Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts
 

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Bologna, Ferrara, Cesena. I corali del Bessarione tra circuiti umanistici e percorsi di artisti


in Corali miniati del Quattrocento nella Biblioteca Malatestiana, a cura di Piero Lucchi, Milano, Fabbri, 1989, pp. 19-36

Il ciclo dei sette corali bessarionei conservato presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena, che in occasione di questa mostra si espone per la prima volta interamente (1), è certamente una delle più importanti serie liturgiche miniate verso la metà del secolo XV nell’Italia settentrionale; tale infatti risulta sia per l’intrinseca qualità stilistica di alcune sue scene, sia, soprattutto, per il suo porsi come esempio paradigmatico di quella congiuntura che vedeva nello stesso periodo affiancarsi, e qualche volta compenetrarsi, istanze formali già pienamente prospettiche e rinascimentali con l’ancor ben viva tradizione del tardo-gotico padano; appare perciò ingiusto che la serie sia stata quasi del tutto trascurata dagli studi critici, dopo gli acuti accenni del Toesca (limitati però agli esemplari lombardi del gruppo (2)), le intuizioni iconografiche del Weiss (3), e, più recentemente, la nascita di un’attenzione specifica degli storici dell’arte verso il committente, in seguito alla pubblicazione di un libro discusso come Indagini su Piero di Carlo Ginzburg (4). Infatti, un solo intervento di Giordana Mariani Canova ha avuto come oggetto il ciclo cesenate, lasciando però aperti alcuni problemi, a cominciare dalla dispersione di parte dei volumi (come è evidente dall’esame delle fonti e dall’incompletezza della serie liturgica), per proseguire con l’individuazione del luogo e della data d’esecuzione, i passaggi di proprietà, la definizione stilistica delle molte mani degli illustratori: tutti punti, a giudizio della stessa studiosa, non sufficientemente chiari per poter essere dati come acquisiti (5).

Ma la serie malatestiana offre anche la possibilità di ripercorrere, attraverso le sue complesse vicende, la storia poco indagata dei rapporti tra umanisti nella zona emiliana e romagnola, dei contatti e degli scambi di esperienze di ricerca tra illustri personaggi accomunati, al di là delle rispettive cariche, dalla passione per la cultura e da strette affinità religiose; l’unicità dei corali qui esposti, provenienti dalla Chiesa dell’Annunziata all’Osservanza di Cesena, consiste proprio nel vedervi direttamente coinvolti, oltre a Bessarione, Borso d’Este ed i Malatesta; ed una ricerca su questo fondo evidenzia la diversità del ciclo rispetto alle comuni dotazioni liturgiche (6). Non in ultima sede è poi sinora mancato il tentativo di chiarire se come committente Bessarione abbia anche in qualche modo orientato le scelte stilistiche presenti nei corali; dove il problema non è quello di formulare ricostruzioni di un’indefinibile "storia del gusto" della sua personalità, ma tentare di circoscrivere una serie di dati operativi nell’esecuzione strettamente dipendenti dal cardinale greco.

Una riconsiderazione dei documenti e delle fonti, inclusi alcuni passi inediti o mai riferiti al presente ciclo, la pubblicazione di un interessante frammento miniato, ed un nuovo esame dei corali cesenati (e di alcune pagine erratiche disperse in collezioni italiane e straniere, già identificate e ricondotte alla serie malatestiana) portano a ripercorrere le vicende del nostro fondo.

I. Il prelato greco Bessarione, di cui non è qui opportuno ripetere in poche righe il tracciato biografico, fu, come è noto, uno dei personaggi più importanti ed influenti della chiesa del Quattrocento, ed il massimo rappresentante di quella tendenza conciliare che voleva riunita la chiesa occidentale latina a quella orientale greca: a ciò si aggiunga il suo ruolo decisivo nel tentativo di organizzare una crociata contro i Turchi dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 (7). Meno conosciuto, e meno studiato, è invece il periodo da lui trascorso a Bologna come Legato papale per la città felsinea e le Romagne tra 1450 ed il ’55, il tratto di tempo in cui i dati codicologici e le testimonianze datano, come vedremo tra breve, la commissione dei corali (8). I difficili rapporti tra Bologna ed il papato, culminati in una profonda crisi nella prima metà del Quattrocento, erano stati affrontati – ed in parte risolti – da Niccolò V, che nel 1447 aveva stipulato col Comune nuovi patti tesi a riaffermare alcuni punti irrinunciabili per il pontefice. Ogni potestà politica sul territorio era demandata al papa, ed ogni nomina importante (dai Gonfalonieri ai Massari) delegata ai locali Riformatori che dovevano però agire di comune intento con il rappresentante il potere romano: egli, come Legato e Vicario Apostolico, costituiva il grado più alto dell’autorità giudiziaria, ed ogni suo atto veniva addirittura ratificato in anticipo dal pontefice. Veniva così a crearsi una supremazia papale, temperata però ampiamente dalla collegialità che si doveva avere nel caso di decisioni di rilievo con gli organi di autogoverno cittadini. Questi, a loro volta, erano già in gran parte monopolizzati da alcune famiglie in aperta lotta tra loro, ed il Legato doveva quindi inevitabilmente prendere posizione dalla parte dell’una o dell’altra fazione (9). Niccolò V chiamò dunque, a gestire questo contesto nuovo e complesso, il cardinale Bessarione, in quello che doveva essere il suo primo incarico importante fuori da Roma (10). Non è qui rilevante seguire in dettaglio la sua condotta politica, né le sue numerose azioni di tutela e patrocinio verso istituzioni religiose bolognesi: tuttavia si ricordino almeno la riforma ed il riordinamento dello Studio (fissando numero e natura dei corsi, nonché disponendo provvigioni per il mantenimento dei lettori); l’accoglienza a Federico III in viaggio verso Roma; l’editto contro i lussi eccessivi; i ripetuti benefici concessi ai Serviti, cui era accomunato da una particolare venerazione per la Madonna; la simpatia nei confronti dei Francescani, e specialmente verso la corrente legata a San Bernardino, con la consacrazione di una cappella a quest’ultimo (una delle prime, dopo la recente canonizzazione); la serie di elargizioni che portò in seguito all’edificazione del convento delle Clarisse di Santa Caterina de’ Vigri (11).

Ben più importante ai fini di questo discorso è invece la problematica relativa alla biblioteca di Bessarione, e soprattutto ai copisti e miniatori che lavoravano alla dipendenza del cardinale. Sappiamo infatti che proprio a Bologna furono trascritti numerosi codici della raccolta poi passata a formare la Marciana con la donazione del 1468. Presso il prelato risiedeva un vero scriptorium, cui si devono, tra gli altri, gli attuali, codd. Marciani Latini Z.124, Z.125, Z.126, Z.127, Z.376. Z.467 (del 1453), Z.40 e Z.436 (risalenti al ’54), così come, ad esempio del parallelo accrescersi della biblioteca bessarionea i titoli di entrambe le lingue classiche, i Marciani Greci Z.388 (1453) e Z.248 (del 1455); copiati sia da professionisti, sia da chierici o religiosi legati al prelato, questi testi recano talora sottoscrizioni illustri, tra cui si possono qui ricordare almeno quelle di Johann Kessler (Johannes Caldarifex), che lavorò per altri esponenti della curia romana, e Giovanni da Rodi (Rhosios), che accompagnò Bessarione nelle sue prime tappe italiane, sino al 1458 (12). Che il cardinale fosse però anche interessato alla decorazione di questi codici, e non esclusivamente al loro valore come testi, è provato dal fatto che molti dei manoscritti presentano frontespizi miniati, alcuni con il solo stemma Bessarione, altri con bordi ornati di varia tipologia (prevalenti comunque i bianchi girari), pochi ancora con scene istoriate; un’intensa attività, quindi, che riguardava testi teologici, storici e filosofici per l’uso privato del cardinale, o per donazioni, ma che renderebbe plausibile anche l’esecuzione presso di lui di una serie ad uso liturgico, in modo da poter avere controllo diretto sull’elaborazione di un ciclo di grande prestigio ed impegno finanziario, in un periodo in cui il prelato è testimoniato con assoluta continuità a Bologna (13).

II. In mancanza di riscontri documentari diretti (ricevute di pagamento, contratti, redazioni testamentarie), le testimonianze sui corali sono derivate dalle cronache locali cesenati, che datano tutte successivamente alla collocazione della serie nella chiesa del convento dell’Osservanza, e non si dilungano molto sulla sua fase esecutiva, riportandone però almeno i limiti cronologici. Troviamo infatti la prima citazione del ciclo nell’opera di Giuliano Fantaguzzi Occhurrentie et nove, spesso non correttamente citata col titolo di Caos, scritta verso la conclusione del secolo XV, in un’epoca dunque abbastanza vicina alla vita di Bessarione. Il passo, segnato sotto l’anno 1460, e riferito alla fondazione della chiesa già ricordata, dice: "… et vi sonno circa 20 volumi de libri grandissimi e degnissimi lasatolli da Cardenale Greco ad oficiare dicta eclesia fatti per mandarli a Costantinopolli preso dal Turcho…" (14). Possiamo dunque stabilire che il ciclo era originariamente molto più ricco di quanto possa apparire oggi, e troviamo l’indicazione della destinazione prevista, abbastanza generica da stupire alcuni commentatori, per l’apparente incongruenza di un lascito di corali di rito latino nella sede per eccellenza della liturgia greca (15). Il riferimento stesso rappresenta poi un ante quem per l’inizio dell’esecuzione, avvenuta prima del 1453, come ora indica con certezza anche l’indicazione 1452 ritrovata da Federica Semprini alla c. 109v del corale malatestiano n. 5 (cfr. la relativa scheda codicologica).

