![]() |
Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
|
Nel codice malatestiano S.XXIV.4 Jean Destrez riconobbe i caratteri di un exemplar universitario (1), ovvero del modello approntato presso la bottega di uno stazionario, composto da fascicoli sciolti (pecie), corretto ed approvato da una commissione di petiarii, non destinato alla vendita ma locato, fascicolo per fascicolo dietro versamento di una tassa, a copisti, maestri e scolari. L’exemplar così formato assolve una duplice funzione: 1. garantisce l’autenticità del testo; 2. consente la preparazione contemporanea di molti manoscritti. Dal punto di vista della critica testuale il ritrovamento di un exemplar conduce ad una semplificazione in quanto autorizza ad eliminare in massa tutte le copie che ne derivano. Tra gli aspetti materiali dell’exemplar – aspetti illustrati da Destrez ed in seguito oggetto di approfondita analisi da parte di Fink-Errera (2) – particolare interesse riveste l’esame dello stato di conservazione della pergamena; le singole pecie, non cucite, erano soggette ad usura, la pergamena dopo qualche tempo perdeva consistenza divenendo sottile e morbida al tatto, si copriva di macchie nonostante l’invito ablue sepe manus rivolto dai maestri ai discepoli; i copisti inoltre erano soliti indicare lungo i margini delle pecie il punto in cui era terminata o in cui doveva avere inizio la nuova copia utilizzando espressioni quali "hic", "huc usque", "hic incipe" o, avvalendosi di freghi e croci, segnalavano allo stazionario le parole di difficile lettura fac crucem spaciis, exemplar si male scriptum. Infine, i margini sempre molto ampi dell’exemplar venivano utilizzati per provare la penna, per scrivere invocazioni, frequentissimi "ave" ed "amen", per invocare donne o vino, o se sopraffatti dalla stanchezza per maledire il mestiere di scriba o per maledire lo stesso stazionario se incorsi in errori. Lo stazionario al fine di eliminare tali segni raschiava in modo più o meno sistematico i margini rendendo la pergamena ancora più fragile e sottile. Un ulteriore aspetto materiale caratterizza gran parte degli exemplaria giunti sino a noi: sebbene rilegate da secoli le pecie mostrano facilità a piegarsi nel senso dell’altezza, lungo l’intercolumnio; questa piegatura, di incerta origine, è evidente soprattutto nelle pecie recanti tracce di maggiore usura. Inoltre se la partizione in fascicoli sciolti del modello universitario da un lato consentiva la produzione in serie – ovvero l’esecuzione contemporanea di molti manoscritti – dall’altro aumentava le possibilità di dispersione; le pecie andate perdute o deterioratesi venivano sostituite con altre (spesso era la stessa commissione dei petiarii ad imporre la sostituzione) e per questa ragione è frequente negli exemplaria il ritrovamento di pecie rifatte. Talvolta le pecie disperse venivano approntate nel momento in cui il codice cessava di svolgere funzioni di exemplar per divenire codice ordinario. Queste ultime pecie si riconoscono per la totale assenza di segni apposti da copisti ed a causa della pergamena priva di tracce d’uso. Nei codici che hanno svolto la funzione di exemplar persistono per secoli inalterati tali caratteri. Così non è stato per l’exemplar malatestiano. Uno sciagurato restauro eseguito nel 1980 ha cancellato i segni presenti lungo i margini, ha alterato l’aspetto esterno dell’exemplar: Una scelta assolutamente infelice dell’oggetto da restaurare ed una esecuzione infausta dello stesso restauro hanno provocato un danno irreparabile: distrutti ed alterati i caratteri esterni del manoscritto non è più possibile stabilire se il codice ha realmente svolto le funzioni di exemplar, o se si trattava di un exemplar fallito, mai circolato tra i copisti. Se la pergamena di una pecia mostra rasure, macchie, segni evidenti apposti dai copisti siamo inequivocabilmente in presenza di una pecia originale che è circolata a lungo e che è stata utilizzata come modello per copiare molti manoscritti; viceversa una pecia intonsa, priva di rasure, con pergamena bianchissima e pulita è una pecia non originale, o comunque una pecia mai circolata tra i copisti, pur