmente favorevole alla diffusione della Naturalis historia. Infatti nell'ultimo trentennio del XV secolo Roma si configura come importante centro di raccolta di manoscritti pliniani, destinati a confluire nelle biblioteche private dei più dotti ecclesiasti del tempo. Zane, come abbiamo visto, fu uno di questi, ma non dimentichiamo che lo stesso Pio II, nell'agosto del '61, vendette un Plinio per 50 fiorini al vescovo di Pavia Giacomo Ammannati, che qualche studioso crede di poter identificare nello splendido codice conservato al Victoria and Albert Museum di Londra (40). Ma a Roma, dove già dal '67 Sweynheim e Pannartz avevano trasferito la loro tipografia, l’Historia si appresta a superare il ruolo fin qui riconosciutole di oggetto di prestito o di scambio fra privati, appartenenti alle élites laiche e religiose del tempo (41). Il Bologni, influenzato forse da queste operazioni editoriali - è del '70 anche l'edizione romana del Perotti -, probabilmente utilizzò proprio il codice cesenate per la sua stampa trevigiana. Tale episodio dimostra allora come la fruizione di questa monumentale summa scientifica si avvii verso una progressiva trasformazione, anche per l'impulso divulgativo dato dall'arte tipografica, responsabile, poi, di letture sempre più professionali e professionistiche delle opere antiche. Testi classici come l’Historia saranno infatti destinati ad animare non più i nobili conversari celebrati dal Decembrio, ma a far divampare ben più specialistiche polemiche. Non si può non dimenticare infatti che il secolo XV si chiude con l'edizione di testi quali il De Plinii erroribus di Niccolo Leoniceno, la Pliniana defensio del Collenuccio e le Castigationes plinianae di Ermolao Barbaro (42). La menzione di queste opere non sembri gratuita, vale infatti a sottolineare la trasformazione avvenuta, durante l'arco di qualche decennio, nell'analisi filologica dell’Historia. Alla prospettiva guariniana, volta alla ricostruzione scientifica di un testo attendibile, subentra ora quella degli studiosi della seconda generazione umanistica. A quest'ultimi, sopra menzionati, interessa piuttosto mettere a confronto l’auctoritas pliniana con quella di un Dioscoride, oppure verificare la validità e l'uso pratico che di quell'opera può fare la medicina applicata e la nuova scienza dei Brunfeis e dei Fuchs, la botanica. Lontana da ogni pretesa di esaustività, una ricerca di questo tipo si limita ad indicare uno dei numerosi e possibili nessi di parentela che legano collezioni librarie appartenenti ad aree geografiche limitrofe. Il Plinio Ambrosiano è codice di splendida fattura, così come elegante appare quello del '46 presente alla Malatestiana. Certo se il primo costituì forse l'iniziale punto d'approdo di una complessa operazione di riscontri testuali, il codice cesenate nondimeno denuncia gli indubbi interessi culturali di Malatesta Novello, attestando la cura da lui posta nel risalire alle fonti migliori per arricchire incessantemente la propria collezione. E vero che nella città estense la circolazione dell'opera di Plinio esorbitò dagli interessi del nobile committente: resta a suggerirlo il dibattito sugli "errori" dello scienziato latino, acceso sullo scorcio del secolo da uno dei suoi più illustri rappresentanti, il Leoniceno, ma che coinvolse poi, oltre al Collenuccio suo diretto antagonista, anche Ermolao Barbaro e Beroaldo. Infatti, specie nell'ambito universitario, la lettura di Plinio contribuì ad innescare una discussione che non scaturiva più dalla curiosità e magari dallo snobismo culturale di un signore, ne dallo scrupolo filologico del Guarino. Essa diventava ormai funzionale, in un circuito non più cortigiano ma accademico, alla attribuzione di uno statuto di scientificità a pochi e selezionati testi antichi e, sulla base di questi, al raggiungimento di una maggiore professionalità nell'esercizio della medicina. Quale la recezione dell’Historia presso la corte malatestiana? La struttura enciclopedica ne fa un testo aperto, passibile di letture molteplici e tutte seducenti, ricco com'è di dati spesso aridi ma anche di descrizioni strabilianti, di aneddoti curiosi in cui l'elemento naturale tende sempre ad antropomorfizzarsi, a divenire segno di realtà altre. I rapporti di reciprocità che legano secondo alterni flussi di simpatia ed antipatia le cose del creato, certo dovettero