Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts
 

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Per il catalogo dei manoscritti greci della Malatestiana


in Il dono di Malatesta Novello. Atti del convegno, Cesena, 21-23 marzo 2003, a cura di Loretta Righetti e Daniela Savoia, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2006, pp. 503-512

Un nuovo catalogo dei codici greci della Malatestiana dovrà cominciare con l'esame delle precedenti catalogazioni del Muccioli, dello Zazzeri e di Mioni (1), e dovrà allo stesso tempo dare conto delle trattazioni specifiche o decisamente monografiche riservate di recente ad alcuni esemplari della piccola collezione: ciò allo scopo di documentare nel modo più obiettivo lo stato dell'arte, facendo così meglio risaltare le novità, sicuramente non trascurabili, apportate dalla nuova opera. Esse riguarderanno in primo luogo la datazione dei codici e la definizione, almeno ipotetica, della loro origine e provenienza: ne parla in questo stesso volume Gianfranco Fiaccadori, con la competenza che gli deriva dall'aver ampiamente descritto due codici di questo fondo.

L'elenco dei quattordici codici greci, disposti sugli ultimi tre plutei della navata destra dell'aula del Nuti (in ragione di 4+5+5 codici su ogni pluteo), è il seguente:
D. XXVII. 1 (membr., sec. XIV; Demostene, Orazioni)
D. XXVII. 2 (membr., a. 1311; Omero, Odissea)
D. XXVII. 3 (cart., sec. XIV; Aristide, Orazioni)
D. XXVII. 4 (membr., sec. X; Evangeliario)
D. XXVIII. 1 (membr., sec. XV; Senofonte, Economico, Ciropedia, Anabasi, Ierone)
D. XXVIII. 2 (membr., sec. XI, e cart., sec. XIV; Ps. Crisostomo, Omelie sui Salmi)
D. XXVIII. 3 (membr., a. 1027, e cart. ff. 1-8+ 191-211; Giovanni Crisostomo, Commentari ai Salmi 49, 108-117, 119-150; Eutimio Zigabeno, Commentari ai Cantica del Vecchio e del Nuovo Testamento)
D. XXVIII. 4 (cart., sec. XIII in., Platone)
D. XXVIII. 5 (membr., sec. XII, Gregorio di Nazianzo, Orazioni scelte con scolii di Basilio Minimo e Giorgio di Cesarea)
D. XXIX .1 (membr., sec. XII, Gregorio di Nazianzo, Opera varia)
D. XXIX. 2 (membr., sec. XII, Evangeliario)
D. XXIX . 3 (cart., sec. XV, Demostene, 11 Orazioni)
D. XXIX. 4 (membr., sec. XI, Basilio Minimo, Commentari a 19 Orazioni di Gregorio di Nazianzo)
D. XXIX. 5 (membr., sec. X, proveniente dal monastero costantinopolitano dell'Euergetis; Basilio di Cesarea, 42 Omelie e 2 Epistole).

Evito l'indugio che comporterebbe la ricapitolazione di quanto sinora si è scritto sulla "cultura greca" delle corti di Rimini e Cesena in generale e di Malatesta Novello in particolare, per l'esiguità delle conoscenze obiettive sinora a nostra disposizione e la conseguente fragilità di deduzioni enunciate o ipotesi sostenute. Per es., il fatto che alla metà del Quattrocento una biblioteca laica, finanziata da un signore italiano a scopi in primo luogo autocelebrativi, accogliesse un buon numero di traduzioni latine di classici greci, mi pare poco indicativo di una scelta davvero "grecizzante" del mecenate committente. Se si prescinde dalla nota querelle sul valore del greco, che a Rimini vide Basinio Basini e Tommaso Seneca contrapposti a Porcellio Pandoni (prevalse Basinio, appoggiato da Sigismondo Malatesta), non sembra si possa enfatizzare una "grecità malatestiana", cioè con tratti propri e distinguibili in misura significativa nella temperie culturale di quegli anni, che erano quelli del pieno Umanesimo. Se poi dal concetto vago di "cultura greca", si passa a quello concreto della costituzione della biblioteca, vale anche per il fondo greco quanto è ribadito da P.G. Fabbri in una recente sintesi sulla cultura dei Malatesti (2): nessuna nuova ricerca potrà mai sovvertire il dato di fatto che Malatesta Novello, operando coi mezzi di un potere circoscritto a confini provinciali (come del resto a Rimini anche il fratello Sigismondo, almeno sul piano librario) non poteva competere con analoghe iniziative che in quel volgere di anni erano avviate o si consolidavano in Italia da parte dei signori o dei governi degli stati maggiori. Si sa che la fondazione della Malatestiana determinò in loco il sorgere di uno scriptorium che eseguiva copie raffinate dei testi latini da includere nella biblioteca, ma, osserva il Fabbri, "Confrontata con la produzione di libri delle capitali italiane, quella messa in moto a Cesena era ben poca cosa", benché desse "l'opportunità alla biblioteca impiantata nel convento di San Francesco di poter muovere i propri passi".

