Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

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Malatestiana e dintorni. La cultura cesenate tra Malatesta Novello e il Valentino


in Storia di Cesena, II.2, Il Medioevo (secoli XIV-XV), a cura di Augusto Vasina, Rimini, Ghigi, 1985, pp. 129-165

1. La fortuna della Biblioteca Malatestiana: i termini di un successo

Capita spesso che la vicenda culturale (sempre complessa e articolata, mai lineare) di una città o di una intera comunità venga ridotta quasi "concentrata", in un riferimento unico ed assorbente. Non v’è dubbio che qualcosa del genere accada anche per la Cesena quattrocentesca, che si tende a riassumere tutta nel richiamo alla Biblioteca Malatestiana; ma in pochi altri casi, a mio vedere, un tale modo di procedere è altrettanto comprensibile, pur se non del tutto legittimo.

L’eccezionale, incomparabile rilievo che subito si riconosce in questo gioiello del Rinascimento giunto intatto fino a noi, fa davvero sembrare poca cosa la strascinata vita dello Studio cesenate, o le centinaia o epigrammi di un Francesco Uberti, o gli onesti sforzi poetici di un Carlo Verardi. C’è qualcosa di straordinario nell’essersi conservato sostanzialmente integro, in una unicità senza riscontri, tutto il complesso della biblioteca: nei suoi spazi, negli arredi, nei libri; fin nei battenti lignei del portale, raffinata opera autografa di Cristoforo da San Giovanni in Persiceto, che la terminava – come ricorda l’iscrizione appostavi – il 15 agosto del 1454; fin negli intonaci, in terretta verdognola secondo le consuetudini delle biblioteche del tempo, riportati alla luce con l’antica tonalità cromatica nell’esemplare restauro del 1926 (1); fin nelle parole e nei segni che gli uomini del tempo vollero graffire, e noi tuttora possiamo leggere, sulle malte o nel legno dei banchi. Nessun’altra, fra le biblioteche consimili, ci è giunta così intatta in ogni sua parte; al più (come nel caso della biblioteca fiorentina nel convento domenicano di San Marco) si è conservato l’edificio, dispersi però i fondi librari e spariti gli arredi. Nulla di sorprendente, dunque, che la luce della Malatestiana faccia sfumare nel grigiore quant’altro si potrebbe invece richiamare.

L’unica cosa che merita di essere vista in città, la Biblioteca: "The only thing worth seeing in the town"; così pontificava nel 1821 Lady Morgan, ossia Sydney Owenson, che pure definiva Cesena "a handsome town", una bella città splendidamente situata ai piedi della collina. Peraltro la scrittrice, i cui libri di viaggio suscitarono ferventi consensi non meno che critiche radicali, non si soffermò più di tanto nell’illustrazione del monumento, interessata, semmai, a narrare l’incontro che vi ebbe con il bibliotecario di allora, il sacerdote irlandese John Cooke, suo compatriota (2). Resta comunque significativo il passo, come verifica del rilievo assoluto che la Malatestiana può assumere, a scapito di tutto il resto. Ma si tratta di un rilievo che ha una lunga storia, ben precedente i tempi di Lady Morgan. Un rilievo che, del resto, venne immediatamente riconosciuto come tale.

Quando Biondo Flavio verso metà Quattrocento redigeva la sua Italia illustrata (3), la Malatestiana era ancora in fase di formazione, eppure il colto e informato umanista non soltanto la conosceva, ma la indicava per prima fra tutte le opere da ascriversi all’amministrazione di Malatesta Novello "princeps prestantissimus", giudicandola senza esitazione "melioribus Italie equiparanda" (4); e si trattava del parere autorevolissimo di un autore attento nella sua opera alle più rilevanti iniziative di cultura di quegli anni (5), parere che sarebbe stato poi ribadito senza esitazioni: "biblioteca… ceteris Italiae aedificii magnificentia par et librorum multitudine non inferior" (6).

Qualche generazione più tardi, a metà Cinquecento, dopo che anche Niccolò Ferretti ne aveva scritto a Marc’Antonio Sabellico (7), il domenicano Leandro Alberti, nella sua Descrittione dell’Italia, parlando a sua volta di questa Cesena fiorente "alle radici" di colli "che pareno vaghi giardini", fra gli "assai honorevoli edificii" genericamente ricordati avrebbe richiamato in specifico proprio "quella sontuosa Libraria fatta in S. Francesco, da Malatesta Novello, ove sono tanti preciosi et rari libri" (8). Ma per meglio intendere quanto rilievo avesse la Biblioteca agli occhi dell’Alberti, conviene riandare a qualche pagina prima, dove, parlando di Rimini, si ferma un attimo a ricordare per rapidissimi cenni i Malatesta; sono brevi righe estremamente sintetiche; anche la vicenda politica di Malatesta Novello è liquidata con grande sveltezza: "tenne la signoria di Cesena, Cervia, et di Brithenore… Passando all’altra vita questo magnifico signore, lasciò Cesena alla Chiesa Romana, con Brithenoro, et Cervia agli Venitiani"; fra queste due rapide frasi, che esauriscono oltre un trentennio di dominio, non rinuncia però a dilungarsi con misura evidentemente diversa su quello che davvero doveva parergli importante! "Et essendo letterato et virtuoso edificò quella sontuosa libraria ne’l Monasterio di S. Francesco di Cesena, ove pose nobilissimi libri tutti in carta percora et a mano scritti, et ornati di belli minii, et fra gli altri, le Vite de’l Plutarcho in 3 volumi… Cosa veramente al mondo rara, anzi rarissima" (9).

Anche il senatore di Anversa Franz Schott, nell’Itinerarium pubblicato in primo luogo a profitto dei pellegrini che nel 1600 si recavano a Roma per l’anno santo, concordava nell’importanza della Biblioteca; per usare le parole dei suoi traduttori italiani: "porta la spesa vederla" (10). Nel 1537 Paolo Manuzio vi si era immerso a tal punto da consentire ad Annibal Caro di scherzarci sopra: "v’abbiamo non solamente cercato per smarrito, ma pianto ancora per morto"(11); e il secolo dopo (nel 1655) Lukas Holste, che accompagnava nel viaggio a Roma Cristina di Svezia dopo averne ricevuto la conversione al cattolicesimo, colse l’occasione del passaggio a Cesena per un’attentissima visita alla libreria, condotta con scrupolo sfruttando le prime ore del giorno (12).

La percezione esatta della "rarità" di quell’eccezionale strumento tempio della cultura non era appannaggio del mondo dei dotti o di ambienti culturali estranei alla città; nella sua interessantissima cronaca Giuliano Fantaguzzi, il miglior testimone di cose cesenati per il Quattrocento avanzato e il primo Cinquecento (13), fa precedere alla registrazione delle vicende correnti secondo i moduli cronachistici, una serie di notizie sui Malatesta: morti, matrimoni, guerre, alleanze… un vero trionfo della dimensione politica nella storia, con pochissime pause, delle quali una, dalla sicura evidenza, proprio per la "libraria copiosissima nel convento de san Francesco", che Malatesta Novello "fece… da fondamenti con 300 volumi de libri scripti a penna, opere dignissime…" (14). Ma per la comunità non si trattava soltanto di uno strumento "passivo", luogo in cui chi proprio lo volesse riusciva a soddisfare i suoi desideri di cultura; poteva essere vista anche come elemento attivo, trainante, in grado di indirizzare e condizionare l’ambiente cesenate: "altre persone di questa città divennero letterati, massime per la comodità della solenne libraria… bella di fabrica, e copiosa di libri in ogni scienza scritti a mano". Sono parole di Cesare Brissio, impegnato a presentare Cesena a papa Clemente VIII nello scorcio del Cinquecento (15), bene attento a porre nel dovuto rilievo quella biblioteca che altri suoi concittadini avrebbero di volta in volta definito come "lapidem pretiosum", o "gioia e tesoro di questa città" (16), insigne e stupenda: "usque ad stuporem praeclara" (17).

A lungo si potrebbe continuare nella ricostruzione della fortuna che la Malatestiana ebbe, in città e fuori, ma quanto detto basta per quello che ci premeva segnalare. Quella eccezionale biblioteca fu subito riconosciuta in ogni suo pregio; stimata e lodata, rappresentò un’istituzione straordinaria per un centro tutto sommato abbastanza modesto qual era Cesena; un’istituzione, dunque, non soltanto splendida e gloriosa, ma anche impegnativa e assorbente, tale da condizionare il quadro della cultura cittadina. Ma vediamola un attimo meglio questa Malatestiana, ben introdotti al tema dagli accurati e sempre attualissimi studi di Augusto Campana e Antonio Domeniconi (18); e per parlare della grande fondazione cesenate dovremo partire da Firenze.


2. L’invenzione del principe

Era il 1444 e da sette anni operava in Firenze il cantiere aperto per costruire il convento domenicano di San Marco, munifica impresa voluta da Cosimo dei Medici; con l’edificazione della biblioteca conventuale – che in quell’anno si completava – prendeva inizio una fase totalmente nuova per la storia delle biblioteche. Il talento di Michelozzo aveva radicalmente alterato i tradizionali schemi; alla grande sala a pianta rettangolare, con le due file parallele di banchi poste longitudinalmente, ossia al modulo lasciato in eredità dal medio evo, veniva sostituito un impianto basilicale a tre navate, su colonne, con i banchi o plutei collocati nelle campate laterali. La geniale proposta di Michelozzo incontrava un indubbio successo e diveniva il modulo architettonico usuale in larga parte d’Italia, destinato a restare preminente finché Michelangelo, con la biblioteca nel convento di San Lorenzo in Firenze, ripropose (sia pure calata in una diversa concezione della biblioteca e delle sue funzioni) la vecchia struttura rettangolare, a navata unica. Prima della Laurenziana, tuttavia, l’esempio della libreria di San Marco aveva trovato seguito a Ferrara come a Bologna, a Perugia, Parma, Piacenza, Milano, Monteoliveto Maggiore. Ma proprio Cesena aveva preceduto ogni altro centro nell’accogliere il messaggio lanciato da Michelozzo.

Fin dal 1440 i francescani cesenati apparivano intenzionati a procurare una nuova sede per la loro raccolta di codici, già abbastanza ragguardevole; nel 1455 da papa Eugenio IV ottenevano il permesso di utilizzare per la libreria del convento il lascito di un tal Antonio Gazoli; cinque anni dopo, da una bolla di Niccolò V siamo informati dell’interessamento di Malatesta Novello all’opera, nonché della sua volontà di far dono di codici per la bella cifra di 500 fiorini a quella che sarebbe diventata di fatto la "libraria domini" (19). Nel 1452 una lapide murata a fianco del portale d’ingresso può ormai segnalare il merito dell’architetto Matteo Nuti, "Dedalus alter", per la compiuta edificazione dell’opera (20), mentre sul pavimento in ognuna delle undici campate in cui le colonne partiscono gli spazi, alle pareti interne ed esterne, sopra l’architrave dell’ingresso, dovunque, epigrafi e targhe ricordano la munificenza e la generosità del signore: "Malatesta Novellus… dedit", oppure "… hoc dedit opus"; e perché nessun dubbio rimanga anche al più distratto dei frequentatori, dovunque riappaiono i simboli araldici dei Malatesta: la rosa, le tre teste, l’elefante, la grata, le tre bande a scacchiera; sui capitelli, all’ingresso, sui banchi, sulle carte dei codici.

L’insistenza martellante con cui la lode del signore ritorna, attesta bene non soltanto la liberalità del suo intervento, ma anche quanto la libreria gli stesse a cuore: un interesse che si riscopre in tanti atti. Impose regolari controlli, specialmente dal 1461, che dovevano verificare e garantire la perfetta conservazione del patrimonio librario; i codici dovevano essere sistematicamente inventariati; a favore di dieci studenti bisognosi aveva, nel 1455, deciso un aiuto finanziario perché potessero studiare nella biblioteca; intanto i libri aumentavano con un incremento ragguardevole che, per il 1461, è stato calcolato in "una media di due unità al mese"(21). Era, quello del Malatesta, un interesse o, per meglio dire, un amore che doveva durare anche oltre la morte, e così nel suo testamento, rogato il 9 aprile 1464, ai frati del convento di San Francesco erano destinati 100 ducati all’anno per acquisto di libri e altre necessità della biblioteca (22).

In questa sua colta e raffinata passione Malatesta Novello non era affatto isolato fra i signori del tempo, che anzi la grande esperienza umanistica aveva procurato un clima particolarmente favorevole ad interessi o imprese di quel genere. Sono anni splendenti per la storia dei libri e delle biblioteche: come nel resto d’Europa, anche in Italia. Oltre a Firenze e Cesena si potrà ricordare Ferrara, dove gli Estensi con grande cura arricchiscono una raccolta di codici iniziata già nel Duecento; oppure Urbino, ove Federico III di Montefeltro spende quasi 40.000 ducati per la biblioteca collocata in palazzo ducale, trasmettendo poi la propria passione al figlio Guidubaldo I. A Mantova i Gonzaga per tutto il Quattrocento alimentano una biblioteca di primissimo ordine. Quella visconteo-sforzesca di Pavia (con quasi mille codici) può scatenare a fine secolo i sovrani appetiti di Luigi XII, impegnato nella conquista del ducato di Milano, e si replica così il saccheggio che pochi anni prima (nel 1495) si era compiuto in Napoli, quando Carlo VIII (predecessore di Luigi XII sul trono di Francia) aveva potuto disporre come voleva delle ricche raccolte librarie degli Aragonesi, così curate da Alfonso I, Ferdinando I e Alfonso II (23). Il Quattrocento, ancora, vede le biblioteche dei Savoia, o dei principi d’Acaia; soprattutto vede il definitivo affermarsi della Vaticana, specialmente con Niccolò V e Sisto IV (24).

A dar bene la misura di quanto i tempi fossero consoni all’opera di Malatesta Novello, più ancora del ricordo delle grandi raccolte serve forse il richiamo di qualche fatto puntuale: il testamento del fiorentino Niccolò Niccoli, che nel 1430 formula chiaro ed operante il principio della biblioteca pubblica destinando i suoi codici agli "omnibus civibus studiosis"; il registro del prestito della biblioteca Estense che inizia con il 1442; la volontà di papa Niccolò V di creare una sede specifica per una "biliotheca ingens et ampla pro communi doctorum virorum commodo" …(25); e non occorrerà dilungarsi oltre per ribadire che la nascita della Malatestiana, di per sé, non fu un fatto eccezionale, data la temperie culturale di quegli anni. La sua eccezionalità, semmai, sta nell’essersi conservata sino a noi, essa sola, pressoché intatta fin nei particolari più minuti. E’ per questo che si è potuto parlare addirittura di "miracolo".

