Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts
 

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Catalogo aperto in rete e catalogazione a stampa


intervento presentato alla IV Conferenza Nazionale delle Biblioteche, Le biblioteche e la trasmissione della conoscenza in un sistema articolato di competenze (Firenze, 5-7 novembre 2003)

Da cinque secoli e mezzo a questa parte il libro a stampa è considerato, almeno nell’ambito della civiltà occidentale, lo strumento migliore per assicurare la diffusione e la conservazione del pensiero. Questa semplice osservazione è tanto più vera a proposito della tipologia di ricerche che qui interessano, quelle cioè, di natura storica e filologica, basate sullo studio dei manoscritti. Chi lavora intorno alle fonti librarie della cultura tardoantica e medievale si preoccupa molto più di lasciare una traccia perenne delle proprie fatiche che di offrire al pubblico specializzato, o comunque colto, la possibilità di informarsi rapidamente sulle novità che egli stesso ha prodotto. Sembra quindi che si lavori soprattutto per la storia, quella della propria disciplina, in cui i nostri contributi lasceranno un segno importante e quindi degno di essere tramandato con tutti i crismi di un aspetto formalmente ineccepibile. Da ciò nasce un’estrema attenzione ai dettagli esterni della pubblicazione, del tutto naturale fra cultori di antichi manoscritti: nessuno desidera che la paternità intellettuale di un proprio lavoro si concretizzi in un libro men che accattivante all’occhio e al tatto. Ne risultano tempi biblici, accettati del resto di buon grado dagli addetti ai lavori, fra la conclusione di una ricerca e la sua concreta accessibilità, tanto che passano anni prima che monografie, articoli di periodici, atti di convegni siano stampati e raggiungano biblioteche e librerie.

La tecnologia della comunicazione ci offre oggi la possibilità di far circolare le nostre idee e i materiali su cui si basano le nostre indagini in un tempo incomparabilmente più breve rispetto al passato, con enorme vantaggio per lo sviluppo complessivo degli studi. Ciò significa che i momenti e i luoghi fisici deputati alla trasmissione del sapere, che siamo stati abituati a riconoscere nelle università, negli incontri con colleghi in biblioteca o in archivio, nei convegni come questo, pur rimanendo insostituibili, non costituiscono che alcune delle occasioni o delle modalità con cui possiamo scambiare conoscenza su tutto ciò che è di comune interesse. Ciò non significa ovviamente abbandonare la stampa (in particolare delle monografie), la cui sopravvivenza è garantita da un paio di millenni dalla eccezionale funzionalità della forma-libro, quanto preoccuparsi anche del tempo necessario a diffondere e far fruttare i risultati delle nostre ricerche: solo così infatti potremo aiutare chi ne ha la capacità a sviluppare le proprie idee (1).

Ci capita di vivere in un periodo assimilabile alla seconda metà, o più precisamente al terzo quarto del quindicesimo secolo: siamo all’interno di un cambiamento di cui stentiamo a riconoscere le dimensioni. Eppure, data la nostra formazione e i nostri interessi scientifici, siamo nelle migliori condizioni per valutare l’impatto di una nuova modalità nella circolazione della cultura scritta. La tipografia non ha eliminato il manoscritto, ne ha solo cambiato il ruolo in quello di contenitore privato di testi; altrettanto sta accadendo con la rete, che moltiplica e diffonde la scrittura lasciando al libro stampato il compito di archiviare e trasmettere ai posteri il pensiero in forma chiusa e stabile. Gli ultimi a dover temere questa innovazione insomma siamo noi, conservatori e studiosi di libri antichi e interessati alla loro conoscenza e documentazione.

