Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

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Exemplar e manoscritti peciati nella Biblioteca Malatestiana di Cesena


in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 237-248

Nel codice malatestiano S.XXIV.4 Jean Destrez riconobbe i caratteri di un exemplar universitario (1), ovvero del modello approntato presso la bottega di uno stazionario, composto da fascicoli sciolti (pecie), corretto ed approvato da una commissione di petiarii, non destinato alla vendita ma locato, fascicolo per fascicolo dietro versamento di una tassa, a copisti, maestri e scolari. L’exemplar così formato assolve una duplice funzione: 1. garantisce l’autenticità del testo; 2. consente la preparazione contemporanea di molti manoscritti. Dal punto di vista della critica testuale il ritrovamento di un exemplar conduce ad una semplificazione in quanto autorizza ad eliminare in massa tutte le copie che ne derivano.

Tra gli aspetti materiali dell’exemplar – aspetti illustrati da Destrez ed in seguito oggetto di approfondita analisi da parte di Fink-Errera (2) – particolare interesse riveste l’esame dello stato di conservazione della pergamena; le singole pecie, non cucite, erano soggette ad usura, la pergamena dopo qualche tempo perdeva consistenza divenendo sottile e morbida al tatto, si copriva di macchie nonostante l’invito ablue sepe manus rivolto dai maestri ai discepoli; i copisti inoltre erano soliti indicare lungo i margini delle pecie il punto in cui era terminata o in cui doveva avere inizio la nuova copia utilizzando espressioni quali "hic", "huc usque", "hic incipe" o, avvalendosi di freghi e croci, segnalavano allo stazionario le parole di difficile lettura fac crucem spaciis, exemplar si male scriptum. Infine, i margini sempre molto ampi dell’exemplar venivano utilizzati per provare la penna, per scrivere invocazioni, frequentissimi "ave" ed "amen", per invocare donne o vino, o se sopraffatti dalla stanchezza per maledire il mestiere di scriba o per maledire lo stesso stazionario se incorsi in errori. Lo stazionario al fine di eliminare tali segni raschiava in modo più o meno sistematico i margini rendendo la pergamena ancora più fragile e sottile.

Un ulteriore aspetto materiale caratterizza gran parte degli exemplaria giunti sino a noi: sebbene rilegate da secoli le pecie mostrano facilità a piegarsi nel senso dell’altezza, lungo l’intercolumnio; questa piegatura, di incerta origine, è evidente soprattutto nelle pecie recanti tracce di maggiore usura. Inoltre se la partizione in fascicoli sciolti del modello universitario da un lato consentiva la produzione in serie – ovvero l’esecuzione contemporanea di molti manoscritti – dall’altro aumentava le possibilità di dispersione; le pecie andate perdute o deterioratesi venivano sostituite con altre (spesso era la stessa commissione dei petiarii ad imporre la sostituzione) e per questa ragione è frequente negli exemplaria il ritrovamento di pecie rifatte. Talvolta le pecie disperse venivano approntate nel momento in cui il codice cessava di svolgere funzioni di exemplar per divenire codice ordinario. Queste ultime pecie si riconoscono per la totale assenza di segni apposti da copisti ed a causa della pergamena priva di tracce d’uso.

Nei codici che hanno svolto la funzione di exemplar persistono per secoli inalterati tali caratteri.

Così non è stato per l’exemplar malatestiano. Uno sciagurato restauro eseguito nel 1980 ha cancellato i segni presenti lungo i margini, ha alterato l’aspetto esterno dell’exemplar:
- interventi irreversibili sulla pergamena, che durante il restauro è stata lavata e stirata, non consentono di valutarne l’usura o di pronunciarsi su eventuali rasure;
- la pergamena si presenta "stranamente" compatta e pulita;
- i fascicoli sono stati pressati cancellando così la piegatura centrale che ora si può soltanto intuire;
- sono scomparsi i segni dei copisti, le annotazioni marginali, le note eseguite in dorso di penna;
- i margini sono stati rifilati.

