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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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| Fabrizio Lollini Volumi liturgici miniati nel territorio cesenate in Storia della Chiesa di Cesena, a cura di Marino Mengozzi, Cesena, Stilgraf, 1998, II, pp. 225-249 |
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1. Nell’ambito della storia di qualsiasi diocesi, un esame dei libri liturgici miniati eseguiti, o almeno presenti, nel territorio considerato non detiene esclusivamente una valenza storico-artistica, che dia conto delle diverse opzioni stilistiche di quell’area geografica in un determinato tratto di tempo, ma assume un valore di testimonianza sulla vita religiosa per come si è svolta nel corso dei secoli. L’insistenza sui culti dei patroni, per esempio, o sui santi protettori delle locali confraternite, si svolge in genere parallelamente attraverso una maggiore quantità di materiale testuale nella liturgia (e specifiche varianti musicali), da una parte, e un’accentuazione visiva nell’ambito della decorazione miniata, dall’altra; e lo stesso avviene nei codici eseguiti in ambito conventuale nei confronti del fondatore dell’ordine e dei propri santi e beati: si può anzi dire che, almeno nel caso dei volumi che servivano per la celebrazioni, ogni pezzo presenti una serie di indizi che – anche senza dati esterni – ne possono permettere una collocazione (ciò in genere non avviene invece nel caso degli altri libri sacri, come la Bibbia o sue singole parti, che per definizione risultano privi di qualsiasi variabile dipendente). I volumi impiegati in funzioni liturgiche si possono raggruppare secondo una distinzione fondamentale: quelli usati nella celebrazione della messa e dei sacramenti (il più importante dei quali è ovviamente il Messale), e quelli per la liturgia delle Ore (che nel tempo formarono il Breviario completo con Temporale, Salterio, Proprio e Comune dei Santi); contenevano tutti i testi necessari per adempiere ai rigidi riti regolati in ogni particolare, e prevedono in genere una doppia visualizzazione dello scritto, dove in inchiostro bruno troviamo il testo vero e proprio, e nelle rubriche (quasi sempre, rispettando l’etimologia, in inchiostro rosso, più di rado in azzurro o in oro) reperiamo – per cosi dire – le indicazioni di impiego, in cui si dettagliano i movimenti del celebrante, o si precisa che quel determinato pezzo deve essere letto durante la messa solo in taluni periodi (e quindi sostituito negli altri da una differente versione riportata di seguito), o altro ancora. Di dimensioni assai più ampie, e destinati a essere impiegati in modo comunitario sono i volumi da coro, quelli cioè che riportavano sia nel caso della Messa (col Graduale), sia nel caso delle Ore (l’Antifonario) tutte le sezioni testuali destinate a un’esecuzione musicale, con le relative annotazioni su tetragramma (1). 2. Nel caso di Cesena, le vicende storiche della città, ma soprattutto le dispersioni avvenute a causa delle soppressioni a cavallo tra XVIII e XIX secolo prima, e nel tardo '800 poi, hanno privato le istituzioni religiose di tutti, o quasi, i loro corredi: ciò che rende impossibile una trattazione sistematica, dal momento che non si può avere di fronte una situazione sufficientemente ampia da consentire generalizzazioni, e ci si deve basare su pochi esempi. Gli unici due cicli noti, e di una certa ampiezza, sono quello dei corali cosiddetti "di Bessarione", provenienti dal Convento dell’Osservanza, e quello dei corali del Duomo, entrambi quattrocenteschi; di tutti i volumi presenti nei fondi della Biblioteca Malatestiana, l’unico codice religioso (anche se propriamente non liturgico in senso stretto) a poter vantare una sicura provenienza cesenate ab antiquo, allo stato attuale delle conoscenze, è una versione della Bibbia in quattro tomi, mss. D.XXI.1-4: su questi lacerti si tenterà qui di seguito di compattare qualche indicazione, certo obbligatoriamente priva di sistematicità (2). 3. L’esecuzione cesenate della nota Bibbia in quattro volumi, ms. D.XXI.1-4 della Biblioteca Malatestiana, o comunque una sua originaria destinazione in città, è ipotesi altamente probabile pur se non suffragabile da sicuri dati codicologici o testuali; di certo, il suo confezionamento (collocabile su base stilistica attorno al 1270) anticipa, e di molto, la data 1290 in cui sappiamo essere stata consacrata la chiesa del locale convento dei Francescani, cui appartenne per poi confluire nella raccolta libraria in cui è tuttora presente; come però ha fatto notare la Tambini, la presenza dell’ordine in zona è testimoniato già a partire dalla metà del secolo. Si tratta di un esemplare di grande prestigio dal punto di vista scrittorio, con una grafia curata e un’impaginazione esemplare; risulta pertanto abbastanza sorprendente notare come la decorazione miniata non sia quantitativamente molto impegnativa: le iniziali figurate sono poche, e tra l’altro si ha l’impressione, esaminando il programma iconografico, che la scelta della loro collocazione sia quasi casuale, senza sottostare di necessità alle regole consuete che prevedono un arricchimento più cospicuo nelle parti di maggiore interesse o da un punto di vista della presentazione (i frontespizi dei tomi, che una nota antica presente sul verso di tre delle ultime carte dei singoli pezzi, con l’elenco dei testi contenuti, ci assicura corrispondono a una divisione originale, o per lo meno remota), o da quello religioso. La decorazione si avvia nel primo tomo alla c. 1r, con un’iniziale F che dovrebbe mostrare San Girolamo consegna l’epistola dedicatoria della Vulgata a Paolino, in cui il dottore della chiesa è però abbigliato