Veniamo ora all’argomento di questo intervento, la catalogazione. In questa occasione parliamo di manoscritti medievali, limitando il campo a tutto ciò che è datato o databile, per antica convenzione, entro l’anno 1500. Questo confine cronologico non è molto apprezzato da chi teorizza o pratica la catalogazione, in particolare dai bibliotecari, che hanno la cura di materiale eterogeneo, anche recentissimo, e che vorrebbero vederlo trattato allo stesso modo e oggetto del medesimo interesse. Sul piano formale la correttezza di questa posizione appare indiscutibile, ma altrettanto valido mi sembra l’argomento in base al quale la metodologia della ricerca storica non può appiattirsi sull’aspetto esterno della fonte, il libro appunto. Tutti i riferimenti che saranno quindi fatti alla problematica della catalogazione dei manoscritti saranno implicitamente da intendersi applicati agli esemplari medievali.

Nel presentare, insieme ad Antonio Cartelli, Andrea Daltri e Paolo Zanfini, nel marzo scorso a Cesena il Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani (2), sul quale tornerò in seguito, citavo una frase dell’Archeologia del libro di Marilena Maniaci, apparsa da pochi mesi, che mi sembra opportuno ripetere in questa sede: "… non è un caso se, nell’universo della stampa, non si è mai vista la seconda edizione, riveduta e corretta, di un catalogo di manoscritti" (3). Il motivo di questa osservazione è chiarissimo: c’è troppo da fare con il materiale non descritto per poterci permettere il lusso di riprendere in mano gli esemplari già descritti. I numeri di questo patrimonio sono praticamente sconosciuti e le cifre che circolano, sia a livello internazionale che italiano (riferite beninteso ai manoscritti in alfabeto latino), sono assolutamente indicative: mi limito a ricordare quelle relative alla Germania e all’Italia. Nel primo caso si parla di 60.000 esemplari (4), nel secondo di alcune centinaia di migliaia, che diventerebbero oltre due milioni superando lo spartiacque dell’anno 1500 (5).

Di fronte a un compito immane, particolarmente in Italia, la nobile tentazione cui si è ceduto è stata quella della teorizzazione, che come vedremo, si riaffaccia continuamente, a prescindere dalle tecnologie usate. Di qui manuali, come quello fortunatissimo di Petrucci (6) e guide, come quella altrettanto nota di Jemolo e Morelli (7): non a caso entrambi i titoli, a differenza dei cataloghi, hanno avuto una seconda edizione. Alla stessa tipologia appartengono anche gli atti dei tre convegni organizzati dall’ICCU fra 1980 e 1991, tutti centrati sulla discussione delle possibili strategie di catalogazione (8). Lo stesso Istituto ha poi lanciato nel corso dell’ultimo decennio del secolo scorso due programmi (nel senso sia di progetto che di software) per costituire dei grandi archivi centrali contenenti le descrizioni dei manoscritti e la bibliografia ad essi riferita: MANUS e BIBMAN. La situazione annunciata sulla home page del Laboratorio per la documentazione e la catalogazione del manoscritto è la seguente: la base dati di MANUS (che registra verosimilmente la situazione di qualche tempo fa) consta di circa 3.000 descrizioni (delle quali alcune centinaia, relative alla Nazionale di Napoli e all’Ariostea di Ferrara, sono visibili in rete dallo scorso 15 ottobre), mentre BIBMAN ha archiviato circa 11.000 schede, contenenti 70.000 citazioni relative a 50.000 manoscritti (9).

Recentemente l’Istituto ha affidato a una cooperativa l’incarico di descrivere 2000 codici di tre grandi biblioteche fiorentine (Laurenziana, Nazionale e Riccardiana) e romane (Casanatense, Nazionale e Vallicelliana), prova evidente che la catalogazione non è ritenuta un compito istituzionale del personale interno o, in alternativa, che gli altri doveri assorbono talmente i bibliotecari da non consentire loro di dedicarsi allo studio ordinario del materiale che custodiscono (10).

Questa prassi non è eccezionale: cito l’esempio di un progetto in corso alla British Library, quello della catalogazione dei manoscritti appartenuti all’italofilo ed ellenofilo Lord Guilford, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento, buona parte dei cui manoscritti si trovano riuniti sotto le segnature Additional 8220-8823 (11). Il lavoro, iniziato nel giugno 2000, è terminato per quanto concerne le descrizioni, già disponibili in rete all’interno del catalogo dei manoscritti della British Library: il volume a stampa è previsto in uscita per il 2004. La differenza con la nostra situazione è che il 60% del compito è stato affidato a una studiosa retribuita con fondi esterni (incidentalmente un’italiana, Laura Nuvoloni), ma per il restante 40% ha provveduto personale interno, un membro del quale ha assunto il ruolo di project manager.