Una scelta assolutamente infelice dell’oggetto da restaurare ed una esecuzione infausta dello stesso restauro hanno provocato un danno irreparabile: distrutti ed alterati i caratteri esterni del manoscritto non è più possibile stabilire se il codice ha realmente svolto le funzioni di exemplar, o se si trattava di un exemplar fallito, mai circolato tra i copisti. Se la pergamena di una pecia mostra rasure, macchie, segni evidenti apposti dai copisti siamo inequivocabilmente in presenza di una pecia originale che è circolata a lungo e che è stata utilizzata come modello per copiare molti manoscritti; viceversa una pecia intonsa, priva di rasure, con pergamena bianchissima e pulita è una pecia non originale, o comunque una pecia mai circolata tra i copisti, pur presentando, ad esempio, caratteri originali ed ufficiali quali il segno di correzione apposto in fine fascicolo. Ma le carte lavate e stirate dell’exemplar malatestiano non consentono più alcun esame archeologico, esame che deve essere sempre condotto pecia per pecia.

Il danno è stato arrecato ad un exemplar integro – nei suoi appunti Jean Destrez menziona segni apposti dai copisti lungo i margini, rasure, probationes calami, ed altro ancora – con pecie scritte regolarmente una di seguito all’altra da un solo copista che operava in ambito universitario parigino. Tutte le pecie recano nel margine superiore del primo foglio il numero d’ordine e la nota "Ade correctoris" – il correttore Adamo era attivo a Parigi alla fine del secolo XIII (3) – ed il segno cor indicante l’avvenuta correzione in fine fascicolo; non si notano restringimenti della scrittura o allargamenti in fine fascicolo – segnali questi ultimi di pecie rifatte: e l’assenza di pecie rifatte, false e non originali è evento raro negli exemplaria universitari giunti sino a noi.

È evidente che non vi è stato prima di procedere al restauro alcun approccio conoscitivo nei confronti dell’oggetto da restaurare: oggetto va ricordato non inerme, privo di vita, ma al contrario grazie alla sua specialissima natura dotato di un linguaggio, linguaggio non intuito, anzi, addirittura malinteso dal restauratore.

Emanuele Casamassima in un intervento non a caso intitolato Le contraddizioni del restauro scrisse:
"II restauro potrebbe compararsi all’opera dell’editore di un testo. L’edizione critica è un modello scientifico di primo ordine, se non altro perché ha una vita di migliaia di anni, e calza a proposito perché in sostanza è un insieme di operazioni di conservazione e talvolta di restauro. Ora, nell’ecdotica attuale non si interviene più sulla singola lezione che si ritiene scorretta, isolatamente, magari risanandola direttamente mediante la congettura; l’emendatio, se è indispensabile, deve scaturire dalla conoscenza della situazione, ossia del testo e della tradizione nel suo insieme, intesi come struttura. Lo stesso dovrebbe accadere in fatto di restauro del libro: è la conoscenza della situazione e del suo svolgimento che può consentire di intervenire nel risanamento e suggerire il modo di questo. Ma c’è qualcosa di più: come tutti i paragoni anche questo zoppica da un piede. Ed è che l’errore in una edizione critica può sempre correggersi in una edizione successiva, mentre l’errore in fatto di restauro, poiché incide sull’originale come oggetto, è irreversibile" (4).

Il grave irreversibile danno subito dall’exemplar non sfuggì ad Emanuele Casamassima in occasione dell’indagine codicologico-archeologica condotta sui manoscritti della Biblioteca Malatestiana (5).

Una verifica compiuta sui codici malatestiani mi ha consentito di identificare altri testimoni della produzione universitaria per exemplar e pecia (6).

Nei dieci manoscritti identificati ricorrono opere di diritto civile e canonico, commentali alle Sentenze di Pietro Lombardo ed opere di Tommaso d’Aquino.

La pregevole raccolta di opere mediche, cospicuo lascito testamentario del medico riminese Giovanni di Marco (m. 1474), non conserva tracce dirette di una provenienza universitaria, ma occorre ricordare che al medico riminese appartenne l’exemplar tuttora conservato in Malatestiana.

La pecia si riconosce in un manoscritto grazie all’indicazione o grazie ad un cambiamento di inchiostro o di scrittura. La successione ordinata delle indicazioni consente di stabilire che nessuna pecia è stata omessa nel corso della copia. I copisti che operavano in ambito universitario parigino segnalavano la fine o l’inizio della pecia in pieno margine, a grandi caratteri, viceversa i copisti bolognesi – più attenti all’aspetto generale del manoscritto – annotavano la fine delle pecie in margine con caratteri sottili, eseguiti con il dorso della penna.