Nella speranza che la nuova catalogazione dei codici del fondo greco si riveli fruttuosa, come accadde a me quando ne studiai due di età paleologa, il D. XXVII.1 con le orazioni di Demostene (che ricondussi alla biblioteca di Manuele Crisolora) e il D. XXVII. 2, un'Odissea costellata di notabilia di Ciriaco d'Ancona (3), circoscrivo ora le mie brevi osservazioni a due questioni generali: la consistenza di questo fondo greco e la fisionomia complessiva della biblioteca articolata in tre fondi.

Che quattordici codici greci fossero senz'altro troppo pochi a fronte della pretesa signorile di fondare una biblioteca "umanistica" alla metà del Quattrocento, quando il nuovo si connotava non senza contrasti proprio in ragione della preferenza accordata ai testi scritti in quella lingua, dovette creare qualche represso disagio nei molti laudatores dell'impresa del Malatesta. Questa consapevolezza può essere all'origine della notizia da molti ripetuta, con la quale Nicolò II Masini nella biografia di Malatesta Novello spiega le cause contingenti di tale esiguità.

Il titolo più recente che riporta per l'ennesima volta la notizia del Masini è il saggio del Maiarelli sulla politica culturale del fondatore della Malatestiana (4): il "secondo fondo" della biblioteca, dopo quello primigenio di provenienza conventuale a carattere prevalentemente teologico, è costituito di codici acquistati o fatti fare appositamente per essa:

"I codici acquistati sono la porzione meno consistente di questo gruppo, e corrispondono in buona parte ai manoscritti greci ed ebraici. I codici ebraici vengono probabilmente comprati nella stessa Cesena, dove vive in quegli anni una consistente comunità ebraica, mentre per i greci Malatesta Novello si rifornisce direttamente in oriente e, secondo una tradizione di origine cinquecentesca – che pare tuttavia degna di fede –, il naufragio di una nave che ne trasportava un grosso carico avrebbe comportato la riduzione della lunghezza della biblioteca ancora in costruzione" (p. 216).

La stessa osservazione fu formulata nei termini seguenti nel seminale saggio del 1932 di A. Campana sulla storia della Biblioteca: dopo aver riconosciuto a Malatesta Novello un "senso squisito di bibliofilo" (p. 89), per cui avrebbe privilegiato non l'acquisto di codici vecchi, bensì "la trascrizione di esemplari nuovi", Campana dice che un'eccezione è rappresentata dai codici greci, che "sono per lo più vecchi e di provenienza orientale" (5): il signore però in questo caso non avrebbe avuto scelta per "la difficoltà, per non dire impossibilità di procurarsi copisti di greco" (ivi) (6). La notizia data dal Masini è presentata da Campana come "una tradizione passata, più o meno, traverso tutti gli scrittori ed eruditi cesenati degli ultimi secoli": ma risalendo alla seconda metà del secolo XVI, un tempo ancora abbastanza vicino ai fatti, può benissimo rispecchiare oralmente la verità. Campana non manca infine di ricordare la scoperta dell'ingegner Zavatti, "indagatore degli edifizi malatestiani", che avvalora la vulgata del Masini. La scoperta è così descritta dal suo autore:

"Una vecchia tradizione vuole che i codici della Biblioteca Malatestiana non siano numerosi quanto dovevano, perché una nave che molti ne trasportava da Costantinopoli, assalita da fiera burrasca, dové sgravarsi gettando in mare il carico prezioso; onde l'edificio, iniziato più vasto, si continuò con programma ridotto. Per un facile riscontro, feci scavare il terreno nel breve tratto compreso fra il muro estremo verso levante e la proprietà limitrofa, scoprendo infatti le fondazioni di un'intera campata, che occupa esattamente quello spazio; e però non è dato arguire se mai esse abbiano un seguito di là dal confine" (p. 90).