Tuttavia l’evento straordinario, a ben vedere, non sta tanto nel fatto che la Malatestiana sia giunta integra (con quel poco o molto di casualità che un tal esito comunque presuppone), quanto, invece, che sia stata fondata e costruita in modo tale da consentire che ciò avvenisse; e qui si dovrà parlare di scelte precise, non di casualità! Il Quattrocento abbonda – si è visto – di grandi signori con grandi biblioteche (per non parlare di privati come il Poggio o Tommaso di Campofregoso o Giovanni Marcanova… o di personaggi come il cardinal Bessarione) (26); ma mi pare che in nessun altro caso un signore abbia fatto con altrettanta decisione della "libraria domini" il fulcro di tutta la propria (si direbbe oggi) "politica culturale", che in nessun altro caso abbia voluto coinvolgere con altrettanta decisione nella propria impresa tutta la città; che in nessun altro caso la città vi si sia lasciata coinvolgere così pienamente. Questi mi paiono gli aspetti davvero straordinari nella vicenda della Malatestiana e, insieme, le ragioni per cui ha potuto resistere con tanta efficacia agli assalti degli uomini e del tempo.


3. L’adesione della comunità

Il tipo di vincolo che unì Cesena e la Malatestiana pare senza riscontri contemporanei. Da subito, con una scelta difficile da valutare nei presupposti ma chiara negli esiti (27), il signore affidava la "sua" libreria non ai frati del convento di San Francesco in cui era ubicata – come sarebbe invece stato ovvio – ma al comune, assegnandogli una serie di funzioni amministrative e di controllo che finivano sotto molti aspetti per caratterizzare come pubblica o civica la biblioteca (28). Ai frati toccò, in verità, per ininterrotta tradizione il compito di custodi della biblioteca, ma il prescelto veniva nominato dal comune, da cui dipendeva e con cui s’impegnava "de bene et diligenter custodendo et salvando dictos libros". E frati furono appunto i custodi a cominciare dal primo, Francesco di Bartolomeo da Figline, insediato nella funzione probabilmente dallo stesso Malatesta di cui fu anche cappellano (29), fino a Michelangelo Tonti nel 1671, quando tra comune e convento sorsero i primi contrasti (30), ed oltre ancora.

Al comune non spettava soltanto provvedere alla nomina del custode e al suo stipendio, ma anche controllare l’integrità del patrimonio librario, farne redigere e conservare l’inventario, mantenere l’edificio, persino controllare il prestito. E va detto che la comunità cesenate prese molto sul serio le consegne. Lo mostrò subito. Una volta passata la città, dopo la morte del Malatesta nel novembre 1465, sotto il diretto controllo del pontefice, nel programma amministrativo che viene enunciato dal papa nel 1466, su richiesta esplicita dei cesenati compaiono anche ampie garanzie per la Biblioteca, con la minaccia di scomunica per chi ne facesse uscire i volumi (31).

Con sospettosa gelosia e fiscale oculatezza la città continuò poi a condursi. Al vescovo di Verona, l’erudito Gian Matteo Giberti, che nel 1532 chiese in prestito l’Expositio super Psalmos di Giovanni Crisostomo (32), si valutò se concederlo soltanto nell’ipotesi di un deposito cauzionale di duemila ducati, spropositato anche per tempi in cui davvero non ci si teneva bassi nel definire i valori da pretendere in pegno a garanzia del prestito dei codici (33). Ma neppure quell’esoso vincolo sarebbe forse bastato, se non fosse stato per il probabile intervento delle massime gerarchie ecclesiastiche (34). Pochi anni dopo (nel 1540), quando fu il cardinale Alessandro Farnese a pretendere in prestito un codice di Cicerone (35), riuscì ad ottenerlo soltanto tramite l’augusto zio, papa Paolo III; ma i cesenati, offesi dall’arrogante comportamento del cardinale e costretti a subire quella che sentivano come un’odiosa imposizione, vollero che della violenza patita restasse memoria in un atto notarile apposito, rogato per ordine del consiglio del comune (36).

Si procede con scrupolo pignolo: nel 1674 il padre guardiano del convento e il custode della libreria si accorgono che nella sesta riga del verso della sessantatreesima carta di un codice della Storia ecclesiastica della Cronaca di Eusebio da Cesarea (37) è stato cancellato il foroliviense che specificava l’origine del poeta Cornelio Gallo. Si avvia subito un complicato meccanismo per porre rimedio al guasto. Si trova chi abbia presente e possa garantire il testo originario; lo si convoca; si fanno le dovute verifiche con i debiti giuramenti. Finalmente il 15 novembre nella Biblioteca stessa il notaio Vincenzo Mazzoni, "secretarius" della "illustrissima comunità" cesenate (38), roga un lungo documento che viene poi unito al codice: alla presenza dei frati e di due laici chiama come testi, tre "perillustri" e dotti cesenati, mano sul petto, giurano sulla Bibbia che l’abrasione in origine non c’era e che si leggeva foroliviensis. Così dev’essere restituito il testo e a fianco di quella sesta riga di carta 63 verso si legge: "genuinam lecturam huius lineae vide in calce libri" (39). Altri si sarebbero forse limitati a reintegrare il testo, riscrivendo foroliviensis sulla rasura. Che qui non lo si faccia ma si adotti una procedura complicata, con aspetti da rituale espiatorio, non è forse privo di significato. Collegato agli altri elementi più sopra esposti, ci conferma l’indiscussa, quasi sacrale rilevanza che alla Biblioteca e a quanto le pertiene si continua a riconoscere nel tempo.

Qualcuno potrà vedere in certe preoccupazioni esasperate una sorta di feticismo; o forme di mentalità provinciale; oppure un’attenzione eccessivamente orientata, anche a scapito di altri settori che restano un po’ in ombra. Va comunque ribadito che se Cesena non avesse da subito e sempre mostrato questa attenzione assorbente per la Biblioteca, quasi da amante gelosa, senza mai perderla d’occhio ma, anzi, difendendola anche quando tutto poteva sembrare finito (come al tempo dei francesi, allorché fu trasformata in dormitorio per la truppa) (40), essa ben difficilmente ci sarebbe giunta intatta. Preso atto di ciò, occorrerà anche aggiungere che la presenza e la fortuna della Malatestiana hanno almeno in parte condizionato la realtà culturale complessiva cesenate in modo profondo.

In altre parole, per ribadire quanto suggerito già prima di ripercorrere qualche manifestazione concreta del coinvolgimento cittadino nelle sue vicende, ritengo che la Biblioteca abbia da sola assorbito buona parte delle capacità e delle energie che (soprattutto in quel Quattrocento che qui più ci interessa) Cesena era in grado di esprimere nell’ambito della cultura. La città restava tutto sommato modesta; non era uno dei grandi centri dell’epoca. Le sue risorse (in ogni campo) erano ovviamente limitate. E per creare e sostenere un’istituzione di primario livello il piccolo centro doveva impegnarci molto, in tutti i sensi, spendendovi disponibilità e attenzioni che quindi non potevano andare altrove. La scelta malatestiana doveva comportare delle rinunce e la città mostrò di condividerle e farle proprie, accettando uno sviluppo di certi settori a scapito di altri.

Per intenderci meglio con un esempio concreto, non è un caso che Cesena abbia costruito la Biblioteca e Rimini il Tempio Malatestiano, e che viceversa la pur brillante attività edilizia di Malatesta Novello non abbia potuto produrre nulla di qualità e impegno analoghi a quanto venivano facendo con il Tempio Rimini e Sigismondo Pandolfo (41), i quali peraltro – nonostante qualche pur pregevole sforzo come quello del Valturio – non riusciranno mai a dotarsi di niente paragonabile alla "libraria" cesenate (42). In breve, né Cesena né Rimini erano una Roma o una Venezia o una Firenze che potevano permettersi di spingere contemporaneamente in tutte le direzioni; qui le risorse erano limitate e le scelte diventavano inevitabili se almeno in qualche settore si voleva uscire dal piccolo cabotaggio, mirando a qualcosa di veramente grande. E (come Sigismondo Pandolfo) Malatesta Novello e con lui la città questa scelta la fecero, nei termini che abbiamo veduto.


4. Caratteri e figure dell’umanesimo cesenate

Cesena quattrocentesca non fu patria di grandi artisti o grandi scrittori o grandi eruditi, e non ebbe nemmeno molte occasioni per ospitarne a lungo. Restando al nostro raffronto con la vicina Rimini, per l’intero secolo XV non si verificò mai in Cesena un’effettiva e operante confluenza, nel giro di pochi anni, di personaggi quali Piero della Francesca, Matteo Pasti, Agostino di Duccio o Leon Battista Alberti. E, passando ad altro settore (con valori più correnti e nomi meno clamorosi), nessun episodio si può segnalare di analogo a quello che, per esempio, nel 1455 o 1456 vedeva Sigismondo Pandolfo chiamato a giudice della controversia tra Basinio da Parma, Porcelio Pandoni e Tommaso Seneca da Camerino, animosamente impegnati a dibattere su quanto la conoscenza del greco fosse importante per i cultori del latino (43).

Non soltanto presenze ed episodi del genere mancarono in Cesena. Quanto soprattutto non si ebbe fu l’ambiente che potesse favorirli e provocarli. Mancò, in primo luogo, una corte come quella che in Rimini vide gravitare attorno a Sigismondo Pandolfo, oltre agli umanisti già ricordati, un Giusto dei Conti o un Tobia dal Borgo o un Roberto Valturio o un Aurelio Trebanio (44). In Cesena qualcosa del genere si ebbe soltanto occasionalmente all’inizio del Cinquecento, durante il breve periodo del Valentino, quando la brillante corte del duca sostò in città, portandovi quei "piaceri" e quelle pratiche mondane, che facevano da contrappunto ad un frenetico impegno di approntamenti guerreschi e di cui memoria rimane ancora nei dispacci del Machiavelli (45) come sulle carte di chi a Venezia riceveva le informazioni utili per seguire le mosse di quel potente personaggio (46).

Erano occasioni in cui non soltanto venivano organizzate "molte feste la sera al duca", con il Valentino che "balava e danzava e davasi piacere asai" (47), in un giro di "mille altre piacevoleze" (48): sostavano in città pure gli umanisti della corte ducale e propizia si presentava allora l’occasione, agli esponenti più vivaci della cultura locale, per istituire o rafforzare quei contatti che si sarebbero potuti coltivare anche approfittando della eventuale presenza di quegli interessanti personaggi in Cesena, con funzioni pubbliche o per ragioni d’ufficio: per intenderci, in tali congiunture divengono più possibili i rapporti tra un Francesco Uberti o un Giuliano Fantaguzzi e il Giustolo o il Calmeta (49). Ma non riescono di certo tali fugaci presenze o tali sporadiche occasioni a surrogare concretamente l’assenza di una corte di dotti, che in effetti mancò e che pertanto è introvabile, al di là delle migliori intenzioni e delle ricerche più "assidue ed ostinate" (50). Va anzi aggiunto che da parte di gruppi come quello degli umanisti gravitanti attorno al Borgia, non è da escludersi un certo distacco, forse venato da un senso di superiorità, incline anche alla presa in giro nei confronti almeno di alcuni aspetti della cultura locale, come del resto accadeva, per esempio, nella vicina Forlì (51).

L’assenza in città di una corte malatestiana analoga a quella riminese o a quella raccolta intorno al Borgia, come pure la mancanza di punti di riferimento culturali di quel genere al tempo della "libertas ecclesiastica", dopo il 1465, non deve però fornire la falsa impressione di un isolamento o di un vuoto. L’umanesimo cesenate ha una sua indubbia e onesta dignità, con qualche presenza più interessante. Di molti esponenti della cultura locale, è vero, ha resistito all’usura del tempo soltanto il nome o poco più (52), ma per alcuni si percepisce ancor oggi un maggiore spessore.

E’ il caso, per esempio, di Dario Tiberti, morto ultraottantenne nel 1505, che fu incoronato poeta dal duca d’Urbino, cioè da quel Guidubaldo I di Montefeltro al quale nel 1499 aveva dedicato il De legittimo amore e alla cui consorte, Elisabetta Gonzaga, indirizzò molti enfatici versi (53). Compositore fluido sino alla prolissità, si era impegnato con quel suo poema, che Codro ben lodò con le dovute maniere (54), in "un’ampia, retorica e pomposa apologia dell’amore coniugale" (55): oltre 8000 versi latini per un tema che può sorprendere in chi la prima moglie "trovatolla più volte in adulterio l’amazò pasandola con una cortella "(56), ma la seconda moglie evidentemente aveva riconciliato con il matrimonio il Tiberti. Glossatore del Salterio (57), la sua opera più fortunata fu un’epitome della Vite parallele di Plutarco, dedicata nel 1492 a Giulio Cesare Cantelmo, governatore di Cesena per la Chiesa, data alle stampe nel 1501 e poi riedita più volte, anche tradotta in italiano (58).

L’anno della dedica del Tiberti al Cantelmo era lo stesso in cui a Roma, nel palazzo del cardinale Raffaele Riario, si rappresentava il 22 maggio l’Historia baetica, una narrazione storica in forma di dialogo che Carlo Verardi (59), il primo arcidiacono della cattedrale di Cesena, aveva scritto ispirandosi alle imprese di Ferdinando il Cattolico, che proprio all’aprirsi del 1492 aveva spento il regno di Granata costringendo l’ultimo re mussulmano a rifugiarsi in Africa. Ancora alle vicende di Spagna, al tentativo fallito di uccidere il re da parte di Juan de Cañamás nel dicembre dello stesso 1492 (un fatto che suscitò enormi emozioni), si ispirava il Verardi, evidentemente soddisfatto per gli esiti del precedente sforzo, ideando un nuovo componimento, che poi fu messo in esametri da suo nipote Marcellino: il Fernandus servatus. Più volte stampati tra Roma, Deventer, Basilea, Salamanca, Francoforte, Valladolid…(60), i due testi ebbero una discreta fortuna, ancora oggi non spenta (61), da attribuirsi però alla materia prima che ai meriti artistici.