I codici S.II.1 (Decretum), S.IV.1 (Volumen parvum) ed S.IV.2 (Infortiatum), tutti prodotti in ambito universitario bolognese, recano indicazioni di pecia sia per il testo che per la glossa. Le indicazioni sono accompagnate dal segno indicante l’avvenuta correzione, eseguito da altra mano. Nel codice S.IV.1 nelle indicazioni relative alle Consuetudines feudomm è stato utilizzato il termine quaternus; lo scriba per questo testo si è avvalso di un exemplar composto non da fascicoli formati da quattro fogli bensì di fascicoli composti da otto fogli (quaterni). Il quaterno è infatti unità doppia di pecia. Le indicazioni di pecia, essendo apposte dallo stesso scriba che esegue la copia, sono in genere dello stesso colore dell’inchiostro utilizzato per il testo ma nel codice S.III.1 (Speculum iudiciale di Guglielmo Durante), di probabile origine napoletana, alcune indicazioni presentano una cornice di colore rosso. Il fregio che circonda le indicazioni è frequente anche nei codici bolognesi ma, a differenza del S.III.1, è di regola eseguito con il dorso della penna e racchiude spesso anche il segno cor, apposto da altra mano, indicante l’avvenuta correzione. Nei codici bolognesi, a differenza dei codici prodotti presso altre università, non si registrano cambi di mano o di inchiostro in corrispondenza delle indicazioni di pecia. Negli scriptoria bolognesi ad un solo copista è affidata l’esecuzione del codice: ciò si deduce oltre che dall’esame paleografico e codicologico dei manoscritti anche dai contratti di scrittura (7). Nella formula della locatio operis, infatti, il committente affida allo scriptor l’incarico di realizzare, dietro il corrispettivo di un determinato compenso (merces), la scrittura di un’opera; il committente-locatore fornisce le materie prime necessario (pergamena e pecie dell’exemplar) mentre lo scrittore adempirà agli obblighi contrattuali "sine alicuius alterius operis scripture interpositione". La produzione per exemplar e pecia, soprattutto negli scriptoria bolognesi, non riduce in alcun modo i tempi di esecuzione, mentre consente a più copisti la trascrizione della stessa opera contemporaneamente.

Nel D.XVIII.1 è visibile una sola indicazione; il fenomeno non è raro. Copiare da un exemplar significa innanzi tutto versare, per ciascuna pecia, la tassa di locazione; inoltre il sistema della pecia comporta tempi lunghi: lo scriba deve recarsi di volta in volta presso la bottega dello stazionario per consegnare la pecia appena copiata e ritirare la pecia successiva.

Quest’ultima inoltre non sempre è disponibile. Quindi per ragioni economiche e per accellerare i tempi di esecuzione spesso si abbandona l’exemplar e si ricorre ad un diverso modello.

Per i testi particolarmente lunghi si approntavano di norma più exemplaria contenenti ciascuno una determinata sezione del testo ed una numerazione propria.

Per l’opera di Alexander Halensis (D.XIV.4 e D.XV.1) lo stazionario mise in circolazione exemplaria diversi che rispettavano la suddivisione per libri del testo, ma per il quarto libro fece approntare due exemplaria; nel D.XV.1, contenente il libro IV mutilo in fine, le indicazioni di pecia si susseguono regolarmente sino a f. 86ra ed attestano una partizione complessiva in 54 pecie. A f. 88vb è visibile l’indicazione hic finitur pa pecia, a f. 116va termina la pecia XVII. La copia del libro IV si interrompe alla q. XXVII e l’opera non compare nelle liste di tassazione sinora scoperte, non è pertanto possibile determinare la partizione complessiva.

La scheda descrittiva proposta per l’exemplar ed i manoscritti peciati conservati nella Biblioteca Malatestiana si limita ad una descrizione esterna ridotta ai dati essenziali (materia scrittoria, secolo, dimensioni, carte, colonne). Per le scritture mi sono avvalsa delle schede di Emanuele Casamassima e Cristina Guasti conservate presso la Malatestiana, su cui cfr. anche l’articolo qui citato in nota 5. Ai dati anagrafici (autori ed opere) seguono indicazioni sulla partizione in pecie attestata e per le singole opere la partizione o le partizioni attestate nelle liste di tassazione, laddove l’opera è menzionata.

Nelle liste di tassazione, preservatesi negli statuti universitari o in manoscritti di origine universitaria, si registravano le opere approvate dalla commissione dei petiarii ed in uso presso una determinata statio; accanto ai nomi degli autori ed al titolo dell’opera lo stazionario annotava il numero complessivo dei quaterni (o delle pecie) dell’exemplar e la tassa di locazione (8 ).