affascinare un signore come Malatesta Novello, allevato ad una sensibilità umanistica della natura, dominata dal pensiero dell'animismo neoplatonico. La possibilità di rintracciare in un unico contenitore repertori di dati rigorosamente elaborati nonché inventari di piante, animali e minerali, rendeva questo testo un vero museo di mirabilia et memorabilia, prezioso e immancabile nella biblioteca di un principe umanistico, perché capace di arricchire conoscenze inerenti a diverse discipline e di soddisfare qualunque curiosità, in grado di fornire un'idea di "natura come ciò che è esterno all'uomo, ma che non si distingue da ciò che è più intrinseco alla sua mente, l'alfabeto dei sogni, il cifrario dell'immaginazione, senza il quale non si da ragione ne pensiero" (43). (1) E. GARIN, Guarino Veronese e la cultura a Ferrara, in Ritratti di umanisti, Firenze 1967, 82-85. (2) Nel Medioevo l'opera pliniana venne diffusa soprattutto attraverso excerpta; ciò ha contribuito a rendere la sua tradizione manoscritta fortemente mendosa. Quanto al suo impiego va detto che il testo costituiva fonte inesauribile di notizie a livello scientifico e parascientifico soprattutto per astronomi, cartografi, medici ed esegeti biblici, e di exempla didascalico-moraleggianti per un pubblico laico e non accademico. L'opera di emendazione avviata in epoca umanistica, grazie all'impulso dato agli studi filologici dalla stampa, contribuisce a ricuperare l'originale coesione interna del testo e a favorirne la pubblicazione integrale. Diversi sono ora gli interessi sollecitati dall'opera, cui gli umanisti guardano soprattutto per le notizie fornite sulla civiltà e cultura romana e per quella terminologia scientifica che, pur nella sua approssimazione, consentirà di tradurre tanti testi greci in latino. Sulla fortuna della Naturalis historia sono da consultare i preziosi contributi di: A. BARCHIESI - G. RANUCCI - C. FRUGONI, Nota bibliografica, in G. PLINIO SECONDO, Storia Naturale, Torino 1982,1, XLIX-LXXIV; R. LENOBLE, La "Storia Naturale" di Plinio, in Per una storia dell'idea di natura, Napoli 1974, 167-251. Per un regesto di traduzioni e commenti: C.G. NAUERT jr., C. Plinius Secundus (Naturalis Historia), in Catalogues Translationum et Commentariorum: Medieval and Renaissance Latin Translations and Commentaries. Annoted lists and guides, Washington 1980, IV, 297-422. Per le edizioni umanistiche dell'opera è da vedere: R. SABBADINI, Le edizioni quattrocentesche della Storia Naturale di Plinio, "Studi italiani di Filologia classica", VIII, 1900, 439-448, in cui però non viene menzionata l'edizione di Treviso, a cura di Girolamo Bologni, pubblicata nel 1479 dal parmense Manzolini (cfr. n. 38). (3) Sul forte interesse per la politica culturale alimentata dalle Signorie padane rinascimentali, puntuali appaiono i rilievi proposti da M. BERENGO, Conclusioni, in Il Rinascimento nelle corti padane. Società e cultura, a cura di P. ROSSI, Bari 1977, 607-609. Ma si veda anche J. LARNER, Signorie di Romagna. La società romagnola e l'origine delle Signorie, Bologna 1972. (4) La minuta indirizzata da Leonello al Tebaldi è conservata nei registri di lettere della Cancelleria ducale estense, presso l'Archivio di Stato di Modena; qui si veda in Appendice. (5) G. BERTONI, Guarino da Verona fra letterati e cortigiani a Ferrara (1429-1460), Ginevra 1921, 102; L. BALSAMO, La circolazione del libro a corte, in La corte e lo spazio: Ferrara estense, a cura di G. PAPAGNO e A. QUONDAM, Roma 1982, 672. (6) L'edizione della lettera segue in Appendice. (7) Notizie sull'illuminato marchese estense, cui si deve la trasformazione di Ferrara da città medievale a capitale umanistica, si trovano nella utile ma ormai un po' antiquata biografia di G. PARDI, Leonello d'Este marchese di Ferrara, Bologna 1904, e nelle pagine più recenti che gli dedica L. CHIAPPINI, Gli Estensi, Milano 1967,103-118. Sui possessi della Biblioteca Estense, cfr. A. CAPPELLI, La Biblioteca Estense nella prima metà del secolo XV, "Giornale storico della letteratura italiana", XIV, 1889, 1-30, contenente l'inventario più antico risalente a Niccolo III (1436); G. BERTONI, La Biblioteca estense e la cultura ferrarese ai tempi del duca Ercole I (1471 -1505), Torino 1903, che riporta tre inventari relativi alla collezione di Borso (1467), e alle librerie di Eleonora d'Aragona (1493) ed Ercole I (1495); ID, La Biblioteca di Borso d'Este, "Atti della Regia Accademia delle Scienze di Torino", LXI, 1926, 705-728. Si fa notare, comunque, che le notizie fornite dagli inventari non sempre sono probanti per accertare l'indiscutibile presenza, o meno, di un testo nella biblioteca ferrarese. Gli esponenti più in vista della famiglia possedevano piccoli nuclei privati di testi che non venivano catalogati e avevano una circolazione più libera; pertanto non bisogna stupirsi che non si abbia menzione di un esemplare della Naturalis Historia prima del 1493. A questa data risale l'inventario sopraindicato di Eleonora d'Este che menziona appunto "Uno Plinio volgare ligato con le albe di legno et uno fondello et suoi azulli in carta bambasina", mentre quello di Ercole I attesta un "Plinio in latino coperto de corame negro stampato", cfr. BERTONI, La Biblioteca estense, 229, 252. Notizie di carattere più generale sull'argomento si trovano in L.N. CITTADELLA, Il Castello di Ferrara, Ferrara 1875; G. BERTONI - E. VICINI, Il Castello di Ferrara ai tempi di Niccolò III. Inventario della suppellettile del Castello (1436), Bologna 1907; A. VENTURI, L'arte ferrarese nel periodo di Ercole I, "Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia patria per le province di Romagna", s. III, VI, 1888, 91-119 e VII, 1889, 368-412. (8) Nel timore d'ingerenze politiche e d'invasioni territoriali da parte dei veneziani, Ferrara si era assicurata l'amicizia di Milano fin dai tempi di Niccolo III. Leonello, sorretto dal fratello Borso, mantenne questa linea diplomatica e, ad ulteriore conferma della propria fedeltà, offerse la sua mediazione nelle complicate trattative che videro Alfonso d'Aragona chiedere il sostegno di Filippo Maria Visconti. Per questo, proprio fra il 1445 e il '47, i rapporti fra la corte estense e quella viscontea s'intensificarono: restano ad attestarlo i documenti conservati all'Archivio di Stato di Modena (Mandati, 1445) coi quali s'annuncia l'invio di ambasciatori a Milano per trattare l'alleanza col Magnanimo. Sull'argomento cfr. PARDI, 74-78, 92-121. (9) Notizie su Tommaso Tebaldi in L. FRATI, Due umanisti bolognesi alla corte ducale di Milano, "Archivio Storico Italiano", s. V, XLIII, 1909, 359-374. Tenuto a battesimo culturale e mondano dal Panormita, il Tebaldi svolse per lo più funzioni diplomatiche per Filippo Maria Visconti, forse dal 1433-34 al '60, data in cui ottenne un incarico presso Borso d'Este. Da lustro alla sua immagine la familiarità che lo legò ad insigni personaggi della scena culturale del tempo, quali Francesco Filetto e Piattino de' Piatti, fondatore delle omonime scuole milanesi; cfr. G. D'ADDA, Indagini sulla Libreria Viscontea-Sforzesca. Appendice, Milano 1875, 27-32. Ma lo stesso Guarino si servì della sua mediazione per rientrare in possesso del codice contenente le commedie plautine "incautamente" prestato al Panormita, e per poter consultare il commento di Donato a Terenzio "quem Mediolani esse fama est", cfr. Epistolario di Guarino Veronese raccolto, ordinato e illustrato da R. SABBADINI, Venezia 1915-19 ("Miscellanea di Storia Veneta edita per cura della R. Deputazione di Storia Patria", s. III), I, 203-205 (n. 661), 449-450 (n. 791). L'amicizia del Filelfo è sottolineata dal fatto che questo gli dedicò i propri Convivia: ID., Conviviorum libri duo, Spiris, C. Histius imprimebat, 1508. (10) Velenosi sono gli appellativi rivolti dal Valla al Panormita che, proprio per la sua amicizia col Tebaldi, viene chiamato "puerorum mango", né meno allusivi sono i riferimenti contenuti nelle citazioni riportate da V. BAROZZI - L. SABBADINI, Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze 1891, 15-18. (11) Filippo Maria Visconti aveva inviato Tommaso Tebaldi come procuratore alla presenza del quale si sarebbe svolta la cerimonia del giuramento che sanciva il controllo della cittadina padana da parte di Ferrara. Lo confermano i documenti presenti all'Archivio di Stato di Modena [Pergamene, 1442, 18 febbraio, 1443, 7 marzo). (12) F. FILELFO, Epistolarum libri [...], Venetiis, Ex Aedibus Joannis et Gregorii de Gregoriis fratres, 1502, 121v-122r: "Tibi gratulor vehementer quod secundis usus fortunae flatibus te in portum quietum istum tranquillimumque recepisti ita mihi non possum non dolere plurimum quod per abitionem amicissimi hominis ea