Una procedura analoga, sebbene su scala nazionale e finanziata con fondi pubblici (della Deutsche Forschungsgemeinschaft) è stata adottata in Germania, dove, anche con il contributo di studiosi esterni, sono stati prodotti a partire dal 1960 e fino a poco fa oltre 200 cataloghi contenenti le descrizioni di circa 20.000 manoscritti (12). Ma anche qui c’è una differenza: all’impresa sovrintendeva una commissione, periodicamente rinnovata, di bibliotecari e studiosi che si assumeva la responsabilità scientifica finale di mandare in stampa i cataloghi.

L’esempio tedesco è certamente il più interessante anche per un altro motivo, che in questa sede interessa particolarmente. A partire dal 2001, con una direttiva estremamente densa, esplicita sul piano teorico ma anche concretissima sulle misure da adottare, la Deutsche Forschungsgemeinschaft ha deciso di passare alla catalogazione elettronica, anzi, più correttamente, alla diffusione telematica delle informazioni sui manoscritti. Vale la pena di rileggere insieme la semplicissima frase con cui l’ente pubblico tedesco per la ricerca annuncia la sua decisione di rinunciare al tradizionale sistema di pubblicazione: "Si possono prevedere anche per il futuro pubblicazioni a stampa o su altri tipi di supporto, a condizione che non limitino la libera diffusione e disponibilità dei contenuti nelle reti che forniscono informazioni alla ricerca" (13). Le nuove direttive stabiliscono insomma che tutto ciò che riguarda la Erschliessung (cioè la documentazione e lo studio) dei manoscritti medievali debba passare attraverso una grande banca dati centrale, Manuscripta mediaevalia, che credo si possa tranquillamente definire la più importante fonte centralizzata di informazioni al mondo su questo tipo di beni culturali. Presenta tra l’altro 234 cataloghi integralmente digitalizzati contenenti le descrizioni di circa 56.000 manoscritti, una base dati fondata sugli indici relativi a oltre 39.000 manoscritti e 900 descrizioni recenti, le riproduzioni di 89 codici (14). La spesa dichiarata per gli anni 1996-2002 si aggira intorno a € 1.150.000.

È opportuno un confronto con una grande istituzione come la British Library, che offre in linea le descrizioni dei cataloghi pubblicati a stampa dalla metà del Settecento, più altre che, come abbiamo visto a proposito della collezione di Lord Guilford, vengono continuamente prodotte: per tutte vale il principio del work in progress (15). La differenza principale fra i due modelli consiste nel fatto che i cataloghi tedeschi sono basati su descrizioni estremamente più dettagliate, per le quali erano previste norme precise giunte nel 1992 alla quinta edizione (16). I cataloghi della British Library, prodotti nell’arco di due secoli e mezzo, presentano delle inevitabili disuguaglianze, ma sono concepiti tutti con la tipica sinteticità anglosassone. Sostanzialmente analogo a quello londinese è il catalogo elettronico dei manoscritti medievali della Bodleian Library, anch’esso sostenuto da uno sponsor esterno, il Getty Grant Program (17): è un’accorta miscela di cataloghi generali di età anche più che secolare (18), di cataloghi speciali di codici decorati (19), di descrizioni recentissime apparse in stampa e in rete (20), di una bibliografia relativa ai singoli esemplari tenuta continuamente aggiornata dai conservatori della biblioteca.