Si tratta di opere che, piuttosto che al dramma storico d’impianto classico "per l’assetto scenico, per l’atteggiamento della materia e per gli episodi si collegano…, nonostante la lingua, latina, al teatro sacro volgare" (62); in esse gli autori indubbiamente compiono uno sforzo di adeguamento ai modi e agli interessi più consoni a quella Roma ove Carlo Verardi era prelato in curia (con funzione di cubiculario e di "segretario dei brevi" per Paolo II, Sisto IV, Innocenzo VIII e Alessandro VI) (63), ma in Cesena essi mantengono le proprie salde radici, in un nesso fortissimo (64), e della cultura cesenate debbono essere indicati come esponenti a pieno titolo. Lo stesso non può dirsi per altri casi, in cui si sono invece volute riportare all’ambiente di questo centro esperienze trascorse altrove, com’è per Benedetto da Cesena, che con la città del Savio probabilmente nulla ha da spartire, se non la provenienza familiare. Certamente nel suo poema De honore mulierum, composto in quattro libri di stracche terzine verso il 1454, si fa un cenno anche a Malatesta Novello "ch’al Savio regge intorno el bel paese" (65), ma non per questo lo si potrà scardinare dalla sua Rimini (66), facendogli poi avere anche un’incoronazione poetica per mano di Niccolò V, che mai non ci fu (67).

Piuttosto, se si vuole andare a quello che è, a mio parere, il rappresentante più tipico dell’umanesimo cesenate, sarà opportuno richiamare Francesco Uberti (68). Nato nel 1440, la sua prima formazione l’ebbe in Cesena, nel contatto con i maestri locali, soprattutto con il riminese Giacomo Passarella e il perugino Michelangelo Panicalesio. A Forlì fu allievo di Codro, che là era giunto come "publicus literarum praeceptor" e stava curando con grande affetto l’istruzione del giovane figlio di Sinibaldo Ordelaffi (69); ascoltò in Bologna Filippo Beroaldo il Vecchio, il dotto ed estroso filologo che, anche a dispetto del mediocre credito che si tende a concedergli oggi, resta uno dei riferimenti essenziali per la cultura del tempo nella regione (70). E ancora maturò e irrobustì le proprie competenze lasciando spesse volte Cesena, spostandosi tra Padova (ove era stato per i suoi studi già prima della morte del Malatesta), Venezia, Ravenna, probabilmente Fano… A Forlì fu insegnante (71). Nel 1496 giunse ad Urbino, ove ebbe modo di conoscere Lorenzo Abstemio (72), mentre nel 1497 fu "maestro de la scola del Comune" in Pesaro (73), dove cantò anche le lodi del signore Giovanni Sforza.

Con il 1499, "condotto per maestro da schola" (74), svolse stabilmente i suoi uffici d’insegnante in Cesena, alla quale era comunque sempre rimasto saldamente agganciato, anche durante i diversi spostamenti, e dove assai per tempo si era reso merito alle sue doti, fra l’altro affidando proprio a lui, ancora giovane venticinquenne, il significativo impegno dell’orazione funebre per le solenni esequie di Malates Novello, nel 1465 (75): un testo, pervenutoci, molto di maniera, dalla forma in vari punti faticosa e un poco ansimante, in cui tuttavia il tono a volte sale anche per un coinvolgimento emotivo indubbio dell’autore e del lettore con lui. In qualche punto si coglie anche, in filigrana, una preoccupata incertezza per quello che la morte del Malatesta comportava.

Per l’Uberti, in fondo, veniva oggettivamente a mancare nel 1465 un tipo di personaggio (e, con l’avvento della "libertas ecclesiastica", un tipo di organizzazione del potere) che a chi faceva il suo lavoro spesso risultava indispensabile. Non a caso molta della sua opera poetica è destinata a persone che contano. L’intellettuale alla ricerca del principe onora i meriti di Guidubaldo I di Montefeltro; a Giovanni Sforza dedica un Epigrammaton liber (76); un’altra ancor più nutrita raccolta di epigrammi è indirizzata al duca Valentino, e per compiacerlo non si risparmiano all’antagonista Caterina Sforza versi "ingenerosi" (77), tenendosi sempre pronti, peraltro, a tessere le lodi del dominio di Roma quando fosse il momento (78).

A volte con elegante mestiere, sempre con forte impegno formale, rarissimamente con esiti di vera qualità, i suoi componimenti – poetici o in forma di lettera – si rivolgono ai più diversi destinatari. Dal doge Leonardo Loredan all’arcivescovo Roverella, a Lorenzo dei Medici (79), a Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, Ermolao Barbaro (80), Pomponio Leto, Cassandra Fedele, Battista Spagnoli…, ai suoi concittadini Fredolo Mainardi, Agamennone e Dario Tiberti (81)… prelati potenti, personaggi autorevoli, dotti illustri, ma anche modeste figure, piccoli umanisti di provincia: caso per caso ci sarà per loro un singolo epigramma o un intero libro di versi. E le risposte di chi davvero contava saranno in generale inutilmente attese.

Figura centrale per almeno due generazioni della cultura cittadina non sorprende la considerazione che i cesenati gli riservarono a lungo evidente nella biografia dedicatagli verso fine Cinquecento da Niccolò II Masini, da cui esce come intellettuale di statura europea (82), maestro di vita oltre che di cultura: "sobriamente visse, disprezzò le cose mondane, insigne anche nella morte" (83). Ma se dalle buone mani della corporazione dei colti passiamo alla rozza efficacia della testimonianza cronistica, altra è la sintesi della vita dell’Uberti: morto solo come un cane durante il carnevale del 1518, "essendo le sue nore e done e fioli a la festa", con un trapasso gramo come grama ne era stata l’esistenza intera: "visit miserrime e morite miserrissimamente"(84). E se vorremo dare un più esatto giudizio dei suoi meriti letterari, dovremo ripetere l’impeccabile parere già da altri espresso: "piccolo maestro e umanista locale…, inesauribile sfornatore di prodotti d’occasione, che non superano il livello dell’artigianato" (85).


5. Signore e cittadini: i rapporti, gli interessi, le attenzioni

A questo punto credo sia più chiaro il dislivello, che si voleva evidenziare, tra l’eccezionalità della Malatestiana e la cultura che le ruotava intorno. Con ciò, si badi, non vogliamo intendere una esclusione di Cesena dai grandi circuiti dell’erudizione; sarebbe sostenere il falso: soprattutto se torniamo agli anni di Malatesta Novello. E’ in rapporto epistolare con gli Estensi, con Francesco Sforza, con i Medici (86) per chiedere o prestare i testi che importano. Da Cosimo il Vecchio riceve, per farne copia, il De plantis di Teofrasto e il Commento di san Girolamo a Geremia; gli chiede le Puniche di Silio Italico che ha suo figlio Piero; gli promette il commento di Elio Donato a Terenzio, avvertendo però che la copia di cui dispone non lo soddisfa e ne sta attendendo una migliore da Giovanni Aurispa (87).

Poggio Bracciolini nel 1446 gli scrive inviandogli "aliqua opuscula", con la promessa di altri se saranno graditi: "si placebunt tibi, reliqua in quibus elaboravi habere poteris" (88); da Biondo Flavio riceve per una lettura preliminare, in dedica, la redazione primitiva della parte dell’Italia illustrata in cui si tratta della Romagna (89). Pier Candido Decembrio si preoccupa dell’eventuale interesse che per la sua traduzione della vita di Omero il Malatesta può avere (90). Le sue lodi sono cantate – si è visto – da Benedetto da Cesena e lo stesso fa nel 1455 Basinio da Parma dell’Astronomicon (91).

Girolamo Guarini gli dedica nel 1448 la Vita di Senofonte (92), senza dubbio consigliato dall’autorevole suo padre, Guarino Veronese; l’aretino Francesco Griffolini intitola al suo nome la versione in latino delle Epistolae greche dello pseudo Falaride (93), un testo assai fortunato che si trovò sì al centro di un momento di astiose discussioni – tra accuse al Griffolini di aver usurpato la paternità dell’opera e le conseguenti polemiche esplose nel 1457 – (94) ma portò comunque il nome del Malatesta nella tantissime biblioteche in cui l’opera ebbe ad entrare e ancora oggi, con moltissimi esemplari, ci si conserva (95). Giovanni Marcanova, professore d’arti e medicina, grande raccoglitore di codici, gli dedicò la sua importante opera antiquaria, i Quaedam antiquitatum fragmenta (96), dopo aver certamente avuto occasione di soggiornare in Cesena (97); ma soprattutto il Filelfo onorò il suo splendido nome, i suoi meriti e la sua munifica ospitalità, dedicandogli anche la traduzione latina delle vite plutarchiane di Galba e di Ottone, nonché i primi cinque libri del De iocis et seriis (98), ed invitando i poeti a celebrarlo con i loro canti: "Hunc pii vates celebrate vestris cantibus…" (99).

Il Malatesta, dunque, è ben inserito in un degnissimo circuito culturale e se anche (si è detto) di "corte" non può davvero parlarsi in senso pieno, senza dubbio questo comporta per la città di cui è signore un apporto di conoscenze, stimoli, fermenti. Ma non deve però pensarsi che nella centralità del coltissimo signore si concentri troppo esclusivamente (col rischio dunque di esaurirvisi) quanto in Cesena circola e si muove di interessi dotti. Non è mai facile cogliere quella che potremmo chiamare la "cultura diffusa", ma qualche piccolo indicatore nel nostro caso possiamo ricavarlo dalla essenziale testimonianza contemporanea di Giuliano Fantaguzzi, tanto più eloquente in quanto ci porta ad anni in cui i Malatesti ormai sono usciti di scena e il clima è già quello della provincia e non più della piccola capitale, con un ridimensionamento di funzioni e capacità autonome abbastanza generale.

Senza pretese straordinarie, si resta comunque attenti a quanto avviene in giro. Dei fatti e delle personalità salienti le notizie circolano: sono noti i meriti e l’attività di Pomponio Leto, "in greco e latino monarcha de dotrina" (100); tempestivamente giungono gli echi delle traversie di Ermolano Barbaro "homo nelle sientie escellentissimo, in grieco e latino doctissimo", nominato patriarca di Aquileia nel 1491 senza beneplacito del governo veneziano e quindi "fatto ribello di San Marcho" (101); a volte i fatti scadono a chiacchiera e la morte del Poliziano diventa un suicidio che chiude una squallida storia di omosessualità (102). Qualche nome è storpiato; qualche data è imprecisa (103), ma il quadro ricostruibile attraverso Fantaguzzi riprende quota con notizie più sofisticate: l’impegno di Sisto IV per la biblioteca Vaticana; gli spettacoli che "andavano" in Roma nel 1496, con "molte representatione e giochi a l’anticha"; il ritrovamento dell’Apollo del Belvedere (104).

Anche la specifica realtà cesenate riemerge, contestuale alla ripresa di quanto capita fuori. Nel 1492, nel palazzo del governatore si rappresenta Plauto, i Menecmi, con grande successo: "con festa e triompho asai" (105); ad un indubbio interesse per la musica ci porta l’attenzione con cui, al 1491, si registrano le novità nell’uso del liuto (ora suonato con le dita nude e non più pizzicato con il plettro) (106), o con cui si seguono gli organi cittadini: quello "perfetto" di San Giovanni; o l’altro, "degno", di Sant’Agostino, fatto da maestro Bartolomeo; o l’altro ancora, "ornato", fatto costruire nel 1497 dalla badessa di San Biagio (107). E ancora riaffiorano le attenzioni ad un’editoria in rapido sviluppo (108); o gli echi di una passione antiquaria (comune a quegli anni) (109) del segno di quella che aveva spinto nel 1477 Polidoro Tiberti a far erigere in Sulmona, ov’era come capitano, una statua di Ovidio (110), e per la quale frate Franceschino, custode della Malatestiana, si era fatto raccoglitore di antiche monete (111).

Se poi concediamo almeno una parte dell’attenzione che si dovrebbe ad espressioni della cultura collettiva che in genere si è portati a trascurare, recupereremo dal Caos del Fantaguzzi anche i riflessi della notorietà di qualche predicatore più facondo (come Mariano da Genazzano o il leccese Roberto Caraccioli) (112); oppure il circolare delle novità della moda: il successo in città dei cappellai tedeschi (nel 1493), o quello delle casacche di feltro alla turchesca (nel 1497), o l’arrivo (nel 1500) delle "veste con corde larghe" che si dicevano trovate dalla regina di Spagna per celare una imbarazzante gravidanza (113). E proseguendo richiameremo una forte curiosità naturalistica, interessata agli "animali strani", a quelli esotici o mostruosi, al leone, all’elefante, agli orsi ammaestrati, ai serpenti, magari portati da un ungherese, uno spagnolo, un francese o soltanto un incantatore di Roversano (114). Una curiosità che, pur senza autorizzare collegamenti troppo diretti, fa venire in mente quella certa attenzione per l’ambiente espressa in modo esemplare dal fatto che l’unica grave pena fisica prevista dai bandi malatestiani sia l’amputazione del piede per chi tagli gli alberi del giardino dell’Osservanza (115).


6. La persistenza di un "segno"

Potremmo continuare a lungo nell’elencazione dei dati; oppure potremmo incamminarci per altre vie, per esempio approfondendo l’interessante tema delle scuole cesenati (116). Ma, riprendendo il filo del nostro discorso, credo che gli elementi offerti già bastino per ribadire come esista una cultura cesenate quattrocentesca non riassumibile nel puro richiamo a Malatesta Novello, ben radicata in città pur senza toccare mai livelli davvero ragguardevoli, persistente, capace di sopravvivere con ritmi pacati e senza affanni al venir meno del sicuro riferimento offerto dal principe, non adeguatamente sostituito (nella nostra prospettiva) nemmeno da qualche governatore di rilievo discreto (117). Si tratterà dunque di prenderne atto, senza volerne esagerare la qualità, magari cercandovi originalità e pregi che non ci sono per dimenticarsi di quelli reali.

Corti splendide e colte; strutture universitarie solidamente operanti (118); convergenze luminose di personaggi fondamentali per le vicende artistiche: occorrerà sfumare qualche entusiasmo e assumere realisticamente come congettura ciò che al momento altro non può essere. Le stesse grandi presenze operanti (che pure vi furono) (119), al pari dei rapporti tenuti in particolare da Malatesta Novello non mutano, a mio vedere, un trend piuttosto omogeneo, ed è un’omogeneità, ripeto, su livelli medi. Ho anzi l’impressione che, rispetto a quanto non abbia invece fatto, in qualche congiuntura la città avrebbe potuto con maggior vigore proporsi come centro culturale. Ma se ciò non avvenne fu piuttosto per scelta che per incapacità.