sum privatus consuetudine qua dulcius nihil poteram. Quis enim te uno prudentior? quis humanior? quis amicitiae observantior? Quare non possum non moleste ferre quod tua careo presentia cuius consilium grave est probitas singularis eloquentia admiranda. Ut hanc tamen aegritudinem meam feram modice ea vincor ratione quod amicus amandus est propter seipsum nullis etiam nostris commodis praesertim quod amicorum etiam commoda nobis cum illis communia sunt ducenda. Quare non tibi modo sed mihi quoque gratulor ipsi quod apud eum principem vitam tibi agendam delegeris cuius summae divinaeque virtutes tot tantaeque sunt ut universam non modo Italiam sed etiam Europam in admirationem sui converterint. Quem enim invenias in omni probitatis et excellentiae genere quem praestantissimo duci Borsio anteponas. Relinquum est ut quam mutuam non animorum sed corporum praesentiam locorum aufert intervallum eam crebritas inter nos litterarum assidue representet Hoc autem cum facillimum est futurum tum utrique nostrum iucundissimum. Vale". Ex Mediolano, III Kal. martias 1461. (13) Dal Catalogo manoscritti dei Codici Latini della Biblioteca Estense di Modena risultano solo due codici contenenti epitomi: Epitoma Plinii Secundi in historiam naturalem per Dom. Ludovicum de Guastis, ms. α. R. 3. 8 (3), e un'altra di veste più elegante contenuta all'interno di una miscellanea latina (ms. α. Q. 4. 15). Il secondo codice non è che una trascrizione raffinata del primo in quanto entrambi i testi (privi della biografia svetoniana, delle lettere di Plinio il Giovane e di quella a Tito) si aprono invece con una epistola dedicatoria di Ludovico de Guastis al principe lucchese, e dei 37 libri, presentano in forma di compendio la stessa scelta di capitoli, identicamente riproposta. Non si sa con precisione la data in cui questi excerpta vennero acquistati dall'Estense; infatti è improbabile che ci siano rapporti fra questi e la vendita della cospicua collezione libraria del principe lucchese, avvenuta in seguito al rovesciamento del suo potere e che provocò la totale dispersione della biblioteca. A favore di quest'ipotesi - seducente proprio perché fu Leonello ad acquistare (1434) il prezioso armadio fatto costruire dal Guinigi per i propri codici - non depongono però a favore i dati cronologici: la deposizione del Guinigi risale al 1430, mentre dei due compendi estensi sappiamo che il primo venne redatto nel 1482; del secondo invece non si ha la data di stesura. Sull'argomento cfr. S. BONGI, Di Paolo Guinigi e delle sue ricchezze, Lucca 1871, 22-27, 46-49, e PARDI, 85. (14) In un Registro: Intra espexa del 1434 (f. 149) risulta un Biagio Bosoni copista a Ferrara, per conto di Leonello, di un Plinio e de Commentarii di Cesare. Cfr. BERTONI, La Biblioteca estense, 102 n 1 - ID., Notizie sugli amanuensi degli estensi nel Quattrocento, "Archivum Romanicum", S.I, I, 1918, 29-57, dove vengono riportati i giudizi espressi sul copista da Guarino che lo chiamava "optimus", e dal Lamola che lo ricorda come "librarius peregrinus". Quanto a Giovanni Falconi, attivo a Firenze per conto di Niccolo III e di Leonello dal 1434 al '37, cfr. G. CAMPORI, I miniatori degli Estensi, "Atti e memorie delle regie deputazioni di storia patria per le province modenesi e parmensi", VI, 1872, 245-273. (15) Per la segnatura del codice (D. 531 inf.), cfr. Inventario Cerruti dei manoscritti della Biblioteca Ambrosiana, Milano 1973, 1, 685; per la sua descrizione: I codici miniati della Biblioteca Ambrosiana, a cura di R. CIPRIANI, Padova 1968, 227. Quanto alle caratteristiche esteriori del codice si ricorda che l'indice delle materie è riportato sinteticamente nel primo libro e analiticamente in testa ai singoli capitoli, non mancano poi le due lettere di Plinio il Giovane a Marco e a Tacito (III, 5; VI, 16) e la Vita Plinii ricavata dal De viris illustribus di Svetonio, testimonianze, queste, che diventeranno canoniche anche nelle seguenti edizioni a stampa. Per i caratteri testuali del manoscritto si vedano le osservazioni di R. SABBADINI, La Scuola e gli studi di Guarino Guarini veronese, Catania 1896, 115-118. (16) Gli studiosi hanno individuato ormai con certezza nel codice estense (α. W. I, 3) il testo approntato dal Guarino e dal Lamola delle opere cesariane, concluso intorno alla prima metà del 1432; cfr. BERTONI, La Biblioteca estense, 