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La legislazione vigente in materia di beni culturali impone a tutte le istituzioni e agli operatori del settore quattro obiettivi fondamentali: tutela, conservazione, valorizzazione e promozione (1). Queste finalità devono contraddistinguere anche il trattamento dei patrimoni librari antichi custoditi dalle biblioteche di conservazione, interessate anch’esse, come le raccolte museali, non solo dall’esigenza di tutela e conservazione, ma anche da quella di una maggiore estensione e qualificazione della fruibilità da parte di un pubblico più vasto rispetto a quello costituito da studiosi e ricercatori (2).
Le tecniche tradizionali di riproduzione fotografica hanno riguardato il patrimonio manoscritto della biblioteca Malatestiana (3), ma anche la sua struttura architettonica esterna ed interna con i relativi arredi - i plutei quattrocenteschi in legno di pino - almeno a partire dagli anni di attività del fotografo cesenate Augusto Casalboni (1866-1929). Numerose lastre fotografiche realizzate durante un arco cronologico compreso fra gli ultimi due decenni dell’ottocento e i primi due del novecento riproducono le pagine più significative dei codici malatestiani. Successivamente, a partire dagli anni sessanta, i manoscritti sono stati oggetto di una campagna di fotoriproduzione in microfilm in bianco e nero. A distanza di oltre un ventennio, a causa del cattivo stato di conservazione della pellicola fotografica, è stata realizzata una nuova microfilmatura dell’intero patrimonio malatestiano affiancata da riproduzioni fotografiche a colori delle miniature (4). Attraverso queste tecniche tradizionali è stato possibile fino ad ora soddisfare esigenze diverse. In primo luogo, la fotoriproduzione sostitutiva realizzata attraverso la microfilmatura ha consentito di avere a disposizione uno degli strumenti utili a garantire la tutela e la conservazione del patrimonio (5): il trasferimento delle immagini dal supporto originario ad uno sostitutivo, specie se poi questo, in più copie, è conservato in sedi diverse, garantisce di non perdere totalmente la memoria del documento in caso di disastri naturali o di furto. Inoltre, il far consultare al pubblico una riproduzione mette al riparo l’originale dal deterioramento progressivo dovuto a ripetute e non sempre necessarie consultazioni dell’originale stesso (7). D’altro canto, le riproduzioni fotografiche di singole carte o di particolari del testo manoscritto o della decorazione miniata hanno costituito un servizio a domanda individuale fornito al pubblico esperto, formato da studiosi e ricercatori di professione. Lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche in particolare di quelle che consentono il trattamento digitale delle immagini, ha aperto prospettive del tutto nuove, anche se la digitalizzazione non pare ancora affermarsi completamente come sostituto della microfilmatura (8). La riproduzione digitale dei documenti conservati nelle proprie raccolte offre alla biblioteca la possibilità di estendere ed ampliare i servizi tradizionali. Le nuove tecnologie informatiche, oltre a consentire la consultazione anche a distanza e da parte di più utenti contemporaneamente, senza dover accedere agli originali e potenzialmente danneggiarli (9), fanno sì che la qualità della presentazione visiva del materiale digitalizzato, soprattutto se manoscritto, sia maggiore di quella di un microfilm standard (10). Inoltre, le immagini digitalizzate consentono miglioramenti come l’ingrandimento di una porzione di manoscritto o proposte di risarcimento virtuale di parti illeggibili o mancanti (11), ma anche il collegamento con database che possono contenere la trascrizione integrale del contenuto testuale dei documenti riprodotti, oppure brevi descrizioni articolate per campi finalizzati a successive operazioni di ricerca (nomi di persone e/o luoghi, parole significative, parti della descrizione bibliografica, ecc.) (12).
La biblioteca Malatestiana è stata fino ad ora interessata direttamente ad almeno quattro progetti nei quali l’uso delle nuove tecnologie informatiche si è dimostrato estremamente interessante soprattutto nella prospettiva di assolvere ai compiti di valorizzazione e di promozione del patrimonio, ma anche per allargare i servizi all’utenza e per ampliare quelle funzioni proprie di centro di produzione culturale che spesso l’istituzione bibliotecaria trascura a favore del suo compito prioritario di mediatore dell’informazione (13).
Il primo progetto, realizzato nel 1994, è consistito nello studio della struttura di un ipertesto multimediale che consentisse di effettuare una visita virtuale alla Malatestiana antica, con approfondimenti riguardanti la storia della biblioteca e le caratteristiche del suo patrimonio manoscritto, esemplificate attraverso un’ampia scelta di immagini digitali prodotte a partire da diapositive. Promosso in collaborazione con il corso di laurea in Scienze dell’informazione dell’Università di Bologna (sede di Cesena), è stato presentato al convegno Sistemi multimediali intelligenti. Multimedia e Beni Culturali, Multimedia e Formazione, tenutosi a Ravello presso il Centro universitario europeo per i beni culturali dal 14 al 17 settembre 1994 (14). Per difficoltà nel reperimento di finanziamenti adeguati, non è stato possibile portare il progetto oltre la realizzazione di prototipi delle componenti fondamentali dell’ipertesto.
Nel corso del 1996, a seguito di gara a trattativa privata, è stato affidato alla ditta GLASOR s.n.c. di Bergamo l’incarico di riprodurre integralmente in formato digitale quindici codici malatestiani. Si è così costituito un archivio di circa 4400 file di immagini a colori in formato digitale, contenute in tredici CD-ROM. Ogni immagine - a pagina doppia o singola, a seconda delle dimensioni del volume - ha una risoluzione video tale da consentire la leggibilità riga per riga del testo contenuto nella pagina e, grazie al software di supporto, ingrandimenti graduali nell’ordine del 25% da zero a infinito, che mantengono uno standard di leggibilità di buon livello. Il software di gestione, proprietario, denominato IN-FOLIO ed inserito in ogni CD, funziona come una sorta di legatura informatica, consentendo di sfogliare il volume avanti e indietro, ricercare una pagina determinata, visualizzare contemporaneamente più pagine, stamparle (15).
L’esperienza cronologicamente successiva è stata la creazione di un sito Web della biblioteca Malatestiana visitabile all’indirizzo http://www.delfo.forli-cesena.it/coce/Malatestiana/malatestiana/fs-Homepage.html. La progettazione e la realizzazione della presentazione Internet è frutto della tesi di laurea in Conservazione dei beni culturali di Francesca Papi (16). Il sito comprende pagine dedicate a informazioni e servizi offerti dalla biblioteca, proponendo all’utente a distanza tutta quella serie di orientamenti utili ad avvicinare la Malatestiana sia dal punto di vista storico sia della conoscenza del suo patrimonio documentario, ad esempio prevedendo la consultazione del catalogo in linea. La navigazione nel sito consente di accedere ad una pagina intitolata Documenti, che offre una esemplificazione dei più importanti manoscritti conservati nella biblioteca cesenate. La pagina è stata realizzata utilizzando le riproduzioni digitali eseguite per i CD-ROM: è stato necessario procedere alla conversione dei file dal formato BITMAP al JPEG, ed è stata scelta una risoluzione di 512x700 pixel, che consente un rapido caricamento dell’immagine e, nello stesso tempo, impedisce di ottenere stampe di qualità, a tutela dei diritti sulle riproduzioni.
Questa esperienza dimostra uno dei vantaggi offerti dalla riproduzione digitale che, una volta realizzata e soprattutto se realizzata ad alta definizione, può essere ripetutamente utilizzata e adattata alle esigenze più diverse (17).
Infine, l’esperienza più recente è stata la partecipazione della biblioteca Malatestiana ad un progetto pilota di digitalizzazione di manoscritti che ha interessato anche la biblioteca Classense di Ravenna e la biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Il progetto, avviato nel 1998, è stato coordinato dal professor Manfred Thaller del Max Planck Institut di Göttingen e docente presso l’Università di Bergen in Norvegia, dove dirige l’Humanities Information Technologies Centre. Nell’occasione, si è anche attuata una collaborazione col professor Dino Buzzetti del dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, che da alcuni anni è impegnato in studi ed esperienze sull’applicabilità delle procedure informatiche alla ricerca nel campo della produzione filosofica e letteraria di età medievale e rinascimentale. Le tre biblioteche emiliano-romagnole hanno partecipato al progetto collaborando, ciascuna, alla riproduzione digitale di circa 1000 pagine manoscritte, al fine di offrire la materia prima per l’elaborazione di un software che portasse alla realizzazione di un archivio di dati dinamico. Era stato previsto che l’accesso all’utente, oltre al tradizionale browsing in cui il manoscritto può essere sfogliato pagina per pagina come si sfogherebbe il documento originale, sarebbe stato indirizzato anche su pagine specifiche in base alla richiesta, sia tramite la presenza di indicizzazioni formalizzate, sia tramite sistemi di ricerca a tutto testo. I manoscritti digitalizzati sono stati scelti all’interno di un arco cronologico compreso fra XIV e XVI secolo, in modo da offrire un campione diversificato sia per il tipo di supporto (cartaceo o membranaceo), che per le diverse tipologie di scrittura e decorazione. Ciascun codice è stato riprodotto integralmente tramite fotocamera digitale Kontron mod. Progres a 300 dpi (pari a 25 Mb per foglio di dimensioni A4) e le immagini sono state elaborate con il programma Adobe Photoshop 5.0 (18). I direttori, i bibliotecari e i fotografi delle biblioteche coinvolte hanno riconosciuto alla campagna di digitalizzazione effettuata una valenza sperimentale notevole. È stato infatti possibile non solo acquisire pratica e conoscenze relativamente alla tecnica di riproduzione digitale, ma anche affrontare collegialmente problemi quali il rispetto delle esigenze conservative durante l’esecuzione delle riprese; la tutela della sicurezza dei documenti, riprodotti all’interno di ciascuna biblioteca ad opera di personale in servizio presso le stesse; l’esigenza della tutela del copyright dell’immagine da parte degli enti coinvolti. A questo proposito si decise l’adozione di una filigrana digitale da apporre sulle immagini riprodotte, in modo tale da impedirne l’utilizzo da parte di soggetti non autorizzati. La scelta dei tre manoscritti malatestiani riprodotti nell’ambito di tale progetto è stata determinata soprattutto dal loro interesse testuale (19). Il progetto, per il momento sospeso, prevedeva, come evoluzioni future, la visibilità in rete a bassa definizione, con possibilità di accedere ad un livello di qualità intermedio, ma corredato da filigrana elettronica, nonché produzione e vendita di CD-ROM contenenti le immagini ad alta definizione, corredate da un software di lettura e protette da un sistema di criptaggio atto ad impedirne la duplicazione, oltre ad una completa descrizione codicologica e catalografica.