Dopo un accenno, senza interesse specifico, in un poemetto di fra Cornelio Guasconi (poco dopo il 1525 (16)), la testimonianza successiva è quella contenuta nella Vita di Domenico Malatesta, signore di Cesena scritta dopo la metà del secolo XVI da Niccolò Masini Secondo, legato al convento dell’Osservanza anche da vicende personali (17). Il passo che riguarda i corali, così come si può leggere nel manoscritto 164.65 della Malatestiana, autografo, è il seguente: "… si trovano nella sacristia di questa chiesa [i.e., quella del convento] intorno a 16 o 18 volumi di libri grandi destinati allo uso del coro scritti in carta pergamena con caratteri grandissimi e con vaghissime miniature. Questi nell’anno 1451 erano stati destinati dal religiosissimo e carissimo cardinale Bissarione al convento di S. Antonio da Padua di Costantinopoli habitato dalli medesimi frati di S. Francesco Osservanti. Ma per essere poi quella cittade caduta sotto il dominio turchesco furono concessi a questo convento dove da quelli venerandi padri et da tutta questa patria sono tenuti carissimi…" (18). Ecco dunque chiarita l’anomala destinazione: un convento di rito occidentale sorto a Costantinopoli nel decennio 1440-50; appare dunque sicuro il riferimento cronologico proposto dal Masini per l’inizio dei lavori, anche se il cronista cinquecentesco si dovette basare su documenti o testimonianze che ora non siamo in grado di reperire. L’indicazione chiarisce però solo la data in cui il ciclo fu iniziato, mentre almeno due circostanze sicure, ed un indizio, ci suggeriscono che il lavoro dovette protrarsi per molti anni. Innanzitutto, i corali non erano ancora stati terminati nel 1453, o sarebbero certo pervenuti alla destinazione prevista; poi, l’anno 1455 compare sull’ultima carta di uno dei volumi malatestiani (n. 6, c. 173v). Bisogna inoltre tenere conto dell’anno in cui il convento dell’Osservanza venne fondato, il 1460, poiché sembra improbabile che un ciclo così importante (anche quantitativamente) rimanesse abbandonato dopo il suo compimento in attesa di avvenimenti futuri. Nulla emerge da altri due manoscritti dello stesso testo del Masini, non presentando essi alcuna variante testuale degna di nota, od indicante una tradizione alternativa (19).

Nei primi decenni del Settecento, l’erudito locale G.B. Braschi ricorda la concessione dei corali a Cesena nelle sue Memoriae Caesenates; riferendosi al 1465, scrive: "…Tempore autem huius Antistitis contigit Ravennae infaustus obitus Cardinalis Bessarion, qui moriens locupletissimam suam Bibliothecam, triginta millibus aureorum comparatam, reliquit Reipublicae Venetae, liberali quoque dono, ut fertur, contulit Conventui Fratrum Minorum Observantium Caesenae integram classem ingentium librorum Choralium, adhuc extantium…". A parte il non sicuro riferimento alla contemporaneità dei due doni (infatti, pare probabile che essi siano giustapposti per ragioni di similitudine, più che di vicinanza cronologica), il fatto che l’autore leghi questi lasciti alla scomparsa del cardinale, e che Bessarione venga fatto morire nel ’65 anziché nel ’72, inficia del tutto questa testimonianza, ripresa tra l’altro dall’Andreini e dallo Zazzeri (20).

Secondo quanto affermato dalle fonti esaminate, sembra dunque che il ciclo fosse compiuto solo dopo la fine della legazione bolognese, e che giungesse poi come lascito bessarioneo alla sede cesenate. Ma un’ultima testimonianza chiarisce in modo diverso il passaggio all’Osservanza di Cesena. Nel 1784, infatti, il Muccioli curò una versione a stampa della biografia del Novello scritta da Niccolò Masini, che prepose al suo catalogo della Malatestiana, assieme ad una storia dei Malatesta. Qui il passo concernente la donazione dei corali è riportato differentemente (forse sulla base di una diversa tradizione testuale precedente), e la variante è quanto mai significativa: "… ma per essere quella città caduta sotto il dominio Turchesco, dal Malatesta furono concessi a questo Convento…"; la versione del Muccioli potrebbe sembrare meno fededegna, essendo apparsa solo più di tre secoli dopo il fatto, ma la modifica introdotta viene così motivata in nota dal curatore: "… De illis egregiis Voluminibus ad cantum ordinatis extat documentum apud ipsos Observantes Reformatos Caesenae, quibus a Novello Malatesta dono data fuere…" (21). Compare dunque un nuovo e sostanziale passaggio nella vicenda quanto mai complessa dei corali, che farebbe quindi da tramite tra Bessarione e l’Osservanza: l’intervento di Domenico Malatesta, signore di Cesena e patrocinatore della fondazione del convento stesso, nonché della Biblioteca Malatestiana, pur non essendo attualmente rintracciabile il documento ricordato dal Muccioli, la cui sorte (nonostante la diversa localizzazione) si accomuna purtroppo a quella di tutto l’archivio malatestiano cesenate, disperso o distrutto nella sua totalità.

Appaiono quindi due, dal punto di vista documentario, i problemi fondamentali connessi al ciclo: il luogo e le modalità d’esecuzione – la cronologia essendo sicura al 1451-60 -, ed i termini esatti, e le motivazioni, del passaggio della serie proprio alla sede cesenate; esaminiamoli dunque in dettaglio, assieme ad un punto non testimoniato dalle fonti: il coinvolgimento estense.

Vari indizi portano a pensare ad un intervento della corte ferrarese nell’esecuzione dei corali. Come già evidenziato da Giordana Mariani Canova, un foglio presente alla Collezione Cini (n. 2124), riconducibile con sicurezza assoluta alla serie bessarionea attraverso la descrizione contenuta in un inventario stilato dal Demanio nel 1812 (in occasione della prima soppressione del convento), presenta infatti sul bordo inferiore non lo stemma del prelato greco, come nei frontespizi degli esemplari malatestiani, ma quello di casa d’Este (22). Anche su un’altra pagina iniziale della serie, quella appartenente ad un antifonario ora disperso (ultime notizie negli anni trenta di questo secolo), e pure descritto nel medesimo elenco, recava le armi dei signori di Ferrara (23). Questo testimonia un intervento diretto, a meno di allontanamenti da una norma ben consolidata, nell’ambito di un patrocinio congiunto. Gli attuali corali malatestiani 4 e 6 sono inoltre situabili sicuramente, su base formale, in un contesto ferrarese tra il ’55 ed il ’65 (24), così come lo stesso foglio Cini 2124 prima ricordato (25). Ma oltre alle indicazioni stilistiche ed araldiche, un’altra spia ci è offerta riguardo questi contatti.

Alla c. 109v del corale cesenate n.5, troviamo, a precedere la data 1452 già ricordata, la sottoscrizione "… Ego frater Johannes Lucensis ordinis minorum ex provincia Tuscie oriundus presentis voluminis opera scripsi propria manu atque notavii…". Questo Giovanni da Lucca è da identificare con l’omonimo che trascrisse anche i libri da coro del Duomo di Ferrara – o parte di essi -, secondo quanto tramandato dall’Antonelli. Il prelato ferrarese testimonia infatti che un innario della Cattedrale era annotato con "….Ego frater Johannes de Luca hunc librum transcripsi atque notavi anno dni 1472 die ultime Juni…". Una sottoscrizione di Giovanni di Lucca era già stata rinvenuta, per i corali bessarionei, dallo Zazzeri, ma su un volume disperso con la soppressione e non più identificabile (26).

L’attendibilità di un confronto incrociato tra testimonianze di diversa natura introduce quindi l’intervento degli Estensi nella commissione del ciclo ora in parte alla Malatestiana. La ragione di tale intervento, allo stato attuale delle conoscenze, non può essere identificata se non nella volontà, da parte di Borso, di partecipare all’elaborazione della serie per motivi di rappresentanza e di propaganda; motivi d’altra parte coerenti con l’uso del prodotto librario miniato (anche liturgico) che è testimoniato pure in altre circostanze da parte del signore di Ferrara (27). Certo, scorrendo le biografie di Borso e Bessarione emergono molti punti di contatto interessanti in questo contesto. Innanzitutto, il prelato greco si trovò a principiare la sua legazione bolognese nello stesso anno in cui, dopo la morte del fratello Lionello, Borso assumeva la potestà: ma i legami tra i due dovevano già essere stati saldamente posti dalla lunga permanenza di Bessarione a Ferrara nel 1438 in occasione del Concilio per l’unione delle due chiese. Durante il quinquennio della legazione rintracciamo molti documenti che chiamano in causa il Legato e Borso; particolarmente rilevante quello del 27 marzo 1454 con cui si attuano convenzioni sopra il libero transito dei sudditi delle due città senza il pagamento di alcun dazio (28). Ma se questi legami rimanessero evidenti solo in ambito amministrativo, poco importerebbe ai fini del nostro discorso.