104; SABBADINI, La Scuola, 119-123. Un regesto dei codici latini studiati e posseduti dal filologo veronese è in ID., Codici latini posseduti, scoperti, illustrati da Guarino Veronese, "Museo italiano d'antichità classiche", 1888, 373-456. (17) Notizie di Guglielmo Capello, primo precettore di Leonello, erudito geografo, commentatore del Dittamondo, in G. BERTONI, I maestri degli Estensi nel Quattrocento, "Archivum Romanicum", s. I, I, 1917, 58-72; F.R. HAUSMANN, Guglielmo Capello, in Dizionario Biografico degli Italiani, XVIII, Roma 1975, 494-495. (18) A Guarino Niccolò d'Este aveva affidato il compito di dare al giovane Leonello un'educazione consona ai suoi futuri compiti di marchese, che questi seppe assolvere con equilibrio e senso di giustizia. Per l'attività filologica e pedagogica, svolta prima come educatore del giovane principe, poi come docente presso lo Studio ferrarese, sono da vedere le note di C. ROSMINI, Vita e disciplina di Guarino Veronese e dei suoi discepoli, Brescia 1805; R. SABBADINI, Vita di Guarino Veronese, Genova 1891,41-61, 95-104; ID., La Scuola; GARIN, passim. Sui canoni pedagogici quattro-cinquecenteschi cfr.: W.H. WOODWARD, La pedagogia del Rinascimento, tr. it., Firenze 1923; E. GARIN, L'educazione in Europa (1400-1600), Bari 1957; Vittorino da Feltro e la sua scuola: umanesimo, pedagogia, arte, a cura di N. GIANNETTO, Firenze 1981, 12-148. (19) FILELFO, 68v: "aliud nihil fuit quam desiderium Plinii consequendi, eius inquam qui de naturali historia est inscriptus. Hunc audio florentissimo tuo principi esse emendatissimum Aurispae Guarinique eruditissimorum hominum diligentia. Itaque eum mihi excribi cupio et id quidem istic apud vos si quis non indoctus librarius inveniri quaet". Ex Ticino xv Kal. Decembres. 1451. Il contenuto di questa missiva trova riscontro anche in altre lettere spedite allo stesso Niccolò Varone (ibidem, 69r). È questa l'unica fonte che ricorda l'Aurispa come collaboratore del Guarino per l'emendazione del testo pliniano ma la notizia non pare attendibile perché l'umanista siciliano aiutò il maestro di Leonello soprattutto nella ricerca dei codici più che nell'attività filologica. Bene mette in luce la vocazione bibliofila dell'Aurispa A. FRANCESCHINI, Giovanni Aurispa e la sua biblioteca, Padova 1976, 3-52, di cui pubblica il prezioso inventario dei libri posseduti. Sull'argomento cfr. R. SABBADINI, Codici latini, 431-433. (20) Leonello in questa lettera, che è la risposta ad una precedente missiva dell'Aurispa - in cui si annunciava il felice arrivo al Concilio di Basilea dove era giunto in compagnia di Meliaduse, fratello del marchese - si congratula con lo studioso proprio per la scoperta dei nuovi codici antichi oltre che per l'esito del solenne consesso, cfr. Carteggio di Giovanni Aurispa, a cura di R. SABBADINI, Roma 1931, 83. (21) Si è già detto dello smembramento e della diffusione tramite excerpta della Naturalis Historia verificatasi durante il Medioevo: cfr. supra n. 2. La Physica o Medicina Plinii è appunto uno di quei centoni accresciuto però di altre fonti mediche, diffusosi a partire dal III secolo dopo Cristo. Sui ritrovamenti citati, cfr. Carteggio di Giovanni Aurispa, 81. (22) A. DECEMBRIO, Politia litteraria, Basileae, per I. Hervagium, 1562, 1, 44. Sul cenacolo letterario voluto da Leonello, cui parteciparono alcuni dei più celebri umanisti dell'epoca, utile è A. DELLA GUARDIA, La "Politia litteraria" di Angelo Decembrio e l'Umanesimo a Ferrara nella prima metà del secolo XV, Modena 1910. Interessante è la segnalazione del Sabbadini che ha individuato una Medicina Plinii, in tre libri, nell'inventario della biblioteca appartenuta ad Angelo Decembrio: cfr. ID., Le scoperte dei codici latini e greci ne' secoli XIV e XV, Firenze 1905, 138. (23) Nel ricordare il valore di quanti hanno avuto il merito d'intraprendere l'opera d'emendazione del testo liviano, Valla afferma: "Testimonio est manus Guarini in Plinium de naturali historia. Quod opus cum sciamus mendosissimum, tamen totum velut immensum vastumque aedificium resarcire conatus est; et scriptis ad Marchionem Hestensem literis id se praestitisse gloriatur, quod non minoris negocij est quam Livium emendasse, in quo ipso hunc elaborasse, cum alius tum fìlius suus Hieronymus illo patre dignus affirmat", in L. VALLA, In Bartolomaeum Facium Ligurem, invectivarum seu