L’ideazione e la realizzazione dei progetti hanno determinato nell’attività della biblioteca un impegno che è andato oltre quello tradizionale di messa a disposizione del pubblico del patrimonio documentario conservato e quello più nuovo di via locale di accesso alla conoscenza garantito ai cittadini anche attraverso l’utilizzo dei cataloghi in linea o su CD-ROM. Anche se l’esecuzione di tre su quattro progetti non è stata completata in tutte le sue parti, in ogni occasione la biblioteca ha funzionato da centro di produzione culturale, protagonista o partner di attività di ricerca. In particolare, in occasione della produzione dei CD-ROM con riproduzione integrale di alcuni fra i codici più significativi della biblioteca Malatestiana realizzati dalla ditta GLASOR di Bergamo, si è proceduto alla redazione di schede di presentazione dei manoscritti stessi qui pubblicate in appendice (20). Ciò ha consentito di aggiornare la bibliografia e la storia degli studi relativi a ciascuno di essi, oltre che di prospettarne un più significativo inquadramento nella storia della biblioteca e dei suoi fondi principali. Ogni scheda, redatta in forma divulgativa, vista l’originaria destinazione dei CD-ROM al circuito commerciale, presenta anche l’elenco delle mostre in cui il manoscritto è stato esposto. Infine, l’analisi dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie conferma la necessità dell’impegno relativamente alla tutela e alla conservazione dei manoscritti, intesi nel loro pieno significato di documenti e testimonianze di storia della cultura. In particolare, l’inserimento dell’immagine digitalizzata del foglio 38, interamente miniato, sottratto prima del 1988 dal codice D.XIV.1 contenente il De consolatione philosophiae di Boezio tratta dal microfilm in bianco e nero eseguito nel 1963, dimostra quanto sia indispensabile la riproduzione di documenti unici come i manoscritti. Se fosse stato possibile procedere alla commercializzazione dei CD-ROM, la diffusione della riproduzione avrebbe forse contribuito al riconoscimento e quindi al recupero dell’originale sottratto.
APPENDICE (*)
1. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms D.III.3
Agostino, Tractatus in Evangelium Johannis
Sec. XV (1451-1452 circa), pergamena, mm 375x255, cc. 4 n.n., 290, 2 n.n.
Il manoscritto fu copiato, probabilmente fra la fine del 1451 e l’inizio del 1452, da Jean d’Epinal (sottoscrizione a c. 289v), il notaio di origine francese che Albinia de la Mare (1995) ha definito come "il più prolifico dei copisti malatestiani", attivo a Cesena fra 1450-51 e 1462-65. A Jean d’Epinal Domenico Malatesta dei Malatesti, signore di Cesena e fondatore della Malatestiana, affidò la trascrizione di numerosi codici di grande impegno, fra cui altre opere di Agostino, Gregorio Magno, Girolamo. La scrittura è un’umanistica che Augusto Campana (1932) ha definito "di andamento snello, per lo più inclinato e con tendenza corsiva".
La datazione del codice deriva dall’averlo identificato con un manoscritto decorato dal miniatore ferrarese Taddeo Crivelli, secondo un’annotazione presente nel suo Libro di compto di Dibituri e Credituri sotto l’anno 1452. La nota di pagamento sembra riferirsi soltanto ad iniziali decorate e per questo motivo l’attribuzione della grande iniziale figurata che compare all’inizio del testo (c. 7r) resta incerta. Giordana Mariani Canova (1991 e 1995) non ha dubbi nell’identificare in Taddeo Crivelli il miniatore principale e attribuisce alla stessa mano la decorazione di altri manoscritti malatestiani, individuando un corpus di miniature eseguite a Cesena da un maestro formatosi in ambito ferrarese e che, nel periodo cesenate, mette a punto alcune delle caratteristiche che saranno proprie della miniatura rinascimentale della corte di Borso d’Este. Altri studiosi non concordano con questa attribuzione e, in particolare, Lollini (1995) avvicina la testa di S. Agostino ai ritratti, inseriti in vere e proprie "scatole spaziali", tipici del Quarto maestro delle Vitae di Plutarco (Biblioteca Malatestiana, mss. S.XV.1, S.XV.2, S.XVII.3). Recentemente, infine, si è anche ipotizzato di ricondurne l’esecuzione a Matteo de’ Pasti, medaglista, miniatore e architetto, attivo a Rimini a partire dal 1446 (Dillon Bussi, 1996).
Il ritratto di Agostino è inserito in una targa marmorea bipartita in due lacuanari in quello superiore, sul fondo in lamina d’oro, è la lettera iniziale I, raffigurata come un pilastro scanalato, in quello inferiore la grande testa del santo, con lo sguardo rivolto verso l’alto a ricevere l’ispirazione divina, fuoriesce con l’imponente aureola dalla finestrella sulla veduta prospettica della cella compendiata dalla raffigurazione di un piccolo altare con un crocefisso e un rosario. Il gusto dell’antico di cui è permeato e che doveva rispecchiare quello del suo committente, oltre che nella decorazione della cornice marmorea, si evidenzia nell’iscrizione "S. AGUSTINUS" illusionisticamente scolpita in caratteri capitali a imitazione della scrittura lapidaria antica.
La rilegatura è un rifacimento eseguito dall’Istituto centrale di patologia del libro, con riporto degli specchi della coperta originale; conservate cinque borchie su ogni piatto e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato al terzo pluteo della fila destra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra del libro emiliano, Modena, biblioteca Estense, 1928; Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Le Muse e il Principe. Arte di corte nel Rinascimento padano, Milano, museo Poldi Pezzoli, 1991.
Bibliografia: G.M. MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum Malatestianae Caesenatis Bibliothecae, I-II, Caesenae, typis Gregorii Blasinii, 1780-1784, I, p. 20; R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della biblioteca Malatestiana di Cesena, Cesena 1887, pp. 47-48; Mostra del libro emiliano della R. biblioteca Estense di Modena (maggio-giugno 1928), Milano, [s.n., s.d.], n. 98, p. 38; A. CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle Biblioteche d’Italia. Emilia-Romagna, a cura di D. FAVA, Milano 1932, pp. 81-130, p. 90; M. SALMI, La miniatura, ivi, pp. 267-374, pp. 325-326; Mostra storica nazionale della miniatura. Palazzo Venezia - Roma. Catalogo, Firenze 1953, n. 552, pp. 351-352; A. DOMENICONI, Ser Giovanni da Epinal, copista di Malatesta Novello, "Studi Romagnoli", X (1959), pp. 261-282, in part. pp. 267-269, 272, 277-278; BENEDECTINS DU BUVERET, Colophons de manuscrits occidentaux des origines au XIV siècle, I-VI, Fribourg 1965-1982, III, n. 8695, p. 157; A. DEROLEZ, Codicologie de manuscrits en écriture humanistique sur parchemin, I-II, Turnhout 1984, I, n. 193, p. 142; G. MARIANI CANOVA, [scheda n. 81], in Le muse e il Principe. Arte di corte nel Rinascimento padano. Catalogo, Modena 1991, pp. 325-329; E. CASAMASSIMA - C. GUASTI, La Biblioteca Malatestiana: le scritture e i copisti, "Scrittura e civiltà", XVI (1992), pp. 229-264, in part. p. 256; A. DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, a cura di L. BALDACCHINI, "Romagna Arte e Storia", XXXVII (1993), pp. 23-80, in part. pp. 31-42; A. C. DE LA MARE, Lo "scriptorium" di Malatesta Novello, in Libraria Domini. I manoscritti della biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di F. LOLLINI - P. LUCCHI, Bologna 1995, pp. 35-93, in part. pp. 40, 79; F. LOLLINI, Le "Vite" di Fiutano alla Malatestiana (S.XV.1, S.XV.2, S.XVII.3). Proposte ed osservazioni per il periodo di transizione tra Tardogotico e Rinascimento nella miniatura settentrionale, ivi, pp. 189-224, in part. pp. 197, 207; G. MARIANI CANOVA, La miniatura nella Biblioteca Malatestiana, ivi, pp. 155-187, in part. pp. 170-173; A. DILLON BUSSI, Due ipotesi per Matteo Dei Pasti miniatore, in Piero della Francesco tra arte e scienza (Atti conv. int. studi, Arezzo 8-11 ottobre 1992, Sansepolcro 12 ottobre 1992), a cura di M. DALAI EMILIANI - V. CURZI, Venezia 1996, pp. 455-474, in part. pp. 461-464.
2. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms D.IX.1
Agostino De Civitate Dei
1450; pergamena, mm 373x254, cc. I, 405, I
Si tratta di uno fra i primi manoscritti fatti eseguire da Domenico Malatesta dei Malatesti, detto Malatesta Novello, vicario temporale della Chiesa e signore di Cesena. Il manoscritto fu realizzato in un periodo in cui egli aveva già manifestato ai frati di S. Francesco la volontà di contribuire alla costituzione della nuova biblioteca del convento, donando libri per un valore di circa cinquecento fiorini.
Il codice, interamente trascritto da Iacopo della Pergola - sottoscrizione a c. 405v -, copista marchigiano che lavorò fra 1445 e 1455 per quello che Albinia de la Mare (1995) ha definito "scriptorium o 'centro di scrittura' malatestiano", fu forse il primo dei manoscritti commissionati da Malatesta Novello per la nuova libraria inaugurata il 15 agosto 1454.
E certamente resta il primo soprattutto per la splendida decorazione miniata che illumina non solo il recto di c. 15, dove inizia il testo del De Civitate Dei, ma anche tutte le carte recanti l’incipit di ogni libro. La pagina di apertura presenta nei margini esterno ed interno un ampio fregio a bianchi girari e, in quello inferiore, al centro, l’impresa di Malatesta Novello - lo steccato colorato in bianco, rosso e verde - racchiuso entro una cornice marmorea all’antica, fiancheggiata da animali. Nel margine superiore, su un cartiglio, compare il titolo corrente scritto con i caratteri della capitale epigrafica latina. All’interno della grande iniziale, è raffigurato S. Agostino nello studio, raggiunto dalla luce emanata dalla città di Dio che occupa la quasi totalità della porzione di cielo raffigurata sullo sfondo. All’interno dello studio si impone la presenza di libri in forma di rotolo e in quella di codice, restituendoci così l’immagine trasfigurata di uno studiolo del quattrocento, dove la lettura dei classici e la comunione con la sapienza antica avvicina la gran parte degli umanisti a figure di padri della Chiesa, come S. Agostino e S. Girolamo, che ebbero un forte legame con la cultura classica tanto da contribuirne alla trasmissione.
Giordana Mariani Canova (1995) ha definito questo codice "la chiave di volta del rinnovamento della miniatura padana", per le invenzioni decorative e figurative, per il gusto dell’antico di cui è permeato e che doveva rispecchiare quello del suo committente, ma anche il gusto antiquario locale, in particolare riminese, che si manifestava in quegli anni nei progetti e nelle realizzazioni dell’Alberti e di Piero della Francesca nel Tempio malatestiano. Mariani Canova attribuisce alla stessa mano la decorazione di altri manoscritti malatestiani, individuando un corpus di miniature eseguite a Cesena da un maestro formatosi in ambito ferrarese, ma che nel periodo cesenate mette a punto alcune delle caratteristiche che saranno proprie della miniatura rinascimentale della corte di Borso d’Este: la studiosa talvolta parla di una personalità distinta, ma anonima, che definisce "maestro del De Civitate Dei" (Mariani Canova 1994), talvolta la identifica in Taddeo Crivelli (Mariani Canova 1995). L’attribuzione al principale miniatore della Bibbia di Borso d’Este è anche basata su un’annotazione presente nel Libro di compto dei Debitori e Credituri tenuto da Taddeo Crivelli e che è stata riferita alle miniature eseguite nel manoscritto malatestiano con il commento di Agostino al Vangelo di Giovanni (D.III.3), ritenuto della stessa mano. Tuttavia, non tutti gli studiosi concordano nel ritenere che il miniatore del De Civitate Dei e quello che esegue la grande iniziale figurata del D.III.3 siano lo stesso maestro. Lollini, in particolare, inquadra in ambito castagnesco-padovano il D.III.3, escludendo la possibilità di leggervi influssi di pierfrancescani, mentre nel De civitate Dei scrive che: "al di là di una sua attribuzione al Crivelli (che pur ritengo ben probabile), l’altro malatestiano D.IX.1, con Sant’Agostino nello studio, mostra referenti stilistici inseribili in un percorso vicino a quello del primo Tura (...) e pare appena sfiorato da Piero" (Lollini 1995). Recentemente, infine, si è anche ipotizzato di ricondurre l’esecuzione delle miniature del De civitate Dei a Matteo de’ Pasti, medaglista, miniatore e architetto, attivo a Rimini a partire dal 1446 (Dillon Bussi, 1996).