Sappiamo invece che due tra i letterati più in vista a Ferrara erano affini del Bessarione: Teodoro Gaza, che insegnava greco nello Studio estense e rimase legato al cardinale per tutta la sua prolungatissima stagione italiana, e Guarino Veronese (29). Proprio quest’ultimo scrive nel 1453 all’allora Legato una lettera piena di elogi per la sua traduzione latina dei De dictis et factis Socratis di Senofonte, dove afferma: "…Gaudere quidam mecum soleo, cum reliquis vero gloriari, quod in tuae paternitatis amorem vel familiaritatem vel notitiam non tam inciderim quam venerim tuae potius humanitatis opera quam merito meo…"; e dimostra anche altrove, nella stessa missiva, notevole confidenza col Bessarione, quando ricorda il suo timore che la frequentazione si possa interrompere per i troppi impegni di entrambi "… nisi meis interdum litterulis vel nugis verius salutare te audeam…" (30); anche Guarino era stato testimone e partecipe del Concilio del ’38. Tra quei "reliqui" con cui si vantava – in senso positivo, certamente – dell’amicizia bessarionea ci sarà stato anche Borso? Certo, pochi anni dopo fu il signore estense ad accogliere ed ospitare per dieci giorni (dal 16 al 25 luglio 1459) la comitiva papale sulla strada del Concilio di Mantova per l’organizzazione della crociata, di cui Bessarione fu principale organizzatore, sostenitore e protagonista (31).

La sosta ferrarese si situa, inoltre, proprio in prossimità del momento, precedentemente indicato solo su basi stilistiche, in cui appare verosimile situare gli interventi più tardi nella decorazione delle serie cesenate (corali 4 e 6). Si potrebbe pensare quindi che a Ferrara, per un accordo tra Bessarione e la casa d’Este, si portasse a compimento, nei suoi esemplari più avanzati, la commissione forse interrotta qualche anno prima con la partenza del cardinale dalla zona emiliana; sappiamo che il prelato, pur nell’importanza e nella frenesia del momento politico, non trascurava in quei giorni affari culturali che coinvolgevano direttamente Borso: il 24 giugno Bessarione aveva scritto a Nardo Palmieri per informarsi sulla biblioteca di Giovanni Aurispa, da poco scomparso nella sua abitazione ferrarese; ed aveva chiesto: "… significes nobis an a domino duce licentiam habueris vendendi; quod si habueris statim mittemus unum qui tecum conveniet. Si vero non haberis, nosmet dabimus operam ut ab eo licentiam habeas…" (32). Ed a queste date va, credo, collocata la donazione di Bessarione a Borso di un "Platone" non bene specificato, ma documentato con sicurezza negli inventari ducali come dono del prelato greco (33). Ricostruita questa serie di rapporti tra Bessarione e la casa d’Este, e localizzata a Ferrara la seconda fase di decorazione della serie malatestiana, mi sembra più logico, come già accennato in apertura, collocarne la prima a Bologna, dove era possibile un controllo diretto del cardinale; una presenza schiettamente lombarda, come indicano le decorazioni di altri corali cesenati (1 e 3), mal si inquadrerebbe poi nella situazione dell’arte del minio nella città estense dopo la metà del secolo, mentre appare legittima in area bolognese. Questa mi pare l’ipotesi più verosimile, anche se l’intervento di Borso nel compimento della serie – a livello di patrocinio e non di fornitura di maestranze – fu senz’altro anteriore al ’59 (34).

L’altro punto oscuro della vicenda delle serie liturgica esposta in questa sede è il passaggio a Cesena. Sappiamo infatti con certezza solo che la città romagnola non era la sede prevista del ciclo. Tenendo conto della versione riportata dal Muccioli nel 1780 della Vita di Domenico Malatesta di Masini che abbiamo prima citato, Giordana Mariani Canova ha affermato che il Malatesta agiva probabilmente per conto del Bessarione, che gli avrebbe lasciato i corali abbandonando l’Emilia, sapendolo devotissimo ai Francescani; ciò daterebbe l’atto di donazione tra il ’58-60 ed il ’65, anno della morte del Novello. Ma, oltre al fatto che l’esecuzione della serie si prolungò certo oltre la partenza del Legato, resta comunque da capire per quali motivi la scelta cadesse proprio sulla città romagnola.

Il 1458 è l’anno in cui per la prima volta è testimoniata un’azione dei Malatesta a favore della fondazione di un convento dei Minori Osservanti (anche se le fonti, come già visto, tramandano il 1459 od il 1460 come anno della vera e propria fondazione). Secondo un documento ancora presente nell’archivio dell’Osservanza, fu Domenico Malatesta a concedere ai frati l’uso di un terreno nei pressi di Cesena per edificare "… unam domum pro uso et habitatione.."; questo terreno pare appartenesse ad un monastero benedettino (35). Ma è pure da tenere in considerazione la notizia che l’appezzamento circostante fosse la sede di un giardino di delizie di Violante, moglie del Novello. Infatti, nonostante la si sia definita improbabile, bisogna ricordare che essa viene riportata da tutte le fonti sinora citate che ricordano la fondazione (compreso Masini, che sappiamo particolarmente legato all’Osservanza), ma, soprattutto, da un’altra testimonianza prestigiosa: la Oratio in funere olim Caesenae principis d. Malatestae Novelli de Malatestis (Ms. D.I.2 della Malatestiana), opera di Francesco Uberti, risalente quindi al 1465, pochissimi anni dopo il fatto (ed addirittura prima della consacrazione della chiesa del convento, avvenuta nel ’72). Il passo che ci riguarda è il seguente: "… Haec est domina Violanta: quae ut pietissima: hortos suos amoenissimos pometisque consitos laetissimis electissimisque qui extra portam urbis nostrae visuntur cui portae a ficiis pinguibus nomen est inditum [i.e., Porta Ficarola]: dono dedit Divi Francisci Fratribus observantiam regularem…" (c. 4v); sarebbe infatti strana una mistificazione così clamorosa in una celebrazione ufficiale come i funerali solenni dell’ultimo signore di Cesena; forse si deve pensare ad un atto congiunto, unificante più appezzamenti limitrofi. Sappiamo inoltre che sino al 1792 un boschetto sorgeva in prossimità del complesso monastico, forse ultimo resto degli "horti" di Violante (36).

Un documento sfuggito alle precedenti ricerche, credo fondamentale per la vicenda dei nostri corali, è conservato tuttora nell’archivio del convento dell’Osservanza (n. 19, libro VII); si tratta di un foglio staccato, ben conservato, anonimo ma riferibile dalla grafia al XVIII secolo, intestato Notizie intorno ai libri Corali con miniature del 1461; eccone il testo: "… dell’anno 1461 Violante, moglie di Malatesta Novello, figlia di Guido Antonio dei feltreschi Duca d’Urbino, col permesso del marito, eresse da fondamenti fuori dalla Porta Santa Maria, anticamente detta Porta Figarola, nel suo proprio giardino e Casa di Delizia, alli 8 di Maggio, la Chiesa dedicata alla S.ma Annunziata, col Convento, di Padri della Riforma di S. Francesco e dono à [i.e., donò a] detta Chiesa 12 pezzi di Libri di Coro, con carattere grande, miniati d’oro, di singolare bellezza; Avuti dal Cardinale Bisarione, che Egli avea fatti fare e destinati al convento di S. Antonio da Padova nella città di Costantinopoli. Tutto questo viene descritto dal Cav. Clementini, nel secondo tomo, a carta 284 nelle vite de’ signori Malatesti, signori di Rimini, Cesena, Pesaro, e Fano, et altri luoghi…". Il passo del Clementini (l’opera uscì a stampa nel 1627) elimina l’apparente incongruenza tra il numero dei corali ricordato nel documento e quello testimoniato dalle fonti più antiche: "… Benché questi tumulti [i.e., quelli con Sigismondo Malatesta di Rimini, nel 1460] fossero in colmo, nondimeno Malatesta à [sic] persuasione di Violante sua moglie donna religiosissima eresse da fondamenti fuori della Porta Santa Maria la Chiesa dedicata alla S.ma Annunziata (..) ove si trovano anco diciotto pezzi di libri di Choro (…) i quali erano destinati già dal Cardinale Bissarione, Legato di Bologna, al Convento di Sant’Antonio da Padova, nella città di Costantinopoli, ufficiata da Padri di S. Francesco, che per essere poi quella città presa da’ Turchi vennero alle mani di detta donna, & furono alla detta chiesa dati… " (37). Sia il Clementini, sia l’anonimo del manoscritto non hanno citato le fonti di questa notizia, forse derivata da quei documenti sui corali che ancora il Muccioli ci testimonia presenti presso i frati alla fine del Settecento. Si riferisca comunque il passo all’anno 1460 od al 1461, a seconda delle interpretazioni del testo, ciò data i lavori d’erezione della chiesa conventuale, non l’effettuazione della donazione che è più logico porre successivamente, anche se magari decisa in precedenza.

Mi sembra dunque che il tramite cui accennava la Mariani Canova si possa identificare con Violante Malatesta, anche se non è precisabile come i corali fossero a lei giunti da Bessarione (o da Borso). Negli anni 1460-65 Bessarione non è mai testimoniato con certezza a Cesena, ma sia nel ’61 che nel ’64, di ritorno a Roma da legazioni (rispettivamente in Germania ed a Venezia), attraversò forse la zona romagnola; un suo interessamento poté comunque avvenire anche non in loco, ad esempio a Mantova, dove al Concilio già rammentato si recò nel ’59 anche Violante (38).

Ma quale fu il motivo per cui venne scelta proprio la città romagnola come destinataria della donazione bessarionea? Al di là di ipotesi connesse a singoli e specifici episodi, non formulabili senza il supporto di una qualche documentazione d’archivio, a tutt’oggi non rinvenuta, è comunque, credo, ricostruibile una fitta trama di rapporti tra Bessarione ed i Malatesta sinora non sufficientemente indagata, e basata su motivazioni personali, culturali e religiose.