La verifica tra la partizione attestata dalle liste e quella attestata nei codici non sempre è possibile: le indicazioni si susseguono con ordine sino alla fine del testo in un numero ridotto di codici; inoltre per le opere giuridiche, ma non solo per queste ultime, è attestata nelle liste una partizione convenzionale che non sempre trova effettivo riscontro nei codici. Il terzo problema infine, documentato anche dai codici malatestiani, è dovuto all’assenza, nelle liste sinora scoperte, di numerose opere che pure ebbero diffusione per exemplar e pecia (9).



L’EXEMPLAR

S.XXIV.4
1. Membr.; sec. XIV; mm. 308 x 206; tt. (II) + II + 148 + (1); 2 coll. Littera textualis, di una sola mano. Origine universitaria francese. Sul verso della seconda guardia anteriore: "M°CCC°LIII indictionis VII. die XVIIa octubris [tre righe erase]. Et ego Rolandinus mea propria manu scripsi". Note di Giovanni di Marco sul recto dell’ex controguardia posteriore.
ARISTOTILES, Historia animalium (ff. lr-72r), De progressu animalium (ff. 72r-77r), De motu animalium (ff. 77r-80r), De partibus animalium (ff. 80r-110v), De generatione animalium (ff. 110v-148v).
Il codice di origine francese è formato da 37 pecie numerate progressivamente; tutte le pecie recano nel margine superiore del primo foglio la nota Ade correctoris; il segno cor indicante l’avvenuta correzione è stato apposto alla fine dei fascicoli. Non si notano aggiustamenti alla fine dei duerni (scrittura serrata o allargata) tipici delle pecie rifatte. Sebbene durante il restauro, eseguito nel 1980, le carte siano state lavate e stirate – cancellando in tal modo gli aspetti esterni caratteristici dei manoscritti che hanno svolto funzione di exemplar quali vistose tracce d’uso, segni opposti dai copisti, piegatura e così via – le pecie devono essere considerate, fuori di ogni dubbio, originali ed ufficiali.
Nella lista di tassazione parigina del 1304, la sola in cui compare l’opera, venne registrata una partizione complessiva in 38 pecie.
Catalogus Codicum Manuscriptorum ... auctore J.M. MUCCIOLI, I-II, Caesenae 1780-84, II, 159; R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena, Cesena 1887, 454; G. LACOMBE, Aristoteles Latinus. Codices II, Roma 1955, 904, n° 1305; R.H. ROUSE, M.A. ROUSE, The Book Trade at the University of Paris, in La production du livre universitaire aux moyen age. Exemplar et pecia, actes du symposium tenu au Collegio San Bonaventura de Grottaferrata en mai 1983. Textes réunis par L.J. BATAILLON, B.G. GUYOT, R.H. ROUSE, Paris 1988, 83.


MANOSCRITTI CON INDICAZIONI DI PECIA

D.XIV.4
2. Membr.; sec. XIII; mm. 345 x 242; ff. III+290; 2 coll. Littera textualis, di una sola mano. Origine universitaria (?) francese.
ALEXANDER HALENSIS, O.M, In Petri Lombardi Sententias I-II (ff.lr-290r); tabulae (ff.Ir-IIv e 290r).
L’ultima indicazione di pecia visibile nel primo libro segnala a f. 141vb la fine della pecia LXX, per il secondo libro è attestata una partizione in 90 pecie (f. 288va). L’opera non compare nelle liste di tassazione sinora scoperte. Secondo J. Destrez tre exemplaria successivi della prima parte della Summa contenenti il primo 42 pecie, il secondo 72, il terzo 83 o 84 pecie vennero posti in locazione presso l’Università di Parigi. È probabile che per trascrivere il primo libro lo scriba del codice malatestiano si sia avvalso di un exemplar composto di 72 pecie.
MUCCIOLI, I, 62; ZAZZERI, 139-140; Cesena, Biblioteca Malatestiana, a cura di D. FRIOLI, in Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche italiane. IV Cesena, Fabriano, Firenze, Grottaferrata, Parma, Firenze 1982, 18-19; L.J. BATAILLON, Les textes théologiques et philosophiques diffusées a Paris par exemplar et pecia, in La production, 162.