secondo la tipologia francescana, ciò che ci assicura subito della destinazione a quest’ordine, che viene subito ribadita, nel bas-de-page, da due tondi con San Francesco e un santo francescano non identificato, cui è contigua una rappresentazione animalistica di grande effetto. A c. 7v, la I incipitaria del Genesi (In principio), è ottenuta da una struttura che colloca in senso verticale Sette giornate della Creazione, secondo uno schema tipico del primo stile bolognese: al di sotto dell’ultimo tondo, una splendida Crocefissione, che evidenzia anche visivamente il suo ruolo base nella teologia cristiana; dal suo contorno inferiore si stacca un tralcio vegetale, che – più a destra – compatta due tondi in cui è ambientata un’Annunciazione, mentre a sinistra forma l’appoggio per un San Francesco che riceve le stimmate da un angelo tetraalato, lungo il margine esterno della carta. In questo primo tomo non sono presenti altre parti figurate, e l’arricchimento visivo si svolge attraverso lettere decorate che segnano l’incipit di ogni libro, o del corrispondente prologo di Girolamo, come avverrà poi sempre anche nelle tre parti restanti. Nel D.XXI.2 contiamo quattro iniziali figurate, nel D.XXI.3 altre due, tutte senza grande rilevanza iconografica (ma almeno una, quella con Giuditta e Oloferne, alla c. 217r del secondo volume, è di qualità davvero alta). Più interessante invece il D.XXI.4, che comprende il Nuovo Testamento: dei quattro vangeli solo due si meritano un incipit con l’immagine del loro autore, che – secondo uno schema all’epoca di qualche diffusione – viene raffigurato con il capo del rispettivo simbolo (Marco con la testa di leone, c. 37r, e Giovanni con la testa di aquila, c. 95r); frutto di una inconsueta scelta del miniatore (o di chi coordinava il programma decorativo) la collocazione di un terzo evangelista, Luca, in corrispondenza dell’altro testo di cui risulta autore: il personaggio-toro segna infatti l’inizio degli Atti, a c. 199v, dopo il quale troviamo altre quattro iniziali figurate, tra cui un secondo San Giovanni, dal capo umano, a c. 251v, nella prima pagina dell’Apocalisse (3). Appare sicura l’attribuzione della Bibbia al cosiddetto 'Maestro di Bagnacavallo', e cioè all’autore dei tre antifonari della cittadina romagnola ora conservati presso la locale Biblioteca Civica; la temperatura stilistica è quella del cosiddetto "primo stile" bolognese, ma alcune varianti diffuse in tutti i manufatti collegabili alla zona romagnola – una maggiore tendenza al grottesco, per esempio – possono far pensare, come già ho avuto modo di proporre, alla costituzione di botteghe miniatorie locali, operose tra il '65 e il '90: oltre alla duplice presenza di questo artista, si può ricordare il caso del 'Maestro di Imola', dalla caratterizzazione formale contigua, che si ritrova, oltre che nei corali che gli hanno dato il nome, anche in una serie di sicura committenza ravennate; da questa situazione, a cavallo tra XIII e XIV secolo prenderà le mosse il più celebre miniatore romagnolo, anche per le sue numerose sottoscrizioni, e cioè Neri da Rimini, in un contesto vivificato dal passaggio di Giotto (4). 4. I sette corali bessarionei conservati alla Malatestiana sono ormai ampiamente noti alla bibliografia, non solo locale; ma in un resoconto generale sui libri liturgici della chiesa cesenate come quello che si sta tentando in queste pagine, questo ciclo non può non trovare ulteriore spazio, sia per il suo valore artistico, sia per le vicende che ad esso sono legate; anche se, è bene ricordarlo, i volumi furono realizzati per tutt’altra sede. La serie venne commissionata dal cardinale greco Bessarione, una delle figure più prestigiose e rappresentative della gerarchia ecclesiastica del XV secolo, nel periodo in cui fu legato pontificio a Bologna tra il 1450 e il 1455: e una sua esecuzione nella città emiliana (almeno in una prima fase) è l’ipotesi più probabile che emerge dalla lettura delle fonti, peraltro abbastanza confuse. Nessun dato certo è reperibile per quanto riguarda la sua consistenza originaria: i referti cronachistici e gli inventari del XIX secolo – stilati in concomitanza con le soppressioni napoleoniche e unitarie, che hanno disperso questo importante patrimonio librario, come tanti altri nelle zone dell’Italia centrosettentrionale – fanno pensare a poco meno di una ventina di pezzi, forse diciotto; si doveva in ogni caso trattare di una dotazione completa, che includeva sia l’intero Graduale per la Messa, sia l’Antifonario completo per le Ore. Attualmente, i volumi superstiti, nell’ordine cronologico previsto dall’anno liturgico, prevedono per la prima tipologia il materiale testuale completo dall’Avvento alla XXV domenica post Pentecoste (n. 2: dalla I domenica di Avvento al sabato precedente la domenica di Passione; n. 5: dalla domenica di Passione alla vigilia dell’Ascensione; n. 1: dall’Ascensione alla XXIV domenica post Pentecoste), per la seconda, due frammenti dell’ordinario de tempore (n. 7: dal Natale all’ottava dell’Epifania; n. 3: da Pasqua al Corpus Domini), il Proprio dei santi dall’Assunzione a San Clemente (n. 4) e un Proprio e Comune dei Santi martiri dalla Pasqua a Pentecoste (n. 6). Come si può notare, le lacune sono assai ampie: oltre ai volumi de tempore mancanti nel Graduale e nell’Antifonario, risultano assenti tutti i Propri e i Comuni per la Messa, e buona parte di quelli per le Ore, oltre a eventuali pezzi singoli comprendenti il Kyriale e altro materiale speciale; alcuni di questi tomi sono presenti, frammentari, in collezioni pubbliche e private, in Italia e all’estero. Secondo tutte le testimonianze, la serie era stata commissionata da Bessarione per essere poi donata al convento dei Francescani