III. Violante, figlia di Guido Antonio da Montefeltro e di Caterina Colonna, era nata nel 1430, e pur avendo sposato Malatesta Novello nel ’42, rimase ad Urbino sino al 1446 (39). Erano in questi anni già forse iniziati i primi contatti tra Bessarione e Federico da Montefeltro, signore di Urbino e fratellastro di Violante, con la concessione papale al cardinale greco dell’abbazia di San Cristoforo a Castel Durante, in territorio feltresco: e già noti ed indagati sono i successivi sviluppi di questa amicizia trentennale (40). Ma non è stato notato come anche Violante entri in rapporto stretto con Bessarione (al di là di un’ipotetica, eventuale conoscenza nella prima metà degli anni quaranta): la moglie del Novello, in seguito alle turbolenze urbinati contro Federico, in cui peraltro non fu direttamente coinvolta, si trasferì a Roma dal 15 aprile 1446 al 2 giugno 1447, e risiedette presso lo zio materno Prospero Colonna, decano del Sacro Collegio, nella residenza familiare presso i Santi Apostoli. Proprio Bessarione era residente negli stessi quartieri, attigui alla basilica di cui dal 1440 portava il titolo cardinalizio; Prospero Colonna era poi in termini di amicizia stretta col prelato greco, come è testimoniato dal passaggio dall’uno all’altro di manufatti liturgici di notevole valore (41), nonché dalla dedica "pro reverendissimo in Christo patre et domino, domino cardinali de Columna, MCCCCLIII" che compare su una copia fatta eseguire da Bessarione della sua versione di Senofonte cui prima si è accennato (42).

Ma è tutta la storia religiosa di Violante (e, ovviamente, di Malatesta Novello) che si apparenta a quella bessarionea. Già altri hanno notato l’attenzione con cui i signori di Cesena seguirono l’ordine francescano con dotazioni ed iniziative edilizie (basti accennare al convento di San Francesco, ed alla fondazione della stessa Malatestiana), ed in particolare gli Osservanti (43); ed allora sarà da considerare attentamente il fatto che nello stesso 1458 troviamo i primi documenti connessi alla fondazione dell’Osservanza cesenate, e la nomina di Bessarione a Protettore dell’Ordine dei Minori. Ma già l’anno precedente aveva visto predicare a Cesena, ospite di Violante e suo probabile consigliere spirituale, Giacomo della Marca, esponente tra i principali di quest’ordine, nello stesso lasso di tempo corrispondente di Bessarione; il grande predicatore ricevette in dono dai Malatesta il Ms. Rossiano 564 alla Vaticana ("Hunc librum Papie donavit mihi fratri Jacobo magnificus dominus Malatesta et eius devotissima uxor domina Violans pro animabus eorum et quorum parentum", c. 153v (44). Dalle lettere e dalle cronache del tempo troviamo confermata questa predilezione religiosa; scrive Violante a Bianca Maria Sforza, il 10 luglio 1459: "… [io] l’amo per la devotione che io intendo Lei porta a tucti li veri relizioxi, maxime a quelli poveri descalzi de San Francesco…" (45); assicura Francesco Uberti che la moglie del Novello fece tanta beneficenza "… pro Christi nomine…" (46), dove un possibile riferimento specifico alla corrente bernardiniana del signum Christi trova conferma nella successiva monacazione di Violante (1466 circa, alla morte del marito) nel convento del Corpus Domini a Ferrara – il cui omologo bolognese era stato fondato, si ricordi, per specifica volontà di Bessarione nel 1456. Già ipotizzata da altri, una predilezione per la corrente legata a San Bernardino (che era stato corrispondente ed affine spirituale di Caterina Colonna) sembra dunque rintracciabile in Violante; ed ancora una volta si noti come anche a Bessarione si leghi spesso il nome del grande francescano: dopo avere avuto addirittura un ruolo importante nella commissione pontificia per la sua canonizzazione (1450), non fu estranea all’influenza dell’allora Legato la propagazione del culto bernardiniano a Bologna, con la consacrazione da parte del suo vice di una cappella in San Francesco (come già notato in apertura), su sua disposizione, nel 1455, ma concepita a partire almeno dal ’51, se dello stesso anno è la commissione a Giovanni da Modena della tavola riconosciuta dal Volpe e dal Bisogni (47); tra l’altro, non può essere considerata una semplice coincidenza il fatto che nel 1453 il prelato impiegasse nella decorazione della cappella da lui fatta erigere nella chiesa dell’Osservanza bolognese (altro luogo privilegiato per il culto bernardiniano, se già nel 1445 vi figurava la sua immagine dipinta da Orazio di Jacopo) proprio Cesare, il figlio di Giovanni, anche lui, come è noto, pittore: dato il ruolo fondamentale giocato da Bessarione in entrambi i casi (nel primo patrocinio ufficiale, nell’altro committenza diretta e finanziamento) credo si possa pensare ad un vero programma di impiego della bottega dei due, che troviamo attiva ed operante congiuntamente anche nelle testimonianze dei contratti (48).

Questa comunanza religiosa tra Bessarione ed i Malatesta rifletteva però un’affinità ancora più profonda e documentata: quella culturale. Nelle biblioteche di entrambi, iniziando dai testi teologici, non mancano infatti le opere di Agostino, Gregorio ed Ambrogio: patrimonio certo comune alla gran parte degli umanisti del tempo, ma che entrano nelle rispettive raccolte con simili criteri scientifici (edizioni filologicamente corrette, tendenza – per quanto possibile – a formare un corpus organico dal punto di vista codicologico), e con la medesima cronologia ’50-’55; e si ricordi come la lettura di questi padri della chiesa, secondo il topos della conversazione con le antiche auctoritates, era vivamente raccomandata dallo stesso San Bernardino in un famoso passo della predica pasquale del 1425 (49). Tralasciando poi la patristica, ed in generale la letteratura religiosa, scelte parallele sono riscontrabili anche tra i classici latini. Al di là, comunque, di una generica affinità, quella di porsi entrambi come committenti e collezionisti di codici ad un livello eccezionale nell’ambito dell’Umanesimo italiano, credo si possa rintracciare una serie di interessi e di scelte comuni al prelato greco ed al signore di Cesena, molto più specifici, che li differenziano, ad esempio, da un Federico da Montefeltro o da un Niccolò V, che pure raccolsero grandi biblioteche (50). Primo tra tutti, il desiderio di rapportare le proprie raccolte codicologiche ad un disegno culturale ben preciso – e dichiarato – quello di coordinare in un’entità organica un nucleo di studi ad una città, in sintonia con le autorità civiche, che fosse fruibile in modo conveniente, ed aperto agli studiosi. Il progetto malatestiano riuscì: il collegamento stretto con le realtà cittadine (ci si deve infatti riferire sia allo Studium religioso dei Francescani, sia al Comune), fu attuato, congiungendosi in modo ideale alla tradizione aristotelico-tomistica degli ecclesiastici, in modo strutturale con l’erezione, in chiave ormai rinascimentale ed albertiana, della nuova "Bibliotheca", a fianco della vecchia "Libraria" del convento dei frati (51). Non si potè definire, invece, quello bessarioneo: decisa la sede, Venezia, per i suoi collegamenti stretti al mondo bizantino cui apparteneva il cardinale, "seconda Bisanzio", istituzionalizzata la donazione con le autorità cittadine (ma ci si ricordi che anche Bessarione, come il Novello, aveva pensato originariamente di realizzare il suo progetto attraverso un’entità monastica – il convento di San Giorgio Maggiore -, poi esclusa proprio per la sua scarsa convenienza pratica per gli studiosi), mancò invece, nei tre anni tra il 1469 (arrivo dei codici bessarionei a Venezia) ed il ’72 (morte del cardinale), e poi per altri decenni, la volontà e la capacità di realizzare quella biblioteca che il Niceno aveva desiderato: costruita per l’occasione, dove ogni singolo libro fosse affisso alle catenelle, aperta a tutti; c’è forse da chiedersi se l’edificio della Malatestiana ideato da Matteo Nuti non avrebbe potuto offrire un fruttifero precedente tipologico in caso si fosse provveduto subito a quanto richiesto dal cardinale, più dello stesso esempio fiorentino di Michelozzo in San Marco (52).

Altra affinità tra i due: pur commissionando spesso "codices pulcherrimi", miniati con cura, entrambi escono dall’esame delle rispettive raccolte, già da altri compiute, come studiosi più che come bibliofili, interessati ai testi più che alla decorazione dei medesimi (53). In questo senso, un abisso separa Domenico Malatesta e Bessarione dalla maggioranza dei signori grandi collezionisti dell’epoca, apparentandosi più (ognuno, è chiaro, con le proprie capacità) agli umanisti contemporanei, con cui sia l’uno che l’altro ebbero intensi rapporti. Un solo esempio: negli stessi anni ’52-’54, Francesco Filelfo invia al Novello la sua versione latina delle due vite del corpus plutarcheo di Otone e Galba, accompagnandola da una calorosa e dotta epistola dedicatoria; e scrive ripetutamente a Bessarione riguardo al prestito di alcuni testi, e per chiedergli consigli e suggerimenti proprio sulle sue traduzioni dal greco, e sui suoi tentativi poetici nella lingua madre del prelato (ma la sua conoscenza del cardinale risaliva a molti anni prima) (54).