D.XV.1
3. Membr.; sec. XIII; mm. 349 x 257; ff. I+117; 2 coll. Littera textualis, di una sola mano. Origine universitaria francese (?).
ALEXANDER HALENSIS, O.M, In Petri Lombardi Sententias IV (mutilo).
Le indicazioni di pecia si susseguono regolarmente sino a f. 86ra ed attestano una partizione complessiva in 54 pecie. A f. 88vb è visibile l’annotazione "hic finitur pa pecia", a f. ll6va termina la pecia XVII. Poiché il testo si interrompe alla q.XXVII il numero complessivo delle pecie era sicuramente superiore.
L’opera non compare nelle liste sinora scoperte, non è possibile pertanto alcuna verifica delle partizioni attestate nel codice malatestiano.
MUCCIOLI, I, 64; ZAZZERI, 141; A. DOMENICONI, La biblioteca malatestiana, Cesena 1922, 39; FRIOLI, 18-19; BATAILLON, 162.

D.XV.3
4. Membr.; sec. XIV; mm. 365 x 240; ff. I + 256; 2 coll. Littera textualis di Giovanni da Praga (a f. 256v "Istum librum scripsit magister [cod. magiter] Iohannes de Praga, filius quodam domini Rudmanni"). Origine universitaria italiana, non bolognese.
THOMAS AQUINAS, Secunda Secundae Summae theologicae (ff. lr-250v), tabula (f. 251r-265v).
L’opera compare nelle liste di tassazione dell’Università di Parigi del 1275 e del 1304 con una partizione in 82 pecie. Nel codice malatestiano l’ultima indicazione "fi. lviiii p." compare a f. 239vb ed è pertanto impossibile determinare la partizione complessiva.
MUCCIOLI, I, 64; ZAZZERI, 143; H.F. DONDAINE, H.V. SHOONER, Codices manuscripti operum Thomae de Aquino, I, Romae (Commissio Leonina) 1967,216, n° 568; FRIOLI, 23-24.

D.XVIII.1
5. Membr.; sec. XIV; mm. 320 x 215; ff. I (cart.) + 208 + II’ (cart.); 2 coll. Di due mani: ff. lra-205v in littera textualis di tipo francese, ff. 206r-208v in littera bastarda di tipo inglese, coeva. Origine universitaria francese.
GUILLELMUS DE WARE, In Petri Lombardi sententias I-IV (ff. lr-205v), tabula (ff. 206r-208r).
L’opera non compare nelle liste di tassazione. Nel codice è visibile una sola indicazione di pecia: a f. 8vb è stata segnalata la fine della prima pecia.
MUCCIOLI, I, 69; ZAZZERI, 155-156; FRIOLI, 38; BATAILLON, 161.

S.II.1
6. Membr.; sec. XIV; mm. 468 x 287; ff. I + 341 + II; 2 coll. Littera bononiensis, di una sola mano. A f. 341v: "Libr. XVI s.VIIII den. IIII". Origine universitaria bolognese.
GRATIANUS, Decretum cum apparatu Bartholomei Brixiensis et Johannis Theutonici.
Recano indicazioni di pecia sia il testo che la glossa:


  testo    glossa
Distinctiones Decreti - Causa Prima    30    19
Causae II - XXXIII, q.2    54    32
De poenitentia - Causa XXXIII    18    8
De consecratione    18    6

La partizione in pecie del codice non trova corrispondenza con quella attestata nelle liste di tassazione.
MUCCIOLI, II, 15-20; ZAZZERI, 261-263; A. CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì. I. Cesena, in Tesori delle Biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna, Milano 1932, 100; G. RABOTTI, Elenco descrittivo di codici del Decretum in archivi e biblioteche italiane e straniere, "Studia Gratiana", VII, 1959, 102; F.P.W. SOETERMEER, De pecia in Juristische handschriften, Utrecht 1990, 175 e 290 n. 5.

