Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts
 

downloading the zipped file [Recensione a: Raimondo Zazzeri, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana. Ricerche e osservazioni, Cesena, Vignuzzi, 1887]

"Nuova antologia di scienze, lettere ed arti", 3ª serie, 12 (1887), pp. 359-362

A chi legge per la prima volta in questo libro del signor Zazzeri il catalogo della Malatestiana, par di avere dinanzi un lavoro, la cui pubblicazione sia per riuscire di una qualche utilità nella repubblica degli studiosi. I Codici vi sono assai copiosamente descritti, ed alle esposizioni bibliografiche fanno corona le notizie storiche e le osservazioni letterarie. Se si trattasse di un catalogo nuovo di nuova biblioteca, esso farebbe parecchia strada fra i libri congeneri, prima che la critica ne mettesse allo scoperto le imperfezioni; ma la Malatestiana è una delle più antiche biblioteche d’Italia, ed oltre un secolo fa se ne pubblicava dal Muccioli un catalogo, che ha fatto il giro dell’Europa. Al confronto dell’uno e dell’altra ciò che pareva erudizione, si trasforma facilmente in povera riproduzione di cose già note, e l’impronta di magistero impressa in più luoghi viene di leggeri cancellata da troppi e troppo grandi difetti. Un secondo catalogo della collezione cesenate poteva dirsi opportuno, se non necessario. Quello del Muccioli, sebbene pregevole, non è privo di inesattezze, che sarebbe stato vantaggioso rilevare; ma chiunque si fosse messo alla non facile impresa di sostituirlo con la pubblicazione di nuovi studi, dovea superarlo in correttezza, se non in estensione. Il catalogo del signor Zazzeri è invece molto inferiore, e questa inferiorità deriva da un numero assai minore di notizie relative ai manoscritti deturpate da un numero enormemente maggiore d’imperfezioni e di errori. Non si possono invocare a benefizio del signor Zazzeri le cose che, dette da lui, non si leggono nel catalogo del Muccioli. Il contenuto delle antiche produzioni letterarie o scientifiche, sacre o profane, quali l’Odissea, l’Anabasi, la Bibbia, i sacri testi, non si può annunziare ormai come si farebbe di uno scritto recente; come è superfluo, a meno che non si abbia qualche cosa di nuovo da presentare, tesser la storia di Lucrezia romana, o riprodurre cenni biografici di Tucidide, di Galeno, di Talibio, di Giustiniano, di Boezio, di Cassiodoro, e di tanti altri, che non è permesso credere ignoti. Quel che si doveva fare singolarmente era invece uno studio paleografico intorno alle diverse scritture per dedurne conseguenze sull’epoca spesso incerta dei Codici e sulla identità degli amanuensi e dei miniatori. Era utile raffrontare i manoscritti alle edizioni a stampa, ma ciò doveva essere accompagnato da un esame assai più minuto di quello che dimostra di aver fatto l’ex-bibliotecario della Malatestinana. Quando si dice che nel collazionare la materia dei manoscritti con quella delle edizioni tipografiche, egli ne fa credere inedite alcune parti, che da più secoli furono pubblicate per mezzo della stampa (pag. 47), e che si leggono in edizioni esistenti nella Comunale di Cesena, cessa il bisogno di fermarsi sugli errori minori, che possono essere incorsi in questo raffronto. E se a ciò si riducessero tutte le pecche, nelle quali s’inciampa scorrendo questo catalogo, potrebbe scusarsi la parte infetta in considerazione della sana; ma sventuratamente il compilatore non si limita a queste imperfezioni. Egli annunzia serenamente di scrittore anonimo, ciò che è intestato a caratteri molto intelligibili dal nome dell’autore (pag. 22); circoscrive ad alcune parti del Codice postille, che sono distribuite in tutto il manoscritto (pag. 96); chiama interlineare quanto si legge nei margini delle carte (ivi); afferma l’esistenza di espressioni che non sono nei Codici, dichiarandone il senso e desumendone conseguenze; dà come sue notizie che si leggono nel volume descritto, o nel Muccioli od altrove; afferma essere un solo e medesimo lavoro più composizioni ben distinte l’una dall’altra (pag. 6); segnala come un trattato di esegetica la riproduzione testuale di un salmo (pag. 56); asserisce mancare particolari indicazioni in fine di manoscritti, i quali si chiudono appunto col nome dell’amanuense, con la data precisa in cui la scrittura fu compiuta, e col nome della persona che ne commise la copia; altra volta invece chiama caratteristica della chiusa la parola amen, con la quale il Codice finisce; rileva omissioni di un centinaio e mezzo di versi in carmi che ne difettano di più di quattro centinaia (pag. 352); dice di non conoscersi l’anno della morte di qualche scrittore, che è precisata in libri editi per mezzo della stampa (pag. 23); dichiara membranaceo un Codice cartaceo (pag. 187); attribuisce ad alcuni manoscritti