Già si è anticipato. Impegnandosi a fondo, signore e comunità, nel grande sforzo per la Malatestiana, si destinavano ad essa risorse considerevoli, sottratte ovviamente ad altri campi. La produzione di cultura in senso più tradizionale e proprio, scontava quella scelta con il contenimento nei limiti indicati. Ma in compenso s’incentivavano altri settori, di rilievo fortissimo anche se spesso trascurati o visti in subordine. Così, ad esempio, se i meriti letterari di Francesco Uberti – e, con lui, dell’umanesimo cesenate – galleggiano in un’atmosfera di onesta normalità; se parallelamente pittura e scultura propongono fino al prima Cinquecento dignitose presenze ma hanno pur sempre i momenti di più alta qualità in artisti quali un Antonio Aleotti, che rimane in fondo un pittore "di contado" (120); se la stessa età malatestiana sconta un "limitato fervore pittorico" (121); se, ancora, Codro non vuole affatto saperne di portarsi in Cesena nonostante le allettanti offerte fattegli (122); se tutto ciò avviene, capita anche – e le cose non mi sembrano slegate – che dal 1446 almeno, per circa un ventennio, in Cesena operi un attivissimo scrittorio in cui si alternano più di una ventina di amanuensi: di molte parti d’Italia e d’oltralpe. Ci sono Jacopo da Pergola, elegantissimo nella sua umanistica libraria, frate Francesco da Figline, il genovese Andrea Catrinello, il veneziano Jacopo Macario… Dalla Francia è venuto ser Giovanni da Epinal, attivissimo copista di quasi una quarantina di codici; da Utrecht, portando modi ancora fermamente gotici, scende Tommaso Blawart, e tedesco è di certo quel Mathias Kuler che esultante chiude un codice assicurando di essersi già speso tutto in donne e vino buono…(123). Io credo che proprio tali presenze spieghino le assenze che ci è capitato di verificare. Il grande impegno di quell’officina libraria è una chiara scelta culturale, che Malatesta Novello seppe fare sino in fondo, da raffinato bibliofilo (124).

Assolutamente consonante all’esistenza di quello scrittorio che veniva creando lussuosi codici (tutti in pergamena finissima, di grande formato, moltissimi miniati, qualcuno stupendamente (125), è il ruolo che Cesena ha nella storia della legatura artistica: un ruolo autonomo con caratteri propri, per cui i prodotti del centro romagnolo si distinguono dalla "abbondante congerie di legature contemporanee di altre regioni" (126). Ci sono alcuni ferri per l’impressione del cuoio tipici dell’uso cesenate, come le eleganti rosette a cinque lobi, o i piccoli uncini, e più in generale c’è un sapiente uso di una grande varietà di ferri comuni anche altrove, a nodi, a cuore, a volute, a crocette…. combinati in raffinate composizioni completate non soltanto dalle correnti borchie a bottone circolare, ma anche, largamente da quelle a fiore quadrilobato (127).

Lo scrittorio; la legatura: si dovrà ammettere che si tratta di esperienze molto legate agli interessi peculiari del Malatesta, incentrati nella "libraria". Ma si dovrà anche aggiungere che la comunità cesenate non soltanto accolse l’impegno di tutela della Biblioteca, con l’adesione che s’è vista al mandato del signore, ma ne adottò pure le opzioni culturali che vi erano sottese, ponendosene come erede. E per intenderci subito, si pensi ai codici liturgici della cattedrale: quando nel 1486 il vescovo di Cesena Giovanni Venturelli ed il capitolo decisero di dotare la chiesa cattedrale di otto splendidi corali, di grandi dimensioni e sontuosamente miniati, con un impegno che anche per tante altre vie avrebbe potuto arricchire il patrimonio artistico comune, si muovevano in una linea che non poteva essere improvvisata, ma presupponeva particolari ottiche culturali e specifiche sensibilità (128); quelle che pare di riconoscere – sul piano più largo della collettività – nell’uso di esporre i codici ogni anno, per la festa di san Giovanni Battista, all’ammirazione dei fedeli nella sacrestia: "quot habent inspectores, tot sibi captivant admiratores" (129).

Così poteva anche capitare che proprio a Cesena finissero diciotto corali, destinati dal cardinale Bessarione al convento dei frati dell’Osservanza: "libri grandissimi e dignissimi" (130) procurati da un personaggio che alla destinazione dei suoi codici stava bene attento. Potremmo anche richiamare l’importante raccolta di libri che il riminese Giovanni di Marco (già medico di Malatesta Novello) volle donare nel 1474 alla libreria cesenate e non alla sua città (131), con una scelta rivelatasi poi giusta nonostante le perdite subite per una cattiva custodia iniziale (132), dal momento che i codici riminesi andarono in gran parte dispersi nel corso del Seicento, finiti persino, come notava con scandalo monsignor Giacomo Villani, "in manus salsamentariorum": ai salumai (133).

Anche dopo Giovanni di Marco le istituzioni bibliotecarie restavano un solido punto di riferimento per i cesenati e Cesena stessa lo era per il mondo dei libri. Da don Nicola Marcellini, che nel 1534 istituiva sua erede universale la Malatestiana, a Niccolò Masini e Ettore Bucci, donatori di importanti raccolte librarie (134), fino ai due papi cesenati Pio VI Braschi e Pio VII Chiaramonti, che destinavano alla città di origine le loro importanti biblioteche (135), ma vorrei dire fino alla cura con cui ancor’oggi Cesena segue la sua Biblioteca, una lunga serie di atti ci testimonia come le scelte cruciali di metà Quattrocento siano state accolte profondamente e condivise. E a riprova del vigore con cui esse operarono, ricorderò un ultimo dato: è Cesena il primo fra tutti i centri della Romagna a conoscere l’introduzione della stampa.

Nel 1495, datata al 26 marzo, era infatti "impressa in Cesena per Paulo Guerino da Forlivio e Jo. Jacobo di Benedeti da Bologna" un’operetta del bertinorese Antonio Manilio: il Pronosticon dialogale (136). Si trattava di un piccolo fascicolo, primo modesto passo verso un’attività editoriale che a Cesena sarebbe in realtà decollata soltanto nel 1525, con la stampa del De contractibus di Tommaso Meneghini, commentato da Polidamante Tiberti (137). Tuttavia, tenendo conto delle difficoltà che la diffusione della stampa incontrava nei centri minori e delle valutazioni attente che ai tipografi s’imponevano sulla situazione del mercato locale, sulle possibilità di facilitazioni o commissioni da parte delle autorità, sull’esistenza di condizioni generali favorevoli, tenendo conto di ciò resterà significativa la scelta di Cesena compiuta nel 1495, sia pur temporaneamente (138), da parte dei due personaggi per nulla sprovveduti quali Paolo Guarini e Giovanni Jacopo dei Benedetti: uomo, il primo, di larghi interessi culturali, curioso e colto editore di testi, impegnato nei più diversi settori della vita intellettuale; appartenente il secondo ad una ben nota famiglia di stampatori (139). Non errore di valutazione, il loro, ma piuttosto conferma di una condizione abbastanza peculiare.

Le linee direttrici seguite da Malatesta Novello avevano evidentemente lasciato nelle abitudini culturali della città un segno profondo, anche se forse difficilmente percepibile ad una prima e superficiale analisi. Proprio la persistenza di quel "segno" indica quanto le scelte compiute fossero congrue e in potenziale sintonia con la civiltà cesenate nel suo complesso, e Cesena non si limitò a riceverle, ma le assume in proprio. Certamente tutto ciò poteva comportare ombre in altri settori: l’abbiamo visto. Ma anche in questo consiste l’eccezionalità del momento: nell’avere saputo orientare le proprie risorse ed attenzioni con coerenza, senza timori, verso un impegno sempre percepito come essenziale per il proprio essere civile.

La Malatestiana non è una cattedrale nel deserto! Si badi bene. E d’altronde nessuna espressione di cultura di tale livello può reggere nel tempo senza avere intorno un ambiente che le sia compatibile. Tuttavia occupa una posizione di indubbia centralità. Ne prendevamo atto all’inizio di queste pagine e crediamo di doverlo ribadire a ragion veduta concludendole. Ed è una centralità, ripeto che supera largamente i limiti del periodo cronologico che qui più interessava, restando in ogni caso la straordinaria testimonianza della colta raffinatezza di un grande signore e di una comunità intera.



(1) Il restauro del 1926, tanto semplice quanto efficace e filologicamente corretto, è merito precipuo di Manlio T. Dazzi (allora direttore della Malatestiana) e può ancora servire da esempio e monito per tanti sciagurati "operatori", dalle non poche responsabilità nel degrado del patrimonio storico e artistico. Nell’opera di ripristino si provvide allo scrostamento dei muri riportando a vista (oltre agli antichi intonaci) il cotto delle semicolonne perimetrali; i plutei vennero ripuliti dalla vernice nera con cui erano stati dipinti; le finestrelle gotiche riebbero vetrate congrue. Cf. A. Campana, Origine, formazione e vicende della Malatestiana, "Accademie e biblioteche d’Italia", XXI (1953), pp. 3-16 (ripubblicato poi autonomamente, Faenza 1954), a p. 15; A. Domeniconi, La Malatestiana, Udine 1960, p. 46. Una precisa ed essenziale descrizione della struttura edilizia è nell’opuscolo di G. Cecchini, 6 biblioteche monastiche rinascimentali, Milano 1960, p. 7; cf. Idem, Evoluzione arichettonico-strutturale della biblioteca pubblica in Italia dal secolo XV al XVIII, "Accademie e biblioteche d’Italia", XXXV (1967), pp. 27-47, alle pp. 28-29. In generale ora si veda anche P.G. Pasini, I Malatesti e l’arte, Milano 1983, pp. 106-118 (cap. su "Le Biblioteche malatestiane"). Nel riferimento alla Malatestiana inizia il saggio introduttivo di J.F. O’Gorman, The architecture of the monastic library in Italy 1300-1600. Catalogne with introductory essay, New York 1972, pp. 1-2.

(2) Lady Morgan, Italy, London 1821, II, pp. 437-439. La descrizione della Malatestiana è sveltamente sbrigata in questi termini: "The Library … occupies a long range of fine old monastic-looking apartments in an ancient edifice. It was founded by Malatesta Novello, in 1450 – a strange foundation for an unlettered condottiere" (il corsivo è nostro!).

(3) Sui tempi della compilazione dell’opera, stesa fra il 1448-49 e il 1453 e poi emendata ed accresciuta dall’autore medesimo fino al 1462, cf. Biondo Flavio, Scritti inediti e rari, ed. b. Nogara, Roma 1927 (Studi e testi, 48), pp. CXXII-CXXVI, CLXVII-CLXXII, 215-218; R. Fubini, Biondo Flavio, "Dizionario biografico degli italiani ", 10, Roma 1968, pp. 536-559, alle pp. 550 ss.

(4) Ricorro all’editio princeps dell’opera: Blondi Flavii Forliviensis, Italia illustrata, Rome 1474, ("in domo nobilis viri Iohannis Philippi de Lignamine"; cf. Gesamtkatalog der Wiegendrucke, IV, Leipzig 1930, coll. 244-245, nr. 4421); questo cap.VI/3, p. 157 (ma il volume non ha numerazione a stampa), è il passo che interessa: "que [=Cesena] predicti Malatesta Novelli litteris presertim istoria ornatissimi administratione nunc gaudet et a quo ornatur biblioteca melioribus Italie equiperanda, cum tamen hospitale idem in urbe sumptuosissimum edificet ac ponte lapideo et quidem insigni Sapim fluvium ad viam Flaminiam iunxerit menibusque illam novis alicubi communiat…". La copia che utilizzo (Venezia, Bibl. Naz. Marciana, inc. 234) reca la lettera dedicatoria di Gaspare Biondo, figlio dell’autore, e non quella dello stampatore, com’è in altri esemplari.

(5) Cf., per esempio, Biondo Flavio, Italia, cit., cap. II/7, p. 64, ove parla della biblioteca fiorentina di San Marco; si veda anche Fubini, cit., p. 551.

(6) Così nella lettera del 22 novembre 1458, da Roma, al conte di Pavia Galeazzo Sforza: Biondo Flavio, Scritti, cit., p. 176.

(7) Nella dedica al Sabellico del Filelfo. Cf. F. Philelphi Epistolarum familiarium libri XXXVII¸ Venetiis 1502 ("ex aedibus Joannis et Gregorii de Gregoriis fratres"), c. 1 v.: "…biblioteca multis libris referta, videlicet graecis latinis et hebraicis".

(8) L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna 1550 ("per Anselmo Giaccarelli"), c. 271 r. (in realtà, per errore tipografico, la carta porta il nr. 265.

(9) Ibid., c. 267 v.

(10) Andrea Scotto [ma F. Schott], Itinerario overo Nova descrittione de’ viaggi principali d’Italia…, Vicenza 1615 ("appresso Francesco Bolzetta"), I, c. 126r.; l’opera, che ebbe numerose edizioni tanto in tedesco che in italiano e venne anche ripresa dopo la morte dell’autore (nel 1622), uscì ad Anversa con il titolo Itinerarii Italiae rerumque Romanorum libri tres.

(11) A. Caro, Lettere familiari, ed. A. Greco, I, Firenze 1957, p. 49, nr. 23; fra l’altro: "Ma che beffe son queste che ci andate facendo, messer Paulo, a seppellirvi bello e vivo?… Oimé, star tanti mesi senza far mai segno pur di vivente?". La lettera al Manuzio è datata 4 gennaio 1538, ma fu probabilmente scritta nel 1537. Cf. Lettere familiari di Annibal Caro (1531-1544), ed. M. Menghini, Firenze 1920, pp. 54 (in nota) e 55. Nel gennaio 1540 il Caro (op. cit., ed. Greco, p. 173, nr. 127) invitava il Manuzio a Ravenna con queste parole : "aspetto che voi vegniate a rincontrare il mio personaggio fin qua, e visitare il Presidente [di Romagna, ossia Giovanni Guidiccioni], da parte del quale ve lo comando, sotto pena d’aver bando de la libraria di Cesena".

(12) "2 decembr. die Jovis summo mane lustravi Bibliothecam Monasterii a Malatestis fundatam…": G.M. Muccioli, Catalogus codicum manuscriptorum Malatestiana Caesenatis Bibliothecae, Caesenae 1780 ("typis Gregorii Blasinii sub signo Palladis"), II, p. 17; cf. Campana, p. 10.

(13) Su di lui: C. Rva, Giuliano Fantaguzzi e il suo "Caos", "Studi romagnoli" (= SR), XXII (1971), pp. 251-274; A. Moroldo, Remarques sur le "Occhurentie et nove" de Giuliano Fantaguzzi, SR, XXIV (1973), pp. 414-445. Qualcosa anche in A. Campana, The Origin of the Word "Humanist", "Journal of the Warburg and Courtauld Institutes", IX (1946), pp. 60-73, alle pp. 62-63; G. Ortalli, Gli "Annales Caesenates" tra la cronachistica canonicale trecentesca e l’erudizione storiografica quattrocentesca, "Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo", LXXXVI (1976-1977), pp. 279-386, alle pp. 302-303 e 317-320.