S.II.3
7. Membr.; sec. XIV; mm. 396 x 255; ff. (I) + II + 148 + I’ + (I’). Litterae textuales di più mani. Nella prima guardia anteriore e nella prima controguardia frammento in littera antiqua, nella seconda guardia anteriore documento datato "Bononie, aprilis, pontificatus domini Clementis pape .v. Anno primo (1305)". La tabula trascritta ai ff. l27va-128va, l’antica cartulazione ed i tituli aggiunti sono di un’unica mano. Pur contenendo opere peciate non ritengo il codice prodotto in ambito universitario.
BERNARDUS COMPOSTELLANUS "Junior", Apostille "sive Commentarla in Decretales" (ff. lra-44v); ABBAS (10) "ANTIQUUS id est BERNARDUS DE MONTEMIRATO", Distinctiones (ff. 45ra-54rb); "GUIDO DA BAISIO, Tractatus de heresi" (ff. 55ra-62ra); "BONAVENTURA Super Sententia, frag." (f. 62ra-b), "IOHANNES ANDREAE, Lecturae in Decretales" (ff. 63ra-67v) (11); BARTHOLOMEUS BRIXIENSIS, Questiones dominicale et venariales (ff. 71ra-93v); AUCTORES VARII, Questiones et constila (ff. 93v-127ra); tabula (ff. l27va-128va); "IOHANNES ANDREE, Lecturae in Decretales" (ff. l29ra-138v); IOHANNES DE DEO, Libellus dispensationum (ff. l39ra-143va); AEGIDIUS DE FUSCARARIIS, Ordo iudiciarius (ff. l44r-147r); PAULUS DE LIAZARIIS, Consilium (ff. l47v-148r).
Recano indicazioni di pecia le Apostille di Bemardo Compostellano – l’ultima indicazione a f. 41va segnala la fine della pecia XVI – e le Lecturae in Decretales di Giovanni d’Andrea dei ff. 63ra-67v. È segnalata per quest’ultima opera la fine della seconda pecia a f. 64rb e la fine della terza pecia a f. 65vb. A f. 54v, per il resto bianca, è visibile una nota che ricorda l’avvenuta correzione dell’apparato al Liber Sextus. L’opera attualmente non compare nel codice. Le Apostille sono menzionate nell’elenco di 63 libri, probabilmente già facenti parte della biblioteca di Accursio, venduti da Cervotto, figlio di Accursio, a suo fratello Guglielmo (12).
Il codice, già noto a Sarti (13), è stato analizzato da C. MESINI, De codice iuridico N. 3, Pl.II, ls Bibliothecae Malatestianae (Cesenae), "Antonianum", 26, 1951, 271-274; 367-385; si veda inoltre M. BERTRAM, Kanonistische Quästionensammlungen von Bartholomäus Brixiensis bis Johannes Andreae, in Proceedings of the seventh International Congress of Medieval Canon Law, Cambridge, 23-27 July 1984 ("Monumenta Iuris Canonici. Series C: Subsidia", vol. 8), Città del Vaticano 1988, 271-272. Per le opere di Giovanni d’Andrea cfr. C. ROSEN, Notes on an earlier version of the "Quaestiones mercuriales", "Bulletin of medieval canon law", 5,1975,103-114; K. PENNINGTON, Johannes Andreae’s Additiones to the Decretals of Gregory IX, "Zeitschrift der Savigny-Stiftung fur Rechtsgeschichte, kan. Abt.", 74, 1988, 328-345.
MUCCIOLI, II, 20-21; ZAZZERI, 266, 271; G. DOLEZALEK, Verzeichnis der Handschriften zum römischen Recht bis 1600,1, Frankfurt am Main 1972, s.v.

S.III.1.
8. Membr.; sec. XIV; mm. 451 x 274; ff. I (ree. da restauro) + III + 102 + I’ (rec. da restauro); 2 coll. Di due mani, il testo in littera textualis, la tabula in lettera antiqua è stata attribuita da E. Casamassima a Giovanni da Épinal. A f. 294v: "MCCCLXXVII die .XXV. mensis octubris emi hunc librum prò pretio florenorum XVII auri, vocatum speculum Gulielmi Durantis". Origine universitaria napoletana (?).
GUILLELMUS DURANTIS, tabula (ff. IIr-IIIr), Speculum iudiciale (ff.1r-294v).
Nel codice è attestata una partizione complessiva in 162 pecie, l’ultima indicazione compare a f. 293va; le indicazioni, prive del segno indicante l’avvenuta correzione, si susseguono regolarmente lungo i margini e sono in alcuni casi circondate da un fregio eseguito con inchiostro rosso. Il codice trascritto su pergamena di qualità mediocre, con forte contrasto tra la parte del pelo e quella della carne e decorato in prevalenza con inchiostro di colore rosso, venne probabilmente realizzato in ambito napoletano. La partizione attestata non trova corrispondenza con le liste di tassazione.
MUCCIOLI, II, 27-28; ZAZZERI, 276.