recriminationum libri IV, in Opera, Basileae, Apud H. Petrum, 1540, IV, 602. (24) Su questa seconda redazione, cfr. R. SABBADINI, La Scuola, 115-118, dove si trova un più puntuale confronto del codice Monacense con quello Ambrosiano. (25) Per una succinta descrizione del codice (Monac. lat. 11301), cfr. Catalogus codicum manu scriptorum Bibliothecae Regiae Monacensis, Monachii 1876 (Unveränderter Nachdruck, Wiesbaden 1968, t. IV, p. II, 11-12): il codice proviene dalla biblioteca canonica del monastero di Polling. (26) Cfr. supra, n. 19. (27) Purtroppo la prolungata chiusura della Biblioteca Ambrosiana ha impedito di prendere diretta visione del codice per le cui caratteristiche: facciamo perciò riferimento alle note di SABBADINI, La Scuola, 115-118, e cfr. supra, n. 15. (28) Per le vicende storiche e le notizie principali sui possessi librari della biblioteca cesenate, sintetiche quanto precise sono le note, pronunciate da Augusto Campana, in occasione dell'apertura della Mostra Storica della Biblioteca Malatestiana: ID., Origine, formazione e vicende della Malatestiana, "Accademie e Biblioteche d'Italia", XXI, 1953, 3-16; ID., Biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle Biblioteche d'Italia. Emilia-Romagna, Milano 1932, 83-110. Sulla traccia di queste indicazioni si è poi mosso A. DOMENICONI, La Biblioteca Malatestiana, Cesena 1982 (2) (I ed., Cesena 1960). Interessanti gli studi più recenti di G. ORTALLI, Malatestiana e dintorni. La cultura cesenate tra Malatesta Novello e il Valentino, in Storia di Cesena, Rimini 1985, II, t. II, 129-165. Per una descrizione dei codici malatestiani cfr. G.M. MUCCIOLI, Catalogus manuscriptorum Malatestianae Caesenatis Bibliothecae, Caesenae 1780, II, 50-51,159; R. ZAZZERI, Sui codici e i libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Ricerche e osservazioni, Cesena 1887, 336-338, 455-456. (29) Quanto ai copisti, per il primo si veda: ZAZZERI, 14; A. CAMPANA, Origine, 12; DOMENICONI, 14, 38; per le informazioni relative a Francesco da Figline, frate priore conventuale, cappellano del principe e primo custode della biblioteca: cfr. ibidem, 20, 26, 28, 37. Sul ruolo avuto dai francescani nella nascita e conservazione della Malatestiana, cfr. A. DOMENICONI, I custodi della Biblioteca Malatestiana di Cesena dalle origini alla seconda metà del Seicento, "Studi Romagnoli", XIV, 1963, 385-396. (30) Zazzeri sembra davvero cadere in contraddizione: se nel Proemio (XIV) giustifica la presenza del codice a Cesena in quanto dono di Sigismondo Pandolfo Malatesta, a 338 invece sostiene che, trascritto per conto di quest'ultimo, passò per vie e motivi imprecisati dalle mani dei francescani riminesi a quelle di Giovanni di Marco. La fonte, almeno della prima di queste affermazioni, è certo Giuseppe Maria Muccioli, autore del primo catalogo dei manoscritti malatestiani: MUCCIOLI, II, 51 (d). (31) L. TONINI, Appendice dei documenti al vol. V, in Rimini nella signoria de' Malatesti, Rimini, 262-269. (32) Sulla figura del principe riminese ricordiamo solo alcuni dei numerosi contributi pubblicati: A. PIROMALLI, Sigismondo Malatesta e l'organizzazione della cultura, "Historica", VI, 1953,60-67; A. VASINA, La società riminese nel Quattrocento, in Studi malatestiani, Roma 1978, 21-70. Per una bibliografia più completa sull'argomento si consultino le recenti note di ORTALLI, 143-145. (33) Se le tre bande scaccate e le tre teste sono i veri e propri stemmi malatestiani, è lo steccato l'emblema presente nei codici sicuramente appartenuti a Malatesta Novello. (34) I segni di richiamo impiegati per le varianti sono: /. e •• in S.XI.1, mentre :. e •• per S.XXIV.5, sempre apposti sulla parola dubbia del testo e su quella proposta in margine. Per gli inserimenti la gamma di segni utilizzati nel codice scritto per il principe è varia: Λ, /:, .