(14) G. Fantaguzzi, Caos-Cronache cesenati di secc. XV-XVI, Bibl. Com. Cesena, ms. 164, 64, p. 236; nell’ed. a stampa (parziale), cur. D. Bazzocchi, Cesena 1915, p. 3. Citerò il Fantaguzzi con riferimento al codice, usando la sua numerazione più recente (quella in inchiostro rosso, fatta per pagine e non per carte), riportando fra parentesi anche la corrispondente pagina nell’ed. a stampa.

(15) G. Brissio, Relatione dell’antica e nobile città di Cesena. Alla santità di… Clemente ottavo, Ferrara 1598 ("per Vittorio Baldini, stampatore camerale"), p. 30. Una versione latina dell’operetta del Brissio (espressione tipica di quel mondo tanto acutamente descritto in G. Benzoni, Gli affanni della cultura. Intellettuali e potere nell’Italia della Controriforma e barocca, Milano 1978), è pubblicata con il titolo Urbis Caesenae descriptio, in J.G. Graeve, Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae, IX/3, Lugduni Batavorum 1723 (a col. 13 D il passo cit.). Si noti come il Brissio anteponga la Malatestiana alla università cittadina, ricordata immediatamente dopo: "et ancora giova a’ cittadini in questa professione lo studio formale, che ha Cesena, ove si leggono diverse lettioni, con concorso de’ scolari anco forastieri". Piuttosto in linea con questa impostazione è C. Clementini, Raccolto istorico della fondatione di Rimino e dell’origine e vite de’ Malatesti, Rimini 1617 ("per il Simbeni"), II, p. 283: "… e con detto stimolo i Cesenati a gara si danno alle lettere, e riescono virtuosis".

(16) Cf. campana, p. 16.

(17) G.B. Braschi, Memoriae Caesenates sacrae et prophanae per specula distributae, Romae 1738 ("Typis Ansillioni prope Ecclesiam Regiam S. Jacobi"), p. 43, I, IV, cap. 13.

(18) Oltre a quanto già indicato, ricordo subito almeno A. Campana, Biblioteche della provincia di Forlì, "Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna", Milano, 1932, pp. 81-130.

(19) Per tutto questo si vedano: Domeniconi, La Malatestiana, cit., pp. 11-12; Campana, Biblioteche, cit., p. 88; Idem, Origine, cit., p. 5; ora anche C. Dolcini, La cultura premalatestiana e le origini della Biblioteca (in questo stesso volume), a cui rimando anche per una più ampia documentazione dei punti specifici. Aggiungo qui soltanto che l’interesse del Malatesta per i codici non era cosa di fresca data: dal 1439 lo sappiamo acquirente di libri e dal 1446 abbiamo notizia di amanuensi al lavoro per suo conto (Domeniconi, cit., p. 18).

(20) Questo è il testo dell’epigrafe, murata a destra del portale d’ingresso: "MCCCCLII. Matheus Nutius Fanensi ex urbe creatus, /Dedalus alter, opus tantum deduxit ad unguem". Sul Nuti, nativo di Nocera Umbra ma fanese d’adozione, si vedano: C. Grigioni, Matteo Nuti. Notizie bibliografiche, "La Romagna", VI (1909), pp. 361-382; G. Volpe, Matteo Nuti. Un architetto dimenticato del Quattrocento italiano, "Romagna arte e storia" (= RAS), IV/10 (1984), pp. 5-16. In Cesena il Nuti avrebbe poi lavorato, alla rocca, anche dopo il passaggio della città sotto il diretto dominio di Roma, come attesta ancora la lapide murata sul torrione circolare verso levante: "MCCCCLXVI opus Mathei Nutii Phanensis"; cf. A. Domeniconi, Documenti relativi alla ricostruzione della rocca di Cesena dopo la fine della signoria malatestiana (1466-1480), SR, XI (1960), pp. 287-333, a p. 288. Un suo intervento deve riconoscersi, secondo una fondata proposta, pure nel ripristino del sistema murario voluto da Malatesta Novello: G. Conti, La ristrutturazione della cinta muraria di Cesena attorno alla metà del Quattrocento, SR, XXXI (1980), pp. 359-382, alle pp. 361-362.

(21) Domeniconi, La Malatestiana, cit., p. 28.

(22) R. Zazzeri, Storia di Cesena dalla sua origine fino ai tempi di Cesare Borgia, Cesena 1890, pp. 351-353. La somma, che andava tolta dai 4.000 ducati annui che Venezia si era impegnata a riconoscere al Malatesta in perpetuo, in cambio della cessione di Cervia e delle sue saline, venne versata fino all’inizio del secolo XVI e si spense quando Cervia fu persa da Venezia e passò sotto il dominio di Roma: Campana, Biblioteche, cit., p. 88. Per la vendita di Cervia: G. Soranzo, La cessione di Cervia e delle sue saline a Venezia nel 1463, "La Romagna", VI (1909), pp. 201-219; W. Barbiani, La dominazione veneta a Ravenna, Ravenna 1927, pp. 131-136; C. Riva, L’aggregazione di Cervia a Cesena (1452-1463)¸ RAS, II/5 (1982), pp. 33-42, specialmente a p. 39.

(23) T. De Marinis, La Biblioteca napoletana dei re d’Aragona, I, Milano 1952, p. 159ss. per la dispersione della raccolta libraria. I 1400 volumi giunti da Napoli furono trasportati da Luigi XII nel castello di Blois, dove portò anche quelli presi a Pavia. Per la biblioteca pavese cf. E. Pellegrin, La Biblothèque des Visconti et des Sforza ducs de Milan, au XVe siècle, Paris 1955 (Publications de l’Institut de recherche et d’histoire des textes, 5), specialmente alle pp. 70-72.

(24) Impossibile (e superfluo) fornire qui una bibliografia organica sul tema generale trattato. Mi limito unicamente a richiamare il cap. di A. BÖmer – H. Widmann, Von der Renaissance bis zum Beginn der Aufklärung, "Handbuch der Bibliothekswissenschaft. III. Geschichte der Bibliotheken", a cura di F. Milkau-G. Leyh, I, Wiesbaden 1955, pp. 514-531, §§ 253-256, nonché il cap. su "Le biblioteche del Rinascimento" in F. Cognasso, L’Italia nel Rinascimento, I, Torino 1965, pp. 438-455.

(26) Sul Niccoli (morto nel 1437), è ancora utile G. Zippel, Niccolò Niccoli. Contributo alla storia dell’umanesimo, Firenze 1890; cf. anche Bomer-Widmann, cit., p. 515; soprattutto B.L. Ullman – P.A. stadter, The Public Library of Renaissance Florence. Niccolò Niccoli, Cosimo de’ Medici and the Library of San Marco, Padova 1972 (Medioevo e Umanesimo, 10). Sulla Biblioteca Estense: A. Cappelli, La Biblioteca Estense nella prima metà del secolo XV, "Giornale storico della letteratura italiana", XIV (1889), pp. 1-30; D. Fava, La Biblioteca Estense nel suo sviluppo storico, Modena 1925, soprattutto a p. 27, e, in sintesi, Idem, La Biblioteca Estense di Modena e le sue vicende, "Romana", V (1941), p. 7 dell’estratto. Per la Vaticana e il ruolo avuto da Niccolò V Parentucelli, ricordo soltanto il sempre utile E. MÜntz-P. Fabre, La Bibliothèque du Vatican au XVe siècle, d’après des documents inédits, Paris 1887 (Bibliothèque des Ecoles françaises d’Athènes et de Rome, 48), specialmente p. 34 ss.

(26) Circa novecento erano i codici che il Bessarione donava nel 1468 alla chiesa di San Marco a Venezia : M. Luxoro, La Biblioteca di San Marco nella sua storia, Firenze 1954, pp. 12-22; nel catalogo che accompagnava la donazione ne venivano elencati 482 greci e 264 latini: ibid., p. 19; T. Gasparrini Leporace – E. mioni, Cento codici bessarionei, Venezia 1968, pp. 112-147; altri se ne aggiunsero poi fino al 1472, anno della morte del Bessarione. 254 codici li aveva il cardinale Giordano Orsini nel 1439; circa 800 li possedeva il Niccoli, secondo i dati contenuti nell’orazione funebre recitata da Poggio Bracciolini e confermati da Giannozzo Manetti e Vespasiano da Bisticci (Ullman-stadter, cit., pp. 59-60). Di Giovanni Marcanova qualcosa diremo più avanti.

(27) Un elemento determinante fu comunque il fatto che Malatesta Novello non avesse eredi diretti; nell’affidamento alla comunità doveva ricercare "l’appoggio di un meccanismo che continuasse nel tempo la sollecita… vigilanza" del patrimonio librario, difendendolo anche "da una eventuale decadenza della comunità conventuale". Campana, pp. 7-8.

(28) Per la ricostruzione dell’esatto stato di cose sono risultate decisive le ricerche (condotte soprattutto attorno al 1950) di Antonio Domeniconi, il cui ruolo determinante ben emerge dalle diverse parole con cui il problema del carattere privato o pubblico della Biblioteca era affrontato nel 1932 e nel 1953 da Augusto Campana (luogo cit. alla nota precedente e Idem, Biblioteche, cit., p. 100). L’attenzione del Domeniconi per la Malatestiana può essere appieno valutata ricordando, a fianco di quanto ha pubblicato, il determinante contributo alla mostra storica organizzata per il quinto centenario della Biblioteca, nel 1952; si tenga inoltre presente quanto sull’argomento si conserva fra le sue carte inedite; cf. C. Riva, Gli inediti di A. Domeniconi, SR, XXX (1979), pp. 69-83, alle pp. 73-74 (C.1.1), 81 (C.3.5), 83 (D. 1.4-5).

(29) Preposto della chiesa di San Bartolomeo di Tipano, poi rettore di San Severo, frate Francesco fu anche un discreto copista. DomenicoNI, La Malatestiana, cit., p. 36, suggerisce l’ipotesi "che da lui, in così amichevole contatto con il signore di Cesena, sia venuto il primo stimolo alla costituzione della nuova biblioteca".

(30) Su tutto quest’ordine di questioni cf. A. Domeniconi, I custodi della Biblioteca Malatestiana di Cesena dalle origini alla seconda metà del Seicento, SR, XIV (1963), pp. 385 ss.

(31) "Libraria autem, sive biblioteca, per quondam Malatestam Novellum in Conventu beati Francisci dicte civitatis constructa, volumus ut ibidem perpetuos existat, nec ex ea libri quomodolibet removeantur, emutantur, auferantur, alienentur seu quomodolibet extrahantur sub pena excommunicationis late sententie"; A. Theiner, Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, III, Rome 1862 , pp. 443-445, nr. 385, a p. 444. La bolla, già pubblicata nell’ed. cesenate del 1589 degli Statuta civitatis Cesenae ("apud Bartholomaeum Raverium", pp. 369-371, è anche in Zazzeri, pp. 366-371. Cf. In generale anche J. Robertson, The return of Cesena to the direct dominion of the Church after the death of Malatesta Novello, SR, XVI (1965), pp. 123-161.

(32) Biblioteca malatestiana (=BMC), ms. D.XXVIII.2-3. R. Zazzeri, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Ricerche e osservazioni, Cesena 1887, pp. 235-236.

(33) Un esempio: il veneziano Maffeo Leoni (già Avogadore di comun e poi Savio di terraferma) nel gennaio 1540 si risentì moltissimo ma del tutto inutilmente con il Ramusio, che gli aveva chiesto in garanzia per due codici della Marciana "argenti e pegni preciosi" che non aveva: C. CasTellani, Pietro Bembo bibliotecario della libreria di S. Marco in Venezia (1530-1543), "Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti", s. 7, VII (1895-1896), pp. 826-898, alle pp. 867, 882-883; A. Pertusi, L’umanesimo greco dalla fine del secolo XIV agli inizi del secolo XVI, "Storia della cultura veneta. III. Dal primo Quattrocento al concilio di Trento", a cura di G. Arnaldi- M. Pasore Stocchi, I, Vicenza 1980, pp. 174-264, a p. 256, ma per quanto concerne il prestito cf. anche le pp. 255-258, con le indicazioni bibliografiche fornite. Qui (per il valore generale che gli esempi possono assumere) richiamerò ancora soltanto: C. Castellani, Il prestito dei codici manoscritti della Biblioteca di San Marco in Venezia ne’ suoi primi tempi e le conseguenti perdite de’ codici stessi, "Atti Ist. Veneto", s. 7, VI (1896-1897), pp. 311-377; C. Coggiola, Il prestito di manoscritti della Marciana da 1474 al 1527, "Zentralblatt für Bibliothekswesen", XXV (1908), pp. 47-70.

(34) Per tutta la vicenda: Domeniconi, La Malatestiana, cit., pp. 29-31; per valutare bene i fatti si tenga conto che, "per esempio, un paio di buoi… non costava allora più di una dozzina di ducati e il costo di una bella casa raramente superava i 10 ducati".

(35) BMC, S. XIX. 2 (ritengo sia questo il ms. in questione, un codice molto bello contenente orazioni di Cicerone, piuttosto che quello segnato S.XVI.2); Zazzeri, pp. 411-412.

(36) Domeniconi, La Malatestiana, cit., pp. 31-32.

(37) BMC, S. XI.4.

(38) E’ particolarmente importante l’ufficio pubblico che il Mazzoni rivestiva ("illustrissimae Comunitatis dictae civitatis Secretarius"), perché siamo ad una data in cui tra comune e frati si erano già aperti contrasti. Domeniconi, La Malatestiana, cit., pp. 40-42; Idem, I custodi, cit., pp. 385 ss.

(39) A c. 79 r (=213 r.) del cit. cod. S. XI.4 si trova il documento; fu riportato da Zazzeri, pp. 343-345, però in trascrizione non molto precisa e con la data sbagliata di un secolo (al 1574 anziché al 1674).

(40) Quello dal 1797 al 1804, quando tutto il complesso conventuale di San Francesco venne destinato a caserma per le truppe di Napoleone, fu per la Biblioteca il momento più delicato, con i danni maggiori (per quanto niente affatto irrimediabili). Mentre il sottostante refettorio veniva utilizzato come stalla, l’aula della Biblioteca ridipinta a calce diventava appunto dormitorio per i soldati. Codici e banchi, però, non andavano dispersi. Depositati nei locali dell’ospedale di San Tobia vi restavano fino al 1804, quando la comunità riusciva a recuperare il controllo sulla Biblioteca, riportandovi gli antichi arredi.