presentando, ad esempio, caratteri originali ed ufficiali quali il segno di correzione apposto in fine fascicolo. Ma le carte lavate e stirate dell’exemplar malatestiano non consentono più alcun esame archeologico, esame che deve essere sempre condotto pecia per pecia. Il danno è stato arrecato ad un exemplar integro – nei suoi appunti Jean Destrez menziona segni apposti dai copisti lungo i margini, rasure, probationes calami, ed altro ancora – con pecie scritte regolarmente una di seguito all’altra da un solo copista che operava in ambito universitario parigino. Tutte le pecie recano nel margine superiore del primo foglio il numero d’ordine e la nota "Ade correctoris" – il correttore Adamo era attivo a Parigi alla fine del secolo XIII (3) – ed il segno cor indicante l’avvenuta correzione in fine fascicolo; non si notano restringimenti della scrittura o allargamenti in fine fascicolo – segnali questi ultimi di pecie rifatte: e l’assenza di pecie rifatte, false e non originali è evento raro negli exemplaria universitari giunti sino a noi. È evidente che non vi è stato prima di procedere al restauro alcun approccio conoscitivo nei confronti dell’oggetto da restaurare: oggetto va ricordato non inerme, privo di vita, ma al contrario grazie alla sua specialissima natura dotato di un linguaggio, linguaggio non intuito, anzi, addirittura malinteso dal restauratore. Emanuele Casamassima in un intervento non a caso intitolato Le contraddizioni del restauro scrisse: Il grave irreversibile danno subito dall’exemplar non sfuggì ad Emanuele Casamassima in occasione dell’indagine codicologico-archeologica condotta sui manoscritti della Biblioteca Malatestiana (5). Una verifica compiuta sui codici malatestiani mi ha consentito di identificare altri testimoni della produzione universitaria per exemplar e pecia (6). Nei dieci manoscritti identificati ricorrono opere di diritto civile e canonico, commentali alle Sentenze di Pietro Lombardo ed opere di Tommaso d’Aquino. La pregevole raccolta di opere mediche, cospicuo lascito testamentario del medico riminese Giovanni di Marco (m. 1474), non conserva tracce dirette di una provenienza universitaria, ma occorre ricordare che al medico riminese appartenne l’exemplar tuttora conservato in Malatestiana. La pecia si riconosce in un manoscritto grazie all’indicazione o grazie ad un cambiamento di inchiostro o di scrittura. La successione ordinata delle indicazioni consente di stabilire che nessuna pecia è stata omessa nel corso della copia. I copisti che operavano in ambito universitario parigino segnalavano la fine o l’inizio della pecia in pieno margine, a grandi caratteri, viceversa i copisti bolognesi – più attenti all’aspetto generale del manoscritto – annotavano la fine delle pecie in margine con caratteri sottili, eseguiti con il dorso della penna. I codici S.II.1 (Decretum), S.IV.1 (Volumen parvum) ed S.IV.2 (Infortiatum), tutti prodotti in ambito universitario bolognese, recano indicazioni di pecia sia per il testo che per la glossa. Le indicazioni sono accompagnate dal segno indicante l’avvenuta correzione, eseguito da altra mano. Nel codice S.IV.1 nelle indicazioni relative alle Consuetudines feudomm è stato utilizzato il termine quaternus; lo scriba per questo testo si è avvalso di un exemplar composto non da fascicoli formati da quattro fogli bensì di fascicoli composti da otto fogli (quaterni). Il quaterno è infatti unità doppia di pecia. Le indicazioni di pecia, essendo apposte dallo stesso scriba che esegue la copia, sono in genere dello stesso colore dell’inchiostro utilizzato per il testo ma nel codice S.III.1 (Speculum iudiciale di Guglielmo Durante), di probabile origine napoletana, alcune indicazioni presentano una cornice di colore rosso. Il fregio che circonda le indicazioni è frequente anche nei codici bolognesi ma, a differenza del S.III.1, è di regola eseguito con il dorso della penna e racchiude spesso anche il segno cor, apposto da altra mano, indicante l’avvenuta correzione. Nei codici bolognesi, a differenza dei codici prodotti presso altre università, non si registrano cambi di mano o di inchiostro in corrispondenza delle