-, λ, /, //; di questi solamente l'ultimo è rintracciabile nel manoscritto più recente. (35) Su questo erudito dagli interessi editoriali, di origine bolognese ma attivo presso le più celebri corti, quali Venezia e Milano, e in contatto coi nomi più prestigiosi dell'Umanesimo italiano, cfr. R. CESERANI, Girolamo Bologni, in Dizionario Biografico degli italiani, XI, Roma 1969, 327-331. Dell'edizione pliniana curata dal Bologni si ricorda anche il Muccioli, che la dice presente "in hac nostra Ravennae Bibliothecae": cfr. ID., II, 50. Benché la qualità delle stampe curate dal Bologni non fosse sempre eccellente, il Rezzonico sostiene che l'editio tarvisina sia di un certo pregio per l'elegante fattura e perché propone le Correctiones di Filippo Beroaldo, oltre che la lettera apologetica dello stesso Bologni ad Johannem Bombenum, cfr. A.G. DELLA TORRE REZZONICO, Disquisitiones plinianae, Parmae 1767, II, XI, 295-96. (36) Cultore di numismatica e archeologia, il Bologni trascrisse le iscrizioni raccolte durante le sue ricerche nell'opera Antiquarii libri duo che non vide mai le stampe e che trovò pertanto scarsissima circolazione: essa è reperibile solo in forma manoscritta presso il Civico Museo Correr di Venezia e la Bibliotèca Universitaria di Padova; cfr. CESERANI, 331. (37) Dell'Origine, delle Terre ad essa soggette, e degli Uomini illustri della città di Trevigi. Dissertazione di GIROLAMO BOLOGNI, Trevigiano. Poeta Laureato, in G. LEONI, Supplemento, "Giornale de' Letterati d'Italia", 1722, II, 115-53: si tratta in realtà di una parte dell''Introduzione agli Antiquarii libri duo, cui segue un'annotazione biografica sul Bologni. (38) Sulle travagliate vicende di questo dinamico e battagliero personaggio, cfr. G. DEGLI AGOSTINI, Notizie isterico-critiche intorno la vita, e le Opere degli Scrittori Viniziani, Venezia 1752, I, 177-204. Lo Zane fu ripetutamente chiamato a Cesena, anche per periodi brevi: Dicembre 1465-67; Maggio-Ottobre 1470; Aprile-Novembre 1475; Aprile 1479-Marzo 1480; Dicembre 1483-Settembre 1484, cfr. R. WEISS, Lorenzo Zane arcivescovo di Spalato e governatore di Cesena, "Studi romagnoli", XVI, 1965, 163-169; J. ROBERTSON, The return of Cesena to the direct dominion of the Church after the death of Malatesta Novello, ibidem, 123-161. A partire dal 1473 il Bologni fu segretario del vescovo, protettore anche di astrologi di fama come Leonardo Montagna e Gregorio Lazzarelli. (39) Con la morte di Malatesta Novello, il Comune di Cesena, temendo la dispersione della biblioteca, invoca la protezione papale. Paolo II, congiunto fra l'altro dello Zane, proibisce allora, con la bolla del 21 Gennaio 1466, la vendita dei codici, comminando scomunica a chi ne avesse tentato illecita asportazione. Cfr. DOMENICONI, La Biblioteca, 13, 21. (40) Sulla notizia che Goro Piccolomini comprò questo codice, interessanti appaiono le dotte e documentate affermazioni di P. CHERUBINI, Giacomo Ammannati Piccolomini: libri, biblioteca e umanisti, in Scrittura, biblioteche e stampa a Roma nel Quattrocento, Atti del 2 ° Seminario, 6-8 maggio 1982, a cura di M, MIGLIO, Città del Vaticano 1983, 190, n. 42. Per le argomentazioni addotte dagli studiosi, che sembrano identificare il codice dell'Ammannati nel K.R. Press D. 12, conservato nella biblioteca londinese, cfr. P. CHERUBINI - A. ESPOSITO - A. MODIGLIANI - P. SCARCIA PIACENTINI, Il costo del libro, in Scrittura, biblioteche e stampa, 369, n. 131. (41) A questi due tipografi si deve la stampa nell’Historia pliniana, curata da Niccolo Perotti, uscita nel 1473 in polemica con quella approntata dal vescovo Giovanni Andrea Bussi, detta edizione Aleriense, cui aveva collaborato anche Teodoro Gaza (Venetiis, Jenson, 1472). Sul vescovo-editore, cfr. M. MIGLIO, Giovanni Andrea Bussi, in Dizionario Biografico degli Italiani, XV, Roma 1972, 565-574. Per inquadrare la genesi e gli strumenti metodologici impiegati dal Perotti per questa edizione, utili sono le osservazioni di G. MERCATI, Per la cronologia della vita e degli scritti di Niccolo Perotti, Roma 1925, 87-110; interessante fra le varie indicazioni bibliografiche, l'intervento di S. BOLDRIN1, La patria del Perotti, "Res Publica Litterarum", IX, 1986, 9-148 e l'aggiornamento di G. LOMBARDI, Nuovi studi su Perotti, "Roma nel Rinascimento", 1989, 102-116. (42) In reciproca polemica i tre umanisti furono protagonisti di uno dei più vivaci dibattiti filologici dell'epoca, imperniato su un'opera, la Naturalis historia appunto, fondamentale nell'edificazione della medicina come scienza moderna. Sull'argomento ampia la panoramica fornita da L. THORNDIKE, A History of magie and Experimental science, New York 1947-58, IV, 593-610; più specifici gli interventi di M. SANTORO, La polemica pliniana fra Leoniceno e il Collenuccio, "Filologia romanza", 1956,162-205; G. FERRARI, Gli errori di Plinio. Fonti classiche e medicina