(41) Le iniziative edilizie di Malatesta Novello erano state piuttosto vivaci. Biondo Flavio, Italia, cit., c. 49r., ricordava in successione, dopo la Biblioteca, l’ospedale del Crocefisso, il ponte lapideo sul Savio, il restauro delle mura. Si potranno aggiungere almeno i conventi di Santa Caterina e dell’Osservanza. Su quest’attività si veda in sintesi G. Conti-D. Corbara, Per una lettura operante della Città. L’esempio, Cesena, Firenze 1980, pp. 46-47; soprattutto cf. le ricerche che da tempo sistematicamente conduce Giordano Conti: L’attività edilizia ed i lavori pubblici a Cesena sotto Malatesta Novello nei bandi del Comune (1431-1465), SR, XXIII (1972), pp. 343-358; Tre edifici malatestiani nelle cronache cesenati, SR, XXVIII (1979), pp. 229-246; Gli edifici pubblici a Cesena nel Quattrocento, SR, XXX (1979), pp. 127-154; La ristrutturazione, cit. Per uno studio della tipologia ospedaliera nel Quattrocento: l’ospedale del SS. Crocefisso a Cesena, RAS, I/2, (1981), pp. 78-94; La biblioteca malatestiana di Cesena e l’orizzonte culturale albertiano, RAS, III/8 (1983), pp. 13-34. Dopo la fine della signoria malatestiana anche l’attività edilizia entrò in un periodo di stasi. Nulla poteva cambiare nemmeno il fugace passaggio di Leonardo, che si fermò in città, fra agosto e settembre del 1502 come "architecto et ingegnero generale" del Valentino; per questa presenza si vedano: N. De Toni, Leonardo da Vinci e i rilievi topografici di Cesena (Frammenti vinciani XVIII), con una postilla di C. Pedrelli, SR, VIII (1957), pp. 414-424; Idem, I rilievi cartografici di Leonardo per Cesena ed Urbino contenuti nel manoscritto "L" dell’Istituto di Francia, studio del 1966 poi raccolto dal De Toni nel suo Leonardo da Vinci letto e commentato… Letture vinciane, Firenze 1974, pp. 131-146; soprattutto F. Mancini, Urbanista rinascimentale a Imola da Girolamo Riario a Leonardo da Vinci (1474-1502), Imola 1979, I, pp. 116-118, 127-128; II, pp. 243-244, 247 (con figura 263 per la patente del Valentino a Leonardo ingegnere generale, per cui cf. anche G. Sacerdote, Cesare Borgia. La sua vita, la sua famiglia e i suoi tempi, Milano 1950, pp. 552 e 602).

(42) Fido consigliere di Sigismondo Pandolfo, il riminese Roberto Valturio aveva privatamente messo in piedi una interessante ma piccola officina scrittoria. Attenzioni per una biblioteca "pro pauperibus studentibus" in Rimini, presso il convento di San Francesco, le aveva concretamente mostrate nel 1430 Galeotto Roberto Malatesta; il nucleo librario era poi cresciuto per donativi (fra gli altri) di Sigismondo Pandolfo e di Pandolfo Malatesta, oltre che del Valturio. Qualcosa aggiungeremo più sotto. Cf. comunque almeno: L. Tonini, Della storia civile e sacra riminese, V. Rimini 1882, pp.409-410 e "Appendice", pp. 134-136, nr. XXXV; A. Piromalli, Sigismondo Malatesti e l’organizzazione della cultura, "Historica", VI (1953), alle pp. 60-67; A. Vasina, La società riminese nel Quattrocento, "Studi malatestiani", Roma 1978, (Studi storici, 110-111), pp. 21-70, a p. 68. Sul Valturio in particolare ricordo soltanto A.F. Massera, Roberto Valturio "omnium scientiarum doctor et monarcha", "Annuari del r. Istituto tecnico ‘R. Valturio’ - Rimini", IV (1925/26), pp. 39-52 e V (1926/27), pp. 73-89 (non ho potuto consultare una ristampa faentina del 1958); A. Campana, Due note su Roberto Valturio, "Studi riminesi e bibliografici in onore di Carlo Lucchesi", Faenza 1952, pp. 11-24 (soprattutto alle pp. 17 ss. per la officina scrittoria "domestica").

(43) F. Ferri, Una contesa di tre umanisti. Basinio Porcellio e Seneca. Contributo alla storia degli studi greci nel Quattrocento in Italia, Pavia 1920; in sintesi: A. Campana, Basinio da Parma, "Diz. Biogr. Ital.", 7, Roma 1966, pp. 89-98, a p. 92.

(44) Senza voler risalire alla pur documentata monografia di A. Battaglini, Della corte letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta signor di Rimino, in Basini Parmensis, Opera praestantiora, Rimini 1794 ("ex typographia Albertiniana"), II, pp. 43-255, si potrà ricordare ancora (con i suoi limiti) il vecchio lavoro di C. Yriarte, Un condottiere au XVe siècle. Rimini, études sur les lettres et les arts à la cour des Malatesta, Paris 1882, da prendersi comunque (ma è noto) con ogni precauzione, a partire dalle valutazioni date delle figure centrali, quali quelle stesse di Sigismondo Pandolfo Malatesta e della sua donna Isotta degli Atti, "congelati in un compatto blocco di retorica", come giustamente rimarcava F. Gaeta, La leggenda di Sigismondo Malatesta, "Studi malatestiani", cit., pp. 159-196, a p. 162. Su quell’ambiente culturale cf., meglio, A.F. Massera, Appunti per la storia della letteratura umanistica nelle corti malatestiane, "Annuario del r. Istituto tecnico ‘R. Valturio’ - Rimini", III (1924/25) che ho potuto soltanto scorrere in estratto, e Idem, Roberto Valturio, cit.; molte indicazioni si potranno togliere anche dai saggi raccolti nel volume di "Studi malatestiani" cit. (specialmente da quelli di Augusto Vasina, Charles Mitchell, Pier Giorgio Pasini) e da tante pagine di Augusto Campana. Sono tutte indicazioni, quelle sulla cultura riminese, che aiutano a meglio intendere anche quella cesenate, pur nelle loro peculiarità.

(45) N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, ed. f. Chiappelli, Ii (1501-1503), Roma-Bari 1973, pp. 362, 364 (da Cesena, il 23 e 26 dicembre 1502).

(46) M. Sanudo, Diarii, ed. R. Fulin, III, Venezia 1880, specialmente alle coll. 1269, 1302, 1353, 1368; le notizie del Sanudo si riferiscono soprattutto alla permanenza del Valentino in Cesena nel 1500-1501, quando chi mandava le informazioni (ossia il podestà veneziano di Ravenna) si mostrava bene attento anche a questo ordine di fatti.

(47) Fantaguzzi, p. 368 (167 nell’ed. cit.), al 1502.

(48) Ibid., p. 344 (136-137), al 1501 Cf. anche C. Riva, Cesena e il Valentino: considerazioni d’ un osservatore dietro le quinte, Cesena 1977.

(49) A. Campana, Dal Calmeta al Colocci. Testo nuovo di un epicedio di P.F. Giustolo, "Tra latino e volgare. Per Carlo Dionisotti", Padova 1974, (Medioevo e Umanesimo, 17-18), pp. 267-316, alle pp. 285-286, 290, 305. Sul Calmeta si veda ora anche M. Pieri, Colli, Vicenzo, detto il Calmeta, "Diz. Biogr. Ital.", 27, Roma 1982, pp. 49-52, ove però (a p. 50) si intende scritta da Imola la lettera del 16 dicembre 1502, a Isabella d’Este marchesa di Mantova, datata invece da Cesena; cf. V. Calmeta, Prose e lettere edite e inedite, ed. C. Grayson, Bologna 1959 (Collezione di opere inedite o rare, 121); pp. XX-XXI, 90-91; Campana, Dal Calmeta, cit., p. 305. Dell’Uberti qualcosa si aggiungerà più sotto.

(50) Esemplari le pagine di D. Bazzocchi, Domenico Malatesta Novello e le lettere in Cesena nel secolo XV con documenti inediti, Bologna 1919, pp. 50-51, e passim: nonostante ogni sforzo ed ogni favorevole disposizione, la corte cesenate non riesce a saltar fuori.

(51) Si veda, per intenderci, la divertita ironia con cui in tale centro la smaliziata corte ducale trattò Andrea Bernardi (il Novacula), preso invece assai più sul serio come storico dai suoi concittadini: Campana, Dal Calmeta, cit., pp. 280-282; Ortalli, pp. 322-324.

(52) Si vedano i nomi che vengono infilati un dietro l’altro già in Brissio, cit., pp. 27-30, e da allora in poi volte, per esempio in : Zazzeri, pp. 353-356; D. Bazzocchi-P. Galbucci, Cesena nella storia, Bologna 1915, pp. 127 ss., 144 ss.; Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., passim.

(53) Il 1499 è l’anno dell’esemplare di dedica del De legitimo amore, conservato in Bibl. Vaticana, Urb. Lat. 767. Cf. (anche per la data di composizione e l’autore) G. Zannoni, "De legitimo amore". Poema di Dario Tiberti, "Atti della r. Accademia dei Lincei. Rendiconti", s. 4, VII/2, (1891), pp. 69-78. Per i versi dedicati a Elisabetta Gonzaga si vedano: Muccioli, cit., II, p. 151 ss., Zazzeri, Sui codici, cit., p. 12; Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., pp. 63-64; anche BMC, D.I.10. Sul Tiberti in generale potrà poi vedersi L. Piccioni, Di Francesco Uberti umanista cesenate de’ tempi di Malatesta Novello e di Cesare Borgia, Bologna 1903, ad indicem (gli studi del Piccioni restano, a mio parere, tra quelli di argomento cesenate che meglio reggono il tempo).

(54) Antonii Codri Urcei Opera quae extant omnia, Basileae 1540 ("per Henricum Petrum"), pp. 272-273; la lettera (sesta nelle stampe, datata da Bologna il 19 agosto 1498) era già nell’ed. bolognese del 1502 ("per Ioannem Antonium Platonidem Benedictorum bibliopolam"), cc. S. 5-6. Ne fa cenno C. Malagola, Della vita delle opere di Antonio Urceo detto Codro, Bologna 1878, p. 204.

(55) Zannoni, cit., p. 72.

(56) Fantaguzzi, pp. 121, 238 (5-6 nell’ed. cit.); Zannoni, cit., pp. 69-70.

(57) BMC, D.I.8. Due carte in calce contengono versi latini in onore del Tiberti di vari autori, fra cui Niccolò Ferretti e Francesco Uberti. Altro cod. in Bibl. Vaticana, Capp. 7, per cui cf. C. Salvo Cozzo, I codici capponiani della Biblioteca Vaticana Roma 1897, pp. 10-11. Si veda anche Zannoni, cit., pp. 71-78.

(58) Su di lui cf. ancora A. Zeno, Dissertazioni Vossiane, II, Venezia 1753 ("per Giambatista Albrizzi"), pp. 271-276; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana VI/3, Modena 1791, pp. 898-899; G. Sirotti, XVIII secoli di storia. Dall’arrivo del cristianesimo a Cesena alla cattedrale odierna, Cesena 1974, pp. 10-113.

(60) Per le diverse edizioni cf. fra gli altri: L. Hain, Repertorium bibliographicum, II/2, Stuttgartiae 1838, pp. 473-474, nr. 15939-15944: W.A. Copinger, Supplement to Hain’s Repertorium Bibliographicum, I, London 1895, p. 481; Catalogue of books printed in the XVth Century, now in the British Museum, IV, London 1916, p. 114; Indice generale degli incunabuli delle biblioteche d’Italia (=IGI), a cura di T.M. Guarnaschelli – E. Valenziani – E. Cerulli – P. Veneziani, Roma 1943-1981, V, p. 280, nr. 10146-10147; A. Palau y Dulcet, Manual del librero ispanoamericano, XXVI, Barcelona-Oxford 19752, pp. 146-148, nr. 359185-359192. Si veda anche Historia Baltica, ed. L. Barrau-Dihigo, "Revue hispanique", XLVII (1919), pp. 319-382, alle pp. 319-321. Per inciso, la copia in BMC (D.I.5) con l’Historia e il Fernandus, nell’ed. romana "per Eucharium Silber, alias Franck", è del 1493 e non del 1492 come riporta invece Zazzeri, Sui codici, cit., p. 7, equivocando fra data di rappresentazione e di stampa.

(61) Per una recentissima traduzione dell’opera in castigliano: R. Bravo Villarreal, La "Historia Baetica" de Carlo Verardi. Drama histoico renacentista en latin sobre la conquista de Granada, Monterrey 1971 (Publicaciones del Istituto Tecnologico de Estudios Superiores de Monterrey, Serie Letras, 5). Si tengano anche presenti le non lontane riedizioni: Fernandus servatus, ed. H. Thomas, "Revue hispanique", XXXII (1914), pp. 428-457 ; Historia Baetica, ed. Barrau-Dihigo, cit. alla nota precedente. Di una traduzione francese del 1497 fa cenno Palau y dulcet, cit., p. 148, sulla scorta di Henry Harrisse. Dovrebbe trattarsi di quella stessa ipotetica traduzione oggetto delle congetture di B.G. Struve (- C.G. Buder – J.G. Meusel), Bibliotheca historica, VI/1, Lipsiae 17933, p. 191; l’opera a cui Struve alludeva senza avere peraltro potuto consultarla (La très célébrable, digne de mémoire et victorieuse prise de la cité de Granade, stampata appunto nel 1497, per cui cf. Palau y Dulcet, cit., XXIV, Barcelona-Oxford 19722, p. 104, nr. 3402334), non ha però nulla da spartire con la Historia del Verardi e si veda già in tal senso Barrau-Dihigo, cit., pp. 319-320, in nota.

(62) V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1964 (I ed., 1933), p. 500.

(63) F. Bonamici, De claris pontificiarum epistolarum scriptoribus, in Philippi et Castrucci Bonamiciarum Opera omnia, I, Lucae 1784 ("typis Josephi Rocchii"), pp. 64, 174-175; Zeno, cit., II, pp. 271-276; Tiraboschi, cit., VI/3, p. 898.

(64) Ricorderemo anche come nella navata destra della cattedrale cesenate l’altare della famiglia Verardi fosse edificato proprio per interessamento e disposizione di Carlo.

(65) Il cod. del De honore è in Bibl. Vaticana, Barb. Lat. 4004; il testo fu ed. a Venezia nel 1500, "per Bartholamio de Zani da Porteso" (Gesamtkatalog, cit., III, Leipzig 1928, p 614, nr. 3817; IGI, I, p. 188, nr. 1451; VI, p. 83). Il passo cit., è al I. IV, ep. 4. Per l’opera (una copia è anche in BMC, D.I.3) e il suo autore: L. Piccioni, A proposito di un plagiario del "Paradiso" dantesco. Benedetto da Cesena, "Miscellanea di studi critici edita in onore di Arturo Graf", Bergamo 1903, pp. 545-561 (poi in Idem, Appunti e saggi di storia letteraria, Livorno 1913, pp. 1-24); F.A. Massera, Un romagnolo imitatore del poema dantesco nel Quattrocento (Benedetto da Cesena), "R. Deputazione di storia patria per le province di Romagna. Documenti e studi", IV ( = Studi danteschi… nel VI centenario della morte del poeta"), Bologna 1921, pp. 165-176. Ora anche E. Ragni, Benedetto da Cesena, "Diz. Biogr. Ital.", 8, Roma 1966, pp. 427-429.