In Francia si progetta di mettere in rete il Catalogue général des manuscrits des bibliothèques publiques de France (170.000 descrizioni in oltre 100 volumi), dotandolo di una struttura in grado di consentire interrogazioni sugli elementi fondamentali (autori, titoli, datazioni e così via) (21). Negli Stati Uniti un consorzio di biblioteche, sostenuto dal National Endowment for Humanities e da fondazioni private, ha lanciato a partire dal 1996 Digital Scriptorium, una base dati contenente descrizioni e immagini di manoscritti che il 10 febbraio scorso, data dell’ultimo aggiornamento, riguardavano 3145 esemplari (22). Questa iniziativa si distingue, più ancora che per la qualità della realizzazione (ottima ad esempio quella delle riproduzioni), per la filosofia che la guida e che in questa sede risulta particolarmente interessante. Le descrizioni infatti, per le quali è disponibile una specifica guida (23), risultano preparate per l’occasione e strutturate mediante una codifica XML (eXtensible Markup Language).

L’esempio americano dà un’ottima idea di come si possa presentare un catalogo di manoscritti privo della forma discorsiva cui siamo abituati da secoli: esso nasce, a somiglianza del nostro MANUS, come una base dati, non come un testo, a parte la possibilità per ciascuno di questi modelli di trasformarsi in qualcosa di simile a un catalogo a stampa. La scelta in entrambi i casi è stata quindi quella di cominciare da capo: si dispone di uno strumento nuovo, concepito per l’occasione e lo si usa in tutte le sue potenzialità. Non c’è in teoria di meglio, perché si parte con informazioni raccolte per l’occasione e sostanzialmente indicizzate all’origine.

Dai fatti nasce tuttavia qualche dubbio: le due imprese appena citate, iniziate negli anni Novanta del secolo scorso, mettono ciascuna a disposizione dei ricercatori qualche migliaio di descrizioni. Premesso che le spiegazioni di questo dato possono essere molteplici e anche molto diverse per le due situazioni, temo che ci troviamo di fronte a un tipico caso di visione illuministica, in base alla quale si disegna un mirabile progetto, formalmente inattaccabile, al quale mancano le gambe, quelle umane, per camminare. Si scrivono quindi guide (proprio come i manuali di cui si parlava all’inizio), si insegnano linguaggi nuovi, si propongono iniziative come MASTER (Manuscript Access through Standards for Electronic Records), che, per fare solo un esempio, presenta una tipologia di descrizione della scrittura estremamente complessa e dettagliata (24).

Come è evidente, il problema davanti a cui ci troviamo non è quello di apprendere un linguaggio di marcatura: per quello dovrebbero essere sufficienti impegno ed esercizio. All’interno della descrizione della scrittura prevista da MASTER si trovano infatti una serie di osservazioni specifiche e termini tecnici della paleografia che vanno applicati al singolo esemplare nel testo, nelle glosse, nel riconoscimento e nella differenziazione delle mani. Si tratta insomma di un compito tipico del catalogatore di manoscritti con una solidissima preparazione in storia della scrittura latina, che ovviamente non si improvvisa e richiede una lunga esperienza. Lo stesso può dirsi per tutti gli altri aspetti di un codice. Si capisce ora come la catalogazione non sia un lavoro semplice e perché proceda tanto lentamente: è molto più facile scrivere guide alla descrizione dei manoscritti che descriverli effettivamente. Siamo di fronte a una questione non di tecnica, ma di politica della catalogazione, per la quale occorrono tempi lunghi ed energie umane da qualificare, dato il fatto, evidentissimo, che le poche esistenti non dimostrano un travolgente entusiasmo per l’attività catalografica. Si spiega anche quindi la scelta fatta in Francia, Germania e Inghilterra di digitalizzare intanto il materiale esistente, aggiungendovi man mano le nuove descrizioni. Si sfrutta al meglio in questo modo la massa di cataloghi disponibili, anche di età veneranda, riproducendo secondo le regole dell’attuale tecnologia un’operazione che ha illustri precedenti e che consiste nell’adattare il patrimonio esistente a un nuovo strumento di diffusione della cultura: non c’è bisogno di ricordare per l’antichità il passaggio dal rotolo al codice e per il tardo medioevo quello dal manoscritto al libro a stampa.