Rapporti mediati. Ma anche rapporti diretti, in almeno due casi (molto ci si può però aspettare da ritrovamenti archivistici, pur nella già rammentata scomparsa della totalità dei documenti della corte cesenate).

Il Ms. S.IX.2 della Malatestiana, contenente la traduzione bessarionea in latino della Metafisica di Aristotele, non può essere considerato una copia presente per caso nella raccolta cesenate; ce lo impedisce infatti la decorazione di questo manoscritto, ben diversa da quelle dei codici fatti ornare da Malatesta Novello, e del tutto affine invece agli ornati dei volumi usciti dallo scriptorium bessarioneo a Bologna; codice di dedica era comunque già stato ipoteticamente definito da Augusto Campana, e si potrebbe quindi avvicinarlo al periodo ’50-’55, od immediatamente dopo (55).

Sicuramente tra il ’54 ed il ’55 va posta invece la presentazione al Malatesta della traduzione latina delle Storie di Polibio compiuta in questo periodo dall’alter ego di Bessarione, il suo onnipresente segretario Niccolò Perotti, umanista di straordinaria levatura, che compiendo questa versione per Niccolò V (intermediario ne era il Tortelli, responsabile dell’arricchimento della biblioteca papale) sentì il bisogno, forse, di emulare il cardinale con l’attuale Ms. Malatestiano S.XII.2; ad escluderne la presenza fortuita è l’evidenza dei due stemmi affrontati (Perotti e Malatesta) e la sigla F.IO.F. del miniatore che decorò il volume: un artista di qualità corrente (identificato dalla Levi d’Ancona con un Giovanni da Rimini) che lavorò per Bessarione ed è testimoniato nei Mss. Marciani Latini Z.40, Z.376 e Z.436, da porre tutti, sulla base delle rispettive annotazioni dei copisti, tra il ’53 ed il ’54; conferma questa interpretazione, e non consente una posticipazione del dono, l’accenno al medesimo che Perotti stesso fa in una sua lettera a Vespasiano da Bisticci del 16 ottobre 1454 (Ms. Mediceo Laurenziano 90.30, c. 26v) (56).

Sembra dunque chiarita la scelta di destinare a Cesena il nostro ciclo di corali: rapporti di comunanza personale, religiosa, culturale, la motivano esemplarmente, forse già prevedendone la collocazione all’Osservanza, in un legame privilegiato già esplicitato a Bologna con le donazioni e gli abbellimenti all’omologo convento.

In sintesi, si può proporre questo percorso per il ciclo bessarioneo: 1451-52: inizio dei lavori della serie, con destinazione Costantinopoli; esecuzione delle miniature affidate a maestranze lombarde, ed avvenuta a Bologna – eventualmente presso lo stesso cardinale – (corali malatestiani, nn. 1, 3, 5); 1453: caduta della capitale bizantina, con conseguente cambio di destinazione (probabilmente non ancora definita); continuazione dei lavori (corali 2 e 7); 1455: partenza di Bessarione da Bologna e fine del suo controllo diretto sul ciclo; probabile interruzione dell’esecuzione; 1458: primi atti per la fondazione dell’Osservanza cesenate: Bessarione diviene protettore dei Minori; 1459: trasferimento a Ferrara dei lavori della serie, con maestranze locali (corali 4 e 6); 1460-61: fondazione dell’Osservanza ed inizio dell’erezione del complesso: 1462 circa: compimento dei corali, cessione di Bessarione ai Malatesta – direttamente a Violante? -; donazione al convento. Questa ricostruzione non è né certa né necessariamente condivisibile, ma pure rispetta tutte le indicazioni emerse, sia stilistiche che biografiche o documentarie.

IV. Il ciclo bessarioneo pervenne dunque verso la metà del settimo decennio del Quattrocento nella chiesa del convento dell’Osservanza; ed ivi rimase sino ai primi anni dell’Ottocento. Ancora pochi anni fa, infatti, esisteva presso l’archivio conventuale un documento concernente la nostra serie, fortunatamente esaminato da Giampiero Savini (che ringrazio per avermene comunicato il contenuto) prima che risultasse mancante. Era il n. 6 del libro IX; comprendeva, in poche pagine non numerate, un inventario del 1805, anteriore di poco, dunque, alla prima soppressione che doveva avvenire solo cinque anni più tardi. Sotto la rubrica "Chiesa", specificava che nel coro erano presenti undici corali vecchi in pergamena, valutati 700 (scudi?); stimati quindi moltissimo, se si pensa che poche righe sotto l’intero coro ligneo era valutato 420; si parlava poi di altri quattro corali di carta ordinaria (stimati appena 20). Infine, alla voce "Libreria", si specificava ulteriormente che vi si trovavano altri sette libri da coro in pergamena. L’autore delle perizie di valore, per ciò che riguardava i libri, era Zefirino Re, conservatore alla Malatestiana. E’ più che probabile che il ciclo di Bessarione sia qui indicato dai due gruppi di corali pergamenacei nella chiesa ed in libreria, che, sommati, arrivano appunto a diciotto, come testimoniato, sia pure in modo non preciso, dalle fonti (57). Nel 1810 la soppressione napoleonica investi l’Osservanza, ed il Demanio ne incamerò i beni. In seguito a ciò, venne redatto l’inventario che è già stato citato, compilato dettagliatamente nel 1812, scoperto e pubblicato da Giordana Mariani Canova, utilissimo per una ricomposizione del ciclo (58). Qui basti ricordare come in queste fasi almeno tre corali mancassero all’appello (l’elenco comprende inoltre solo volumi pergamenacei), ma occorre anche notare come la numerazione citata dal documento come presente sui libri giungesse sino al n. XIX. Forse, essa teneva conto anche di quelli cartacei indicati nell’inventario del 1805. Dei volumi inclusi in questo elenco demaniale, sette sono chiaramente identificabili con quelli attualmente in Malatestiana, quattro figurano smembrati in fogli staccati presso varie collezioni, quattro ancora sono al momento irreperibili. Rimane ancora da dire che un successivo inventario del 1868, posteriore di due anni ad un’ulteriore soppressione, specifica come alcuni corali fossero presenti in case private della parrocchia del convento – probabilmente per preservarli da confische (59). Può costituire un ausilio alla comprensione delle vicende della serie in questo periodo (oltre a rivestire importanza stilistica in sé) la pubblicazione di una miniatura inedita, sicuramente riferibile al ‘Maestro del Breviario Francescano’, e proveniente dal ciclo cesenate. Si tratta di un’iniziale A miniata con una Vergine orante in gloria tra gli angeli, su pergamena, conservata presso la collezione Amati di Londra. Il frammento, che misura mm 280 x 192, comprende anche alcune righe di scrittura e, dati il posizionamento dell’immagine e quello delle lettere, sembra essere stato ritagliato dall’angolo sinistro in basso di un corale. Gli elementi decorativi, la nervosità degli eleganti panneggi, e la tipica notazione fisionomica, inducono ad attribuire questa scena al maestro prima ricordato, evidenziando come anche lo schema compositivo ritorni in altri esempi di questo autore; l’iniziale è in discreto stato di conservazione.

Le poche parole leggibili attorno all’iniziale (… Fuit mulier… nua leti… ex…), ed altri brevi brani sul retro, definiscono culturalmente la scena come un’illustrazione della seconda antifona per i vespri dell’8 settembre; si deve ricordare come uno dei volumi dell’inventario del ’12, quello segnato XIV, presentasse identità tipologica (era un antifonario feriale) e cronologica (andava dalla Pentecoste all’Avvento) con il nostro frammento; inoltre, proprio da quel corale proviene il foglio Cini 2096, identificato e ricondotto al ciclo cesenate dalla Mariani Canova, riferibile con certezza anch’esso alla produzione del ‘Maestro del Breviario Francescano’. L’iniziale Amati proviene dunque dal medesimo corale, smembrato dopo il 1812. in questo senso, il frammento londinese potrebbe costituire un’interessante testimonianza. Il suo retro infatti presenta, oltre alle originali notazioni, scritte moderne ad inchiostro di penna, che indicano un uso della pergamena come minuta di lettera, o come prova di grafia: vi figurano formule di congedo e di saluto tipiche del galateo del secolo scorso; ma soprattutto si può leggere, con qualche difficoltà, la scritta Dipartimento del Lario. E’ chiaro il riferimento alla divisione amministrativa del napoleonico Regno d’Italia, forse come possibile destinazione della lettera che l’anonimo detentore del corale andava elaborando; si giunge quindi al rispetto lasso di tempo di tre anni (1812-15), per la datazione dello smembramento di questo volume, e fors’anche degli altri ora dispersi (60).

V. Un primo esame formale del ciclo e dei fogli ad esso collegati (si anticipa qui, sinteticamente, quanto sarà detto nelle schede) rispecchia in modo affatto esemplare la complessa vicenda che si è tentato di ricostruire in questa sede: gli aspetti stilistici della decorazione miniata, così eterogenei tra loro rivelano infatti, più che un’oscillazione tra opzioni divergenti nello stesso committente, la contingenza pratica legata all’esecuzione della serie.

Troviamo infatti esempi da riferire alla fioritura tardogotica lombarda, erede della tradizione che, sulla base delle raffinate e complesse elaborazioni compiute all’inizio del XV secolo, dopo la sublime virata espressionista di Belbello, si era diffusa anche in area emiliana, trovandovi ancora gli attardati epigoni della scuola di Niccolò di Giacomo, ma anche nuovi fermenti (61).