Il manoscritto presenta una rilegatura del sec. XVIII, caratterizzata da una coperta in marocchino; conservati due fermagli, borchie su entrambi i piatti e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato al nono pluteo della fila destra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Le Muse e il Principe. Arte di corte nel Rinascimento padano, Milano, museo Poldi Pezzoli, 1991; Piero e Urbino. Piero e le Corti rinascimentali, Urbino, palazzo Ducale, 1992; Umanesimo e Padri della Chiesa, Firenze, biblioteca Medicea Laurenziana, 1997.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., I, p. 39; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 102-103; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., pp. 90, 94; SALMI, La miniatura, cit., pp. 332-333; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 549, p. 50; BENEDECTINS DU BUVERET, Colophons, cit., III, n. 7912, p. 60; DEROLEZ, Codicologie, cit., I, n. 168, p. 141; MARIANI CANOVA, [scheda n. 80], in Le muse e il Principe, cit., pp. 316-324; CASAMASSIMA - GUASTI, La biblioteca Malatestiana, cit., p. 257; G. MARIANI CANOVA, [scheda n. 48], in Piero e Urbino. Piero e le Corti rinascimentali, a cura di P. DAL POGGETITO, Venezia 1992, pp. 262-264; DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, cit., pp. 44-45; G. MARIANI CANOVA, Le illustrazioni degli Astronomica di Basimo da Parma, in Basinii Parmensis poetae Astronomicon libri due, trad. it. di M. DE LUCA (...) Rimini 1994, pp. 179-250; DE LA MARE, Lo "scriptorium" di Malatesta Novello, cit., pp. 39, 72; LOLLINI, Le "Vite" di Plutarco, cit., p. 207; MARIANI CANOVA, La miniatura nella biblioteca Malatestiana, cit., pp. 155, 157. 165, 167-173, 175, 179-182; DILLON BUSSI, Due ipotesi per Matteo Dei Pasti miniatore, cit., pp. 461-464; A. MANFRON [scheda n. 68], in Umanesimo e Padri della Chiesa. Manoscritti e incunaboli patristici da Francesco Petrarca al primo cinquecento, a cura di S. GENTILE, [s.l.] 1997, pp. 289-290.
3. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms D.XIV.1
Boezio, De consolatione Philosophiae
Sec. XIV ex. (1390 circa), pergamena, mm 376x269, cc. I, 130, I
II manoscritto, copiato in un’elegante scrittura gotica testuale (littera rotunda) di una sola mano, fu molto probabilmente realizzato a Pavia verso la fine del XIV secolo.
La recente identificazione (Algeri, 1995) di uno dei due stemmi presenti nel margine inferiore della prima pagina - quello a fasce nere e dorate - come stemma di Baldo degli Ubaldi, giurista bolognese chiamato all’Università di Pavia da Gian Galeazze Visconti nel 1390, sembra confermare la produzione del codice nella città lombarda. Inoltre nel castello di Pavia ebbe sede, fino al 1499, la biblioteca dei Visconti e degli Sforza e ciò induce a ritenere Pavia un attivo centro di produzione di manoscritti. L’altro stemma quello che presenta un castello rosso su fondo dorato - appartiene ad un’antica famiglia milanese, i Martignoni, fra i cui membri andrà cercato il committente del codice offerto in dono al professore dello studio pavese.
Il manoscritto presenta 72 pagine miniate, e fra queste le cinque che contengono l’inizio dei libri in cui è diviso il trattato sono interamente decorate (le cc. 1r, 29v, 55r, 87v, 113v), mentre le restanti sono caratterizzate da iniziali decorate (corrispondenti all’incipit di ogni capitolo). In tutte compaiono fregi vegetali realizzati con grande varietà di tipi, arricchiti dalla presenza di figure zoomorfe e fanfastiche, soprattutto in quelli delle cinque pagine principali, dove non solo separano il testo centrale dal commento, ma circondano quasi completamente anche quest’ultimo. L’inizio del testo (c. 1r) è contrassegnato da una grande iniziale (lettera C) all’interno della quale è raffigurato Boezio infermo, sdraiato sul suo letto, e circondato dalle nove Muse; in alto, un angelo distende un lungo stendardo, nel quale si leggono le parole: Quis permisit has scenicas meretriculas accedere ad egrotantem istum? Nel margine inferiore della stessa pagina, al centro, fra i due stemmi, è raffigurata la ruota della fortuna attorno alla quale è possibile leggere parzialmente alcune parole miniate in oro: Hic continuum ludum ludimus rota volubili in orbe versamur... instabiles sumus... infimis mutare gaudemus.
Assegnato dagli studiosi di storia della miniatura alla cultura lombarda di fine trecento - inizi quattrocento, dovrebbe essere stato realizzato da Michelino da Besozzo per le parti figurate e da Pietro da Pavia o comunque dalla sua bottega per quanto riguarda le altre parti miniate, come iniziali e fregi. (Sutton, 1993; Castelfranchi, 1993; Algeri 1995). Il codice è stato rilegato nel 1971. Della legatura precedente restano cinque borchie per ogni piatto, la catena in ferro e i puntali dei due fermagli.
È doveroso segnalare che, nonostante in pubblicazioni recenti sia descritto e segnalato come ancora presente (Algeri, 1995), nel 1988 è stata scoperta la sottrazione di un foglio miniato (c. 38), del quale nel CD-ROM è riprodotta l’immagine in bianco e nero - sia del recto che del verso - tratta dal microfilm eseguito nel 1963.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Arte lombarda dai Visconti agli Sforza, Milano, palazzo Reale, 1958; Pisanello alla corte dei Gonzaga, Mantova, palazzo Ducale, 1972; Fioritura tardogotica nelle Marche, Urbino, palazzo Ducale, 1998.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., i, pp. 61-62; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 136-138; P. TOESCA, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano 1912, pp. 517-519, poi Torino 1987, p. 216; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., pp. 98-99; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 267, p. 181; SALMI, La pittura e la miniatura gotiche, in Storia di Milano, Milano 1953-1955, VI, p. 802; Arte lombarda dai Visconti agli Sforza. Milano, Palazzo Reale (cat. mostra a cura di R. LONGHI), Milano 1958, n. 164, pp. 56-57; C. FERINA, Pittura, in Mantova. Le Arti, Mantova 1961, II, p. 250; L. CASTELFRANCHI VEGAS, Il Gotico internazionale in Italia, Roma 1966, p. 21; Pisanello alla corte dei Gonzaga, Mantova, Palazzo ducale (cat. mostra a cura di G. PACCAGNINI), Milano 1972, n. 32, p. 52; D. FRIOLI, Cesena. Biblioteca Malatestiana, in Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche italiane, IV Cesena, Fabriano, Firenze, Grottaferrata, Parma, Firenze 1982, pp. 2-190, in part. n. 5, pp. 16-17; L. STEFANI, Per una storia della miniatura lombarda da Giovammo De’ Grassi alla scuola cremonese della II metà del quattrocento: appunti bibliografici, in La miniatura italiana tra Gotico e ‘Rinascimento (Atti II congr. storia della miniatura italiana, Cortona, 24-26 settembre 1982), a cura di E. SISTI, Firenze 1985, in part. II, pp. 823-881, p. 835; L. CASTELFRANCHI, Il percorso della miniatura lombarda nell’ultimo quarto del trecento, in La pittura in Lombardia. Il Trecento, Milano 1993, pp. 297-321, in part. p. 314-315; K. SUTTON, Giangaleazzo Visconti as patron. A prayer book illuminated by Pietro da Pavia, "Apollo Magazine", CXXXVII, n. 372 (1993), pp. 89-96, in part. p. 94; G. ALGERI, Il De Consolatione Philosophiae della biblioteca Malatestiana e la miniatura a Pavia alla fine del trecento, in Libraria Domini, cit., pp. 323-337; ID., Un Boccaccio pavese del 1401 e qualche nota per Michelino da Besozzo, "Arte Lombarda", 116 (1996). pp. 42-50, in part. pp. 44-45; F. LOLLINI, [scheda n. 19], in Fioritura tardogotica nelle Marche, a cura di P. DAL POGGETTO, Milano 1998, pp. 101-102.
4. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms D.XXI.1
Bibbia. Vecchio Testamento (dal Genesi al primo libro dei Re)
Sec. XIII (1270 circa), pergamena, mm 446x291, cc. I, 290, I
È il primo di quattro volumi (gli altri sono il D.XXI.2, il D.XXI.3, il D.XXI.4) della Bibbia comunemente definita "francescana", per sottolinearne l’appartenenza, pressoché certa, al convento dei Francescani di Cesena.
La presenza in città di frati dell’ordine di San Francesco è documentata dopo il 1250, il convento e la chiesa furono edificati dopo il 1257 e la chiesa fu consacrata nel 1290. La Bibbia fu senza dubbio il più prestigioso fra i libri presenti nel convento cesenate dei Minori: si tratta, infatti, di quattro volumi di grandi dimensioni, scritti da un unico copista, in littera textualis formata caratterizzata da un ductus molto accurato, su due colonne e con ampi margini risparmiati.
La decorazione miniata è particolarmente ricca nella parte iniziale di questo primo volume, che si apre, a c. 1r, con la raffigurazione di San Girolamo consegna l’epistola dedicatoria della Vulgata a Paolino e, nei due tondi compresi nel fregio del margine inferiore, di San Francesco e di un Santo francescano. La destinazione a un convento minoritico è confermata non solo dalla presenza di queste due figure e dall’abito francescano del San Girolamo, ma anche dalla presenza di un San Francesco che riceve le stimmate raffigurato sul margine esterno di c. 7v. Qui, l’iniziale I (in principio) che segna l’inizio del libro del Genesi è allungata per quasi tutta l’altezza della pagina e composta da medaglioni che raffigurano le Sette giornate della Creazione. In basso, una splendida Crocifissione e l’Annunciazione, rappresentata nei due tondi uniti dal fregio del margine inferiore compendiano i contenuti più profondi della teologia cristiana.
Nel resto del volume non compaiono altre iniziali figurate, mentre iniziali decorate a intrecci contraddistinguono l’inizio di ogni libro e, in due casi, del corrispondente prologo di San Girolamo: lettera H, c. 54r, incipit dell’Esodo; lettera V, c. 97v, incipit del Levitico; lettera L, c. 126r, incipit del libro dei Numeri; lettera H, c. 166r, incipit del Deuteronomio; lettera T, c. 201v, incipit del prologo di San Girolamo al libro di Giosuè; lettera E, c. 202v, incipit del libro di Giosuè; lettera P, c. 227r, incipit del libro dei Giudici; lettera I, c. 252v, incipit del libro di Ruth; lettera V, c. 255v, incipit del prologo di San Girolamo al libro dei Re; lettera F, c. 257v, incipit ad libro dei Re.