di Costantinopoli (fatto che rimarca ancor più i legami tra il prelato e il suo contesto d’origine), che portava l’intitolazione a Sant’Antonio da Padova; dopo la caduta della capitale bizantina, nel 1453, si pensò evidentemente a una nuova destinazione, forse in concerto con Borso d’Este che, stando almeno alla presenza del suo stemma su un paio di pezzi, sembra più che probabile abbia compartecipato all’azione di patrocinio: il ciclo forse non era stato ancora terminato (due volumi, il n. 5 e il n. 6, sono comunque datati rispettivamente 1452 e 1455, almeno per quanto riguarda la parte scrittoria). I motivi che portarono alla scelta cesenate sono già stati indagati da chi scrive in altra sede; qui si può rammentare che Bessarione e Malatesta Novello, all’epoca signore di Cesena, dovevano essere legati non solo da una profonda, ma generica, comunanza religiosa e culturale (entrambi legatissimi ai Francescani e soprattutto all’Osservanza, entrambi patrocinatori di un grandioso lavorìo di scriptoria), ma anche da rapporti diretti, che sfuggono però per ora – tranne alcuni indizi – a una definizione completa, stante anche la totale dispersione degli archivi malatestiani e la frammentarietà dei due rispettivi epistolari. Un ruolo decisivo dovette avere Violante, sposa del Novello, che aveva abitato a Roma, presso lo zio materno Prospero Colonna proprio nel palazzo attiguo alla chiesa dei Santi Apostoli di cui il cardinale greco era titolare, e che soprattutto era tanto devota degli Osservanti (ospitò per esempio Giacomo della Marca durante le sue predicazioni) da patrocinare direttamente, verso il 1460-1461, l’edificazione della loro sede cesenate dove furono poi in effetti destinati i volumi della serie. Due altri appunti: Violante, dopo la morte del marito, prese gli ordini monacali e si rinchiuse nel convento del Corpus Domini di Ferrara; Bessarione, dal canto suo, era cardinale protettore degli Osservanti, ed aveva partecipato in prima persona alla commissione che aveva canonizzato una delle figure da loro più venerate, San Bernardino. Resta comunque il fatto che il ciclo venne messo a disposizione della nuova residenza dei Minori Osservanti di Cesena, dove rimase fino al periodo delle prime soppressioni, e poi nuovamente fino alle requisizioni seguite all’Unità d’Italia, per le quali giunse infine alla Biblioteca Malatestiana (5). L’andamento stilistico dei volumi è del tutto discontinuo, e anzi, al pur alto valore formale di ogni singolo pezzo si aggiunge quello di testimonianza di un periodo particolarmente complesso della storia della decorazione libraria nell’Italia padana, quello del passaggio tra le ultime ricadute del contesto tardogotico e le nuove scelte di tipo prospettico, derivate in primis dall’operatività di Piero della Francesca (ma anche di altri artisti moderni d’oltre appennino) nelle zone settentrionali. Troviamo dunque attivi nei nn. 1 e 3 alcuni miniatori tardogotici lombardi, tra cui spiccano il 'Maestro dell’Antifonario M' e il 'Maestro del Breviario francescano'; il primo è artista che troviamo altrove lavorare assieme a Belbello da Pavia, e che quindi palesa una netta dipendenza da questo grande nome, pur mediata dalla conoscenza di fatti veneti e, stando a una proposta recente ancora però da verificare, della situazione locale tra Emilia e Romagna nei decenni a cavallo della metà del secolo XV; il secondo, che lavorò in pianta stabile in Emilia (e che in altri casi di grande interesse fu alle dipendenze di Bessarione) risulta quasi l’epigono di quella tradizione fiabesca e cortese che prende le mosse da Michelino da Besozzo, nume tutelare di tante generazioni di artisti lombardi dalla fine del Trecento sino al 1450. Di diverso orientamento sono gli anonimi artisti presenti nei corali 2, 5 e 7, che si mostrano già aperti alle novità rinascimentali, pur trattenendo ancora molto della sbrigliata fantasia goticheggiante: il migliore tra loro, nello specifico, sembra apparentarsi a uno dei protagonisti della miniatura estense negli anni a cavallo tra prima e seconda metà del secolo, e cioè Giorgio d’Alemagna. Una decisa virata verso un nuovo tipo di decorazione libraria, ormai del tutto aggiornata, mostrano infine i maestri dei corali 4 e 6, affini ai grandi maestri attivi nella miniatura (ma anche nella pittura monumentale) nella Ferrara di Borso (6). Nulla, nella scelta dei soggetti sacri, indica una specifica pertinenza cesenate, come peraltro appare ovvio se – come tutto lascia credere – la serie arrivò già terminata in città. Nel graduale 1, l’andamento liturgico non può esimere dall’includere sul frontespizio (In die sancto Ascensionis) una Ascensione, a c. 12v (In die sancto Penthecostes) una Pentecoste, e a c. 41r (In festo corporis domini nostri Iesu Christi) un Miracolo del Corpus Domini, mentre meno scontata è la decisione di porre un Padre Eterno benedicente, col globo in mano alla c. 35v, nello spazio dedicato alla domenica In Octava Penthecostes, e in corrispondenza di un pezzo liturgico (Benedicta sit sancta trinitas) che poteva anzi orientare verso altre tipologie decorative. Nel graduale 2, l’inizio dell’Avvento segnato dal salmo 24 (25), Ad te levavi, si colora di novità, poiché il devoto che – seguendo uno schema fisso – offre l’anima a Dio non è come di consueto il salmista, ma lo stesso Bessarione, come per primo identificò il Weiss; di tutte le festività incluse nel volume si sceglie di illustrare solo le due più rilevanti, il Natale, a c. 42v, in corrispondenza della Missa maior, e l’Epifania, a c. 68v, tralasciando i Santi Innocenti e San Tommaso. Nell’antifonario 3, scontata la presenza delle due ricorrenze maggiori, la Pasqua, col frontespizio che include Cristo risorgente, e la