Almeno tre maestri principali sono da ricondurre a questo contesto, tra quelli che presero parte all’impresa bessarionea: un collaboratore diretto dello stesso Belbello; il già ricordato ‘Maestro del Breviario Francescano’; un altro artista di formazione analoga, di più debole caratura stilistica, ma forse già consapevole di talune problematiche spaziali che saranno poi sviluppate in autori ormai definibili come "rinascimentali". La loro presenza appare una conferma, forse modesta ma interessante, degli interscambi che si avevano tra gli anni trenta e cinquanta del XV secolo tra la Lombardia e l’Emilia, ormai noti, ma su cui è però forse opportuno precisare alcuni punti.

Possediamo due dati relativamente precisi riguardo la venuta di miniatori lombardi a Ferrara: l’operosità in loco di Belbello attorno al 1432-34 per l’esecuzione della Bibbia di Nicolò III (ora Ms. Urbinate Latino 613 della Vaticana) – che mi pare ampiamente dimostrata dalla routine dello scriptorium ricostruita dal Cadei (62) - , e quella del decoratore che eseguì i graduali L e M/N del ciclo degli Olivetani di San Giorgio a Ferrara, la cui cifra stilistica rivela di per sé un’origine lombarda, anche senza fare riferimento alla citatissima firma di "Guiniforte da Vimercate" che non può in alcun modo riferirsi all’esecutore delle scene miniate, pur collocandone cronologicamente l’elaborazione attorno al 1449-50. Nel secondo caso, la modestia qualitativa del personaggio non diede corso a grossi sviluppi (la stessa motivazione della presenza nel ciclo dello ‘pseudo Guiniforte’ dovrà essere cercata più nei rapporti che si istituivano tra zone lontane attraverso le nomine di alti prelati o di priori – che mantenevano contatti con le zone d’origine – che in un’opzione stilistica), tantomeno sul miniatore emiliano recentemente identificato nella serie, Giovanni d’Antonio, di ben più elevato livello (63). Quello precedentemente, invece, può forse aiutare a comprendere quegli influssi riferibili alla miniatura lombarda che sono stati notati in pittori estensi tra il terzo ed il quarto decennio, come Antonio Orsini ed il ‘Maestro del Trittico di Imola’, e ricondotti in modo abbastanza convincente al ‘Maestro delle Vitae Imperatorum’, un artista che però esce raramente da una routine di medio livello, e difficilmente avrebbe potuto essere scelto come fonte d’aggiornamento da questi autori ferraresi (senza dimenticare che una sua presenza in loco non è documentata in alcun modo, e pure non sicura è una sua operosità bolognese). I parallelismi col ‘Maestro delle Viate Imperatorum’ appaiono infatti presenti nella Bibbia di Nicolò III più di quanto sia stato ipotizzato (pur restando semplice influsso e non cifra stilistica dominante), e l’esempio belbelliano, di grande standard qualitativo, poté essere accessibile ed interessante per autori legati a committenze estensi: tramite veicolante stilemi lombardi più verosimile di un’eventuale propagazione ferrarese della bottega dell’altro maestro anonimo; magari attraverso quei libri di modelli o disegni che sappiamo diffusi in queste aree già dal primo Quattrocento, ma dobbiamo immaginare ancora più divulgati e circolanti, specie in un contesto di miniatori professionalmente apolidi, che portavano il proprio repertorio in centri lontani, e che magari dovevano sovrintendere, con un ultimo tocco di lumeggiatura che unificasse l’insieme dei lavori, opere da altri eseguite su loro indicazioni; ma anche nelle botteghe stabili e localizzate una divisione delle competenze operative basata su modelli forniti dai maestri è ormai, credo, ampiamente dimostrata, non fosse altro che per le persistenze iconografiche in opere non certo riferibili a grandi artisti (la proliferazione di attribuzioni dirette al ‘Maestro delle Vitae Imperatorum’, come già notò il Cadei, od a Michelino stesso, non va motivata con la scarsa filologia, quanto con un’attenzione non sempre viva alla contingenza pratica legata all’operosità di questi autori attraverso le loro botteghe). D’altra parte, pure gli stessi "grandi" miniatori si adattavano talora a riprendere soluzioni formali analoghe (si pensi, ad esempio, agli Eterni in maestà di Belbello, od alle Pentecoste del ‘Maestro del Breviario Francescano’), derivate con ogni probabilità da un repertorio acquisito e fissato graficamente – così come evidenziato di recente, sebbene con riferimenti specifici più al Nord Europa, da J.J. Alexander -, che poteva ben interessare anche i pittori, in un periodo in cui le gerarchizzazioni tra le due aree non erano ancora così nette come saranno nel tardo Quattrocento, e possiamo trovare artisti alternativamente attivi come illustratori di libri e come autori di dipinti di maggiori dimensioni (64). Ancora più rilevante è l’affinità stilistica che mostrano con la miniatura lombarda i frescanti estensi a Vignola e a Carpi; affinità già notate, anche se non ancora completamente motivate, che comprovano un interscambio fitto tra le due sponde del Po, da date molto precoci nel Quattrocento sino al volgere del quinto decennio (65). In questo contesto, Bologna sembra giocare un ruolo importante: anche trascurando la non certa presenza del ‘Maestro delle Vitae Imperatorum’ già accennata (pur se forse la provenienza locale sembra la più verosimile per l’Officium Ms. Latino 1148 dell’Universitaria, dove il programma decorativo potrebbe indirizzare, per le presenze iconografiche, ad un convento francescano femminile), una personalità di estrema rilevanza come il ‘Maestro del Breviario Francescano’ fu probabilmente attiva nel capoluogo emiliano in un periodo attorno al 1445-55: una persistenza, rispetto a Ferrara, che ben si spiega con le storie artistiche delle due città. Sicura è infatti la sua partecipazione al ciclo bessarioneo nella sua prima fase bolognese; ma pure di provenienza locale sembra l’opera eponima del maestro, da riferire verosimilmente ad una presenza francescana a Bologna – lo stesso convento di San Francesco? -; e presente in situ sin dalla fondazione del complesso è un grande foglio miniato inedito con Cristo sofferente ed Annunciazione riconosciuto da Massimo Medica all’artista, nella chiesa del Corpus Domini di Bologna. Influssi lombardi sembrano poi rilevarsi in alcuni dei corali bolognesi ora al locale Museo Civico Medioevale; anche se la cifra stilistica dominante, in quasi tutti i casi, è quella emiliana (66).

Questa articolata e complessa congiuntura lombardo-emiliana (di cui già Pietro Toesca determinò i tratti fondamentali) si va ad affiancare a quella lombardo-veneta che vide tra i suoi protagonisti gli stessi Michelino da Besozzo e Belbello (ed il suo alter ego ‘Maestro di Murano’), Cristoforo Cortese e Jacopo Bellini; ma anche, pur nella sua molto minore caratura stilistica, quel miniatore che troviamo nel ciclo malatestiano di Bessarione interprete di valori formali lombardi, e che sarà accanto a Belbello nella più tarda decorazione dei corali della chiesa di San Giorgio a Venezia, la cui formazione va però forse cercata in ambito veneto, come dubitativamente ha suggerito Giordana Mariani Canova (67).

Da questa temperie stilistica che interessa l’intera zona padana si esclude, attorno al volgere della metà del secolo, Ferrara: partecipe della presenza di tutti i campioni della pittura e della miniatura tardogotica tra il ’30 e il ’45 (Pisanello, Jacopo Bellini, Belbello), si distanzia poi per cultura figurativa, ed è vicenda ben nota, con l’arrivo di Mantegna, di Donatello e di Piero della Francesca. In questo contesto di trapasso si pone, ritornando al ciclo cesenate, un miniatore strettamente legato alle sperimentazioni degli illustratori ferraresi che lavorano per Borso appena dopo la metà del secolo; figura complessa, in precario equilibrio tra repertori decorativi tradizionali e ricerche prospettiche (68).

Ormai del tutto inseriti nella grande stagione della miniatura ferrarese appaiono infine nella serie bessarionea altre due personalità già toccate dall’esempio dei grandi pittori dell’ambito estense che, dopo l’affermazione attorno al ’55 della lezione pierfrancescana, influiranno in modo decisivo sul successivo sviluppo della decorazione libraria in Emilia (69).


(1) Il corale 1 comparve invece sia alla grande mostra storica della miniatura a Roma (1953-54) che all’esposizione del 1958 a Milano Arte Lombarda dai Visconti agli Sforza; il corale 3 solo alla prima.

(2) P. Toesca, La pittura e la miniatura nella Lombardia dai più antichi monumenti alla metà del Quattrocento, ult. ed. con prefazione di E. Castelnuovo, Torino 1987, p. 223 e nota 1, figg. 485-486 (I ed., 1912, p. 542, figg. 447-448).

(3) R. Weiss, "Two unnoticed ‘portraits’ of Cardinal Bessarion", Italian Studies, XXII, 1967, pp. 1-5.