L’esecuzione della decorazione principale, vicina al cosiddetto "primo stile bolognese", è stata attribuita alla mano del "Maestro di Bagnacavallo", autore di tre corali duecenteschi conservati nella biblioteca Comunale di Bagnacavallo e provenienti dal locale convento di San Francesco. Il confronto con la decorazione miniata di questi libri liturgici ha portato a riconoscerne l’autore a partire "dai precisi stilemi del suo linguaggio, come il modo di delineare le fisionomie, le grandi ali degli angeli, i panneggi e di costruire le rocce, gli alberi, le architetture, nonché dalle formule decorative (i tralci filiformi, le filettature bianche, i fiori puntinati)" (Tambini, 1992).
L’esecuzione della decorazione miniata dei corali di Bagnacavallo è fissata nel decennio 1260-1270 e attorno al 1270 è datata anche la realizzazione della Bibbia cesenate.
Nell’ottocento il manoscritto subì un intervento di restauro, consistente in una completa rilegatura, nella quale fu comunque reimpiegata la catena in ferro con cui, ancora oggi, il codice viene assicurato al ventunesimo pluteo della fila destra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Calligrafia di Dio. La miniatura celebra la parola, Padova, abbazia di Praglia, 1999; Corali miniati di Faenza, Bagnacavallo e Cotignola. Tesori dalla Diocesi, Bagnacavallo, centro culturale "Le Cappuccine", 2000.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., I, p. 75; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 169-170; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 98; SALMI, La miniatura, cit., pp. 283-284; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 160, p. 118; A. CONTI, Problemi di miniatura bolognese, "Bollettino d’Arte", II (1979), pp. 1-28, in part. p. 22 n. 2; A. TAMBINI, Il maestro dei corali di Bagnacavallo, "Romagna Arte e Storia", XXXV (1992), pp. 17-30; F. LOLLINI, Miniature a Imola: un abbozzo di tracciato e qualche proposta tra Emilia e Romagna, in Cor unum et anima una. Corali miniati della Chiesa di Imola, a cura di F. FARANDA, Imola 1994, pp. 103-139, in part. pp. 107, 130-131 n. 9; F. LOLLINI, Volumi liturgici miniati nel territorio cesenate, in Storia della Chiesa di Cesena, a cura di M. MENGOZZI, Cesena 1998, II, pp. 225-249, in part. pp. 226-230; F. LOLLINI, [scheda n. 23], in Calligrafia di Dio. La miniatura celebra la parola, a cura di G. MARIANI CANOVA - P. FERRARO VETTORE, Modena 1999, pp. 139-140; S. MONTANARI, [scheda n. 4], in Corali miniati di Faenza, Bagnacavallo e Cotignola. Tesori dalla Diocesi, a cura di F. LOLLINI, Faenza 2000, pp. 166-169.
5. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.IV.1
Corpus iuris civilis. Institutiones con commento di Francesco Accursio
Sec. XIV, pergamena, mm 435x270, cc. III, 306, I
II manoscritto, in scrittura gotica del tipo denominato littera bononiensis del sec. XIV, di una sola mano, contiene il testo delle Institutiones, parte di quello che doveva diventare poi il Corpus iuris civilis, la cui redazione fu affidata dall’imperatore Giustiniano a Triboniano, che la compì nel 533 con l’aiuto di Teofilo e Doroteo. Nel XIII secolo il famoso giurista Francesco Accursio (1182-1258/60) raccolse in un’unica sintesi, detta Glossa ordinaria o Glossa magna, i vari commenti che i maestri avevano scritto in margine alle opere della raccolta giustinianea, mettendo fine ad una situazione di grande disordine.
Il manoscritto, di origine bolognese, presenta una ricca decorazione miniata: dieci grandi scene figurate poste all’inizio dei singoli libri ne illustrano il contenuto, poi numerose iniziali con personaggi, animali, elementi vegetali, droleries decorano quasi ogni pagina.
Il miniatore potrebbe essere l’artista noto per aver decorato un manoscritto conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, gli Statuti dei merciai di Bologna del 1329. Tuttavia, la realizzazione del codice ora cesenate andrà collocata nel decennio successivo, quando il linguaggio dell’artista è divenuto "estremamente vivace, di straordinaria efficacia narrativa, come si può cogliere dalle più piccole scene, nelle quali la libertà del tema consente una verve non comune, e un acuto senso di osservazione della realtà, anche nella resa dei paesaggi e degli animali" (D’Arcais, 1995).
L’origine universitaria bolognese è confermata nel codice delle indicazioni di pecia, che rimandano al sistema di produzione di libri tipica dell’ambito universitario medievale bolognese e parigino. Tali indicazioni, qui presenti sia per il testo che per la glossa, rispecchiano le partizioni attestate nelle liste di tassazione conservate negli statuti universitari in cui sono menzionate le opere contenute nel manoscritto. Dopo le Institutiones, infatti, seguono i testi delle Authenticae constitutiones cum apparatu Accursii (cc. 79r-208v), Tres libri cum apparatu Accursii (cc. 209r-278r), le Consuetudines feudorum cum apparatu (cc. 279r-303r).
Il codice fu rilegato nel 1923 dal restauratore Dante Gozzi di Modena. Della legatura precedente restano cinque borchie per ogni piatto e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato al quarto pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit.. II, pp. 30-31; Zazzeri, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 280-282; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 100; SALMI, La miniatura, cit., pp. 304-305; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 189, p. 134; G. DALLI REGOLI, La miniatura, in Storia dell’arte, IX.2, Torino 1980, pp. 125-183, in part. p. 166; A. CONTI, La miniatura bolognese. Scuole e botteghe, 1270-1340, Bologna 1981, p. 85; Università e studenti a Bologna nei secoli XIII e XIV, a cura di C. DOLCINI, Torino 1988; G. MURANO, Esemplar e manoscritti peciati nella biblioteca Malatestiana di Cesena, in Libraria Domini, cit., pp. 240, 245-246; F. D’ARCAIS, Le miniature dei manoscritti giuridici trecenteschi nella biblioteca Malatestiana, ivi, pp. 249-263, in part. pp. 254-259; C. CASTOLDI, Manoscritti giuridici miniati del trecento bolognese alla biblioteca Malatestiana di Cesena: esame storico artistico e ipotesi per un percorso espositivo, tesi di laurea, Università degli studi di Bologna, facoltà di Conservazione dei beni culturali, rel. F. Lollini, a.a. 1997/98, pp. 58-72.
6. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XI.1
Plinio il Vecchio, Naturalis historia
1446, pergamena, mm 383x262, cc. I, 428
È questo il primo codice trascritto per Domenico di Pandolfo Malatesti, detto Malatesta Novello, vicario temporale della Chiesa e signore di Cesena dal 1432. Fu interamente copiato da Iacopo della Pergola, che nella sottoscrizione dichiara di aver completato il lavoro di scrittura a Rimini, l’11 ottobre 1446 (c. 428r: Et completus fuit per me Iacobum Pergulitanum die Xi.a octobris MCCCXLVI° pro Magnifico et Potenti domino domino Malatesta de Malatestis Arimini etc.). Il copista, originario della cittadina marchigiana di Pergola, svolse la sua attività per Malatesta Novello fra 1445 e 1455 circa. Come questo, anche altri manoscritti firmati da Iacopo non furono realizzati a Cesena, probabilmente perché, sia prima sia durante il periodo nel quale lavorava per Malatesta Novello, egli fu legato anche a committenti di altre città.
Il manoscritto fu realizzato in un periodo in cui il signore di Cesena non aveva ancora manifestato ai frati di S. Francesco la volontà di contribuire alla costruzione della nuova biblioteca del convento. Tuttavia, doveva aver già deciso la costituzione di una preziosa raccolta libraria a cominciare dalle Vite di Plutarco, il cui primo volume (ms. S.XV.1) fu realizzato fra 1446 e 1450, e le Decadi III e IV di Livio (mss S.XIII.2, S.XIII.3) copiate rispettivamente nel 1448 e nel 1449. La scrittura è sempre la bella umanistica di Iacopo della Pergola e anche la decorazione miniata riconduce ad un maestro attivo a Cesena per Malatesta Novello in modo continuativo, almeno per un certo periodo.
Al cosiddetto Terzo Maestro del Plutarco malatestiano, infatti, è stato attribuito anche il ritratto di Plinio compreso nell’iniziale M di c. 9r. Nel resto del codice la decorazione miniata consiste in lettere capitali in oro in foglia, con girari su fondo colorato delimitato da una sottile cornice, poste all’inizio di ogni libro e in lettere capitali di modulo più piccolo, in oro in foglia, all’inizio dei capitoli. Talvolta, all’interno delle lettere è disegnato in bianco lo steccato dello stemma dei Malatesti.
L’esemplare malatestiano della Naturalis historia acquista un ulteriore valore per il fatto che sappiamo, anche se indirettamente, che come antigrafo fu utilizzato un manoscritto estense, probabilmente servito a Guarino per eseguire le collazioni e quindi le emendazioni confluite entro il 1433 nel manoscritto ora Ambrosiano D 531 inf. Ne siamo informati da una minuta di lettera indirizzata da Leonello d’Este a Tommaso Tebaldi il 7 ottobre 1445 (ASM, Reg. Lettere, vol. II, f. 35r), nella quale il signore di Ferrara dice di non poter soddisfare la sua richiesta di prestito di un codice pliniano per averlo inviato mesi prima a Malatesta Novello. A distanza di un anno la copia cesenate era pronta e resta ora a documentare, insieme ad altri casi, l’impegno del Novello nel ricercare testi filologicamente attendibili o rari o nuovi per farli trascrivere per la biblioteca che andava costituendo.
Il codice conserva la legatura originale, pur con diversi restauri; i bordi mostrano tracce di doratura sui tre tagli; conservate tre borchie in ferro su ogni piatto e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato all’undicesimo pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra del libro emiliano, Modena, biblioteca Estense, 1928.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit.. II, pp. 50-51; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 336-338; Mostra del libro emiliano della R. biblioteca Estense di Modena (maggio-giugno 1928), Milano [s.d.], n. 98, p. 38; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forli, cit., pp. 90-91, 94; BENEDECTINS DU BUVERET, Colophons, cit., III, n. 7911, p. 60; DEROLEZ, Codicologie, cit., I, n. 168, p. 141; II, n. 74, p. 36; MARIANI CANOVA, [scheda n. 29], in Le muse e il Principe, cit., p. 124; CASAMASSIMA - GUASTI, La biblioteca Malatestiana, cit., pp. 247, 258; DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, cit., p. 45; E. SAVINO, I due "Plinii Naturalis historia" della Malatestiana, in Libraria Domini, cit., pp. 103-114, già in "Schede umanistiche", VII (1994), n. 2, pp. 43-65; DE LA MARE, Lo "scriptorium" di Malatesta Novello, cit., pp. 38, 72; MARIANI CANOVA, La miniatura nella biblioteca Malatestiana, cit., pp. 162-163; F. LOLLINI, Le "Vite" di Plutarco alla Malatestiana, cit., pp. 194, 215-216 n. 15; P.G. FABBRI, Aspettando Gutenberg. La biblioteca di Giovanni di Marco, in Il libro in Romagna. Produzione, commercio e consumo dalla fine del secolo XV all’età contemporanea (Atti conv. studi, Cesena, 23-25 marzo 1995), a cura di L. BALDACCHINI - A. MANFRON, Firenze 1998, i, pp. 11-29, in part. pp. 27-28.
7. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XII.6
Cicerone, De republica. Liber VI (Somnium Scipionis)
Sec. XIV ex. - XV in., pergamena, mm 296x220, cc. I, 34, I
II manoscritto, come è stato recentemente dimostrato da Guido Billanovich (1995), appartenne a Sicco Polenton, notaio, cancelliere, umanista, protagonista della vita pubblica e culturale padovana della prima metà del quattrocento. Sono infatti di mano del Polenton le parole (Theos e Somnium Scipionis) scritte sul recto del primo foglio di guardia e alcune postille marginali al testo del Sominium Scipionis (c. 2va). A questo seguono le Periochae a Omero, Iliade e Odissea, attribuite ad Ausonio (cc. 5r-10v). I due testi, che occupano il primo fascicolo, sono scritti in gotica libraria della fine del sec. XIV e sono arricchiti da una decorazione miniata che per quanto riguarda il Somnium costituisce una vera e propria illustrazione del testo, corredata da didascalie riferite alle figure (i cieli, Scipione, Massinissa, ecc.), mentre all’interno dell’iniziale è il ritratto di Macrobio cui nella rubrica è attribuito il commento. Anche lo stile della miniatura porta a pensare che il codice sia stato prodotto in ambito padovano, probabilmente nella cerchia di scribi e miniatori attivi per il Polenton.
Altro dato estremamente interessante evidenziato da Giuseppe Billanovich (1995) è che il testo delle Periochae deriva da quello contenuto in un manoscritto posseduto dal Petrarca (Parigino lat. 8500) e giunto a Padova assieme agli altri libri per i quali il poeta aveva stabilito che, dopo la sua morte, fossero destinati a Francesco il Vecchio da Carrara, signore di Padova e suo ultimo protettore. Qui i libri del Petrarca rimasero fino al 1388, quando Gian Galeazzo Visconti, dopo aver sconfitto la signoria carrarese, se ne appropriò trasferendoli nel castello di Pavia. Il Polenton dovette quindi far eseguire la propria copia prima del 1388.
Nei tre fascicoli successivi seguono componimenti di vari autori, scritti in cancelleresca dallo stesso Polenton: Coluccio Salutati, Declamalo Lucretie (cc.11r-12r); Avogaro da Orgiano, Declamatio (cc.l2v-16v); Matteo da Orgiano, Lugubris epistula a Corrado del Carretto per la morte del figlio Avogaro (cc. 17r-19r); Supplica all’imperatore Carlo IV (cc. 19v-23v); pseudo Cicerone, De optimum genere oratorum (cc. 24v-25r); Cicerone, Accademica posteriora (cc. 25v-29r); Carmen de destructione Troie (cc. 33r-34v).
Il codice proprio a Padova, città dove probabilmente compì i suoi studi universitari, fu acquistato da Giovanni di Marco da Rimini, che. dopo esser divenuto medico di Malatesta Novello signore di Cesena, soggiornò per lunghi periodi presso la sua corte e per testamento destinò tutti i suoi libri alla Malatestiana. Il manoscritto fu collocato nella biblioteca cesenate dopo il 1484.
Nel XVIII secolo il manoscritto subì un intervento di restauro, consistente in una completa rilegatura, nella quale fu comunque reimpiegata la catena in ferro con cui, ancora oggi, il codice viene assicurato al dodicesimo pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., II, pp. 68-72; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 354-359; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 98; Gu. BILLANOVICH, Il malatestiano S.XII.6 e Polenton, in Libraria Domini, cit., pp. 339-345; Gu. BILLANOVICH, Il Malatestiano S.XII.6 e Petrarca, ivi, pp. 346-349; F. LOLLINI, Miniature nei codici di Giovanni di Marco, in La biblioteca di un medico del Quattrocento. I codici di Giovanni di Marco da Rimini nella biblioteca Malatestiana, a cura di A. MANFRON, Torino 1998, pp. 145-146; A. MANFRON, Appendice II. Catalogo, ivi, pp. 228-229.
8. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XV.1
Plutarco, Vitae, in latino
Sec. XV (1446-1450 ca.), pergamena, mm 364x250, cc. II, 326, I
E il primo di tre volumi (gli altri sono il S.XV.2 e il S.XVII.3) contenenti le traduzioni latine di numerose delle Vite di uomini illustri dell’antichità scritte da Plutarco e tradotte dai più famosi umanisti italiani del quattrocento.
Questo primo manoscritto fu copiato in scrittura umanistica da Iacopo della Pergola, copista marchigiano che lavorò fra 1446 e 1455 per quello che Albinia de la Mare (1995) ha definito "scriptorium o 'centro di scrittura' malatestiano", dal quale furono prodotti i più di cento manoscritti che Malatesta Novello, vicario temporale della Chiesa e signore di Cesena, fece realizzare per la splendida biblioteca costruita a sue spese all’interno del convento dei francescani.
Il volume è illustrato dai ritratti dei personaggi trattati nelle corrispondenti biografie, in tutto ventidue:
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Alessandro Magno |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 1r-27v) |
|
Cesare |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 27v-48v) |
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Pericle |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 51r-65v) |
|
Solone |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 66r-78v) |
|
Publicola |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 79r-89r) |
|
Artaserse |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 89v-99v) |
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Pelopida |
trad. di Antonio Pacini |
(cc. 99v-112v) |
|
Camillo |
trad. di Antonio Pacini |
(cc. 113r-126v) |
|
Mario |
trad. di Antonio Pacini |
(cc. 127r-144r) |
|
Fabio Massimo |
trad. di Antonio Pacini |
(cc. 144r-154v) |
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Pompeo |
trad. di Jacopo Angeli |
(cc. 154v-180v) |
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Prologo |
di Giannozzo Manetti |
(cc. 181r-182r) |
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Socrate |
trad. di Giannozzo Manetti |
(cc. 182v-192r) |
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Seneca |
trad. di Giannozzo Manetti |
(cc. 192v-201v) |
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Timoleonte |
trad. di Leonardo Giustinian [ma Antonio Pacini] |
(cc. 202r-214r) |
|
Prologo |
di Leonardo Giustinian [ma Antonio Pacini] |
(cc. 214r-216v) |
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Cimone |
trad. di Leonardo Giustinian [ma Antonio Pacini] |
(cc. 217r-225r) |
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Lucullo |
trad. di Leonardo Giustinian [ma Antonio Pacini] |
(cc. 225v-247r) |
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Prologo |
di Francesco Barbaro |
(cc. 247r-248r) |
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Aristide |
trad. di Francesco Barbaro |
(cc. 248r-260v) |
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Catone |
trad. di Francesco Barbaro |
(cc. 260v-274r) |
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Marcello |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 274v-284v) |
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Flaminio |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 284v-292v) |
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Coriolano |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 292v-303v) |
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Prologo |
di Leonardo Bruni |
(cc. 303v-304r) |
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Cicerone |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 304r-318v) |
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Demostene |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 319r-326r) |
La fama dei tre codici cesenati contenenti le Vite si diffuse assieme a quella della biblioteca, della quale, evidentemente, erano considerati fra i codici più belli. In particolare Leandro Alberti, nella sua Descrittione di tutta Italia nel 1550 così ricorda l’impresa del principe cesenate: "Et [Malatesta Novello], essendo litterato, & virtuoso edificò quella sontuosa libraria nel monastero di San Francesco di Cesena, ove pose nobilissimi libri tutti in carta pecora, & a mano scritti, & ornati di belli minij, & fra gli altri, le Vite del Plutarco i[n] tre volumi trasferite di Greco in latino, ove si vede ne’l principio di ciascuna vita, egregiamente effigiato colui, di cui n’è scritto poi. Cosa veramente al mondo rara, anzi rarissima".
Complessivamente, alla decorazione miniata dei tre manoscritti lavorarono, molto probabilmente a Cesena, sei diversi maestri coi relativi aiuti (Lollini, 1995). In particolare, in questo codice sono riconoscibili le mani di tre artisti principali, fra i quali il cosiddetto Primo maestro, vicino a modelli grafici del Pisanello (o forse Pisanello stesso, che eseguì anche la nota medaglia celebrativa di Malatesta Novello), autore dei primi due ritratti, Alessandro Magno e Giulio Cesare; il Secondo maestro, influenzato dal precedente, autore dei ritratti di Pericle, Solone, Artaserse e Pelopida; il Terzo maestro, che, pur vicino al Secondo, varia nella presentazione dei ritratti (Socrate, Seneca, Timoleone, Cimone, Aristide, Catone) inserendoli entro festoni di foglie legate da nastri; il Quarto maestro, cui si devono gli ultimi due ritratti, Cicerone e Demostene, e che alcuni studiosi hanno voluto identificare nel giovane Guglielmo Giraldi, noto miniatore attivo presso la corte estense. L’esecuzione degli altri ritratti è da attribuirsi a due personalità minori, che lavorarono alla decorazione del manoscritto come aiuti del Secondo e del Terzo maestro. La rilegatura è del sec. XVIII; la coperta, in marocchino, è su assi in legno e presenta quattro cantonali e un rosone in ottone su ogni piatto; conservati un fermaglio e la catena in ferro che tuttora è utilizzata per legare il codice al quindicesimo banco di lettura della fila di sinistra dei plutei collocati all’interno della Malatestiana antica.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Pisanello, le peintre aux sept vertus, Parigi, musée du Louvre, 1996; La miniatura a Ferrara, Ferrara, palazzo Schifanoia, 1998.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorium, cit., II, pp. 84-87; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 374-376; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 94; SALMI, La miniatura, cit., pp. 329-332; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 553, p. 352; CASAMASSIMA - GUASTI, La Biblioteca Malatestiana, cit.. pp. 246, 258; DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, cit.. p. 45; DE LA MARE, Lo "scriptorium" di Malatesta Novello, cit., pp. 73-74; LOLLINI, Le "Vite" di Plutarco alla Malatestiana, cit., pp. 189-224; G. TOSCANO, [scheda n. 74], in Pisanello. Le peintre aux sept vertus (Paris, musée du Louvre, 6 mai-5 aout 1996), Paris 1996, pp. 136-137; F. LOLLINI, Production littéraire et circulation artistique dans les cours de Rimini et Cesena vers 1450: un essai de lecture parallèle, in Pisanello (Actes coll., musée du Louvre), Paris 1998, il, pp. 461-498; ID., [scheda n. 22], in La miniatura a Ferrara. Dal tempo di Cosmè Tura all’eredita di Ercole de’ Roberti, a cura di F. TONIOLO, Modena 1998, pp. 157-159.
9. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XV.2
Plutarco, Vitae, in latino
Sec. XV (1454-1455), pergamena, mm 365x242, cc. I, 238, I
E il secondo di tre volumi (gli altri sono il S.XV.1 e il S.XVII.3) contenenti le traduzioni latine di numerose delle Vite di uomini illustri dell’antichità scritte da Plutarco e tradotte dai più famosi umanisti italiani del quattrocento.
Questo secondo manoscritto (così come il S.XV.1) fu copiato in scrittura umanistica da Iacopo della Pergola, copista marchigiano che lavorò fra 1446 e 1455 per quello che Albinia de la Mare (1995) ha definito "scriptorium o 'centro di scrittura' malatestiano", dal quale furono prodotti i più di cento manoscritti che Malatesta Novello, vicario temporale della Chiesa e signore di Cesena, fece realizzare per la splendida biblioteca costruita a sue spese all’interno del convento dei francescani.