Nessuno sinora ha prestato direttamente attenzione alla fonte della notizia, per cui ognuno ha ripetuto senza verifiche e ampliamenti solo il già detto. È quindi opportuno fare alcune precisazioni.

Quanto riassume con chiarezza lo Zavatti si legge primum nella Vita di Domenico Malatesta, scritta dal medico cesenate Niccolò II Masini, contenuta nel ms. BCC 164.65 (membr. sec. XVI), f. 158 (7), da cui trascrivo:

"Haueua ancho Domenico stabilito nello animo suo di fare la medesama libraria molto più ampla di quello che è, si come si comprende da fondamenti e dall muro alzato sopra di quelli contigui alla stessa libraria nella faccia sua orientale. Ma la mancanza dell necessario numero di libri, affirmando alcuni fatti consapevoli non per scrittura alcuna, ma per noticia scorsa di secolo in secolo sucessiuamente alle orecchie delli huomini, come hauiando aspettato di Grecia uno notabile numero di preciosi libri scritti in quella lingua et udita la noua come chi li conduceua era stato constretto dalla fortuna gittargli in mare insieme con molte altre preciose merci con suo notabile cordoglio, fece desistere dall ridurre alla destinata altezza quanto si uede di quello incominciato nobilissimo edificio" (8).

Già alla fine del primo volume del catalogo del Muccioli (p. 201) questa notizia del Masini fu opportunamente connessa con quello che si legge sullo stesso argomento in due importanti storici locali del sec. XVII, Cesare Clementini e Scipione Chiaramonti. Infatti il Muccioli, dopo aver riportato le lodi riservate da vari personaggi alla Biblioteca Malatestiana, dice che quanto Plutarco scrive di Lucullo e della sua celeberrima biblioteca

"plane de Malatesta Novello Caesenae principe fas est recinere, qui, dum adhuc viveret, ad litterarum studia incumbens atque scientificis studiosorum virorum profectibus consulens, hoc dedit Caesenae perenne regium monumentum. Ast proh dolor! si non tam cito vitam cum morte commutasset, bibliotheca valde copiosior, abundantior foret voluminibus, quam modo sit. Legitur namque in congregatione Magistratus Caesenae parvo temporis intervallo ante principis mortem relatio duarum arcarum pretiosis voluminibus refertarum ex Constantinopolitana urbe in Italiam eductarum, quae propediem expectabantur. At neque advenisse, neque in actis ejusmodi quidquam amplius occurrit. Ex Claramontio lib. XVI fol. 737. Hinc Clementinus Ariminensis historicus dicit. Naufragio periisse".

Dalla verifica di questi due rimandi bibliografici del Muccioli emerge quanto segue. Nella storia di Rimini di Cesare Clementini si legge:

(all'anno 1452: in quel periodo Malatesta Novello era occupato a difendersi dalle trame ostili del fratello Sigismondo; ma gli odii che ne derivavano) "non però l'occuparono tanto, che l'impedissero di dar in questo anno quattrocento cinquantadue compimento al copiosissimo studio, ch'egli come litterato et amatore de' virtuosi, hauea fabricato col disegno di Matteo Nuti da Fano, eccellente architetto, nel Convento di S. Francesco, ponendo in esso trecento volumi de libri d'ogni sorte di disciplina, scritti a mano in carta membrana con bellissimi caratteri, et alcuni dedicati a lui medesimo. Non riuscì però, conforme al disegno, il Vaso tanto magnifico e capace né la libraria sontuosa e copiosa, secondo l'intenzione e desiderio suo, perché facend'egli condurre una gran quantità di libri dalla Grecia, come quello che si dilettava oltre modo di quella lingua, assalita la nave da orribile tempesta, fu necessitato il nocchiero a gettarli in mare con altre preziose merci [...]" (9).