Pentecoste, a c. 105v; ancora una volta la festa della Trinità viene illustrata dal solo Padre Eterno benedicente, a c. 131v, mentre non merita un’iniziale figurata, ma solo una decorata, il Corpus Domini; in compenso, ancora tra i testi della Dominica resurrectionis domini troviamo una gustosa scena coi Frati a coro, tipica comunque del repertorio dei miniatori. Nell’antifonario 4 l’Assunzione, sul frontespizio, è l’unico intervento figurato: nulla per la Decollazione del Battista, la Natività della Vergine (fatto abbastanza inconsueto), la Croce, San Michele, Ognissanti (con una lettera miniata solo decorata), ‘San Martino, Santa Cecilia e San Clemente; anche nel graduale 5 un solo elemento figurato: la I dell’introito alla Dominica de Passione, Iudica me deus, con una scena analoga al frontespizio del corale 2, che mostra un altro ritratto – di ben più bassa qualità e minore caratterizzazione fisionomica – di Bessarione, mentre solo un’iniziale decorata ha la Pasqua. Nell’antifonario 6, sul frontespizio, una raffigurazione emblematica della categoria dei Santi martiri, e poi nessuna attenzione decorativa particolare ai numerosi Propria previsti nel volume (tra cui San Marco, Santi Giovanni e Paolo, San Pietro e Paolo, Santa Maria Maddalena); e l’intero antifonario 7, nonostante copra un periodo di forte pregnanza devozionale, segnala le grandi festività di questo tratto di tempo solo con iniziali decorate. L’impressione, per concludere, è quindi di una serie sì impegnativa ma non particolarmente lussuosa, senza presenze significative dal punto di vista iconografico, e quindi devozionale; l’unica, rilevante eccezione è alla c. 101r del n. 3, dove una semplice lettera decorata diventa di grande interesse perché arricchita dal trigramma IHΣ col signum Christi propagato da San Bernardino, uno dei tratti decorativi più tipici dei Francescani e in modo particolare degli Osservanti, a ricordarci (assieme ad altri indizi, come la rubricatura che a c. 139r del n. 5 evidenzia cromaticamente nello scritto il solo San Francesco fra tutti i santi previsti dalle litanie) l’appartenenza a uno stesso ordine, e quindi a una comunanza religiosa, delle due sedi del ciclo: quella solo prevista e quella effettiva fino all’epoca moderna. 5. Detiene invece un ruolo assai rilevante nello specifico della Chiesa cesenate un’altra serie di corali quattrocenteschi, quella realizzata per la Cattedrale negli ultimi venti anni del XV secolo, che è anche l’unica dotazione liturgica ancora esistente, e quasi completa, la cui esecuzione sia con certezza collocabile in città; il ciclo, ora formato da sette volumi, è anch’esso presente presso la Biblioteca Malatestiana, dove giunse a essere depositato al termine di un lungo (e a tratti aspro) dibattito negli anni a cavallo delle due guerre mondiali (7). Già il vescovo Antonio Malatesta da Fossombrone aveva provveduto ad alcune, più urgenti necessità liturgiche della chiesa maggiore, quando nel 1451 fece eseguire al suo concittadino Pietro Antonio Tuti un breviario venduto nel XVII secolo per motivi finanziari; ma è solo sotto il successore Giovanni di Amelia che si decide di fornire una dotazione completa per la celebrazione della liturgia della Messa. La sua datazione, nonché l’accertamento delle modalità della sua esecuzione, è ancorata alla sottoscrizione del copista che si legge nel volume segnato D, al verso dell’ultima carta: Hoc graduale speciosum Reverendissimus Dominus Johannes de ameria Episcopus Cesene Canonici et Capitulum eiusdem suis sumptibus ediderunt octo voluminibus per me Henricum Amsterdammis de Hollandia Diocesis Traiectensis Innocentio octavo pontifice maximo. Anno domini MCCCCLXXXVJ; da essa apprendiamo anche dell’attuale mancanza di uno dei volumi. Siamo dunque di fronte a una committenza (e a un impegno finanziario) comune: pure, un posto a sé si riserva Cordato Isolani, l’unico tra i membri della sede episcopale a essere ritratto a figura intera, in una scena privilegiata nella struttura decorativa della pagina, e accompagnata dalla scritta che lo identifica e lo definisce iuris utriusque doctor e canonicus Cesene; con ogni probabilità si tratta di chi svolse un’azione di coordinamento del lavoro (magari assumendosi pure un onere economico maggiore), forse definendo l’accurato programma iconografico, e magari – dati i suoi legami con Bologna, dove conseguì il titolo di dottore – procurò alcuni degli artefici della serie, a cominciare da quell’Enrico da Amsterdam che sappiamo copista dei corali di San Petronio nella seconda metà degli anni Settanta, e residente nella città bentivolesca fino a circa il 1484. Molti ritrattini limitati al solo volto, che forse si riferiscono agli altri canonici e ai chierici del Duomo, si ritrovano nei medaglioni dei fregi di quasi tutti i pezzi del ciclo (8). L’andamento stilistico dei volumi appare improntato a una situazione ovvia per Cesena e la sua collocazione geografica: una koinè in cui si mescolano, e a seconda dei singoli casi si distinguono, influenze toscane, derivazioni bolognesi, e stilemi più locali, in cui sembrano emergere divisioni operative nette (e di grande interesse ai fini della ricostruzione delle abitudini di lavoro nelle botteghe del periodo) tra i miniatori di figura e i decoratori responsabili dei fregi e dei corpi delle iniziali. In particolare, nel volume segnato A si segnala un miniatore bolognese di stampo peruginesco, vicino a Costa e ad Amico Aspertini; stilemi analoghi, ma probabilmente mani differenti, compaiono anche in B. Nel tomo C troviamo varie personalità artistiche, tutte assimilabili a un contesto romagnolo di ambito prospettico, più precoce rispetto alla prima coppia; situazione analoga anche in D, dove alcune parti figurate