Il volume è illustrato dai ritratti dei personaggi trattati nelle corrispondenti biografie, in tutto diciannove:
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Bruto |
trad. di Jacopo Angeli |
(cc. 1r-16r) |
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Arato |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 16v-31v) |
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Confronto tra Bruto e Dione |
Jacopo Angeli |
(cc. 32r-33r) |
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Prefazione a Francesco Barbarbaro |
di Guarino Veronese |
(cc. 33v-34r) |
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Dione |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 34r-50v) |
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Marco Antonio |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 51r-75r) |
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Pirro |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 75r-87r) |
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Prefazione ad Antonio Lusco |
di Leonardo Bruni |
(cc. 87v-88r) |
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Sertorio |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 88r-96r) |
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Paolo Emilio |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 96r-106v) |
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Catone Uticense |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 107r-126v) |
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Tiberio e Caio Gracco |
trad. di Leonardo Bruni |
(cc. 127r-137r) |
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Prologo |
di Guarino Veronese |
(cc. 137v-138r) |
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Lisandro |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 138r-148v) |
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Silla |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 148v-165r) |
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Licurgo |
trad. di Francesco Filelfo |
(cc. 165r-177r) |
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Numa Pompilio |
trad. di Francesco Filelfo |
(cc. 177r-188v) |
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Teseo |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 189r-199r) |
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Romolo |
trad. di Lapo da Castiglionchio |
(cc. 199r-211v) |
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Alcibiade |
trad. di Donato Acciaiuoli |
(cc. 211v-214r) |
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Focione |
trad. di Leonardo Giustinian |
(cc. 214r-224v) |
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Prologo con dedica a Malatesta Novello |
di Francesco Filelfo |
(cc. 225r-v) |
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Galba |
trad. di Francesco Filelfo |
(cc. 225v-233v) |
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Prologo con dedica a Malatesta Novello |
di Francesco Filelfo |
(cc. 233v-234r) |
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Otone |
trad. di Francesco Filelfo |
(cc. 234r-238v) |
In particolare, le ultime due versioni, quelle delle vite di Galba ed Otone, furono dedicate da Francesco Filelfo a Malatesta Novello. Il Filelfo offrì al principe cesenate le sue traduzioni realizzate nel 1454, rispondendo così all’interesse di Malatesta Novello per Plutarco, che possiamo indirettamente dedurre sia da lettere del Filelfo stesso che di Niccolo Perotti.
Complessivamente, alla decorazione miniata dei tre manoscritti lavorarono, molto probabilmente a Cesena, sei diversi maestri coi relativi aiuti (Lollini, 1995). La decorazione miniata di questo manoscritto fu realizzata da tre maestri principali: il cosiddetto Quarto maestro (ritratti di Marco Antonio, Pirro, Sertorio, Emilio Lepido, Catone Uticense, i Gracchi) forse da identificarsi nel giovane Guglielmo Giraldi, il Quinto maestro (ritratti di Lisandro, Silla, Licurgo, Numa Pompilio, Teseo, Romolo, Alcibiade, Focione, Galba) che ancora risente della tradizione tardogotica e, infine, il Sesto maestro (ritratto di Otone) già pienamente rinascimentale e moderno.
La rilegatura è del sec. XVIII; la coperta, in marocchino, è su assi in legno e presenta quattro cantonali e un rosone in ottone su ogni piatto; conservati un fermaglio e la catena in ferro che tuttora è utilizzata per legare il codice al quindicesimo banco di lettura della fila di sinistra dei plutei collocati all’interno della Malatestiana antica.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Le Muse e il Principe. Arte di corte nel Rinascimento padano, Milano, museo Poldi Pezzoli, 1991; Piero e Urbino. Piero e le Corti rinascimentali, Urbino, palazzo Ducale, 1992; Vedere i Classici, Città del Vaticano, salone Sistino (musei Vaticani), 1996; La miniatura a Ferrara, Ferrara, palazzo Schifanoia, 1998.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., II, pp. 87-89; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 376-377; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 94; SALMI, La miniatura, cit., pp. 329-332; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 553, p. 352; MARIANI CANOVA, [scheda n. 29], in Le muse e il Principe, cit., pp. 121-129; CASAMASSIMA - GUASTI, La biblioteca Malatestiana, cit., pp. 246, 258; MARIANI CANOVA, [Scheda n. 47a], in Piero e Urbino, cit., pp. 258-260; DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, cit., p. 45; DE LA MARE, Lo "scriptorium" di Malatesta Novello, cit., p. 74; LOLLINI, Le "Vite" di Plutarco alla Malatestiana, cit., pp. 189-224; G. LAZZI, [scheda n. 96], in Vedere i Classici. L’illustrazione libraria dei testi antichi dall’età romana al tardo Medioevo, a cura di M. BUONOCORE, Roma 1996, pp. 379-380; LOLLINI, Production littéraire, cit., pp. 461-498; ID., [scheda n. 22], in La miniatura a Ferrara, cit., pp. 157-159.
10. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XVII.3
Plutarco, Vitae, in latino
Sec XV (1460 ca.), pergamena, mm 380x261, cc. 115
È il terzo di tre volumi (gli altri sono il S.XV.1 e il S.XV.2) contenenti le traduzioni latine di numerose delle Vite di uomini illustri dell’antichità scritte da Plutarco e tradotte dai più famosi umanisti italiani del quattrocento.
Questo terzo manoscritto fu copiato in scrittura umanistica, per la parte iniziale (Vite di Nicia e Grasso, tradotte da Alamanno Rinuccini) da un copista forse fiorentino, mentre la mano principale è stata identificata da Albinia de la Mare (1995) in quella di Giovanni da Magonza. Questo copista "itinerante", attivo, prima che a Cesena, a Firenze, Bologna e Ferrara, lavorò nell’ambito dello "scriptorium o 'centro di scrittura' malatestiano" probabilmente dal 1451 e forse fino al 1465, anno della morte di Malatesta Novello. Vicario temporale della Chiesa e signore di Cesena, Malatesta Novello fece realizzare per la splendida biblioteca costruita a sue spese all’interno del convento dei Francescani oltre cento manoscritti fra i quali i tre volumi delle Vite di Plutarco, splendidamente miniati.
Il volume è illustrato dai ritratti dei personaggi trattati nelle corrispondenti biografie, in tutto sette:
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Prologo |
di Alamanno Rinuccini |
(cc. 1r-v) |
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Nicia |
trad.di Alamanno Rinuccini |
(cc. lv-19v) |
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Crasso |
trad.di Alamanno Rinuccini |
(cc. 19v-42r) |
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Prologo |
di Alamanno Rinuccini |
(cc. 43r-v) |
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Agidee Cleomene |
trad.di Alamanno Rinuccini |
(cc. 43v-62v) |
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Prologo |
di Donato Acciaiuoli |
(cc. 63r-v) |
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Demetrio |
trad. di Donato Acciaiuoli |
(cc. 63v-86v) |
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Prologo |
di Guarino Veronese |
(cc. 86v-87r) |
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Filepomene |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 87r-95r) |
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Prologo |
di Guarino Veronese |
(cc. 95r-96r) |
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Temistocle |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 96r-107r) |
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Eumene |
trad. di Guarino Veronese |
(cc. 107r-114r) |
Complessivamente, alla decorazione miniata dei tre manoscritti lavorarono, molto probabilmente a Cesena, sei diversi maestri coi relativi aiuti (Lollini, 1995). In questo terzo volume, i primi due ritratti furono realizzati da quello che è stato definito Sesto maestro del Plutarco malatestiano, un artista già pienamente rinascimentale e moderno, autore anche del ritratto di Otone, ultimo del secondo volume (S.XV.2). Le altre miniature sono state attribuite con qualche dubbio al cosiddetto Terzo maestro che ripropone schemi ancora tardogotici, e ad un aiuto.
La legatura è originale, pur con diversi restauri; conservate tre borchie in ferro su ogni piatto, due fermagli e la catena con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato al diciassettesimo pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Piero e Urbino. Piero e le Corti rinascimentali, Urbino, palazzo Ducale, 1992; La miniatura a Ferrara, Ferrara, palazzo Schifanoia, 1998; II potere, le arti, la guerra. Lo splendore dei Malatesta a Rimini, Castelsismondo, 2001.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., il, pp. 104-105; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 396-397; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 94; SALMI, La miniatura, cit., pp. 329-332; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 553, p. 352; CASAMASSIMA - GUASTI, La biblioteca Malatestiana, cit., p. 257; MARIANI CANOVA, [Scheda n. 47a], in Piero e Urbino, cit., p. 260; DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, cit., p. 60; DE LA MARE, Lo "scriptorium" di Malatesta Novello, cit., p. 78; LOLLINI, Le "Vite" di Plutarco alla Malatestiana, cit., pp. 189-224; ID., Production littéraire, cit., pp. 461-498; ID., [scheda n. 22], in La miniatura a Ferrara, cit., pp. 157-159; ID., [scheda], in Il potere, le arti, la guerra. Lo splendore dei Malatesta, Milano 2001, p. 308.
11. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XXI.1
Roberto Valturio, De re militari
Sec. XV (1462-1465 circa), pergamena, mm 333x231, cc. III, 215, III
Del De re miliari di Roberto Valturio restano oggi ventidue esemplari manoscritti, fra cui questo della Biblioteca Malatestiana. L’opera fu composta probabilmente fra 1446 e 1455, quando l’autore era consigliere di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Il letterato - uno degli umanisti della corte riminese - gli dedicò il trattato suddiviso in XII libri, dove le allusioni alle imprese militari di Sigismondo Pandolfo sono numerose. Valturio era un letterato, certamente non esperto di ingegneria, ed infatti la sua opera fa soprattutto riferimento all’arte militare degli antichi, elencando fin dall’inizio le fonti classiche utilizzate. Soltanto i libri X e XI sono dedicati alle macchine e agli strumenti da usarsi in guerra, fra i quali troviamo anche le artiglierie "da fuoco", indicate col nome di "tormenta" o "machina tormentarla". I disegni costituiscono documenti significativi relativamente a meccanismi e macchine, anche se, in molti casi, si tratta di iconografie esemplate su una tradizione preesistente e in gran parte lontane dalla realtà.
L’opera ebbe immediatamente una grande fortuna, probabilmente dovuta anche al suo straordinario apparato illustrativo, e se ne realizzò una prima edizione a stampa già nel 1472. Le illustrazioni silografiche sono molto simili a quelle dei manoscritti, tanto che per alcuni di essi - e fra questi forse anche il Malatestiano - si è supposto che possano essere derivati proprio da un esemplare a stampa.
Sono state avanzate varie ipotesi circa l’autore dei disegni e delle matrici silografiche utilizzate per l’edizione. Alcuni studiosi hanno pensato all’esistenza di un archetipo manoscritto con disegni di Matteo de’ Pasti, servito come modello su cui esemplare le silografie. Altri hanno prospettato la possibilità che Felice Feliciano - scrittore, raccoglitore di epigrafi, stampatore ed anche copista alla cui mano è stato attribuito un altro esemplare manoscritto del Valturio - possa aver partecipato all’esecuzione delle incisioni. Di recente, Simonetta Nicolini (2001) ha proposto l’attribuzione dei disegni di questo codice "a un artefice direttamente impegnato sui modelli prodotti da Giovanni Bettini da Fano", miniatore noto per le illustrazioni dei tre codici dell’Hesperis (il poema di Basinio da Parma che narra le vicende delle guerre di Sigismondo Pandolfo Malatesta contro Alfonso d’Aragona) realizzati nello scriptorium allestito presso la casa di Roberto Valturio.