Il Clementini (1627, postumo) non cita fonti, forse riprende semplicemente il Masini (1594) o attinge alla tradizione orale che egli aveva echeggiato, ma ha a cuore l'encomio là dove sottolinea la passione del Malatesta addirittura per la lingua (non solo per la cultura) greca. Più interessante è invece il passo di Scipione Chiaramonti, che, unico tra tutti e sinora senza motivo negletto, cita a sostegno della vulgata, per il Masini puramente verbale e lasciata nell'indeterminatezza dal Clementini, addirittura un riscontro documentario.

Coenobium S. Francisci fratribus, quos observantes vel ex soccis nominamus extra portam S. Mariae dictam exedificavit.[...] Haec omnia per Antianos efficiebat princeps. Legimus in congregatione eiusmodi magistratus parvo tempore intervallo mortem eius antecedente relationem duarum arcarum praetiosis libris refertarum ex Constantinopolitana urbe in Italiam advectarum, quae prope diem expectarentur; at neque advenere, neque in actis eiusmodi quicque aliud amplius legimus. Clementinus dicit naufragio periisse" (10).

Purtroppo alla notizia del Chiaramonti non possiamo trovare riscontro, in quanto nell'Archivio di Stato di Cesena tra i documenti conservati della magistratura degli Anziani, le Riformanze del Consiglio Generale di Cesena (quello appunto presieduto dagli Anziani) presentano una lacuna dal 1463 al 1466, che è il periodo ("parvo tempore intervallo mortem eius antecedente") in cui, stando al Chiaramonti, si dovrebbe situare il documento da lui citato. Potremmo vedere nel caso di cui stiamo dicendo una prova latamente a favore del giudizio che il Benzoni, nella nota biografica dedicata al nostro, riserva alla storia di Cesena; quest'opera, tutt'altro che irreprensibile dal punto di vista critico, "ha, tuttavia, il pregio d'una gran ricchezza di dati e notizie tratti, sia pure alla rinfusa, da varie cronache locali, alcune delle quali sono andate poi smarrite" (p. 545).

La stringata notizia archivistica riferita dal Chiaramonti non fa menzione del naufragio in cui i libri greci sarebbero andati perduti: si dice soltanto che due casse di preziosi codici, partite da Costantinopoli con destinazione Cesena, non arrivarono mai. Il recupero della notizia del Chiaramonti non arricchisce in positivo le nostre conoscenze sulla storia del fondo greco malatestiano; non è tuttavia irrilevante notare che il Masini, finora tenuto dagli studiosi moderni come fonte precipua per questo dettaglio, sembra non aver esteso la sua ricerca al piano documentario, dove all'epoca sua, come poco dopo il Chiaramonti, avrebbe potuto trovare appiglio ai rumores secolari, a cui riconduce la notizia riferita.

Quanto alla ragione del mancato arrivo dei manoscritti, dovendo essi attraversare il mare, l'ipotesi del naufragio s'impone da sé. Nel passato, antico e medievale, nonché in tempi più prossimi, incidenti del genere erano tutt'altro che rari. Debbo a Luciano Canfora queste indicazioni: Senofonte, An. VII 5, 13-14, narra che la spedizione da lui guidata, risalendo la Tracia e arrivata a Salmidesso, su alcune navi naufragate in un punto in cui per i bassi fondali spesso si incagliano, e abbandonate al saccheggio, trovò "molti letti, molti scrigni e molti rotoli di papiro (πολλαι δε βίβλοι γεγραμμέναι)". Nella Vita svetoniana di Terenzio (de poetis VIII 90-96 Rostagni) si ricorda così la sua fine: "Q. Cosconius redeuntem e Graecia perisse in mari dicit cum C et VIII fabulis conversis a Menandro: ceteri mortuum in Arcadia sive Leucadiae tradunt, Cn. Cornelio Dolabella M. Fulvio Nobiliore consulibus, morbo implicitum ex dolore ac taedio amissarum sarcinarum quas in nave praemiserat, ac simul fabularum quas novas fecerat" (e lasciamo da parte, perché qui irrilevante, il problema testuale posto dal numero delle commedie menandree tradotte da Terenzio e perdute in mare). A questi naufragi che, pur citati in fonti storiche, tuttavia evocano per la loro antichità il sospetto del topos, ne posso aggiungere altri cronologicamente non lontani dal tempo di Malatesta Novello. Il venerando ammiraglio Carlo Zeno (1334-1418) perde i libri, da cui non si separa mai, nel naufragio della sua galera durante il viaggio verso Gerusalemme verso il 1407 (11). Guarino da Verona perde in mare una delle due casse di libri acquistati a Costantinopoli, e per il dolore si dice che incanutì in una notte (12). Nicola Sagundino (1402-1464) perde i suoi libri, insieme alla moglie incinta e tre figli, nel naufragio della nave diretta a Creta, avvenuto a poca distanza da Venezia, nel luglio 1460: il Sagundino tace di questa perdita nella lettera sul naufragio indirizzata al Bessarione, ma ne tratta invece a lungo il riminese Pietro Perleoni nell'epistola consolatoria a lui indirizzata (13). È anche ben nota la perdita per naufragio di undici delle trentatre casse di libri di G.V. Pinelli, che venivano trasportate da Padova a Napoli dopo la sua morte (14). Finì in mare durante il trasporto in Inghilterra la gran parte delle copie di un'opera di William Bellenden, classicista scozzese al servizio del re Giacomo I (1603-1625), De tribus luminibus Romanorum, pubblicata postuma a Parigi nel 1632, che pur prefigurando nel titolo una trattazione di Cicerone, Seneca e Plinio, si limitava a essere un amplissimo lavoro storico biografico sul solo Cicerone (15).