(66) Zazzeri, p. 353, lo faceva monaco in Santa Maria del Monte a Cesena, ma senza fornire alcun possibile riscontro.

(67) Massera, Un romagnolo, cit., p. 172, nota 1, spiegò la probabile nascita dell’errore: venne confusa la incoronazione imperiale di Federico III per mano di Niccolò V (ricordata nel De Honore) con quella poetica dell’autore! L’equivoco risale almeno a B. Manzoni, Caesenae chronologia in duas partes divisa, I, Pisis 1643, p. 130, ed a F.S. Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, IV, Milano 1749 ("nelle stampe di Francesco Agnelli"), p. 211.

(68) Su di lui è tuttora essenziale il volume del Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., con l’appendice Tavola de’ carmi. Di Francesco Uberti umanista cesenate…, "La Romagna", I (1904), pp. 232-245, 287-299, continuata poi sempre dal Piccioni con il titolo I carmi di Francesco Uberti umanista cesenate, "Classici e neolatini", VIII (1912), pp. 332-363.

(69) Malagola, cit., pp. 161-171, 287-289.

(70) Il giudizio riduttivo sul Beroaldo, di cui mi pare tipica riconferma la voce di M. Gilmore, Beroaldo, Filippo senior, "Diz. Biogr. Ital.", 9, Roma 1967, pp. 3382-384, era già rimarcato da E. Garin, Note sull’insegnamento di Filippo Beroaldo il vecchio, "Studi e memorie per la storia dell’Università di Bologna", n. s., I (1956), pp. 357-374 (ora anche in Idem, La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze 1961, pp. 364-381). Qui la questione non interessa; è comunque indispensabile, per un’esatta percezione del clima e delle realtà culturali in cui si mossero tanto il Beroaldo che Codro (e di riflesso anche l’Uberti), ricordare almeno l’essenziale volume di E. Raimondi, Codro e l’umanesimo a Bologna, Bologna 1950, e i suoi successivi studi, raccolti ora in Idem, Politica e commedia. Dal Beroaldo al Machiavelli, Bologna 1972, pp. 15-140.

(71) Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 97, lo prova in modo inconfutabile.

(72) Sacerdote, cit., pp. 546-547; C. Mutini, Astemio (Abstemius), Lorenzo "Diz. Biogr. Ital.", 4, Roma 1962, pp. 460-461, a p. 461 (oltre a Piccioni, cit., pp. 121-123).

(73) Ibid., p. 113.

(74) Fantaguzzi, p. 306 (93). Oltre al Piccioni cf. Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., pp. 18, 61 anche per precedenti impegni d’insegnamento in Cesena.

(75) La Oratio in funere illustrissimi olim Caesenae principis domini d. Malatesta Novelli de Malatestis si conserva in BMC, D.I.2, ossia nel cod. che, in larga misura autografo, raccoglie la maggior parte delle opere dell’Uberti. Una copia più tarda è anche in Rimini, Bibl. Civ. Gambalunghiana, 4.H.IV.2, 5, cc. 2 r e ss. Ed. in Muccioli, cit., I, pp. 139-148, e in Bazzocchi, cit., pp. I-XII.

(75) BMC, S. XXIX.21; vi sono contenuti 113 epigrammi, diversi da quelli raccolti in D.I.2. E’ l’esemplare di dedica "Ad illustrissimum principem ac dominum d. Joannem secundum Bentivolum Sphorciam vicecomitem de Aragonia..". Cf. anche BMC D.I.2, cc. 234-256, e il tardo cod. di Ferrara, Bibl. com. Ariostea, II, 305 b. Sulla biblioteca dello Sforza si veda A. Vernarecci, La libreria di Giovanni Sforza signore di Pesaro, "Archivio storico per le Marche e per l’Umbria", III (1886) pp. 501-523.

(77) Così Sacerdote, cit., p. 546. Al Borgia è dedicato il Libellus epigrammaton (118 componimenti) raccolto come VI in BMC, D.I.2, cc. 185-208. Cf. pure Bibl. Vaticana, Vat. Lat. 9223 ; Ivi, Fondo Rossiano, Ross. 36 (VII/a.36), per cui veda La Biblioteca Rossiana, "Rivista delle biblioteche d’Italia", XXXIII/1-2 (1923), pp. 10-32, a p. 22 (l’art, anonimo, era già apparso nella "Civiltà cattolica", 1720, del 18 febbraio 1922); anche P.O. Kristeller, Iter italicum, London-Leiden 1963-1967, II, pp. 386, 468. Gli altri libri di epigrammi conservati dal cod. cit. D.I.2 sono dedicati a papa Alessandro VI, al cardinale Ippolito d’Este, al cardinale Salernitano (sull’identificazione con Giovanni Vera: Piccioni, Tavola de’ carmi, cit., p. 287, nota 1), al vescovo di Cesena, al doge Leonardo Loredan (si veda anche il cod. di Ferrara Bibl. com. Ariostea, II. 259 P; cf. Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., pp. 12-13), a Guidubaldo di Montefeltro, a Marsilio Ficino, a Tito Vespasiano Strozza; un libro di epigrammi intitolato all’arcivescovo ravennate Filiasio Roverella è in Roma, Bibl. Casanatense, 504 (B.V.47): sono tutti testi per i quali si rimanda ai cit. lavori del Piccioni. Per il Libellus dedicato a Lorenzo de’ Medici cf. più sotto. Si veda anche in BMC il ms. 164. 5. 29, con Carmina dell’Uberti, e per esso cf. Piccioni, I carmi, cit., pp. 362-363.

(78) A parte i numerosi componimenti dedicati ai rappresentanti del potere temporale in Cesena, è tipico che l’altra orazione dell’Uberti pervenutaci, quella "de pace et recuperatione libertatis", sia dedicata al nuovo regime della Chiesa, appena celebrato e sepolto il vecchio signore (è in BMC, D.I.2, cc. 110ss). Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 88.

(79) Al Medici è dedicato un libro di epigrammi, sfuggito (mi pare) anche alle attente ricerche del Piccioni, ma ricordato ora da Kristeller, cit., I, p. 16. Bologna, Bibl. com. Archiginnasio, A. 82, descritto da A. Sorbelli, in Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, XXX, Firenze 1924, p. 47.

(80) Di un epigramma al Barbaro riportato nel cod. cit. II. 259 della Bibl. Ariostea di Ferrara, c. 66 r. (oltre a quelli in BMC, D.I.2, cc. 163 v. e 175 v.), dà notizia V. Branca, L’umanesimo veneziano alla fine del Quattrocento. Ermolao Barbaro e il suo circolo, "Storia della cultura veneta", cit., pp. 123-175, a p. 174.

(81) Un lungo epigramma in lode di Dario Tiberti, per la glossa al Salterio, è nel cod. cit., (BMC, D.I.8) contenente tale opera; cf. Muccioli, cit., I, p. 13. Quanto ad Agamennone Tiberti, è probabilmente sulla base di un epigramma dell’Uberti che quanti se ne occuparono lo qualificarono come "famosissimo astrologo" (Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 55). Mi pare che in qualche caso (Zazzeri, p. 60; Bazzocchi, cit., p. 354) si rifletta confusamente su Agamennone la personalità di Antioco Tiberti, autore del De chiromantia, Bononiae 1494 ("per Benedictum Hectoris", cf. Hain, cit., II /2, pp. 414-415, nr. 15519; IGI, V, p. 200, nr. 9654), e del Prognosticum anni 1493, Romae 1493 ("Eucharius Silber"; cfr. IGI, V, nr. 9655). Su di lui: Fantaguzzi, p. 302 (87-88 nell’ed. cit.); Clementini, cit., II, pp. 582-583; S. Sozzi, Breve storia della città di Cesena, Cesena 19732, pp. 133-139. Da una lettera che Ermolao Barbaro gli scrive nel 1488, Antioco Tiberti appare "dedito alle Calculationes sofistiche dell’ultima scolastica": E. Barbaro, Epistolae, Orationes et Carmina, ed. V. Branca, Firenze 1943, II (Nuova collezione di testi umanistici inediti o rari, 6), pp. 24, 159.

(82) "Cum omnibus propemodum principibus, necnon et viris qui in optimis quibuscumque artibus tunc temporis claruerunt, aut non obscura familiaritas, aut illustris intercessit amicitia". La biografia dell’Uberti è unita al più volte cit. cod. D.I.2, donato proprio dal Masini alla Malastestiana; ed. in Muccioli, cit., I, p. 138 per il passo riportato.

(83) Ibid., p. 137: "et quia sobrie perpetuo vixit humilia haec, atque terrena despiciens exacte sempre, et christianam pietatem coluit. Eapropter nonagenarius praeclaram mortem obiit". Il Masini faceva confusione sulla data di morte, che fu il 1418 e non il 1440 (quando sarebbe stato novantenne).

(84) Fantaguzzi, p. 561 (nella parte non ed. dal Bazzocchi).

(85) Campana, Dal Calmeta, cit., p. 286.

(86) Campana, p. 13.

(87) Le due importanti lettere a Cosimo, dell’agosto 1457 (da Meldola) e del giugno 1464 (da Cesena), sono in Arch. di Stato Firenze, Mediceo avanti il principato, VI. 266 e XII.396. Cf. A. Pannella, Archivio mediceo avanti il principato. Inventario, I, Roma 1951 (Ministero dell’Interno-Pubblicazioni degli Archivi di Stato, 2), pp. 102, 231. Edite credo per la prima volta in Yriarte, cit., pp. 428-429, si ritrovano anche in Zazzeri, Sui codici, cit., pp. 350-351, 439-442: N. Trovatelli, Quattordici lettere di Malatesta Novello signore di Cesena, "La Romagna", VI (1909), pp. 30-42, alle pp. 36, 41-42. Quanto al commento di Elio Donato, cfr. A. Franceschini, Giovanni Aurispa e la sua biblioteca. Notizie e documenti, Padova 1976 (Medioevo e umanesimo, 25), p. 117, nr. 336.

(88) P. Bracciolini, Epistolae, ed. T. Tonelli, II, Firenze 1859, pp. 322-326, I. IX, nr. 12-13. Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., pp. XVI-XVIII. Cf. G. Voigt, Die Wiederbelebung des classischen Altertums, Berlin, 18933, p. 590 (nella trad. it, Il risorgimento dell’antichità classica ovvero il primo secolo dell’Umanesimo, I, Firenze, 1888, p. 588).

(89) A. Campana, Passi inediti dell’"Italia illustrata" di Biondo Flavio, "La Rinascita", I/2 (1938), pp. 91-97, alle pp. 91-93.

(90) Così nella lettera di dedica dell’opera a Giovanni II di Castiglia; fra l’altro il Decembrio auspica che la Vita risulti degna dell’erudita attenzione di Malatesta Novello, cosicché "inter ceteras virorum illustrium vitas, quas habet, adiungat, collocetque in nobili Bibliotheca illa, quam magnis sumptibus aedificavit": A.M. Bandini, Catalogus codicum manuscriptorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae, II, Florentiae 1775 ("Typis Caesareis"), col. 702 (cod. LXIII. 30). Cf.: Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 50, nota 3: Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., p. 46; E. Ditt, Pier Candido Decembrio. Contributo alla storia dell’umanesimo italiano, "Memorie del r. Istituto Lombardo di scienze e lettere", XXIV (1931), pp. 21-108, alle pp. 60-63 (per la Vita Homeri).

(91) L. I, vv. 451-456, in Basino, Opera, cit., I, p. 340.

(92) Bibl. Vaticana, Vat. Lat. 2948, Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., pp. XXIII-XXV.

(93) Muccioli, cit., II, p. 280; Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 44; Bazzocchi, cit., pp. XIX-XXII.

(94) "Si diceva da taluni che [le Epistolae] le avesse tradotte il Gaza e che il Griffolini se ne fosse appropriata la paternità; si diceva da altri che se le fosse fatte correggere da Pietro Oddo. La verità sarà forse che nei dubbi e nelle difficoltà il Griffolini abbia interpellato un po’ l’uno o un po’ l’altro": R. Sabbadini, Andrea Contrario, "Nuovo Archivio Veneto", XI (1916), pp. 378-433, a p. 383 (anche pp. 409-413 per due violentissime lettere del Contrario e una di Vittore da Parma sulla questione); Pertusi, cit., pp. 211-212. Sul Contrario anche: G. Degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani, II, Venezia 1754, pp. 420-432; P.D. Mastrodimitri, Nikolaos Senoundinos (1402-1464), Bios kai ergon, Athenai 1970, pp. 61-62 (in nota), 158.

(95) Per un’idea della straordinaria diffusione del testo si vedano le decine di codici, in massima parte quattrocenteschi e in larga percentuale pergamenacei, segnalati da Kristeller, cit., ad indicem. Per le numerose edizioni a stampa: IGI, IV, pp. 260-263, nr. 7682-7704; Hain, cit., II/2, pp. 93-95, nr. 12872-12900.

(96) Modena, Bibl. Estense, ms. lat. 992 (a .L.5.15) c. 8r. La lettera dedicatoria fu edita in Zeno, Dissertazioni, cit., I, Venezia 1752, pp. 143-144; ripresa in Bazzocchi, cit., pp. XXXIII-XXXIV. Sulla libreria del Marcanova (oltre cinquecento volumi): L. Sighinolfi, La biblioteca di Giovanni Marcanova, "Collectanea variae doctrinae Leoni S. Olschki oblata", Monachii 1921, pp. 187-222. Sui Quaedam antiquitatum fragmenta (anche per altre indicazioni bibliografiche) si vedano: Mostra storica nazionale della miniatura. Catalogo, a cura di G. Muzzioli, Firenze 1954, pp. 379-380, nr. 601; D. Fava – M. Salmi, I manoscritti miniati della Biblioteca Estense di Modena, II, Milano 1973, pp. 44-48; R. Weiss, The Renaissance discovery of classical antiquity, Oxford 19732, pp. 98, 148-149; G. Pozzi – G. Pianella, Scienza antiquaria e letteratura. Il Feliciano. Il Colonna, "Storia della cultura veneta", cit., pp. 459-498, a p. 463. In generale ora si veda anche M.C. Vitali, L’umanista padovano Giovanni Marcanova (1410/1467) e la sua biblioteca, "Ateneo Veneto", XXI/2 (1983), pp. 127-161.