S.IV.l
9. Membr.; sec. XIV; mm. 439 x 270; ff. III + 306 + I’; 2 coll. Littera bononiensis, di una sola mano. Origine universitaria bolognese.
Tabula (f. IIr-v), IUSTINIANUS, Institutiones cum apparatu Accursii (ff. 1r-78r), Authenticae constitutiones cum apparatu Accursii (ff. 79r-208v), Tres libri cum apparatu Accursii (ff. 209r-278r), Consuetudines feudorum cum apparatu (ff. 279r-303r).
Per la sola glossa ai Tres libri non è stato possibile determinare la partizione complessiva, tutte le altre opere recano indicazioni di pecia sia nel testo che nella glossa:


  testo glossa
Institutiones    13 p.    19 p.
Authenticum    14 + 14 p. + 1    20 p.
Tres libri    16 p.    ?
Cons. feudorum    2 quat.    7 p.

Segnalo le sole partizioni attestate nella lista di Montpellier. Per le Institutiones lo stazionario registrò la seguente partizione: per il testo 7 quaterni minus 4 columne ovvero una partizione complessiva in circa 13 pecie (1 quaterno = 2 pecie); mentre per l’apparato 9 quaterni + 14 col. ovvero 19 pecie. Entrambe le partizioni trovano conferma nel codice.
Per il testo dell’Authenticum si registra una partizione in 14 quaterni + 1 pecia + 6 columne che trova perfetta corrispondenza con la partizione attestata nel codice malatestiano. Mentre per l’apparatus Authenticorum la partizione attestata 8 quaterni + 1 pecia non trova corrispondenza.
I Tres libri recano per il testo una partizione in 8 quaterni minus 8 columne, che equivale a circa 15 pecie, per la glossa non è possibile determinare nel codice la partizione complessiva.
Per le Consuetudines feudorum la lista registra per il testo una partizione in 2 quaterni minus 8 columne, per l’apparatus Usus feudorum 7 pecie + 6 columna, entrambe le partizioni sono confermate dalle indicazioni presenti lungo i margini del codice.
MUCCIOLI, II, 30-31; ZAZZERI, 280-282; CAMPANA, 100; DOLEZALEK, s.v.; SOETERMEER, 379-380.

S.IV.2
10. Membr.; sec. XIV, mm. 468 x 286, ff. III (rec. da restauro) + 308 + III’ (rec. da restauro); gli antichi fogli di guardia sono attualmente numerati 1 e 308; 2 coll. Littera bononiensis, di una sola mano. A f. 1r: "Iste liber est mei domii Francisci domini Bactiste de Alaleonis de monte sancte Marie" (nota di acquisto a Perugia il 5 ottobre 1432, per un prezzo di 80 – cifra parzialmente su rasura – ducati d’oro). Origine universitaria bolognese.
Tabula (f. 2r), IUSTINIANUS, Infortiatum cum apparatu Accursii (ff. 3r-307v).
Per il testo dell’Infortiatum è attestata una partizione in 24 pecie (parte I ll.XXIV, 3-XXIX) + 26 (parte II ll.XXX-XXXV,2,82). Per la glossa è attestata una partizione in 24 pecie (parte I) + 24. Al testo dell’Infortiatum seguono a partire da f. 231 le Tres Partes che presentano 17 indicazioni di pecia nel testo e 16 nella glossa.
Nella lista di Montpellier per il textus Infornati in petiis è attestata una partizione di xxxiii anatemi et una petia et due columpne che equivale a 67 pecie. La corrispondenza è perfetta infatti: 24 p. (I parte) + 26 (II parte) + 17 (Tres partes) = 67 pecie.
L’apparatus Infortiati cum Tribus Partibus nella stessa lista reca la seguente partizione 32 quaterni + 2 columne (= 64 pecie), nel codice è attestata una identica partizione in 24 + 24 + 16 pecie (= 64 pecie).
Il segno di cor annotato da altra mano a lato delle indicazioni di pecie compare anche in fine fascicolo.
MUCCIOLI, II, 31; ZAZZERI, 282-284; CAMPANA, 100; DOLEZALEK, s.v.