(4) C. Ginzburg, Indagini su Piero, Torino 1981. Qui Bessarione viene inserito nelle vicende pierfrancescane come suggeritore iconografico, o meglio come autore della "inventio" del ciclo di Arezzo in San Francesco, e come personaggio nella Flagellazione di Urbino, rispettivamente nei capitoli 2 e 3-4. Un’organica confutazione delle tesi ginzburghiane non è a tutt’oggi uscita a stampa, nonostante le numerose polemiche che coinvolsero il libro al suo apparire (per cui cfr. soprattutto A. Pinelli, "In margine a ‘Indagini su Piero’ di Carlo Ginzburg", Quaderni storici, 50, XVII, fasc. II, 1982, pp. 692-701; e la risposta di Ginzburg. "Mostrare e dimostrare. Risposta a Pinelli ed altri critici", ibidem, pp. 702-727, poi uscita come prefazione a posteriori della II ed. delle Indagini [Torino, 1982, pp. XIII-XXXII]); e nonostante gli assunti dello storico vengano sempre più spesso banalizzati (come nella recente biografia Ambrogio Traversari, a cura di S. Frigerio [Siena 1988, pp. 194-195], o nel volume di A. Uguccioni, Salomone e la regina di Saba, Firenze 1988, p. 36), rimossi senza discussione alcuna (come nella didascalia della Flagellazione che compare alla p. 404 de La pittura in Italia. Il Quattrocento, II, Milano 1987 2), o presi ad esempio (cfr. la poco verosimile identificazione del prelato greco di A. Giacomelli, "Il santuario di Montovolo: verso il restauro storiografico", in AA.VV., La montagna sacra. Tutela conservazione e restauro del patrimonio culturale nel comune di Grizzana, Bologna 1983, pp.93-137 [alle pp. 131-134]; gli affreschi di Montovolo credo mantengano inoltre come invalicabile post quem il 1470 ca. dell’Annunciazione Cagnola del Cossa: cfr. [F. Arcangeli] Omaggio a Giorgio Morandi. Mostra di dipinti restaurati…, s.l., s.d. [ma 1966], pp. Non numerate).Su alcune questioni metodologiche riguardo all’uso del ritratto, cfr. l’intervento di chi scrive di prossima pubblicazione negli Atti del X Convegno di Studi Umanistici (Sassoferrato 1989), "Osservazioni sull’iconografia perottina".

(5) G. Mariani Canova, "Una illustre serie liturgica ricostruita: i corali del Bessarione già all’Annunziata di Cesena", Saggi e memorie di storia dell’arte, XI, 1977, pp. 9-20 e 129-145. La stessa studiosa già aveva accennato ai libri cesenati in "Il recupero di un complesso librario dimenticato: i corali quattrocenteschi di S. Giorgio Maggiore a Venezia", Arte Veneta, XXVII, 1973, pp. 38-64 (alle pp. 45-47, 57); l’articolo del 1977 servì poi alla Mariani Canova come base per le schede relative ai fogli provenienti dalla serie bessarionea nel catalogo della collezione Cini a Venezia da lei curato (ead., Miniature dell’Italia settentrionale nella fondazione Giorgio Cini, Vicenza 1978, schede nn. 67, 79-81; pp. 31-32, 40-44). Oltre a quelli già segnalati alle note 2 e 3, i pochi altri interventi sul ciclo (sempre limitati ad una parte della serie) saranno ricordati nelle schede.

(6) I cicli liturgici completi venivano usualmente commissionati dai capitoli o dalle altre autorità religiose per le istituzioni ecclesiali di cui avevano la responsabilità. Le donazioni sottolineavano relazioni affatto particolari, e sempre legate ad un rapporto amministrativo o territoriale. Ad esempio, il ciclo degli Olivetani ferraresi pare fosse donato al convento da Bartolomeo Roverella, della celebre famiglia estense (così riporta G. Fava, "Modena. Biblioteche ecclesiastiche e monastiche", in AA.VV., Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna, Milano 1932, p. 49; ma cfr. qui la nota 63); ancora a Ferrara, Borso fu certo coinvolto nella decorazione della serie giraldiana della Certosa, ma comunque in un patrocinio in qualche modo ovvio.

(7) Una bibliografia minima sul cardinale non può che partire da A. Bandini, De Bessarionis Cardinalis Niceni vita, rebus gestis, scriptis Commentarius, in Patrologia Greca, Tomus CLXI curante J.P. Migne, cc. II-CII (I ed., 1777); imponente monografia è L. Mohler, Kardinal Bessarion als Theologe, Humanist and Staatsmann, Paderborn, vol. 1 1923, vol. 2 1927, vol. 3, 1942. Ottime sintesi più recenti ed aggiornate: L. Labowsky, "Bessarione", voce del Dizionario Biografico degli Italiani, IX, Roma 1967, pp. 686-696; ed. A. Coccia, "Vita ed opere del Bessarione", Miscellanea Francescana, 73, fasc. III-IV, 1973, pp. 265-283.

(8) Su Bessarione a Bologna, è impossibile prescindere da E. Nasalli Rocca di Corneliano, "Il card. Bessarione legato pontificio a Bologna (1450-1455)", Atti e memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le provincie di Roamagna, s. IV, fasc. I-III, 1930, pp. 17-80, con ricca bibliografia e regesto di documenti.

(9) "… Papa [quindi anche il Legato] favit illi parti que vicit, scilicet Bentivolis…": è il giudizio del cronista Girolamo Borselli (Cronica, edita nei Rerum Italicarum Scriptores, n.s., XXIII, parte II, p. 89). Una allusione al Bentivoglio, in stretto rapporto col cardinale, potrebbe essere colta negli affreschi di Palazzo Comunale per cui cfr. la nota 11.

(10) L’importanza dell’incarico di Legato ‘a latere’ è illustrata da F. Wasner, "Fifteenth Century Texts on the Ceremonial of the Papal ‘Legatus a latere", Traditio, 29, 1958, pp. 265-358.

(11) Sul riordinamento dello Studio, cfr. Nasalli Rocca cit., pp. 37-39 (con bibliografia), e C. Bianca, "Note su Andrea Barbozza e il cardinale Bessarione", Res Publica Litterarum, 1983, pp. 43-58 (a p. 45 e nota 50, con bibliografia). Sull’accoglienza a Federico III nel 1452, cfr. ancora Nasalli Rocca cit., pp. 44-47 (con bibliografia); il fatto è gustosamente narrato anche da C. Ghirardacci, Della Historia di Bologna (edita nei Rerum Italicarum Scriptores, n.s., XXXIII, parte I), p. 141. Sull’editto suntuario, cfr. Nasalli Rocca, cit., pp. 60-52 e G.B. Comelli "Di Nicolò Sanuti primo Conte della Porretta", Atti e memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le provincie di Romagna, III, vol. XVIII, 1899, pp. 101-144; interessanti poi le lettere sull’argomento di Matteo Bossi a Guarino Veronese (1456), edite nell’Epistolario di Guarino Veronese, a cura di R. Sabbadini, Padova, 1916, II, pp. 650-652. Sui benefici ai Serviti, una testimonianza proveniente dall’ordine è in A.M. Giani, Annalium scari Ordinis Fratrum Servorum B. Mariae Virginis, Firenze 1622, II, p. 165. La tradizione che fu Bessarione a finanziare il coro ligneo ed il campanile della chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna (cfr. G. Zucchini, "La chiesa ed il portico di S. Maria dei Servi di Bologna", L’Archiginnasio, VIII, 1913, pp. 271-289 [alle pp. 280-281] e F. Montanari, La chiesa di S. Maria dei Servi in Bologna. Note storiche, Bologna 1915 [alle pp. 14-15]) va rivista sulla base delle notizie contenute nel Campione della chiesa stessa, scritto da padre Ballottino all’inizio del Settecento ed attualmente n. 189/6777 del fondo demaniale dell’Archivio di Stato di Bologna, e nell’Istoria del Convento, di padre Pedini, tuttora conservata manoscritta presso i padri. Su queste basi, e tenendo conto degli atti amministrativi di Bessarione a favore del convento (5 marzo 1451 e 9 febbraio 1453: storno di eredità a favore delle fabbriche dei Serviti - dal Catalogo d’instrumenti n. 166/6256 dell’Archivio di Stato-; 22 febbraio 1455: idem - cfr. Nasalli Rocca cit., p. 67-; 24 maggio 1455: accorpamento di rendite a favore dei padri - dalla Miscellanea 108/6198 dello stesso Archivio), si può pensare ad un’azione di promozione ed aiuto più che ad interventi personali diretti, peraltro non testimoniati dalla cronache del tempo (cfr. Borselli cit., p. 91 e Ghirardacci cit., p. 144). Il convento bolognese dei Serviti ospitò poi Bessarione in tutte le soste bolognesi sulla strada delle sue legazioni successive nel 1459, 1461, 1463, 1472; cfr. Ghirardacci cit., pp. 169-170, 177, 182, 211. Sulla consacrazione della cappella di San Bernardino in San Francesco, e sul convento delle Clarisse, cfr. Nasalli Rocca cit., rispettivamente p. 42 e pp. 42-43 (con bibliografie). Nel corso di lavori di consolidamento e di prima pulitura, cui seguirà nel 1990 un intervento definitivo, sono emersi nella sala 18 delle Collezioni Comunali d’Arte del Palazzo Comunale di Bologna alcuni lacerti di affreschi, sulla zona alta di una delle pareti in prossimità del soffitto, rappresentanti lo stemma di Bessarione, quello della città, altri emblemi e scene simboliche di lavoro. Sono ciò che rimane dell’originaria decorazione dell’appartamento del Legato, che occupava parte del secondo piano dell’allora Palazzo degli Anziani. Di fattura stilistica molto scadente, ma gustosi, gli affreschi sono opera di un decoratore locale di non elevato livello, che rimane anonimo (pagamenti per l’esecuzione degli stemmi del Legato, degli Anziani e del papa sono bensì testimoniati - cfr. F. Filippini e G. Zucchini, Miniatori e pittori a Bologna. Documenti del secolo XV, Roma 1966-, ma per l’arrivo di Lodovico Milani, successore di Bessarione nel ’55 [ibidem, pp. 3, 176], o per interventi successivi [ibidem, p. 24]; possediamo invece la documentazione dei lavori di pittura su stoffa e di tessitura in occasione dei festeggiamenti per la prima venuta di Bessarione a Bologna, nella primavera del ’50 (cfr. Filippini e Zucchini cit., pp.94-95 con bibliografia). Gli affreschi recuperati possono essere stati eseguiti o nella medesima circostanza, o durante la legazione; ma anche, ritengo, dopo la partenza del cardinale, stante la sua grande popolarità in città, come affettuoso ricordo di uno stretto legame. Da notare che una delle scene simboliche mostra alcuni uomini impegnati a maneggiare un’enorme - e sproporzionata - sega: dati i rapporti di favore tra Bessarione ed i Bentivoglio, che avevano la sega come emblema e grido di battaglia, si potrebbe anche lecitamente supporre un’allusione politica al periodo in cui il potere locale (Comune e famiglie emergenti) e papale avevano trovato il migliore accordo, ancorché effimero. Ringrazio per la concessione della foto qui pubblicata - ottenuta dall’originale d’archivio del 1935 - il Museo Civico Medioevale di Bologna, e specialmente Carla Bernardini, della quale si cfr. il preciso intervento "Per una storia dell’Appartamento del Legato, sede delle Collezioni Comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio. Una ricerca in prospettiva museografica", Schede Umanistiche, 3, 1989, pp. 81-92 (notizie sugli affreschi alle pp. 83-84.