Veniamo ora all’esempio di Cesena. Il Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani risponde all’idea di fondo di creare uno strumento, virtuale nella struttura ma concretissimo nei contenuti, di studio e documentazione dei codici cesenati (25). Nato da pochi mesi, in coincidenza con il 550° anniversario della fondazione della Biblioteca, si propone di costituire nello stesso tempo un deposito delle ricerche di cui il fondo è stato oggetto nei secoli e uno stimolo a produrne di nuove (26). La struttura è sostanzialmente tripartita, anche se con ulteriori suddivisioni al suo interno. La prima sezione contiene una serie di testi che forniscono informazioni sui fondi manoscritti della Biblioteca, cioè quello Malatestiano vero e proprio, costituito ex novo intorno alla metà del Quattrocento dal signore di Cesena Malatesta Novello e comprendente altri esemplari di varia origine (come il lascito del medico riminese Giovanni di Marco), quello della Piana, la biblioteca del cesenate Pio VII Chiaramonti, e i corali del Duomo e di Bessarione (l’ottavo dei quali recuperato a fine 2002 sul mercato antiquario), per un complesso di 417 codici. A fine ottobre 2003 vi si trovavano 28 testi (solo alcuni dei quali in formato immagine) (27), a partire da alcune significative pagine del primo catalogo a stampa, quello apparso fra 1780 e 1784 per cura del francescano Giuseppe Maria Muccioli (28), per finire con due saggi di Sebastiano Gentile e Fabrizio Lollini tratti dal catalogo della mostra cesenate del 2002-2003 su Malatesta Novello magnifico signore (29). Fra i due estremi cronologici si trovano contributi notissimi, fra i quali si possono ricordare, a titolo di esempio, quelli di Augusto Campana sulla Biblioteca (30), di Emanuele Casamassima - Cristina Guasti (31) e Albinia Catherine de la Mare (32) sui copisti dello scriptorium Malatestiano, di Giordana Mariani Canova (33) sulla miniatura dei codici del Novello, di Aldo Luzzatto (34) e Giuliano Tamani (35) sui sette esemplari ebraici.

La seconda sezione, costruita da Andrea Daltri intorno a un database WINISIS, consente di reperire, incrociandole anche in vario modo, le informazioni concernenti i manoscritti in forma di descrizioni, bibliografia e immagini. Le prime sono state riprese dal materiale esistente, come i cataloghi storici, quello già citato di Muccioli e quello di fine Ottocento di Raimondo Zazzeri (36), ma anche i cataloghi delle numerose mostre che negli ultimi anni sono state incentrate intorno ai codici Malatestiani, e da ogni altra fonte disponibile. Per le immagini si è partiti dalle riproduzioni digitali già effettuate. Tutti e tre questi tipi di informazioni, come del resto i testi della prima sezione, vengono regolarmente incrementati recuperando il materiale già edito, ma anche producendo ex novo delle descrizioni e raccogliendo nuova bibliografia. Per le immagini si punta col tempo a rendere disponibili le riproduzioni di tutti i manoscritti. Le nuove descrizioni e la bibliografia, a prescindere dai criteri con cui verranno elaborate, saranno regolarmente fornite all’ICCU per gli archivi MANUS e BIBMAN, in linea di principio secondo le norme catalografiche adottate dall’Istituto. Per questi aspetti è infatti prevista la massima libertà da parte dei redattori, che comunque dovranno concordare i criteri del loro lavoro con la Biblioteca, sulla quale ricade la responsabilità scientifica dell’impresa.

La terza sezione consiste in un forum di discussione, in cui è possibile dare e chiedere informazioni in forma di messaggi, come anche pubblicare lavori inediti a stampa o non ancora giunti a maturazione definitiva. Attualmente (ottobre 2003), oltre a una serie di messaggi, vi figurano cinque relazioni presentate al convegno dello scorso marzo Il dono di Malatesta Novello (37).