L'assenza del particolare del naufragio nel documento del Comune citato dal Chiaramonti, non basta a mettere in dubbio l'attendibilità di chi ad esso, invece, fa esplicito riferimento. Si spera tuttavia che i non pochi studiosi della storia della Malatestiana considerino più da vicino il testo del Masini, in quanto fonte primaria, curando al più presto l'edizione della Vita e corredandola del necessario commento.

Come è stato già da molti notato, parallela all'esiguità del fondo greco è quella, ancora più accentuata, del fondo ebraico. I sette manoscritti che lo compongono, studiati da Tamani (16), erano certo disponibili nella stessa Cesena, dove "in epoca malatestiana, fra gli anni trenta e sessanta del Quattrocento, c'erano una cinquantina di ebrei riuniti in una decina di famiglie" (409). Il loro contenuto, scientifico, filosofico, giuridico e biblico (17), rispecchia l'articolazione della cultura ebraica medievale.

La quantité negligéable dei due fondi minori della Malatestiana non deve tuttavia oscurare il senso della loro presenza accanto al fondo numericamente preponderante dei latini. Se si considerano in modo unitario i tre fondi, non credo si possa dubitare che la Malatestiana sia stata concepita come biblioteca trilingue, benché di tale proposito programmatico nessuna fonte faccia menzione esplicita. I collegi trilingui, specchio istituzionale dell'ideale umanistico-rinascimentale del vir trilinguis, videro la luce solo nel secolo seguente, a partite dal 1518, quando fu aperto quello di Lovanio patrocinato da Erasmo; quanto alla necessità di ricostruire l'unità del sapere conservato nelle lingue rese "sacre" dalla loro presenza nel titulus crucis, essa non fu da tutti avvertita e anzi in alcuni casi avversata, in considerazione dell'eresia di cui si tacciavano greci ed ebrei.

Non si può quindi essere sicuri dell'intento preciso che in un periodo così precoce rispetto agli sviluppi successivi spinse Malatesta Novello ad articolare la sua biblioteca secondo un palese schema trilingue (18). Soprattutto la cultura ebraica era guardata con indifferenza o con sospetto, se non con dichiarata avversione; chi si impegnava nello studio di quella lingua, da molti persino svilita, lo faceva programmaticamente in funzione antigiudaica, allo scopo di sostenere con successo dispute dottrinali con i rabbini (è il caso persino dell'ebraista più insigne dell'Umanesimo, Giannozzo Manetti) (19). Pertanto, allo stato attuale delle nostre conoscenze, conviene limitarsi a rilevare l'indubbia articolazione trilingue della biblioteca, che l'età dei manoscritti presenti assicura doversi ricondurre al progetto del fondatore; quanto alle motivazioni di tale progetto, in mancanza di altre certezze, si potrà evocare con qualche grado di verisimiglianza almeno la bibliofilia, così diffusa tra gli umanisti, e già per altro riconosciuta a Malatesta Novello.