La scrittura del codice cesenate è un’umanistica del secolo XV, arricchita da iniziali decorate ed altre a inchiostro, filigranate. I disegni delle macchine sono realizzati a lapis, con acquarellature monocrome color seppia ed occupano numerose carte.
La rilegatura è un rifacimento di Dante Gozzi del 1931, su uno precedente - del 1576, probabilmente da attribuire a Bartolomeo Raverio - del quale rimangono gli specchi della coperta in marocchino; conservati borchie, cantonali, rosone in ottone su ogni piatto e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato al ventunesimo pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: II potere, le arti, la guerra: Lo splendore dei Malatesta, Rimini, Castelsismondo, 2001.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., il, p. 138-139; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 427-428; A.F. MASSÈRA, Roberto Valturio "omnium scientiarum doctor et monarcha" (1405-1475), "R. Istituto tecnico R. Valturio Rimini. Annuario", IV (1926-1927), pp. 72-89, in part. p. 82; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 96; P.G. PASINI, I Malatesti e l’arte, Milano 1983, pp. 149, 151; F. GAMBARUTO, Il corpus Valturio dell’AMMA, in Le macchine di Valturio, Torino 1988, pp. 13-21, in part. p. 14; L. BALDACCHINI, Dalla "Libraria Domini" alla biblioteca pubblica, in La Biblioteca Malatestiana di Cesena, a cura di L. BALDACCHINI, Roma 1992, pp. 119-166, in part. pp. 122-124; A. MANFRON, [scheda n. 5], in Leonardo artista delle macchine e cartografo, a cura di R. CAMPIONI, Firenze 1994, pp. 114-115; D. FRIOLI, Nota codicologica, in Basimi Parmensis poetae Astronomicon libri 2, ed. fac-simile del codice della Cassa di risparmio di Rimini, Rimini 1994, pp. 151-178, in part. p. 177; S. NICOLINI, [scheda], in Il potere, le arti, la guerra, cit., p. 146.
12. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XXI.5
Isidoro di Siviglia, Etymologiae
Sec. VIII-IX, pergamena, mm 315x243, cc. 279
Il codice, in scrittura minuscola carolina, è certamente il più antico della Malatestiana, ed è molto probabile la sua appartenenza al fondo originario della biblioteca del convento cesenate di San Francesco, successivamente confluito nella Malatestiana dopo la sua costruzione, voluta dal signore di Cesena, Malatesta Novello, e completata nel 1454.
Oltre all’opera di Isidoro il codice comprende, nelle ultime quattro carte (cc. 274r-277v), un gruppo di testi (fra cui una epistula, un sermo e una homelia) in parte attribuiti a Sant’Agostino. L’ultimo testo (Interrogationes et responsiones) è mutilo.
Il codice deve essere considerato originario dell’Italia nordorientale (forse Nonantola), tuttavia non si può indicare con sicurezza lo scriptorium in cui fu realizzato, ne che abbia fatto parte della biblioteca capitolare di Verona, come da qualcuno è stato affermato (Rouse, 1983).
La sottoscrizione (c. 273v) ci informa sul nome del copista, un Petrus scriptor, non altrimenti identificato. Nelle carte da 51r a 72v compaiono importanti postille marginali, alcune delle quali dipendono da Cassiodoro, Historia tripertita e dal Cronografo del 354 (Villa, 1984). In particolare, alle cc. 52r-53v le note marginali riportano frammenti del Liber medicinalis di Quinto Sereno. Se per queste annotazioni Augusto Campana (Beccaria, 1956) aveva suggerito l’identificazione della mano del vescovo di Verona Raterio (m. 974), oggi sembra che questa ipotesi debba essere abbandonata. La rilegatura è recente; conservato, come carte di guardia posteriori, un bifolio manoscritto contemporaneo alla legatura di età malatestiana, della quale sono state riutilizzate anche le borchie e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice è assicurato al ventunesimo pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit. II, p. 141-145, 249-251; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit, pp. 430-433; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., pp. 98-99; A. BECCARIA, I codici di medicina del periodo presalernitano (secolici, X e XI), Roma 1956, n. 87 p. 276, G. BILLANOVICH, Dal Livio di Raterio (Laur. 63,19) al Livio del Petrarca (B.M., Harl. 2493), "Italia Medievale e Umanistica", II (1959), pp. 103-178: p. 123 n. 1; BENEDECTINS DU BUVERET, Colophons, cit, V, n. 15192, pp. 43-44; R. H. ROUSE, Quintus Serenus, in Texts and Trasmission: a Survey of the Latin Classics, ed. by L.D. REYNOLDS, New York 1983, pp. 381-385, in part. p. 384; B. BISCHOFF, Anecdota nouissima: Texte des vierten bis sechzhnten Jahrhunderts, Stuttgart 1984, p. 12; C. VILLA, Uno schedario di Paolo Diacono. Festa e Grauso di Ceneda, "Italia Medievale e Umanistica", XXVII (1984), pp. 56-80, in part. pp. 56-57 n. 2; B. BISCHOFF, Centri scrittorii e manoscritti mediatori di civiltà dal VI secolo all’età di Carlomagno, in Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, a cura di G CAVALLO, Roma-Bari 1989, pp. 27-72, in part. p. 67; La medicina in Roma antica. Il Liber medicinalis di Quinto Sereno Sammonico, a cura di C, RUFFATO, Torino 1996, pp. 19, 23.
13. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XXVI.2
Lorenzo Rusio, Liber marescalciae
Sec. XV in. (1410-1412 circa), pergamena, mm 315x240, cc. 54, II
II codice, in scrittura gotica degli inizi del XV secolo, contiene il testo del Libro di mascalcia di Lorenzo Rusio (1288-1347), veterinario a Roma, così come si deduce anche dall’incipit (c. 2r) e dall’explicit (c. 52v). L’opera dimostra che l’autore conosceva i testi degli ippiatri greco-romani, fra i quali Vegezio, ma anche di Giordano Ruffo di Calabria, maniscalco di Federico II. Seguono, nell’ultima carta, tre ricette per la cura di malattie equine, di cui l’ultima in volgare. La pagina iniziale del testo è arricchita da una decorazione miniata nella quale si notano, nel fregio del margine inferiore, due stemmi malatestiani, quello della scacchiera e quello dello steccato.
Quest’ultimo è ripetuto sulla gualdrappa del cavallo raffigurato nella vignetta che illustra il miracolo di Sant’Eligio, protettore dei maniscalchi. In particolare, ai lati dello stemma sono dipinte le lettere M e A che riconducono il manoscritto alla famiglia Malatesta e all’uso, riscontrabile anche in ambito riminese negli stemmi di Sigismondo Pandolfo Malatesta, di utilizzare le prime due lettere del nome per identificarne il committente. Si tratta dunque di un codice che non rientra nel nucleo dei più di centoventi manoscritti fatti realizzare da Malatesta Novello per la biblioteca cesenate, costruita a sue spese all’interno del convento di S. Francesco a metà del quattrocento. Il codice, infatti, pervenne a Malatesta Novello dallo zio Andrea, detto Malatesta, che governò Cesena prima del nipote. Questi ne volle rinnovare il nome mutando quello primitivo di Domenico e fu sepolto nella stessa tomba come è ricordato dall’epigrafe - ora murata nella parete di fondo della biblioteca - che celebra le virtù di zio e nipote in pace e in guerra.
La presenza di quest’opera nella biblioteca privata della famiglia ben si concilia con la fama di valenti condottieri dei suoi membri, per i quali la cura dei cavalli doveva rivestire un interesse tutto particolare.
Il codice fu rilegato nel 1932 dal restauratore Dante Gozzi di Modena, che ha recuperato ed incollato come controguardia posteriore uno specchio della legatura precedente. Di questa restano anche quattro borchie per ogni piatto e la catena in ferro con la quale, ancora oggi, il codice viene assicurato al ventiseiesimo pluteo della fila sinistra dei banchi posti all’interno dell’antica biblioteca Malatestiana.
Esposizioni: Mostra storica nazionale della miniatura, Roma, palazzo Venezia, 1953; Il potere, le arti, la guerra: Lo splendore dei Malatesta, Rimini, Castelsismondo, 2001.
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit., II, p. 172; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 470-472; CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 94; ID., Origine, formazione e vicende della Malatestiana, "Accademie e Biblioteche d’Italia", XXI (1953), pp. 3-16, in part. p. 11; Mostra storica nazionale della miniatura, cit., n. 229, p. 156; D. FRIOLI, Cesena. Biblioteca Malatestiana, cit., n. 101, pp. 170-171; PASINI, I Malatesti e l’arte, cit., p. 118; L BRUNORI CIANTI - L. CIANTI, La pratica della veterinaria nei codici medievali di mascalcia, Bologna 1993, pp. 259-262; F. LOLLINI, [scheda], in Il potere, le arti, la guerra, cit., p. 300.
14. Cesena, biblioteca Malatestiana, ms S.XXVII.2
Geber (Jabir ibn Aflah, Al-Ishbili), De astronomia o Flores ex Almagesto, traduzione di Gerardo da Cremona
Sec. XIII, pergamena, mm 365x248, cc. I, 134
Si tratta di un compendio in nove libri dell’Almagesto di Tolomeo, composto dal matematico e astronomo arabo, ma nativo di Siviglia Jabir ibn Aflah più noto, secondo la forma latinizzata del nome, come Geber, vissuto nella prima metà del XII secolo.
La traduzione latina che ne fece Gerardo da Cremona fu quasi contemporanea, dato che sappiamo con certezza che egli morì nel 1187 probabilmente a Toledo, città nella quale si era recato almeno quarant’anni prima con l’intento di ricercarvi l’opera astronomica maggiore di Tolomeo. Divenuto canonico della cattedrale di Toledo e probabilmente anche insegnante, Gerardo tradusse dall’arabo al latino più di settanta opere appartenenti alla tradizione scientifica greco-araba.
Il manoscritto, copiato in un’elegante scrittura gotica testuale del XIII secolo da un’unica mano, è arricchito da numerosissime figure geometriche e da dieci iniziali miniate, corrispondenti incipit della premessa e di ciascuno dei nove libri in cui l’opera è suddivisa. Alcune delle iniziali (cc. 1r, 3r. 19r, 57r, 78v, 115v, 123r) sono figurate e rappresentano l’autore, o Tolomeo, ritratto in diversi atteggiamenti e attività, fra cui la scrittura del suo trattato. Il codice, destinato ad un utilizzo universitario, fu probabilmente realizzato in ambito bolognese (Conti, 1981).
Bibliografia: MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum, cit.. il, p. 175; ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa, cit., pp. 487-488; A. CONTI, La miniatura bolognese. Scuole e botteghe, 1270-1340, Bologna 1981, p. 23; FRIOLI, Cesena. Biblioteca Malatestiana, cit.. n. 103, p. 176.
(1) Cfr. D. Lgs. 29 ottobre 1999 n. 490: Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, in particolare il capo VI Valorizzazione e godimento pubblico; il D. Lgs. 20 ottobre 1998 n. 368: Istituzione del Ministero per i beni e le attività culturali, art. 2, comma 2 lettera a), nonché il D. Lgs. 31 marzo 1998 n. 112: Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni e agli enti locali, in particolare gli artt. 148 Definizioni, 152 La valorizzazione, 153 La promozione.