indicazioni di pecia. Negli scriptoria bolognesi ad un solo copista è affidata l’esecuzione del codice: ciò si deduce oltre che dall’esame paleografico e codicologico dei manoscritti anche dai contratti di scrittura (7). Nella formula della locatio operis, infatti, il committente affida allo scriptor l’incarico di realizzare, dietro il corrispettivo di un determinato compenso (merces), la scrittura di un’opera; il committente-locatore fornisce le materie prime necessario (pergamena e pecie dell’exemplar) mentre lo scrittore adempirà agli obblighi contrattuali "sine alicuius alterius operis scripture interpositione". La produzione per exemplar e pecia, soprattutto negli scriptoria bolognesi, non riduce in alcun modo i tempi di esecuzione, mentre consente a più copisti la trascrizione della stessa opera contemporaneamente. Nel D.XVIII.1 è visibile una sola indicazione; il fenomeno non è raro. Copiare da un exemplar significa innanzi tutto versare, per ciascuna pecia, la tassa di locazione; inoltre il sistema della pecia comporta tempi lunghi: lo scriba deve recarsi di volta in volta presso la bottega dello stazionario per consegnare la pecia appena copiata e ritirare la pecia successiva. Quest’ultima inoltre non sempre è disponibile. Quindi per ragioni economiche e per accellerare i tempi di esecuzione spesso si abbandona l’exemplar e si ricorre ad un diverso modello. Per i testi particolarmente lunghi si approntavano di norma più exemplaria contenenti ciascuno una determinata sezione del testo ed una numerazione propria. Per l’opera di Alexander Halensis (D.XIV.4 e D.XV.1) lo stazionario mise in circolazione exemplaria diversi che rispettavano la suddivisione per libri del testo, ma per il quarto libro fece approntare due exemplaria; nel D.XV.1, contenente il libro IV mutilo in fine, le indicazioni di pecia si susseguono regolarmente sino a f. 86ra ed attestano una partizione complessiva in 54 pecie. A f. 88vb è visibile l’indicazione hic finitur pa pecia, a f. 116va termina la pecia XVII. La copia del libro IV si interrompe alla q. XXVII e l’opera non compare nelle liste di tassazione sinora scoperte, non è pertanto possibile determinare la partizione complessiva. La scheda descrittiva proposta per l’exemplar ed i manoscritti peciati conservati nella Biblioteca Malatestiana si limita ad una descrizione esterna ridotta ai dati essenziali (materia scrittoria, secolo, dimensioni, carte, colonne). Per le scritture mi sono avvalsa delle schede di Emanuele Casamassima e Cristina Guasti conservate presso la Malatestiana, su cui cfr. anche l’articolo qui citato in nota 5. Ai dati anagrafici (autori ed opere) seguono indicazioni sulla partizione in pecie attestata e per le singole opere la partizione o le partizioni attestate nelle liste di tassazione, laddove l’opera è menzionata. Nelle liste di tassazione, preservatesi negli statuti universitari o in manoscritti di origine universitaria, si registravano le opere approvate dalla commissione dei petiarii ed in uso presso una determinata statio; accanto ai nomi degli autori ed al titolo dell’opera lo stazionario annotava il numero complessivo dei quaterni (o delle pecie) dell’exemplar e la tassa di locazione (8 ). La verifica tra la partizione attestata dalle liste e quella attestata nei codici non sempre è possibile: le indicazioni si susseguono con ordine sino alla fine del testo in un numero ridotto di codici; inoltre per le opere giuridiche, ma non solo per queste ultime, è attestata nelle liste una partizione convenzionale che non sempre trova effettivo riscontro nei codici. Il terzo problema infine, documentato anche dai codici malatestiani, è dovuto all’assenza, nelle liste sinora scoperte, di numerose opere che pure ebbero diffusione per exemplar e pecia (9). L’EXEMPLAR S.XXIV.4 MANOSCRITTI CON INDICAZIONI DI PECIA D.XIV.4 D.XV.1 D.XV.3 D.XVIII.1 S.II.1 |
| testo | glossa | |
| Distinctiones Decreti - Causa Prima | 30 | 19 |
| Causae II - XXXIII, q.2 | 54 | 32 |
| De poenitentia - Causa XXXIII | 18 | 8 |
| De consecratione | 18 | 6 |
|
La partizione in pecie del codice non trova corrispondenza con quella attestata nelle liste di tassazione. S.II.3 S.III.1. S.IV.l |