(1) Catalogus codicum manuscriptorum Malathestianae Caesenatis Bibliothecae fratrum minorum conventualium fidei custodiaeque concreditae [...]. Auctore Josepho Maria Mucciolo eiusdem ordinis fratre [...], I, Caesenae 1780, pp. 92-109; R. Zazzeri, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Ricerche ed osservazioni, Cesena 1887, pp. 226-244; Catalogo di manoscritti greci esistenti nelle biblioteche italiane, I, a cura di E. Mioni, [Roma 1964], pp.57-76. Correzioni dei più gravi errori presenti nel catalogo del Muccioli, che non sapeva il greco, in A. Martin, Les manuscrits grecs de la Bibliothèque Malatestiana à Cesena. Corrections au catalogue de J.M. Muccioli, "Mélanges d'Archéologie et d'Histoire", 2 (1882), pp. 224-233.

(2) Cfr. P.G. Fabbri, Dentro il dominio e la cultura dei Malatesti: Giovanni di Marco a Cesena, in La biblioteca di un medico del Quattrocento. I codici di Giovanni di Marco nella Biblioteca Malatestiana, a cura di A. Manfron, Torino 1998, pp. 17-37:27 (p. 25 in particolare sulla cultura greca di Rimini e Cesena). Si preferisce rimandare a quest'opera piuttosto che ad altre più estese o più organiche, perché tiene utilmente conto di tutte le ricerche recenti.

(3) Cfr. A. Pontani, Primi appunti sul Malatestiano D. XXVII.1 e sulla biblioteca dei Crisolora, in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di F.Lollini e P. Lucchi, Bologna 1995, pp. 353-386; Ead., Ciriaco d'Ancona e la Biblioteca Malatestiana di Cesena, in Filologia umanistica per Gianvito Resta, a cura di V. Fera e G. Ferraù, II, pp. 1465-1483.

(4) Cfr. A. Maiarelli, Malatesta Novello e Cesena: lineamenti di "politica culturale", in La signoria di Malatesta Novello Malatesti (1433-1465), a cura di P.G. Fabbri e A. Falcioni, premessa di A. Bellù, Rimini 2003, pp. 201-237; in questo stesso volume lo studio di P.G. Fabbri, Gli aspetti politici, militari, economici ed istituzionali della signoria di Malatesta Novello, pp. 31-198, dà a p. 85 nota 163 la bibliografia essenziale sulla biblioteca, e a pp. 112-118 un inquadramento generale sulla "vita" della medesima.

(5) Il "per lo più" si riferisce ai due codici del sec. XV, D. XXVIII.1 e D.XXIX.3. Nel suo catalogo (pp. 61, 72) Mioni attribuisce il primo al copista Cesare Strategòs, il secondo al copista Giovanni Rhosos. Prima facie, la prima attribuzione non sembra convincente, al contrario della seconda. Lasciando al futuro catalogatore la decisione in merito, mi limito ad avvertire che il D. XXIX.3, se di mano del Rhosos e se commissionato da Malatesta Novello, dovrebbe appartenere al primo periodo della lunga attività di questo copista (il suo primo codice datato risale, infatti, al 1458).

(6) A. Campana, Biblioteche della provincia di Forlì. I. Cesena, in Tesori delle biblioteche d'Italia. Emilia e Romagna, Milano 1932, pp. 83-100. Il progresso degli studi di paleografia greca compiuto dal tempo in cui scriveva Campana ad oggi consente di aggiungere un'ulteriore osservazione. Malatesta Novello dovette comprare sul mercato di Costantinopoli codici vecchi perché ai suoi tempi, cioè a ridosso e subito dopo la caduta, non funzionava più quella risorsa costituita dagli scriptoria della capitale, come quello di Giorgio Crisococca, che dall'inizio del sec. XV fino al terzo decennio allestì codici greci, cartacei ma anche membranacei, a seconda della richiesta del committente, per gli umanisti occidentali. In Italia, all'epoca, questo canale di rifornimento di codici greci si affiancava a quello tradizionale dell'acquisto direttamente sul mercato librario della capitale. Il fenomeno è ampiamente illustrato da G. De Gregorio, L'Erodoto di Palla Strozzi (cod. Vat. Urb. Gr. 88), "Bollettino dei classici", s. III, fasc. XXIII (2002), pp. 31-130: 53-62.