S.VIII.3
11. Membr.; sec. XIV; mm. 265 x 181; f. 149 + I’; 2 coll. Littera textualis di una sola mano. Origine universitaria (?) italiana.
THOMAS AQUINAS, Sententia libri Methaphysicomm (ff. 1r-149v).
Nella lista di tassazione parigina del 1275 è registrata per questa opera una partizione in 53 pecie. Nel codice le indicazioni di pecia non consentono di determinare la partizione complessiva. Sulle indicazioni presenti cfr. S.P. REILLY, The numbering systems of the pecia manuscripts of Aquinas’s commentar on the methaphysics, in La production, 214-216 e 218-222.
MUCCIOLI, II, 43; ZAZZERI, 320; FRIOLI, 145-146; DONDAINE-SHOONER, 218.



(1) J. DESTREZ et M.D. CHENU, Exemplaria universitaires des XIIIe et XIVe siècies, "Scriptorium", VII, 1953, 72, 74. Grazie a p. Bataillon, ho potuto esaminare le carte tuttora inedite di J. Destrez ed in particolare la descrizione dell’exemplar malatestiano.

(2) J. DESTREZ, La pecia dans les manuscrits universitaires du XIIIe et du XIVe siècle, Paris 1935; G. FINK-ERRERA, Une institution du monde mèdièval: la "pecia", "Revue philosophique de Louvain", 60,1962, 189, vers. it. parziale La produzione dei libri di testo nelle Università medievali, in Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. CAVALLO, Roma-Bari 1983, 133-165 e 284-302.

(3) ROUSE-ROUSE, 83.

(4) Oltre il testo. Unità e strutture nella conservazione e nel restauro dei libri e dei documenti, a cura di R. CAMPIONI, Bologna 1981, 95-98, in part. 98.

(5) E. CASAMASSIMA e C. GUASTI, La Biblioteca Malatestiana: le scritture e i copisti, "Scrittura e civiltà", XVI, 1992, 229-264.

(6) Ho potuto compiere questa ricerca grazie alla disponibilità di Piero Lucchi.

(7) Cfr. G. ORLANDELLI, II libro a Bologna dal 1300 al 1330. Documenti, Bologna 1959, ad esempio doc. 1 "D. Johannes q. Ardicionis ... promisit facere et curare quod Margarita ... scribet ... totum apparatum Decretallium pro sedecim sol. pro quaterno, et faciet et curabit quod ipsa scribet omni mense quinque petias sine interpositione alicuius operis".

(8) Le liste preservatesi negli statuti sono state edite da H. DENIFLE, Die Statuten der Juristen-Universität Bologna vom f. 1317-1347, und deren Verhältniss zu jenen Paduas, Perugias, Florenz, "Archiv für Litteratur-und Kirchengeschichte des Mittelalters", 3, 1887 (rist. anast. Graz 1956), 298-303. H. DENIFLE-E. CHATELAIN, Chartularium Universitatis Parisiensis, Paris 1889-91 (rist. anast. Bruxelles 1964), I, 644-650 (lista di tassazione del 1275), II, 107-112 (lista di tassazione del 1304). Per altre liste preservatesi in manoscritti cfr. M. BOHACEK, Zur Geschichte der Stationarii von Bologna, "EOS. Commentarii societatis Philologae Polonorum", 48, 1956, 241-295 (vers. it. Nuova fonte per la storia degli stazionari bolognesi, "Studia Gratiana", 9,1966,407-460); T. KAEPPELI, H.V. SHOONER, Le manuscrits mèdièvaux de Saint-Dominique de Dubrovnik. Catalogue sommaire ("Institutum Historicum FF. Praedicatorum Romae ad S. Sabinae, Dissertationes Historicae", 17), Romae 1965, 118-120; J.F. GENEST, Le fond juridique d’un stationnaire italien à la fin du XIIIe siècle: matériaux nouveaux pour servir a l’historie de la pecia, in La production, 134-137.

(9) BATAILLON, 155-163.

(10) Ma da altra mano è stata aggiunta nel margine superiore di f. 45r la nota: "Distinctiones abbatis et Petri de Sansona"; la stessa attribuzione "Secundo describuntur distinctiones Petri de Sansona et Abbatis" compare nella tabula, a f. 127v.

(11) Ringrazio Vincenzo Colli per aver identificato le opere di Giovanni d’Andrea e per avermi segnalato la relativa bibliografia.

(12) Edizione dell’elenco in P. COLLIVA, Documenti per la bibliografia di Accursio, in Atti del Convegno internazionale di studi Accursiani (21-26 ottobre 1963), Milano 1968, II, 445-446.

(13) De claris archigymnasii bononiensis professoribus a saeculo XI usque ad saeculum XIV, I, Bononiae 1772, 500.


   
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