Per aver accesso al forum (che dà anche diritto a ricevere periodicamente una newsletter) occorre registrarsi, a titolo ovviamente gratuito e con ogni garanzia di privacy. Il relativamente basso numero di iscritti, giustamente notato da Giliola Barbero in un’accurata recensione del sito (38) (i cui 56 iscritti a fine ottobre rappresentavano comunque oltre un terzo dei 162 membri della mailing list di Manuscripta mediaevalia), testimonia una delle principali difficoltà di fronte alla quale si trova un progetto di catalogo aperto: la scarsa reattività degli addetti ai lavori. Gli studiosi sono abituati a considerare la biblioteca il luogo in cui si trovano gli oggetti della ricerca e le fonti di informazione, non una palestra di scambio nella quale si può anche dare oltre che ricevere. Hanno probabilmente bisogno di tempo per metabolizzare un cambio di prospettiva che riguarda peraltro anche il personale scientifico che sovrintende agli istituti di conservazione, al quale si richiede un nuovo atteggiamento, volto a seguire le ricerche in corso, ma anche a provocarle e a produrle in proprio, come sta cercando di fare la Malatestiana, utilizzando proprio personale e stipulando contratti ad hoc.

Le grandi tradizioni e le medie dimensioni della Biblioteca cesenate la rendono uno strumento ideale per la verifica del principio stesso del catalogo aperto e di una proposta per sbloccare una situazione che, soprattutto nel nostro paese, non sembra avere reali vie d’uscita per molto tempo ancora. I prossimi anni diranno se il modello funziona ed è esportabile al di fuori della Malatestiana.



(1) Lawrence Lessig, The Future of Ideas. The Fate of the Commons in a Connected World, New York, Random House, 2001, p. 138.

(2) Antonio Cartelli - Andrea Daltri - Marco Palma - Paolo Zanfini, Il catalogo aperto dei manoscritti della Biblioteca Malatestiana: un primo bilancio. Relazione presentata al convegno Il dono di Malatesta Novello (Cesena, 21-23 marzo 2003) (http://www.malatestiana.it/manoscritti/testi/cartelli.htm).

(3) Marilena Maniaci, Archeologia del manoscritto. Metodi, problemi, bibliografia recente, Roma, Viella, 2002 (I libri di Viella, 34), p. 174.

(4) Neue Konzepte der Handschriftenerschliessung. Informationsysteme zur Erforschung des Mittelalters und der Frühen Neuzeit, a cura di Jürgen Bunzel (Gruppe "Wissenschaftliche Literaturversorgung- und Informationsysteme"), Bonn, Deutsche Forschungsgemeinschaft, 2001, p. 11 n. 4 (http://www.dfg.de/forschungsfoerderung/wissenschaftliche_infrastruktur/lis/layout/download/handschriften.pdf). Una versione italiana è reperibile all’indirizzo http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/testi/bunzel1.htm.

(5) Le cifre relative al patrimonio nazionale sono state gentilmente fornite dal dr. Massimo Menna, direttore del Laboratorio per la documentazione e la catalogazione del manoscritto dell’ICCU.

(6) Armando Petrucci, La descrizione del manoscritto. Storia, problemi, modelli, Roma, Carocci, 20022 (Beni culturali, 24).

(7) Guida ad una descrizione uniforme dei manoscritti e al loro censimento, a cura di Viviana Jemolo e Mirella Morelli, Roma, ICCU, 19902.

(8) Il manoscritto. Situazione catalografica e proposta di una organizzazione della documentazione e delle informazioni. Atti del Seminario di Roma (11-12 giugno 1980), a cura di Maria Cecilia Cuturi, Roma, ICCU, 1981; Documentare il manoscritto: problematica di un censimento. Atti del Seminario di Roma (6-7 aprile 1987), a cura di Tristano Gargiulo, Roma, ICCU, 1987; Metodologie informatiche per il censimento e la documentazione dei manoscritti. Atti dell’Incontro internazionale di Roma (18-20 marzo 1991), a cura del Laboratorio per la documentazione e la catalogazione del manoscritto dell’ICCU, Roma, Quasar, 1993.