(7) Notizie su Niccolò II Masini (Cesena 1533-1602) sono sparse in brevi note bibliografiche segnalate da G. Conti, Tre edifici malatestiani nelle cronache cesenati, "Studi Romagnoli", XXVII (1977), pp. 229-246: 231, nota 10, precisate da P.G. Fabbri, La conquista di Cesena da parte di Cesare Borgia nella storiografia cesenate del Cinquecento (1500-1576), "Nuova Rivista Storica", 71 (1987), pp. 357-376: 357 nota 1. Notizie sul ms. della Vita di Domenico Malatesta, da cui trascrivo, sono in C. Dolcini, La storia religiosa, in Storia di Cesena, II. Il Medioevo, 2 (secoli XIV-XV), a cura di A. Vasina, Rimini 1985, p. 95 nota 7 (con rettifiche a Conti, l.c.); il Dolcini definisce il ms. "autografo" e dice che la Vita fu scritta dal Masini nel 1594 (p. 96); avverte anche (nota cit. supra) che uno studio di questo codice, proveniente dalla collezione berlinese Phillipps, acquisito per asta il 25.6. 1968, era stato intrapreso dal direttore della Malatestiana A. Brasini, ma rimase interrotto, né da allora la situazione è mutata: il codice, il cui pregio è incrementato dall'autografia subito riconosciuta, è ancora privo di descrizione e la Vita è inedita. Al codice si accenna in modo alquanto confuso in Malatesta Novello Magnifico Signore. Arte e cultura di un Principe del Rinascimento, a cura di P.G. Pasini, Minerva ed. 2002, p. 96 scheda 43 (P.G. Fabbri).

(8) Le trascrizioni della Vita fatte quando il codice di Masini era ancora a Cesena sono più d'una: le elenca con ordine Conti, l.c. supra. La Vita, che in realtà, come è noto, è "una vera e propria cronaca cesenate dal 1142 al 1500, compilata su buone fonti" (Conti, ivi), per la parte relativa a Malatesta Novello è stata pubblicata nel catalogo dei codici malatestiani del Muccioli, II, pp. 270-281 (p. 273 il nostro passo), ma dalla copia largamente imperfetta di Giovanni Ceccaroni (1665-1733, erudito cesenate, dottore utriusque iuris, esperto di greco "ut currenti oculo illius idiomatis codices et libros legere et explanare potuerit", come si legge nella settecentesca Bibliotheca Caesenatensis illustrium scriptorum [...] del frate cappuccino cesenate Domenico de Vincentiis, nel ms. BCC 164-36, c. 252; su di lui finora nulla si è scritto in più di quanto si trova nel catalogo del Muccioli, II, p. 270 in nota. I suoi estremi biografici e la notizia che i tre suoi manoscritti vennero acquistati dal Comune di Cesena nel 1872 per la somma di lire 350 mi è stata fornita dal prof. Giampiero Savini tramite la dott. Paola Errani della Biblioteca Malatestiana.

(9) Cfr. Raccolto istorico della fondatione di Rimino e dell'origine e vite de' Malatesti [...] di Cesare Clem(enti)ni riminese [...], parte seconda, in Rimino, per il Simbeni 1627 (rist. an., Bologna, Forni 1969), p.282 (l. IX, con una biografia di Malatesta Novello). Su Cesare Clementini (Rimini, 1561-1624), personaggio di rilievo nella vita civile della sua città, si veda la succinta notizia di G. Casati, Dizionario degli scrittori d'Italia dalle origini fino ai viventi, II, Milano (s.a.), p. 166 (con l'elenco delle opere) e i cenni in Storia illustrata di Rimini, a cura di P. Meldini e A. Turchini [...], III, Milano 1990, pp. 779, 819 (A. Campana esprime apprezzamento per "le qualità di ricercatore del Clementini, piuttosto elevate rispetto al tempo, e l'importanza che ancora l'opera presenta per gli svariati materiali, in seguito dispersi o perduti, di cui egli si poté valere"), 824.