miniature e trattati che si leggono in altri; pone in fine del codice quello che l’amanuense scrisse una decina di pagine più sopra; colloca l’indice avanti a trattati che ne sono seguiti (pag. 156), e ne dà a libri che non ne ebbero alcuno; ascrive al salmo quarto commenti che si riferiscono al cinquantesimo (pag. 175); numera un centinaio e mezzo di pagine in volumi, che ne contengono oltre quattro centinaia (pag. 43); non si preoccupa delle pagine bianche, delle non numerate, delle numerate a caratteri romani, le quali non computa mai nella sua numerazione; non distingue fra carte e pagine, libero sempre di defraudare del doppio la mole di un libro, dicendo pagine le carte, o di accrescerla dando il nome di queste a quelle; non si dà pensiero di dichiarare se le note tipografiche sono nella prima o nell’ultima carta del libro; confonde la data della stampa di uno scritto con quella in cui si recitava la composizione in esso contenuta (pag. 7); come non si avvede che nel trascrivere le note da un manoscritto ne sbaglia non di rado la data; riduce in-16° volumi che lo stampatore compose in-4° (pag. 34); esce dalle pastoie bibliografiche riportando i titoli od altre parti delle edizioni sì a stampa che a mano, mutilati, allungati, costruiti, corretti, raffazzonati in molti modi, non facendosi poi nessuno scrupolo di dichiarare che ciò che egli trascrive è testuale, ovvero annunziando nelle sue osservazioni quello che ha taciuto nel titolo. Dopo questa litania, che non è neppur l’intera enumerazione delle mende incorse nel catalogo del signor Zazzeri, si perde il coraggio di continuare a leggere e ad esaminare. Una tale conseguenza pare che sia stata preveduta dallo stesso compilatore, il quale, per iscongiurarla forse, cerca di ricrearae di quando in quando il lettore. In un punto, descrivendo un Codice manoscritto, dopo di avere indicato che esso contiene delle glosse interlineari, fa riflettere che queste glosse sono manoscritte (pag. 10); in un altro, parlando di un fascicolo parimente manoscritto del secolo XVII, inserito in un Codice del secolo XIV, non manca di osservare che la pergamena dell’uno non è compagna a quella dell’altro (pag. 100); più indietro afferma risalire al secolo XV un Codice che dichiara della medesima mano di un altro, di cui fissa la data del secolo XIV (pag. 97), o al secolo XIV un altro ancora, il cui amanuense è vissuto nel secolo XV; altrove infine, dopo di aver letto in un manoscritto le parole: Johannes de Spinalo scripsit (quest’ultima parola non trascrive nel catalogo), non può fare a meno di notare che da ciò si deduce chi sia stato l’amanuense del Codice. E inesplicabile il modo tenuto dal signor Zazzeri nel mettere insieme questo centone di notizie e di errori: se egli non dichiarasse nella prefazione che lo compose quando era bibliotecario della Malatestiana, verrebbe il dubbio che non avesse mai veduto i libri che descrive, o che nel descriverli avesse avuto i birri dietro. A quest’ultima conclusione si verrebbe tanto più facilmente che si avvertono in più luoghi varie lacune, che uno scrittore più attento non avrebbe omesso di colmare. Perché non dice, per esempio, che i sei libri che mancano nel Codice del Filelfo si conservano manoscritti nell’Ambrosiana di Milano? Che la parte della vita di Malatesta Novello, che fu omessa dal Muccioli, è manoscritta nella copia del Ceccaroni nella Comunale di Cesena? Che nella stessa Comunale si tengono altri manoscritti di autori menzionati nel catalogo della Malatestiana? Che alcune delle opere di Scipione Chiaramonti si custodiscono del pari manoscritte nella libreria di casa Chiaramonti in Cesena? E delle ragioni per cui discorda talvolta dal Muccioli, e delle fonti da cui deduce le sue notizie, e delle dediche dei libri, delle legature originali, di tante circostanze che si notano fra gli ex libris, perché non far nessuna o molto rara parola? Perché finalmente non alludere alla pubblicazione del signor A. Martini sui Codici greci della Malatestiana, almeno quando di questi codici facea la descrizione, ricopiandone dal Muccioli le inesattezze? – Ma ciò basti per dare un’idea dell’attenzione prestata nel condurre a termine questo lavoro. Quando un libro rigurgita come questo d’imperfezioni, si prova rincrescimento nel vederlo circolare fra gli studiosi di buona fede. Un catalogo di manoscritti ha ciò di particolare, che, se non si prese mai cognizione degli originali, di cui si legge la descrizione, siamo costretti a prendere non di rado per oro ciò che è molto inferiore all’orpello. Fortunatamente contro il nuovo catalogo della Malatestiana sta il vecchio del Muccioli, al quale, finchè almeno non se ne pubblichi uno migliore, debbono attenersi gli studiosi.


   
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