sono opera di un miniatore attivo in un altro ciclo della zona, quello della Cattedrale di Faenza, fatto di grande interesse, e che indica non solo la circolazione delle stesse singole personalità in tutta l’area, ma pure la formazione di strutture operative che agiscono nelle intere Romagne (come abbiamo già visto in tutt’altro periodo), portando con sé schemi illustrativi reimpiegati senza modifiche, come si vede facilmente confrontando alcune sezioni decorate del nostro ciclo con due dei volumi della Cattedrale di Imola, e col Graduale 592 della Classense, proveniente dalla chiesa ravennate di S. Maria in Porto Fuori. Situazioni frammentate, che non è qui il caso di dettagliare troppo, pure in E, F e G, dove troviamo anche le firme di due tra gli artisti attivi nella serie: quella di Savino da Faenza e quella di un non ben identificato frate Gerolamo (9). Dal punto di vista della scelta dei soggetti, l’integrità quasi totale del ciclo del Graduale (manca il volume che copriva il periodo dalla Pentecoste all’Avvento) ci permette un esame privilegiato. Il primo tomo, nell’ordine del Tempo ordinario, è l’E, che parte dalla I domenica di Avvento (e ha quindi come prima iniziale figurata un David orante, a illustrare l’introitus Ad te levavi) per giungere a quella in Quinquagesima; tra le scene più rilevanti dal punto di vista devozionale, quelle – consuete – con Santo Stefano, e con San Giovanni Evangelista, oltre che l’Epifania, alle cc. 49r, 53v e 72v rispettivamente; manca qualsiasi immagine per il Natale, fatto decisamente strano: ma è da notare che una lacuna interessa proprio i fascicoli con il testo delle varie messe per questa ricorrenza, ed è quindi possibile che una delle carte asportate prevedesse questa raffigurazione (e si può al limite pensare che si trattasse di una struttura decorativa tanto ricca da attirare il mutilatore del volume); da segnalare, tra le immagini inserite nei fregi, entro medaglioni, un San Giovanni Battista, patrono di Cesena e dedicatario della Cattedrale. Nell’ordine segue il corale B, dal mercoledì delle Ceneri al sabato successivo la IV domenica di Quaresima: anche qui è un David orante, sul frontespizio, ad aprire un programma decorativo figurato non particolarmente ricco o interessante, in cui si può solo segnalare a c. 106r un’iniziale D (Deus in nomine) con un non identificabile Prelato orante cui appare Cristo, secondo un’iconografia analoga a quella che abbiamo già detto caratterizzare in genere David. Il volume segnato F prosegue il Tempo ordinario dalla domenica di Passione al sabato Santo: la pagina incipitaria prevede una bella scena con Cristo cacciato dal Tempio, unico intervento figurato a parte l’iniziale che sottolinea, quasi scelta obbligata, la rubrica di c. 44v In die palmarum, con una Entrata di Cristo a Gerusalemme, peraltro di qualità davvero bassa; tra le immagini – per così dire – accessorie nei fregi, un altro San Giovanni Battista, a c. 1r. I tre maggiori interventi del G, dalla Pasqua al sabato dopo la Pentecoste, sono del tutto in linea con la pratica comune dei miniatori, che prevedeva l’illustrazione in questo tipo di volume delle tre maggiori festività del periodo: la Pasqua – con un Cristo risorgente – a c. 1r, poi l’Ascensione, a c. 47r, e la Pentecoste, a c. 75v: queste pagine prevedono una struttura analoga, con un fregio sui quattro margini, l’ultimo dei quali include nel bas-de-page, ancora una volta a sottolinearne l’importanza nella liturgia locale, un altro tondo col Battista. I volumi C e D sono dedicati al Proprio e al Comune dei Santi, e presentano un programma iconografico assai ricco. Nel C il frontespizio prevede una Vocatio di Pietro e Andrea, connessa a un bordo che presenta, nella consueta posizione privilegiata del medaglione al centro del lato inferiore, un San Giovanni Battista, l’ennesimo; seguono numerose iniziali figurate in corrispondenza della festività di numerosi santi (Andrea, Lucia, Paolo, Agata, Valemmo, Gregorio Magno, Filippo e Giacomo, Antonio abate) o di altre ricorrenze (Presentazione al tempio, Cattedra di San Pietro, Annunciazione, Esaltazione della Croce), che continuano fino ai fascicoli che riportano i testi liturgici dedicati al patrono cesenate, divisi tra quelli In vigilia, e quelli In nativitate sancti Johannis Baptistae, alle cc. 72v-75r e 75r-80r rispettivamente. Nella pagina della vigilia, troviamo un’iniziale N col santo, mentre in quella del dies natalis, uno dei punti più noti (e qualitativamente alti) del ciclo, la decorazione viene costruita illusionisticamente come una struttura architettonica praticabile, cui si finge appesa la pagina, lacerata in alcuni punti: nell’iniziale D (De ventre matris) è la Nascita del Battista, mentre abitano vari spazi della composizione, specie entro gli archi in basso, varie scene della sua vita: una Decollazione, un Battesimo di Cristo, un Abbraccio tra Cristo e San Giovanni bambini, e una Predica, a compendiare visivamente un racconto tutto incentrato sul titolare della sede cui era destinato il volume, che continua poi con numerosi altri interventi figurati (quasi tutti – come ovvio – con santi, tra i quali Pietro, Paolo, Lorenzo, Clemente). Il volume D è quello col celebre frontespizio, pure esso definito da un’architettura a più piani; un esame formale di questa celebre pagina, tra i migliori esempi della miniatura italiana di questo tratto di tempo, è già stato tentato più volte: qui è meglio considerarla dal punto di vista iconografico, e notare le fitte presenze devozionali di questo intervento decorativo (che include con particolare rilevanza la già rammentata raffigurazione di Cordato Isolani) all’inizio del Commune Sanctorum, coi santi