(10) Caesenae historia authore Scipione Claramontio ab initio civitatis ad haec tempora [...], Caesenae 1631, l. XVI, p. 737, rist. in J. G. Graevius, Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae [...], t. septimi pars secunda, Lugduni Batavorum 1722, col. 424 C. Su Scipione Chiaramonti (Cesena 1565-1652), "buon filosofo e buon matematico et anco ornato di varia e bella erudizione", aristotelico e irreducibile avversario di Galileo, cfr. Dizionario biografico degli Italiani, 24 (1980), pp. 541-49 (G. Benzoni); sull'opera che ci interessa cfr. ivi, p. 545.

(11) Cfr. M. Zorzi, Dal manoscritto al libro, in Storia di Venezia, IV, Enciclopedia Italiana 1996, p. 841.

(12) Per la notizia, data da una fonte poco affidabile come Pontico Virunio (nella biografia di Crisolora premessa agli Erotemata del maestro bizantino editi nel 1501) cfr. R. Sabbadini, La scuola e gli studi di Guarino, Catania 1896, p. 13.

(13) Miscellanea di varie operette all'Illustr. Sig. Abate D. G. L. Pasini pubblico professore nella Regia Università di Torino, t. II, in Venezia 1740, pp. 43-98: 81-90.

(14) Le fonti sono indicate in Ae. Martini-D. Bassi, Catalogus codicum graecorum bibliothecae Ambrosianae, I, Mediolani 1906, p. XI nota 25.

(15) Cfr. Cicerone, La repubblica luminosa, a cura di F. D'Ippolito, con una nota di L. Canfora, Palermo 1986, pp. 15-16.

(16) Cfr. G. Tamani, Il fondo ebraico della Biblioteca Malatestiana, in Libraria Domini cit., pp. 409-18.

(17) 1) Canone di medicina di Avicenna; 2) commento di Averroè alla Logica di Aristotele; 3) due libri dei Re con la masora grande e piccola; 4) una Bibbia completa con note masoretiche; 5) un Pentateuco con Haftarot e Meghillot; 6) III e IV libro del compendio di diritto talmudico Mishneh Torah di Maimonide; 7) tavole astronomiche di Abraham bar Hiyyah.

(18) La "precocità" della Malatestiana nel panorama delle biblioteche umanistiche è sottolineata da Martin, Les manuscrits cit., pp. 224-225: "Il faut remarquer que, lorsque Domenico réunit sa bibliothèque, bien peu de ces collections qui forment aujourd'hui une part si grande des richesses littéraires de l'Italie, étaient, je ne dis pas formées, mais même ébauchées. En 1450, à la Vaticane, il n'y a que les manuscrits recueillis par Nicolas V; à S. Marco de Florence, que ceux de Cosme l'ancien. Le cardinal Bessarion met ses premiers soins à la collections qui formera le fonds principal de la Marciana de Venice; la bibliothèque d'Urbin n'est pas commencée".

(19) Sulla presenza dell'ebraico nella cultura umanistica cfr. R. Fubini, L'ebraismo nei riflessi della cultura umanistica. Leonardo Bruni,Giannozzo Manetti, Annio da Viterbo, "Medioevo e Rinascimento", 2 (1988), pp. 283-324 (diffusione dell'antigiudaismo nella realtà italiana del XV-XVI secolo, esemplificata nelle posizioni e negli scritti di Leonardo Bruni, in particolare con la lettera a Giovanni Cirignani del 1442; nel Contra Judaeos et gentes di Giannozzo Manetti, manifesto di una apologetica moderna, che insiste sull'ignorantia degli Ebrei che si sono volontariamente preclusi i rapporti con altre culture, approfondendo la loro perfidia teologica; nelle Antiquitates di Annio da Viterbo); G. Fioravanti, Polemiche antigiudaiche nell'Italia del Quattrocento: un tentativo di interpretazione globale, "Quaderni storici", 22 (1987), pp. 19-37. Non si segnalano gli studi relativi ai vari fondi manoscritti ebraici presenti nelle biblioteche italiane (da Cassuto a Tamani a Fioravanti), perché si concentrano su aspetti paleografico-codicologici, non rilevanti per il nostro assunto.


   
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