(2) Nel D. Lgs. 490/1999, Testo unico, cit., sono definiti i beni librari e le altre tipologie di beni presenti nelle raccolte conservate dalla biblioteche italiane e sottoposti a tutela: v. art. 2 comma 2 lettere e), d), e) e successivo comma 5, nonché nell’allegato A, numeri 6, 8, 9, 10, 11, 12.
(3) Sulla biblioteca Malatestiana e il suo patrimonio rimando a: G.M. MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum Malatestianae Caesenatis Bibliothecae, I-II, Caesenae, typis Gregorii Biasinii, 1780-1784; R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della biblioteca Malatestiana di Cesena, Cesena 1887; A. CAMPANA, biblioteche della provincia di Forlì. Cesena, in Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia-Romagna, a cura di D. FAVA, Milano 1932, pp. 81-130; ID., Origine, formazione e vicende della Malatestiana, "Accademie e biblioteche d’Italia", XXI (1953), n.s., 1, pp. 3-16; C. DOLCINI, La cultura premalatestiana e le origini della biblioteca, in Storia di Cesena, II. Il Medioevo. 2 (secoli XIV-XV), a cura di A. VASINA, Rimmi 1985, pp. 115-127; G. ORTALLI, Malatestiana e dintorni. La cultura cesenate tra Malatesta Novello e il Valentino, in Storia di Cesena, cit.. pp. 129-165; A. DOMENICONI, Lo scrittorio malatestiano, a cura di L. BALDACCHINI, "Romagna arte e storia", XIII (1993), 37, pp. 23-80; E. CASAMASSIMA - C. GUASTI, La biblioteca Malatestiana: le scritture e i copisti, "Scrittura e civiltà", XVI (1992), pp. 229-264; La biblioteca Malatestiana di Cesena, a cura di L. BALDACCHINI, Roma 1992; Libraria Domini. I Manoscritti della biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di F. LOLLINI - P. LUCCHI, Bologna 1995; La biblioteca di un medico del Quattrocento. I codici di Giovanni di Marco da Rimini nella biblioteca Malatestiana, a cura di A. MANFRON, Torino 1998.
(4) Si tratta, in particolare, di diapositive formato 24x36 oppure 6x7. realizzate, come i microfilm, da Ivano Giovannini fotografo cesenate in servizio presso la biblioteca Malatestiana.
(5) Non si può non concordare con quanto autorevolmente ribadito da G. CAVALLO in La conservazione dei beni librari in Italia (Atti II Conf. naz. biblioteche, Spoleto, Rocca Albornoziana, 11-13 ottobre 1999), Roma 2001, pp. 33-35: p. 33: "Non sono un tecnico della conservazione, ma uno storico del libro, e uno storico del libro ha tra le sue conoscenze soprattutto perdite catastrofiche di libri. Scomparse di intere biblioteche antiche come quella di Alessandria, incendi di libri come ve ne sono stati tanti nel corso del tempo, dispersioni come quelle più volte subite da Monte Cassino, fino (e si tratta di fatti dei nostri giorni) alle alluvioni come quella abbattutasi sulla Biblioteca nazionale centrale di Firenze, o ai bombardamenti come quello che ha distrutto la biblioteca di Sarajevo. Ma ove lo storico del libro voglia fare un bilancio, sa pure che queste eclissi, queste tragedie della memoria scritta hanno influito relativamente poco sulle perdite del patrimonio librario dell’umanità. A determinare perdite immense sono state invece la deperibilità dei supporti, l’incompatibilità tra manufatto ed ambiente, le alterazioni prodotte da agenti esterni o semplicemente dall’uso, l’assenza di prevenzione, l’incuria, la casualità o l’ignoranza dell’operare".
(6) Cfr. nota precedente ci aggiungo il ricordo dell’incendio che nel 1904 causò danni o la perdita completa della gran parte dei manoscritti conservati alla biblioteca Nazionale di Torino. I microfilm dei codici malatestini sono conservati in copia presso il Centro nazionale del manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
(7) B. Fages, Les transfrert de support, in La Conservation. Principes et réalités, sous la direction de Jean-Paul Oddos, Paris, pp. 281-303 afferma che il trasferimento su altro supporto costituisce l’unica soluzione per conciliare conservazione e comunicazione, e cioè il modo per consentire la consultazione dei documenti da parte del pubblico senza detrimento per la disponibilità di quegli stessi documenti per le generazioni future.
(8) Questo deriva non tanto dai costi, quanto dalla rapida obsolescenza di hardware e software che, alo stato attuale della tecnologia informatica, determinala necessità di provvedere a periodiche conversioni dei dati in altro formato tecnologicamente più avanzato. Inoltre, non esistono ancora dati sufficienti circa la durata dei supporti - e per questo motivo si raccomanda il refresh periodico dei dati -, mentre sappiamo che la pellicola fotografica pur essendo un supporto piuttosto instabile, se fissaggio e lavaggio sono stati eseguiti correttamente, se viene conservata adeguatamente e cioè al buio, in bobuineentro contenitori in cartone neutro, a temperatura stabile, sotto i 20° (se a colori 2°) di temperatura e umidità relativa attorno al 40-50% ed è manipolata con cura - ha una durata di alcune centinaia di anni: OCLC (Online Computer Library Center - USA), Digital tecnology. Overview, "http://www.oclc.org/oclc/presres/scanning.htm" indica una’aspettativa di almeno 500 anni. Cfr. anche O. Porello, Dalla micrografia al disco ottico, Roma 1986, p. 62. Al dilemma se optare per la riproduzione in microfilm o in digitale la tecnologia ha provveduto di recente ad offrire una soluzione: ora è infatti possibile non solo ottenere un microfilma a partire da una scansione di alta qualità (COM: Computer OutputMicrofilm). "La soluzione mista - da microfilm a digitale o vicenersa -, anche se costosa, concilia due esigenze prioritarie, attribuendo al microfilm il ruolo primario di copia destinata alla conservazione e alla riproduzione digitale quello di strumento per la consultazione": G. MEGLI, in La conservazione dei beni librari in Italia, cit., pp. 201-206, in part. p. 203.
(9) Non è superfluo ribadire che se la riproduzione costituisce una della azioni più significative nell’ambito della tutela, non vanno trascurate tutte quelle necessarie alla prevenzione dei danni e alla conservazione del patrimonio bibliografico. Ancora le parole di CAVALLO, La conservazione, cit., pp. 34-35 sono molto chiare in proposito: "Infine va meglio definito il rapporto tra riproduzione, digitalizzazione, recupero virtuale dell’oggetto e conservazione dell’oggetto stesso, in altri termini va definito meglio il rapporto tra conservazione e tutela. Il tutelare un oggetto, cioè microfilmare, digitalizzare, riprodurre in fac-simile non esime dalla preoccupazione di conservare l’oggetto stesso".
(10) La pellicola ad alto contrasto usata per i microfilm tende ad eliminare i livelli intermedi dei grigi, trasformandoli in bianchi o neri: in questo modo si perde la visibilità dei dettagli. Anche la pellicola utilizzata per le riproduzioni in diapositiva presenta una percentuale variabile di conservazione del colore originale, dovuta ad età della pellicola, tipo e modalità di sviluppo.
(11) Volutamente non ho definito questo tipo di intervento come restauro virtuale poiché mi sembrano molto opportune, a tale proposito, le puntualizzazioni espresse da C. FEDERICI, Restauro tradizionale e restauro virtuale come "divergente parallele", "Gazette du livre médiéval", n. 34 (printemps 1999), pp. 49-52.
(12) M. THALLER, L’immagine del passato. Archiviare ed accedere a fonti culturali visive, "Schede umanistiche", 1997, n. 2, pp. 162-188, in part. pp. 166-167.
(13) J.F. FOUCAUD, Les institutions face à la conservation, in La Conservation, cit. pp. 145-164, in part. p. 161, afferma che la digitalizzazione va considerata come una tecnica che facilita l’accesso al contenuto più che come un mezzo di conservazione del contenuto stesso.
(14) Cfr. L. BALDACCHINI et alii, La biblioteca Malatestiana di Cesena, in Multimedia, Beni culturali e formazione, a cura di A. GISOLFI, Salerno 1994, pp. 146-153 e L. BALDACCHINI, La biblioteca Malatestiana: dal codice all’ipertesto, "Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna", n.s., XLV (1994), pp. 459-468.
(15) La risoluzione video adottata è di circa 1450x1150 pixel, aumentata fino a 2200x1700 pixel, nei casi di più difficile lettura; la risoluzione prevista per la stampa è di circa 300 DPI. Il formato dei file di immagini è il BITMAP. La riproduzione è stata effettuata presso la biblioteca Malatestiana utilizzando una telecamera digitale e lampade a luce fredda; il costo unitario - per file di immagine - è stato di 2950 lire più IVA. Inizialmente, prevedendo la possibilità di commercializzazione del prodotto, il costo unitario era stato calcolato in 1900 lire più IVA. In seguito, non trovando un accordo che tutelasse adeguatamente i diritti della biblioteca sulle immagini, non si è ritenuto opportuno procedere alla commercializzazione dei CD-ROM, che avrebbe comunque assicurato alla Malatestiana royalties del 10% sulle vendite.
(16) F. PAPI, La creazione di un sito Web per la biblioteca Malatestiana di Cesena, tesi di laurea, Università degli Studi di Bologna, facoltà di Conservazione dei beni culturali, rel. L. BALDACCHINI, a.a. 1997/98
(17) L’immagine digitale è facilmente riproducibile, mantenendo identico il grado di qualità; non altrettanto si può dire per il microfilm, destinato a perdita di risoluzione nella duplicazione. Cfr. G. MEGLI, in La conservazione dei beni librari in Italia, cit., p. 202.
(18) C. GIULIANI - R. FERRUZZI, Un progetto di digitalizzazione di manoscritti in Emilia Romagna, "SBN Romagna", dicembre 1998, p. 8.
(19) Sono stati riprodotti i codici D.XXII.6 - con testi di Aristotele -, D.XXVI.2 - con commenti ad Aristotele di Avicenna ed Egidio Romano - e S.XXIV.4 - con testi di Aristotele. Tutti sono databili fra la fine del XIII e il XIV secolo: i primi due sono prodotti di ambito universitario bolognese, mentre il terzo è un exemplar parigino già noto agli studiosi del settore per le descrizioni cfr. A. MANFRON, Appendice II. Catalogo, in La biblioteca di un medico del Quattrocento, cit., pp. 180-181, 209-210, 233-234.
(20) Pubblico in appendice le schede che ho redatto in occasione della realizzazione dei CD-ROM, con gli aggiornamenti successivi al 1996 relativamente ad esposizioni e bibliografia. Non compare la scheda del quindicesimo manoscritto digitalizzato, il malatestiano D.XXVII.4, un Evangeliario greco del X sec. - cfr. E. MIONI, Catalogo di manoscritti greci esistenti nelle Biblioteche italiane. I, Roma 1964, pp. 60-61 - poiché è in preparazione, a cura di Anna Pontani e Paolo Eleuteri, un nuovo catalogo dei manoscritti greci conservati in Malatestiana.
(*) La presentazione delle schede segue l’ordine meramente topografico dei manoscritti.
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