(9) I dati sono stati ricavati da una consultazione del sito del Laboratorio (http://www.iccu.sbn.it/labmano.html) avvenuta il 29 ottobre 2003. La home page di MANUS è raggiungibile all’indirizzo http://manus.iccu.sbn.it, quella di BIBMAN all’indirizzo http://81.113.131.196/webbibman. Disponiamo anche di una Guida al software MANUS, a cura di Lucia Merolla e Lucia Negrini, Roma, ICCU, 2001.

(10) Sull’argomento si vedano: Franca Arduini, "Rinascimento virtuale". Il ruolo delle biblioteche e delle istituzioni culturali italiane nell’ambito del progetto, "Biblioteche oggi", ottobre 2002, pp. 31-37: 33-34; Marco Palma, La catalogazione dei manoscritti in Italia, "Segno e testo", 1 (2003), pp. 333-351: 346.

(11) Tutte le informazioni sono tratte dal sito del progetto, visitato il 13 agosto 2003 (http://www.bl.uk/collections/guilford.html).

(12) Neue Konzepte (citato alla n. 4), pp. 1, 11 n. 4.

(13) Neue Konzepte (citato alla n. 4), p. 17.

(14) I dati sono stati ricavati da una visita al sito (http://www.manuscripta-mediaevalia.de) effettuata il 29 ottobre 2003.

(15) L’indirizzo dei cataloghi in linea delle British Library è http://molcat.bl.uk. Con il contributo delle lotteria nazionale e di una fondazione privata si è provveduto a digitalizzare e indicizzare circa un milione di descrizioni, senza eccessive preoccupazioni per la coerenza delle liste di autorità; sull’argomento si veda Jean-Arthur Creff, Quelle informatisation pour le Catalogue général des manuscrits des bibliothèques publiques de France?, "Gazette du livre médiéval", 39 (automne 2001), pp. 41-45: 43.

(16) Richtlinien Handschriftenkatalogisierung, Bonn - Bad Godesberg, Deutsche Forschungsgemeinschaft, 19925.

(17) Bodleian Library (University of Oxford), Electronic Catalogue of Medieval & Renaissance Manuscripts, consultabile all’indirizzo http://www.bodley.ox.ac.uk/dept/scwmss/wmss/online/medieval. Il progetto ha una durata triennale (2001-2004).

(18) Si tratta dei cataloghi della cosiddetta Quarto Series, iniziata nel 1845 (informazioni all’indirizzo http://www.bodley.ox.ac.uk/dept/scwmss/wmss/quarto.htm), e di Falconer Madan et al., A Summary Catalogue of Western Manuscripts in the Bodleian Library at Oxford Which Have Not Hitherto Been Catalogued in the Quarto Series, I-VII, Oxford, Clarendon Press, 1895-1953 (informazioni all’indirizzo http://www.bodley.ox.ac.uk/dept/scwmss/wmss/sum-cat.htm).

(19) Otto Pächt - Jonathan J. G. Alexander, Illuminated Manuscripts in the Bodleian Library, Oxford, I-III, Oxford, Clarendon Press, 1966-1973; Irmgard Hutter, Corpus der byzantinischen Miniaturenhandschriften. I. Oxford, Bodleian Library, I-III, Stuttgart, Hiersemann, 1977-1982.

(20) Peter J. Kidd, Medieval Manuscripts from the Collection of T. R. Buchanan in the Bodleian Library, Oxford, Oxford, Bodleian Library, 2001 (anche in rete all’indirizzo http://www.bodley.ox.ac.uk/dept/scwmss/wmss/online/medieval/buchanan/buchanan.html).

(21) Si veda in proposito l’articolo di Creff citato alla n. 15.

(22) I dati sono stati ricavati da una visita al sito effettuata il 18 agosto 2003 (http://sunsite.berkeley.edu/scriptorium/form.html).

(23) La versione in linea, a cura di Consuelo W. Dutschke, è datata settembre 2001 (http://sunsite.berkeley.edu./scriptorium/datadic5.html).