Paolo, Pietro, Andrea, Giacomo, Sebastiano, Girolamo, Agostino, e un’Annunciazione, oltre ovviamente all’immancabile Battista; nelle iniziali figurate che illustrano le varie categorie di santi, l’unica scelta che si riesca a definire con certezza è quella di un Santo Stefano, c. 14r, in corrispondenza del natale unius martiris non pontificis. Il volume A, infine, contiene la Benedictio aquae, il Kyriale e il Sequenziario completi, e una sezione di Graduale per le messe votive speciali; nei margini del frontespizio, ancora una volta, si rammenta il Battista con l’immagine del suo capo e quella dell’Agnello, mentre l’iniziale A di Asperge me mostra un santo papa (San Gregorio?), dotato – seguendo il testo – di aspersorio; per il resto del tomo, nulla di significativo. Questo ricco programma iconografico, come si è visto, non mostra varianti particolari, rispetto alle consuetudini e alla prassi dei miniatori: l’unica evidentissima, e quasi obbligata, eccezione è la forte insistenza su San Giovanni Battista, che fu senz’altro richiesta alle botteghe operanti nel ciclo dai committenti, per connotare visivamente la serie secondo le abitudini devozionali locali, diffuse tanto tra il clero quanto tra i fedeli: al proposito, è da ricordare come pure il popolo avesse accesso a una fruizione diretta dei volumi, che (almeno in certi periodi storici) exponuntur quolibet anno recurrente festo S. Joannis Baptistae in hierophylacio, vulgo sagrestia eiusdem Ecclesie [il Duomo] intuitioni cunctorum (10). Tramite visivo, dunque, tra la Chiesa e la città. (1) Testo guida per orientarsi sulle varie tipologie di codici liturgici, sull’evoluzione storica della loro costituzione testuale, e sul loro impiego è senz’altro B. BAROFFIO, I manoscritti liturgici, in Guida alla descrizione uniforme dei manoscritti e al loro censimento, a cura di V. JEMOLO e M. MORELLI, Roma 1990, pp. 143-192. (2) Data la destinazione di questo contributo, si è pensato di non appesantire il testo con troppe precisazioni storico-artistiche (qualche puntualizzazione apparirà nelle note dove si troverà comunque un percorso bibliografico sufficiente a questo proposito), e di destinare invece più spazio alle questioni connesse ai programmi iconografici di maggiore interesse ai fini del contesto religioso; ringrazio Lorenzo Baldacchini, Pier Giovanni Fabbri e Anna Manfron per i consigli e l’aiuto elargitimi. (3) Sulla Bibbia D.XXI.1-4 di Cesena, cfr. A. TAMBINI, II maestro dei corali di Bagnacavallo, "RAS", 35 (1992), pp. 17-30 (soprattutto alle pp. 21-25), e F. LOLLINI, Miniature a Imola: un abbozzo di tracciato e qualche proposta tra Emilia e Romagna, in Corunum et anima una, a cura di E FARANDA, Imola-Faenza 1994, pp. 103-139 (alle pp. 107, 130-131 nota 9: preciso che quando in questa sede accennavo a una "parte dei volumi" eseguita dal 'Maestro di Bagnacavallo' mi riferivo al fatto che alcuni momenti della decorazione della serie mi paiono spettare, a stretto livello di autografìa, ad altra mano, pur se certo – come non era forse chiaro – coeva: cfr. qui in nota 4). Dal momento che non mi risulta sia mai stata eseguita una schedatura completa della sua decorazione, si da qui di seguito un elenco degli interventi miniatori, precisando che le iniziali decorate non figurate sono di due tipi: quelle, più rilevanti, a intrecci, e quelle più modeste e semplici a fondo blu col corpo della lettera in bianco (qui indicate da un asterisco). Iniziali figurate: D.XXI.1, c. 1r, F (Frater) con San Girolamo e Paolino, bas-de-page con San Francesco e un santo francescano, c. 7v, I (In) con Sette scene della Creazione, San Francesco riceve le stimmate da un angelo tetraalato, Crocefissione, Annunciazione; D.XXI.2, c. 163v, I (In) con Re, c. 174r, V (Verba) con Neemia, c. 217r, A (Arfaxat) con Giuditta e Oloferne, c. 231r, I (In) con Re; D.XXI.3, c. 90r, V (Visio) con Isaia, c. 282v, V (Verba) con Amos, c. 303r, I (In) con Aggeo, c. 305r, I (In) con Zaccaria; D.XXI.4, c. 37r, I (Inicium) con San Marco con testa di leone, c. 95r, I (In) con San Giovanni Evangelista con testa di aquila, c. 199v, P (Primus) con San Luca con testa di toro, c. 236r, I (Iacobus) con San Giacomo, c. 239v, P (Petrus) con San Pietro, c. 250r, I (Iudas) con San Giuda, c. 251v, A (Apocalipsis) con San Giovanni Evangelista. Iniziali decorate: D.XXI.1, c. 6r, D (Desiderium), c. 54r, H (Hec), c. 97v, V (Vocavit), c. 126r, L (Locutus), c. 166r, H (Hec), c. 201v, T (Tandem), c. 202v, E (Et), c. 227r, P (Post), c. 252r, I (In), c. 255v, V (Viginti), c. 257v, F (Fuit); D.XXI.2, c. 1r, F (Factum), c. 28r, E (Et), c. 60v, P (Prevaricatus), c. 93v, T (Tantus), c. 94v, E (Eusebius), c. 95v, A (Adam), c. 124v, C (Confortatus), c. 162r, U* (Utrum), c. 189v, E (Et), c. 206r, T (Tobias), c. 246r, V (Vir); D.XXI.3, c. 1r, C (Cromatio) c. 2r, P (Parabole), c. 19v, M* (Memini), c. 20r, V (Verbo), c. 27r, O (Osculetur), c. 31r, L* (Liber), D (Diligite), c. 46v, M* (Multorum), c. 47r, O (Omnis); c. 89v, N* (Nemo), c. 90r, I* (Isayas), c. 136v, P (Ieremias) c. 137r, I* (Ioachym), c. 137v, I* (Ieremias), V (Verbo), c. 191r, Q (Quomodo), c. 195r, R* (Recordare), c. 195v, L* (Liber), E (Et), c. 202r, E (Et), c. 250r, D* (Danielem), c; 251v, A (Anno), c. 272r, N* (Non), R (Regule), c. 272v, D* (Duplex), O* (Osce), c. 278v, S* (Sanctus) c. 279r, I* (Iahel), I* (In), c. 279v, V (Verbum), c. 282r, A* (Acias), A* (Amos), c. 287v, I* (Iacob), H (Hebrei) c. 288r, A* (Abdias), V (Visio), c. 289r, I* (Ionas), c. 289v, I* (Ionas), E (Et), c. 291r, T* (Temporibus), M* (Micheas), c. 291v, V (Verbum), c. 295r, N (Naum), c. 295v, N* (Naum), O (Onus), c. 297r, A* (Abacuc), c. 297v, A* (Abacuc), c. 298r, O (Onus), c. 300r, V (Verbum), c. 302r, I* (Ieremias), c. 303r, A* (Aggeus) c. 304v, S (Secundo), c. 