(97) J.R. Sinner, Catalogus codicum mss. Bibliothecae Bernensis, II, Bernae 1770 ("ex Officina typogr. Brunneri et Halleri"), p. 503, dal ms. B. 42 (= Quaedam antiquitatum fragmenta), si riporta "Patavini opus inceptum, Caesenae scribi absolutum, Bononiae in hanc formam redigere fecit Joannes Marchanova… 1460". Cf. anche H. Hagen, Catalogus codicum Bernensium (Biblioteca Bongarsiana), Hildesheim – New York 19622, p. 312. Rispetto al testo della Bürgerbibliothek di Berna, leggermente diverso è il passo nella recensione del 1465, quella del cod. Estense a .L.5. 15 cit., c. 6 r, (cf. Fava-Salmi, cit., p. 44); si veda anche Weiss, cit., p. 148; Vitali, cit., pp. 133, 137.

(98) G. Borghini, Un codice del Filelfo nella Biblioteca Malatestiana, "Giornale storico della letteratura italiana, XII (1888), pp. 395-403 (a proposito della BMC, S.XXIII. 4); Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., pp. 45-46; Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., pp. 55-58, XXVI-XXXII.

(99) Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 46; Bazzocchi, cit., p. XXXII. Nell’epistolario del Filelfo sono comprese quattro lettere a Malatesta Novello, scritte da Milano tra il dicembre 1453 e il novembre 1454, oltre ad una del gennaio 1459 da Roma a Gaspare Mercato, in cui parla della sua recentissima visita al Malatesta; Filelfo, Epistolae, cit., cc. 81 r., 82 v., 88 r. 105 r.; erano già contenute (ai libri XI, XII, e XIV) nella ed. delle lettere del 1473 circa, stampata in Venezia da Vindelino da Spira (Hain, cit., nr. 12926; IGI, II, p. 216, nr. 3885).

(100) Fantaguzzi, p. 255 (29 nell’ed. cit.), al 1487. avverto qui che nel mio spoglio /sondaggio sul Caos mi sono limitato agli anni fino al 1500, con poche occasionali escursioni oltre tale data.

(101) Ibid., p. 260 (37). Per l’"incidente diplomatico romano" si veda in sintesi Branca, L’umanesimo, cit., p. 129, in nota.

(102) Fantaguzzi, p. 284 (63).

(103) Per esempio, in ibid., p. 255 (29), penso che il "Giovanno Brovaldo" che "in Bologna fiori de sientia e virtù escelentissimo" sia in realtà Filippo Beroaldo. A p. 284 (63), la morte di Giovanni Pico della Mirandola è riportata sotto il 1496 e non al 1494.

(104) Ibid., pp. 248, 254, 256, 264, (19, 27, 30, 43). Sulla testimonianza del Fantaguzzi per l’Apollo del Belvedere, cf. Weiss, cit., p. 103, nota 1.

(105) Fantaguzzi, p. 264 (43).

(106) Ibid., p. 260 (38).

(107) Ibid., pp. 150, 253, 291 (22, 26, 75).

(108) Ibid., pp. 251, 266, 268 (22, 47, 48).

(109) Ibid., pp. 252 (25: "La gamba marmorea anticha questo anno fo atrovata…"; per ritrovamenti di monete nel 1505 e 1507: pp. 413, 460 (266, 274). Quanto agli interessi archeologici e antiquari del tempo, ovvio (e sufficiente) il richiamo a Weiss, cit.

(110) A. Campana, Le statue quattrocentesche di Ovidio e il capitano sulmonese di Polidoro Tiberti, "Atti del Convegno internazionale ovidiano", I, Roma 1959, pp. 269-288.

(111) A. Domeniconi, Un inventario relativo a un custode della Biblioteca Malatestiana: frate Franceschino da Cesena (1489), SR, XVI, (1965), pp. 179-181; Weiss, cit., p. 171, nota 1.

(112) Fantaguzzi, pp. 256, 268, 284, (31, 48, 63). Sulla presenza in Cesena del leccese Roberto Caraccioli cf. Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 52.

(113) Fantaguzzi, pp. 264, 267, 292, 324 (44, 48, 77, 113).

(114) Ibid., pp. 241, 243, 250, 251, 255, 257, 260 (10, 12, 13, 22, 23, 29, 33, 37).

(115) Conti, Attività edilizia, cit., pp. 351-352. Anche Fantaguzzi, p. 236 (2-3), ricorda i "molti bellissimi cipressi" di quel luogo; per associazione d’idee, viene qui in mente pure il riguardo che dedica al patrimonio edilizio, con il rammarico – ad esempio – per i danni indotti dalla guerra negli edifici antichi, o con l’aperto biasimo per chi specula volgarmente su un bell’edificio per farne pietre: ibid, pp. 285, 304 (63, 90).

(116) Mi pare sicura (per quanto già si conosce) l’attenzione della città per la sua scuola, ma è un argomento cruciale che meriterà specifiche ricerche. Intanto si vedano: L. Piccioni, Un maestro perugino a Cesena nel secolo XV (Michelangelo Panicalesio), Cesena 1902 (estratto da "Il Cittadino" XIV, nr. 41); Idem, Di Francesco Uberti, cit., pp. 38-40 e passim; Bazzocchi, cit., pp. 17-18 e passim.

(117) Discretamente attento ai fatti della cultura fu, per esempio, Lorenzo Zane, cinque volte governatore fra il 1465 e il 1484. su di lui si vedano: R. Weiss, Lorenzo Zane arcivescovo di Spalato e governatore di Cesena, SR, XVI (1965), pp. 163-169; F. Gaeta, Storiografia, coscienza nazionale e politica culturale nella Venezia del Rinascimento, "Storia della cultura veneta", cit., pp. 1-91, alle pp. 27-30.

(118) Sul problema dell’Università cesenate e sullo Studium francescano si può ora rimandare alle lucide e precise pagine di Dolcini, La cultura premalatestiana, cit.

(119) Penso, per esempio, alla presenza di Leonardo. Quanto agli impegni reali di Piero della Francesca o di Leon Battista Alberti in Cesena (per i quali cf. Conti, La Biblioteca malatestiana, cit.), mi pare siano ancora troppo malnoti per fornire un’attendibile base di valutazioni. Se, in ogni caso, fossero meglio documentati, credo confermerebbero l’impressione di un quadro culturale di media normalità, non alterato nemmeno da voci ricche di stimoli, ma troppo sporadiche e isolate.

(120) "Sul finire del ‘400, dipinge ancora come un muranese provinciale di cinquant’anni prima"; R. Longhi, Officina ferrarese, Firenze 1968 (Edizione delle opere complete di R. Longhi, 5; la I ed. era del 1934). Ricordo che del pittore argentano proprio la pala di Cesena, del 1510, è tra le opere di maggiore rilievo. Cf. anche C. Grigioni, Il pittore Antonio Aleotti a Cesena, "Il Cittadino", del 26 marzo 1911. Quanto alla scultura, ricordiamo almeno la presenza del Rizzo, giunto in Cesena da Venezia; cf. Sirotti, pp. 113-116.

(121) O. Piraccini, Repertorio degli artisti cesenati dal Quattrocento agli inizi del Novecento, SR, XXX (1979), pp. 327-347, a p. 328. Curato da Idem, cf. anche Il patrimonio culturale della Provincia di Forlì. I. Gli edifici di culto del territorio delle Diocesi di Cesena e Sarsina, Bologna 1974, a cui rimandiamo per altre indicazioni (soprattutto nella "Bibliografia" di pp. 217 ss.) su un settore che esula dalla nostra ricerca.

(122) "Cur me Felsinea deducete quaeris ab urbe/nolentem…" inizia il lungo componimento Ad Nicolaum Masinum Caesenatem: Laudes Bononiae, nel II dei Silvarum libri: Codro, cit., p. 328 ss. (nell’ed. del 1502, cc. C 4 ss.). Cf. Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 40; Raimondi, Codro, cit., p. 315.

(123) Sullo scrittorio e i copisti malatestiani si vedano soprattutto: Domeniconi, La Malatestiana, cit., pp. 18-22; Idem, Ser Giovanni da Epinal, copista di Malatesta Novello, SR, X (1959), pp. 261-282.

(124) Sulla cultura personale e i gusti del Malatesta cf. Campana, Biblioteche, cit., pp. 89, 97 e passim; Idem, Origine, cit., pp. 12-13.

(125) Per indicazioni specifiche sui codici malatestiani, rimando a quanto ne hanno detto Campana e Domeniconi nei loro studi sulla Malatestiana. Per quanto riguarda i manoscritti greci (acquistati dal Malatesta e non usciti dallo scrittorio cesenate), ricordo anche A. Martin, Les manuscrits grecs de la bibliothèque Malatestiana à Cesena. Corrections au Catalogue de J.M. Muccioli, "Mélanges d’archéologie et d’histoire", II (1882), pp. 224-233.

(126) T. De Marinis, L’arte della legatura in Emilia, "Tesori delle biblioteche", cit., pp. 635-655, a p. 638. Cf. anche Idem, La legatura artistica in Italia nei secoli XV e XVI. Notizie ed elenchi, II, Firenze 1960, p. 31. Sono convinto che proprio in Cesena, a stretto contatto con Malatesta Novello, fosse il centro dell’attività di legatoria e mi paiono superflue le precauzioni del De Marinis che scriveva che "quella officina.. dovette verisimilmente aver sede nella stessa Cesena" (ibid., p. 32), "o, in ogni caso certamente in territorio romagnolo" (L’arte, cit., p. 648).

(127) Per l’indicazione di almeno alcune tra le più importanti o caratteristiche legature si vedano: Campana, Biblioteche, cit., p. 92; De Marinis, L’arte, cit., pp.638-648; Idem, La legatura, cit., p. 33.

(128) Sui corali si vedano: Campana, Biblioteche, cit., pp. 105-106; Sirotti, pp. 109-110.

(129) Braschi, p. 338, I. XXVI, cap. 3.

(130) Fantaguzzi, p. 236 (3); Braschi, p. 338, I. XXVI, cap. 2; Campana, Biblioteche, cit., pp. 106-107.

(131) Tonini, V, pp. 262-269 dell’"Appendice" (per l’"Inventario dei libri lasciati da Giovanni di Marco", datato al 20 luglio 1474). Cf. anche: Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., pp. 57-58; Campana, p. 14; Domeniconi, La Malatestiana, cit., pp. 49-51. La donazione di Giovanni di Marco probabilmente influì sulla decisione, l’anno seguente, del Valturio di destinare a Rimini i propri volumi (cf. Campana, Biblioteche, cit., p. 112). Il Valturio prese comunque tutte le precauzioni del caso; fra l’altro i libri sarebbero passati al convento di San Francesco, in uso pubblico, soltanto dopo l’approntamento di un locale idoneo al piano superiore, protetto dall’umidità del pianterreno. Massera, Roberto Valturio, cit., p. 48; cf. già Yriarte, cit. pp. 265-266.

(132) Domeniconi, cit., pp. 49-50. Importante per i nostri assunti è che la cattiva cura prestata al fondo librario abbia portato nel 1484 a un drastico intervento del consiglio comunale, con la probabile destituzione del vecchio custode e lo svolgimento di una specifica inchiesta, fino all’individuazione di un nuovo custode (nel gennaio 1485) nella persona già sopra ricordata di Franceschino di Marco. Idem, I custodi, cit., pp. 389-390.

(133) C. Ricci, Il Tempio malatestiano di Rimini, Milano 1925, p. 228; Massera, cit., p. 49; Campana, Biblioteche, cit., p. 113. La diversa conservazione delle due raccolte librarie malatestiane era ben evidenziata anche da D. Robathan, Libraries of the Italian Renaissance, "The Medieval Library", a cura di J.W. Thompson, New York 19572 (I ed. 1939), pp. 509-588, alla p. 560, ove "in sharp contrast to the unhappy fate of the Malatesta library at Rimini" si indicava "the excellent state of preservation" di quella cesenate. Sulla consistenza della biblioteca riminese nel 1560 si veda G. Mazzatinti, La biblioteca di San Francesco (Tempio Malatestiano), "Scritti vari di filologia offerti a E. Monaci", Roma 1901, pp. 345-352; Ricci, cit., pp. 593-595.

(134) Bazzocchi-Galbucci, p. 125.

(135) La biblioteca che Pio VI intendeva donare a Cesena fin dal 1777 andò in realtà dispersa durante le travagliate vicende del 1798. Quella di Pio VII fu custodita al monastero di Santa Maria del Monte; dal 1878 è depositata presso la Biblioteca comunale di Cesena. Cf. in sintesi Campana, Biblioteche, cit., pp. 107-110.

(136) Ortalli, p. 334. Cf. anche R. Galli, La stampa in Romagna, "Tesori delle biblioteche", cit., pp. 593-621, a p. 599; a p. 600, figura 334, la sottoscrizione / datazione dell’opuscolo è riprodotta dalla copia conservata presso la Biblioteca civica di Grenoble. Per l’altra copia che mi è nota, conservata a Siviglia, Cf. Biblioteca Colombina. Catalogo de sus libros impresos, Sevilla 1888-1948, VI, a cura di S. de Rosa y Lopez, p. 73.

(137) Stampato "per Amadeum et eius socios"; pare che in "Amadeo" sia da identificarsi Costantino Raverio che operò poi in Cesena come tipografo per circa un trentennio. L’ipotesi va però meglio verificata.

(138) Il 16 aprile dello stesso 1495 il Guarini e il Benedetti datavano già da Forlì il De elegantia linguae latinae, di Niccolò Ferretti (IGI, II, p. 207, nr. 3820; cf. Ortalli, loc. cit.). Il 26 luglio sempre in Forlì stampavano il Prognosticon dialogale usque ad annum MCCCCC (IGI, IV, p. 33, nr. 6121) e il 12 agosto lo stesso volgare (Ibid, nr. 6122). Sul Ferretti e la stampa delle sue opere cf. ora G. Montecchi, Autori ravennati ed editoria tra XV e XVI secolo, "Ravenna in età veneziana. Atti del Convegno", in stampa

(139) Per Paolo Guarini: Ortalli, pp. 327-336. Per il Benedetti e la sua famiglia: A. Sorbelli, Storia della stampa in Bologna, Bologna 1929, pp. 43-51 e passim; Idem, Il magazzino librario e la privata biblioteca di un grande tipografo del secolo XV (Platone Benedetti), "Gutenberg-Jahrbuch", 1935, pp. 93-99; A. Cioni, Benedetti Francesco e Benedetti Giovanni Antonio, "Diz. Biogr. Ital.", 8, Roma 1966, pp. 251-253, 258-259; L. Balsamo, Produzione e circolazione libraria in Emilia, Parma 1983, p. 25.


   
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