| testo | glossa | |
| Institutiones | 13 p. | 19 p. |
| Authenticum | 14 + 14 p. + 1 | 20 p. |
| Tres libri | 16 p. | ? |
| Cons. feudorum | 2 quat. | 7 p. |
|
Segnalo le sole partizioni attestate nella lista di Montpellier. Per le Institutiones lo stazionario registrò la seguente partizione: per il testo 7 quaterni minus 4 columne ovvero una partizione complessiva in circa 13 pecie (1 quaterno = 2 pecie); mentre per l’apparato 9 quaterni + 14 col. ovvero 19 pecie. Entrambe le partizioni trovano conferma nel codice. S.IV.2 S.VIII.3 (1) J. DESTREZ et M.D. CHENU, Exemplaria universitaires des XIIIe et XIVe siècies, "Scriptorium", VII, 1953, 72, 74. Grazie a p. Bataillon, ho potuto esaminare le carte tuttora inedite di J. Destrez ed in particolare la descrizione dell’exemplar malatestiano. (2) J. DESTREZ, La pecia dans les manuscrits universitaires du XIIIe et du XIVe siècle, Paris 1935; G. FINK-ERRERA, Une institution du monde mèdièval: la "pecia", "Revue philosophique de Louvain", 60,1962, 189, vers. it. parziale La produzione dei libri di testo nelle Università medievali, in Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. CAVALLO, Roma-Bari 1983, 133-165 e 284-302. (3) ROUSE-ROUSE, 83. (4) Oltre il testo. Unità e strutture nella conservazione e nel restauro dei libri e dei documenti, a cura di R. CAMPIONI, Bologna 1981, 95-98, in part. 98. (5) E. CASAMASSIMA e C. GUASTI, La Biblioteca Malatestiana: le scritture e i copisti, "Scrittura e civiltà", XVI, 1992, 229-264. (6) Ho potuto compiere questa ricerca grazie alla disponibilità di Piero Lucchi. (7) Cfr. G. ORLANDELLI, II libro a Bologna dal 1300 al 1330. Documenti, Bologna 1959, ad esempio doc. 1 "D. Johannes q. Ardicionis ... promisit facere et curare quod Margarita ... scribet ... totum apparatum Decretallium pro sedecim sol. pro quaterno, et faciet et curabit quod ipsa scribet omni mense quinque petias sine interpositione alicuius operis". (8) Le liste preservatesi negli statuti sono state edite da H. DENIFLE, Die Statuten der Juristen-Universität Bologna vom f. 1317-1347, und deren Verhältniss zu jenen Paduas, Perugias, Florenz, "Archiv für Litteratur-und Kirchengeschichte des Mittelalters", 3, 1887 (rist. anast. Graz 1956), 298-303. H. DENIFLE-E. CHATELAIN, Chartularium Universitatis Parisiensis, Paris 1889-91 (rist. anast. Bruxelles 1964), I, 644-650 (lista di tassazione del 1275), II, 107-112 (lista di tassazione del 1304). Per altre liste preservatesi in manoscritti cfr. M. BOHACEK, Zur Geschichte der Stationarii von Bologna, "EOS. Commentarii societatis Philologae Polonorum", 48, 1956, 241-295 (vers. it. Nuova fonte per la storia degli stazionari bolognesi, "Studia Gratiana", 9,1966,407-460); T. KAEPPELI, H.V. SHOONER, Le manuscrits mèdièvaux de Saint-Dominique de Dubrovnik. Catalogue sommaire ("Institutum Historicum FF. Praedicatorum Romae ad S. Sabinae, Dissertationes Historicae", 17), Romae 1965, 118-120; J.F. GENEST, Le fond juridique d’un stationnaire italien à la fin du XIIIe siècle: matériaux nouveaux pour servir a l’historie de la pecia, in La production, 134-137. (9) BATAILLON, 155-163. (10) Ma da altra mano è stata aggiunta nel margine superiore di f. 45r la nota: "Distinctiones abbatis et Petri de Sansona"; la stessa attribuzione "Secundo describuntur distinctiones Petri de Sansona et Abbatis" compare nella tabula, a f. 127v. (11) Ringrazio Vincenzo Colli per aver identificato le opere di Giovanni d’Andrea e per avermi segnalato la relativa bibliografia. (12) Edizione dell’elenco in P. COLLIVA, Documenti per la bibliografia di Accursio, in Atti del Convegno internazionale di studi Accursiani (21-26 ottobre 1963), Milano 1968, II, 445-446. (13) De claris archigymnasii bononiensis professoribus a saeculo XI usque ad saeculum XIV, I, Bononiae 1772, 500. |
| Copyright © 2002 Istituzione Biblioteca Malatestiana. Tutti i diritti riservati. Info: malatestiana@sbn.provincia.ra.it. I testi e le immagini sono riproducibili per il solo uso personale, a scopo didattico e di ricerca, a condizione che venga citata la fonte. Non è consentito alcun uso a scopo commerciale o di lucro. |