305v, Ç* (Çacharias), c. 312v, D* (Deus), c. 313r, M* (Malachias), O (Onus), c. 315r, M* (Machabeorum), M* (Machabeorum), c. 315v, M* (Machabeorum), E (Et), c. 343r, F (Fratribus); D.XXI.4, c. 1r, B* (Beatissimo) c. 2r, P* (Plures), c. 4r, L (Liber), c. 58r, L (Lucas), c. 58v, Q (Quoniam), F (Fuit), c. 95r, I (In) c. 122v, P (Primum), c. 123v, R* (Romani), c. 125r, P (Paulus), c. 138v, C (Corinthii), P (Paulus), c. 151v, P* (Post), I* (In), P (Paulus), c. 161r, G* (Galathe), P (Paulus), c. 165v, P (Paulus), c. 170r, P (Paulus), c. 173r, P (Paulus), c. 176r, T* (Thessalonicenses) P (Paulus) c. 179r, A* (Ad), P (Paulus), c. 180v, P (Paulus), c. 184r, I* (Item), P (Paulus), c. 186v, T (Titum), P (Paulus), c. 188r, P* (Philemoni), c. 188v, P (Paulus), c. 189r, I* (In), M (Multifarie) c. 199r, L* (Lucas), c. 235v, I* (Iacobus), I* (Iacobus), N* (Non), c. 239v, S* (Symon), c. 243r, S (Symon), c. 245v, R* (Rationem), Q (Quod), c. 249r, U* (Usque), S (Senior), c. 249v, S (Senior) e. 250r, I* (Iudas), c. 251r, I* (Iohannes) c. 251v, A* (Apocalipsis). Da notare: l’inserzione di una carta (la 183) nel primo volume a integrare una lacuna dovuta a un errore di trascrizione; la posposizione dei due libri dei Maccabei dopo i Profeti e quella degli Atti dopo la lettera agli Ebrei; la completa assenza dei Salmi; il reimpiego nella legatura di alcune carte pergamenacee antiche, che – come mi conferma Pier Giovanni Fabbri – provengono dagli atti della Depositeria della Comunità cesenate, databili al periodo tra fine XIV e inizio XV secolo. (4) Sul 'Maestro di Bagnacavallo', cfr. A. TAMBINI, II maestro, cit., F. LOLLINI, Miniature, cit., pp. 107, 130-131 nota 9, e F. LOLLINI, Catalogo, in Cor unum, cit., pp. 177-211 (alle pp. 180-183). Per il 'Maestro di Imola', cfr. LOLLINI, Miniature, cit., pp: 105-107, F. LOLLINI, Catalogo, cit., pp. 180-186, e F. LOLLINI, Tre schede per l’arte in Romagna tra XIII e XV secolo, "RAS", 47 (1996), pp. 85-108 (alle pp. 86-92). Su Neri da Rimini, i numerosi contributi compresi in Neri da Rimini. Il Trecento riminese tra pittura e scultura, catalogo della mostra, Milano 1995, cui si aggiunga in seguito LOLLINI, Tre schede, cit., pp. 93-98; rispetto alle novità di recente repente nei codici di Neri, aggiungo qui di passaggio che alla difficoltà di collocare stilisticamente il volume di Sydney nella carriera del miniatore, e all’assoluta impossibilità di inglobarlo nella serie dei Francescani di Rimini, portate dal reperimento della data 1328, si potrebbe porre rimedio, come mi fa notare Simonetta Nicolini, ipotizzando un errore del copista (sia o meno Bonfantino), con un MCCCXXVIII in luogo di un ben più motivabile MCCCXVIII. Dopo averlo ritrovato a Rimini, a Faenza e a Imola, e dopo aver rimeditato per l’ennesima volta sulla sua notorietà nella zona romagnola, sembra più che lecito ipotizzare che Neri avesse lavorato anche a Cesena (non possediamo nulla, per esempio, del corredo liturgico del locale convento francescano da cui proviene la Bibbia D.XXI.1-4). Per quanto riguarda le sue sottoscrizioni, cfr. S. NICOLINI, Le firme di Neri, in Neri da Rimini, cit., pp. 51-59: la loro frequenza, insolita nella storia della miniatura (soprattutto nel XIV secolo) indica una forte autocoscienza artistica e professionale, che mi pare possa trovare un parallelo solo con pochi altri casi, come per esempio, a Perugia, Matteo di Ser Cambio (a proposito di questo artista, colgo – seppur in ritardo – l’occasione di ricordare come nella mia scheda di una sua Matricola, conservata ai Musei Civici di Pesaro, non tenni conto dell’elenco delle sue opere redatto dal Todini nell’ambito dei suoi indici della pittura umbra, fatto di cui qui mi scuso: cfr. F. TODINI, La pittura umbra dal Duecento al primo Cinquecento, Milano 1989, I, pp. 215-216, II, tavv. 427-432, e F. LOLLINI, scheda 382, in Dipinti e disegni della Pinacoteca Civica di Pesaro, a cura di C. GIARDINI, E. NEGRO e M. PIRONDINI, Modena 1993, pp. 279-280). Nella Bibbia cesenate, alcune iniziali figurate del secondo e del terzo volume sembrano di qualità più modesta, e si lasciano attribuire ad altra mano rispetto alla principale. (5) Sulle vicende legate al ciclo dei corali bessarionei, può bastare qui il riferimento a G. MARIANI CANOVA, Una illustre serie liturgica ricostruita: i corali del Bessarione già all’Annunziata di Cesena, "Saggi e memorie di storia dell’arte", XI (1977), pp. 9-20, e a F. LOLLINI, Bologna, Ferrara, Cesena: i corali del Bessarione tra circuiti umanistici e percorsi d’artisti, in Corali miniati del Quattrocento nella Biblioteca Malatestiana, a cura di P. LUCCHI, Milano 1989, pp. 19-36 (e Ibidem le schede relative, pp. 96-114). Per i rapporti tra Bessarione e il contesto artistico, cfr. F. LOLLINI, Bessarione e le arti figurative, e S. MARCON, La miniatura nei manoscritti latini commissionati dal cardinal Bessarione, in Bessarione e l’Umanesimo, a cura di G. FIACCADORI, Napoli 1994, pp. 149-170 e 171-195. (6) Qualche aggiornamento su singoli problemi stilistici legati al ciclo. Per il 'Maestro dell’Antifonario M', cfr. ora A. DE FLORIANI, scheda 40, in La Spezia. Museo Civico Amedeo Lia. Miniature, a cura di F. TODINI, Milano 1996, pp. 176-203 (nell’antifonario Lia, a differenza di quanto proposto dall’autrice, mi pare però che l’intervento dell’artista – a livello di autografia diretta – sia di gran lunga più limitato; e continuo poi a non escludere una sua preistoria tra la Lombardia e il Veneto, in parallelo all’anonimo che ho tentato di ricostruire in F. LOLLINI, scheda 135, in Tesori nascosti, catalogo della mostra, Milano 1991, pp. 275-277; infine, il volume che da il nome a questo maestro, compiuto presso San Giorgio Maggiore a Venezia assieme a Belbello, può