nel conflitto tra Alessandro Benedetti e Nicolo Leoniceno, in Sapere e/è potere. Discipline, dispute e professioni nell'Università medievale e moderna. Il caso bolognese a confronto, Bologna 13-15 aprile 1989, Bologna 1990, II, 173-204. (43) I. CALVINO, Il ciclo, l'uomo, l'elefante, in PLINIO SECONDO, XVI. APPENDICE In uno dei registri di lettere della Cancelleria ducale estense, conservati presso l'Archivio di Stato di Modena (Leggi e Decreti. Registri di lettere 1445-49 / 1469-71. Serie C), si trova una minuta di lettera indirizzata da Leonello d'Este al segretario di Filippo Maria Visconti, Tommaso Tebaldi. La bozza - una carta volante inserita fra le pagine 68 e 69, già f. 35r - si trova nel secondo dei quattro fascicoli di cui si compone il registro cartaceo. Ognuno di essi contiene lettere trascritte, rispettivamente, il primo fra il 13 gennaio e il 25 giugno 1445, il secondo fra il 13 giugno e il 10 dicembre 1445, il terzo fra il 25 dicembre 1445 e il 22 marzo 1449, il quarto fra l'11 novembre 1469 e 1'8 gennaio 1471. Al plico è accluso un index nominum dei destinatari, redatto in epoca più recente. Si ricordi che una trascrizione della lettera fu già pubblicata da Giulio Bertoni nel 1921 (cfr. n. 5). Avvalendoci dei preziosi suggerimenti del professor Augusto Campana - che qui ringraziamo - ne presentiamo ora l'edizione, in cui abbiamo sciolto le abbreviazioni (in alcuni casi fra parentesi tonde), mentre di quelle uncinate ci siamo avvalsi per qualche integrazione necessaria. |
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Ex ornatissimis litteris tuis quas pridie accepimus cupiditatem tuam habendorum Plinii Naturalis historie librorum cognovimus, vir litteratissime Thoma. Eamque cum sit egregia et homine studiis nostris dedito digna non modo probamus, verum etiam magis magisque laudamus. Sunt enim p(re)clari libri tum ordine atque suavitate dicendi tum quod historiam continent cognitione dignissimam. Quapropter in ea cupiditate ut perse veres quoadusque libros habueris te vehementer hortamur et ad eam explendam tibi adiutores nos fore promittimus. Idque impresentiarum, ut rogas, summa cum voluptate faceremus si alterum huiusmodi librorum volumen emendatissimum quod superioribus mensibus mutuo a nobis accepit Magnificus et potens d. Malatestanovellus de Malatestis haberemus. Ex eis enim nobis sunt volumina duo quor(um) alter(um) a superiore proximis annis per optimum librarium nobis iubentibus summa cum diligentia et omatu scriptum et ex omni parte perfectum bybliotecam nostram eo pacto introivit ut ex ea numquam egrederetur ibique suum servat locum. Id volumus ut ulla conditione efferatur. A<l>terum v(er)o cum ab d. Malatesta domum redierit tibi libenter (sic) <nos> comodaturos offerimus. Quod tenere et eo uti poteris ad prescriptum tuum. Vale. F(errarie) vii octobris 1445. Ad Thomam Thebaldum bonon(iensem) Ducalem Secretarium |
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1. 4. 8. 9. 10. 12. 13. 14. 15. 16. 17. |
quas pridie accepimus: inserito in interlinea fra tuis e cupiditatem. etiam: segue un altro etiam poi cancellato. nos. è aggiunto in interlinea. volumen: l'originale ha volumens con la s finale cancellata. emendatissimum: dopo volumen seguiva a quo alterum proximis annis ab optimo librario esemplari curavimus, cancellato e sostituito sopra la linea da duo enim, parole a loro volta biffate, quindi da emendatissimum scritto nell'interlinea. duo: è aggiunto in interlinea fra volumina e quorum superiore: seguiva un emendatissimum, aggiunto in interlinea e poi cancellato annis: seguiva librar, interrotto e poi cancellato. per optimum librarium: in correzione: prima aveva scritto ab optimo librario. eo pacto: seguiva inferri fecimus, cancellato e sostituito in interlinea da introivit. ex ea: è aggiunto in interlinea, a sostituzione di una e cancellata prima di Id volumus, il periodo cominciava con una parola forse corretta e poi cancellata, non identifìcabile ulla: inizialmente nulla, cui è stata poi biffata la n. efferatur: sembra corretto; seguiva de (?) statui, forse statui<mus>, poi cancellato A<l>terum vero: è aggiunto in interlinea a sostituzione di un Sed cancellato cum: seguiva ac superius cancellato. tibi: era preceduto da id cancellato libenter: aggiunto in interlinea fra tibi e comodaturos. |
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