(24) Reference Manual for the MASTER Document Type Definition Discussion Draft, a cura di Lou Burnard per il MASTER Work Group (http://www.tei-corg.uk/Master/Reference/ms.html#msph2). La sezione dedicata alla scrittura si trova sotto il numero 2.6.2.2.

(25) La home page del catalogo è reperibile all’indirizzo http://www.malatestiana.it/manoscritti.

(26) La presentazione del catalogo si trova nell’articolo citato alla n. 2. Oltre agli autori del contributo sono impegnati nella gestione del sito Paola Errani, Matteo Marzocchi, Maria Agata Pincelli, Daniela Savoia (direttrice della Malatestiana). I principi del catalogo aperto sono illustrati in Antonio Cartelli - Marco Palma, Towards the Project of an Open Catalogue of Manuscripts, in Proceedings of the Informing Science + Education Conference (Cork, 19-21 June 2002), 217-224 (http://ecommerce.lebow.drexel.edu/eli/2002Proceedings/papers/Carte188Towar.pdf) (una versione italiana è reperibile all’indirizzo http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/testi/palma7.htm).

(27) I testi sono ripartiti nelle sezioni La Biblioteca Malatestiana, La struttura edilizia e la storia architettonica, La cultura umanistica cesenate, I cataloghi storici, Lo scriptorium cesenate e i copisti, Gli aspetti codicologici, I manoscritti ebraici, I manoscritti greci, La miniatura, La Biblioteca Piana, I corali del Bessarione e del Duomo.

(28) Giuseppe Maria Muccioli, Catalogus codicum manuscriptorum Malatestianae Bibliothecae fratrum Minorum conventualium, Caesenae, typis Gregorii Blasinii, I-II, 1780-1784. L’indice dei testi contenuti nella sezione si trova all’indirizzo http://www.malatestiana.it/manoscritti/testi.htm.

(29) Sebastiano Gentile, Il sogno incompiuto di Malatesta Novello; Fabrizio Lollini, Gusto malatestiano: il decoro librario. I saggi si trovano in Malatesta Novello magnifico signore. Arte e cultura di un principe del Rinascimento, a cura di Piergiorgio Pasini, San Giorgio di Piano, Minerva, 2002, rispettivamente alle pp. 49-57 e 59-65.

(30) Augusto Campana, Biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna, a cura di Domenico Fava, Milano, Hoepli, 1932, pp. 83-110; Origine, formazione e vicende della Malatestiana, "Accademie e Biblioteche d’Italia", 21, 1 (1953), pp. 3-16.

(31) Emanuele Casamassima - Cristina Guasti, La Biblioteca Malatestiana: le scritture e i copisti, "Scrittura e civiltà", 16 (1992), pp. 229-264.

(32) Albinia Catherine de la Mare, Lo scriptorium di Malatesta Novello, in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 35-93.

(33) La miniatura nella Biblioteca Malatestiana, in Libraria Domini (citato alla nota precedente), pp. 155-187.

(24) Aldo Luzzatto, I manoscritti ebraici della Biblioteca Malatestiana di Cesena, "La Bibliofilia", 70 (1968), pp. 197-216.

(35) Giuliano Tamani, Il fondo ebraico della Biblioteca Malatestiana, in Libraria Domini (citato alla n. 32), pp. 409-418.

(36) Raimondo Zazzeri, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana. Ricerche e osservazioni, Cesena, Vignuzzi, 1887.

(37) A parte quello citato alla n. 2 si possono leggere i testi di Stefano Caroti, La Biblioteca Malatestiana tra ritorno all’antico e rinnovamento della cultura filosofica e scientifica; Maria Antonietta Casagrande Mazzoli - Mauro Brunello, Tra le righe dei codici Malatestiani; Dieter Flach, Varro in Cesena; Anna Pontani, Per il catalogo dei manoscritti greci della Malatestiana.

(38) Giliola Barbero, La strategia del catalogo aperto. Nuovi servizi e attività promozionali alla Biblioteca Malatestiana per il 550°, "Biblioteche oggi", giugno 2003, pp. 64-66: 65.


   
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