tranquillamente sopportare un arretramento agli anni 1464-1465, più coerente rispetto al percorso biografico del pavese, e che corrisponderebbe più o meno al prolungato soggiorno di Bessarione presso il convento lagunare). Sul 'Maestro del Breviario francescano' chi scrive ha in corso di stampa – purtroppo da molto – un contributo monografico: nel frattempo, cfr. per un aggiornamento bibliografico A. DE FLORIANI, scheda 8, in La Spezia, cit., pp. 46-52 (non ha senso elencare qui i punti sui quali non concordo: ma si avverta almeno della data post 1457, e non circa 1446, per il Breviario di Bologna, come ho già avuto modo di avvertire: cfr. F. LOLLINI, Le Vite di Plutarco alla Malatestiana (S.XV.1, S.XV.2, S.XVII.3). Proposte e osservazioni per il periodo di transizione tra tardogotico e rinascimento nella miniatura settentrionale, in Libraria Domini, a cura di F. LOLLINI e P. LUCCHI, Bologna 1995, pp. 189-224, alla p. 220 nota 50). Sui momenti ferraresi della serie, cfr. F. LOLLINI, Tre schede, cit., pp. 106-107 nota 26 (con bibliografia completa). (7) Per i corali del Duomo, cfr. A. CONTI, Nota introduttiva, in Corali miniati, cit., pp. 9-18 (alle pp. 11-17 e note), e soprattutto M. F. CIUCCIOMINI, La serie dei corali del Duomo nella miniatura dell’ultimo trentennio del Quattrocento, ed. EADEM, le schede relative, Ibidem, pp. 37-46 e 115-140. Da una nota comparsa in "II Cittadino", 2 luglio 1905 (XVII, 27), veniamo a sapere che il Carducci ebbe modo di visionare (e apprezzare) dal vivo alcuni dei volumi, che già a quella data, quindi, erano temporaneamente depositati presso la Malatestiana. È comunque tra 1919 e 1924 che si data un ricco epistolario ufficiale sulla serie: in data 15 marzo 1919 l’allora Soprintendente Francesco Malaguzzi Valeri, avvalendosi della legge del 20 giugno 1909, decide il deposito perpetuo presso la biblioteca, e lo comunica al Capitolo e al Sindaco di Cesena; il 23 marzo dello stesso anno il Direttore della Malatestiana, Dino Bazzocchi, predispone un memorandum sulla serie, con una descrizione dei pezzi e un duro attacco a chi li vorrebbe restituire al Duomo (qui troviamo anche testimoniato che "il Presidente del Convento Francescano in Cesena [...] poco tempo fa cedeva per la misera somma di £ 2000 ben cinque codici corali miniati del sec. XV e due incunaboli"); seguono repliche del Capitolo, e nuove accuse da parte dell’amministrazione comunale riguardo i modi in cui venivano conservati i volumi presso la Cattedrale ("è [...] da diffidarne [della custodia ecclesiastica] nel caso del Rev.mo Capitolo, che mostrò con i restauri del Duomo come si rovina una chiesa storica e, se ancora ha oggetti da Museo, non ha certo più gli antichi armadi ove conservarli, essendoseli venduti"), cui fa seguito una nuova disposizione del Ministero, del 4 settembre 1923, che afferma non essere "alieno dal consentire, con le debite cautele e condizioni", la restituzione del ciclo al Capitolo. Ma alle successive rimostranze del Comune (18 e 22 settembre 1923), che insistono sulla più che precaria situazione conservativa cui sarebbe destinata la serie se fosse riconsegnata e sulla precedente delibera di deposito non transitorio, ma perpetuo (cui si accompagna una curiosa attribuzione di alcune delle miniature, non si sa a chi dovuta, ad Attavante) fa seguito la definitiva disposizione del Soprintendente, ancora il Malaguzzi Valeri, che conferma la collocazione in Malatestiana il 29 settembre 1923 e ancora, dopo ulteriore considerazione ministeriale, il 24 marzo 1924. Queste notizie (ASC, Tit. IX, Istruzione pubblica, fase. 309, "Biblioteche del Comune", 1919, 1923, 1924) sono state reperite da Anna Manfron, che con la consueta cortesia me le ha rese disponibili. (8) Sulla committenza della serie, e soprattutto sulla figura di Cordato Isolani, si veda P. LUCCHI, "Cordatus Insulanus, iuris utriusque doctor, canonicus Cesene": un committente dei corali del Duomo, in Corali miniati, cit., pp. 47-57. (9) Sull’andamento stilistico del ciclo, cfr. A. CONTI, Nota introduttiva, cit., e M. F. CIUCCIOMINI, La serie dei corali, cit.; più di recente, si veda A. TAMBINI, Pittura del secondo Quattrocento in Romagna, Faenza 1991, pp. 9, 13 nota 14, 17, 19 nota 13, 23, 26-27 note 15-16 e 20, e F. LOLLINI, Catalogo, cit., pp. 200-209; inoltre, C. ZAMBRELLI, note alle tavv. XCVIII-C, in Biblioteca Classense-Ravenna, a cura di A. DILLON BUSSI e C. GIULIANI, Firenze 1996, pp. 142-143. Per quanto riguarda le tangenze con Amico Aspertini del miniatore del volume A (e ci si riferisce alle opere sulla fine del secolo, come gli affreschi di Gradara o il quadro di Berlino), mi chiedo se si possano considerare sviluppi artistici paralleli, con la conseguente datazione all’ultimo lustro del '400, o derivazioni successive, cosa che farebbe scivolare un po’ in avanti le illustrazioni del corale (cosa compatibile con un ciclo del tutto disomogeneo per quanto concerne l’andamento delle miniature). (10) II passo si legge in G. B. BRASCHI, Memoriae Caesenates sacrae et profanae [...], Roma 1738, pp. 338-339 (lo riporto da P. LUCCHI, Cordatus Insulanus, cit., p. 53 nota 5). A mia conoscenza, non è possibile identificare nessun altro libro liturgico sicuramente eseguito a Cesena, o comunque legato con certezza a questo contesto; nei fondi malatestiani sono invece presenti alcuni libri religiosi (pur se non facenti parte in senso stretto di corredi necessari per le celebrazioni) antecedenti il XV secolo, tra cui si segnala una splendida Bibbia francese, ms. D.V.2, un cui legame con la città ab antiquo, però, è purtroppo tutto da dimostrare: spero di poter illustrare meglio questo manoscritto in altra sede. |
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