(12) Cfr. soprattutto l’ottimo saggio di C. Bianca, "La formazione della biblioteca latina del Bessarione ", in AA.VV., Scrittura, biblioteche e stampa a Roma nel ‘400, Città del Vaticano 1980, pp. 103-165, passim (con ricchissima bibliografia).

(13) Il problema dei miniatori attivi per Bessarione nella decorazione dei codici ad uso personale è molto vasto. Si può qui solo accennare che un esame generale mostra l’impiego di personalità di qualità non elevata, in ciò differenziandosi dall’alto livello degli artisti della serie liturgica malatestiana, che comporta peraltro problematiche diverse. Da dove L. Tognoli Bardin, nella scheda biografica di Belbello nel catalogo Arte in Lombardia tra Gotico e Rinascimento, Milano 1988 (p.110), tragga l’indicazione di un’operosità del pavese per Bessarioine dal 1448 al 1462, non riesco a definire; a meno di non attribuire a Belbello il corale 1 qui esposto (ma cfr. la scheda relativa, con bibliografia), od il Tolomeo (Ms. Marciano Greco Z.388), seguendo un’indicazione accennata dal Muzzioli sulla scorta del Salmi (in Mostra Storica Nazionale delle Miniatura [catalogo], Firenze 1953, p. 185), che mi pare però distante dalla realtà, orientata credo più su parametri stilistici veneti: il codice va peraltro datata con certezza, come riportato nel testo, al 1453 (cfr. G. Mercati, Per la cronologia della vita e degli scritti di Nicolò Perotti, vescovo di Siponto, Roma 1925, p. 26). Penso sia interessante rammentare che anche il viaggio di Bessarione ad Urbino del 1453 (uno dei punti principali a sostegno delle tesi ginzburghiane sulla Flagellazione: cfr. Ginzburg, cit., 1981, pp. 92, 105-106), dato usualmente per certo, sia assolutamente ipotetico, ed anzi molto improbabile. A parte che la visita del forlivese viene ormai comunemente posta al 1456 (cfr. ad esempio R. Fubini, "Flavio Biondo", voce del Dizionario Biografico degli Italiani, IX, Roma 1967, p. 551), è da notare come il passo di Biondo più volte citato al proposito menzioni presso Federico solo l’autore stesso, e Bessarione non venga neppure nominato (cfr. F. Biondo, Scritti inediti e rari, a cura di B. Bogara, Roma 1927, pp. 175-176).

(14) Ms. 164.64 della Malatestiana, cc. 2r-3v, Edito da Bazzocchi, "Caos". Cronache cesenati del secolo XV, Cesena 1915, p. 3.

(15) Ad esempio, cfr. A. Campana, "Biblioteche della provincia di Forlì", in Tesori delle biblioteche, cit., p. 197.

(16) Cfr. il Diluvio successo in Cesena del 1525 adì 10 de luglio e croniche della detta città di Cesena in ottava rima, Venezia 1526, ult. pag. non numerata: "… Una altra cosa unica de beltade/ritrovo con so debito ornamento / in questa ricca, e nobile citttade… nel convento /de frati cioccolanti a tutte l’hore, / che sono i libri ch’adophorano in chore…"; una diversa versione è citata da G.B. Braschi, Memoriae Caesenates sacrae et profanae, Roma 1738, p. 339, ma non apporta varianti qui significative. Sulle due redazioni del Diluvio e sulla sua importanza come testimonianza della vita e dell’aspetto urbanistico cesenati del tempo si cfr. R. Weiss, "Cesena ed il suo diluvio del 1525 in un poemetto poco noto", in AA.VV., Contributi alla storia del libro italiano (Miscellanea in onore di Lamberto Donati), Firenze 1969, pp. 359-369.

(17) Cfr. Mariani Canova cit., 1977, p. 10 e nota 6.

(18) C.152r.

(19) Sono i Mss. Malatestiani 164.33 (alla p. 87 bis) e 164.66 Ceccaroni, II (alla c. 114r).

(20) Braschi cit., pp. 337-338. Per le riprese successive del passo, cfr. Mariani Canova cit., 1977, pp. 11-12 e nota 17. Suggestiva la descrizione dei libri che dà Braschi: "… Amplissimi & nobilissimi sunt, ex hedina pelle compacti, elegantissime scripti, & notis, atque cantilenis Gregoriani cantus metodo rectissime concinnati: quos venustate intus, & foris plenos, gratum est oculis intueri: tantundemque jocundum, audire dolcissimum contentum Ecclesiasticae melodiae, qua & mulcent aures, & animum rapiunt. Nec sane in hac rerum specie quidquam velet magnificentius, pulchrius, atque suavius reperiri…".

(21) Cfr. l’edizione in G.M. Muccioli, Catalogus manoscriptorum Malatestianae Caesenatis Bibliothecae…, Caesenae, 1784, pp. 270-281 (il passo riportato è a p. 272). Sulla scarsa attendibilità filologica di Muccioli, cfr. L. Piccioni, Di Francesco Uberti umanista cesenate, Bologna 1904, pp. 6-7 e nota 3.

(22) Cfr. Mariani Canova cit., 1977, p. 20, nonché la scheda relativa nel catalogo della fondazione Cini cit., pp. 31-32. La miniatura che reca (Eterno in gloria col globo del mondo), avvicinata dalla studiosa ai miniatori della Bibbia di Borso, credo vada collocata nella sfera di Taddeo Crivelli (come suggerito dal Toesca, Miniature di una collezione veneziana, Venezia, 1958, p. 56).

(23) Cfr. Mariani Canova, cit., 1977, p. 17.

(24) Cfr. qui le schede relative, e Mariani Canova cit., 1977, pp.19-20.

(25) Cfr. Mariani Canova cit., 1977, ibidem; la cronologia può forse essere precisata al 1458-60.

(26) G. Antonelli, Documenti riguardanti i Libri Corali del Duomo di Ferrara, Bologna 1846, p. 6. Ciò non corrispondeva però alla sottoscrizione effettivamente ritrovata dalla Mariani Canova (cfr. eadem 1977 cit., p. 11 e nota 13), la quale suggeriva che quello citato dall’Antonelli fosse un esemplare diverso da quello da lei reperito all’attuale Museo dell’Opera. A dissipare ogni dubbio sull’esattezza della citazione è un manoscritto della Biblioteca Ariostea (Cl.I, 447, vol. I); alla c.38v il compilatore settecentesco Scalabrini ricorda come ai suoi tempi figurasse ancora un innario di Giovanni da Lucca "… antiquato e mutilo…", che recava la sottoscrizione riportata poi dall’Antonelli; lo stesso corale è ricordato pure da un Inventario dei beni mobili del Duomo (Ms. Ariosteo 39 Antonelli), c. 8r, probabile fonte dell’erudito ferrarese. L’innario, in precario stato di conservazione, sarà poi stato ulteriormente smembrato o distrutto. La sottoscrizione citata dallo Zazzeri, già ricordata dalla Mariani Canova, è trascritta nel volume Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Ricerche ed osservazioni, Cesena 1887, p. XXXII: "… Ego fr. Johannes Lucensis ord. fratrum minorum ex provincia tusciae oriundus presentis voluminis opera scripsi propria manu atque notavi anno Dni 1455 qua propter obsecro fratres meos in Cristo Jhesu, ut pro me peccatore sitis apud Deum piissimi intercessores…".

(27) Cfr. C.M. Rosenberg, The Bible of Borso d’Este (Inspiration and Use), in AA.VV. , Cultura figurative ferrarese tra XV e XVI secolo, Ferrara 1981, pp. 53-73, dove è un esame approfondito del valore di rappresentanza della Bibbia e di altri libri miniati per Borso.

(28) Riportato da Nasalli Rocca cit., p. 69.

(29) Su Teodoro Gaza manca uno studio sistematico generale; si cfr. le introduzioni alle edizioni moderne della sua Grammatica, e, per una bibliografia ampia al di là del problema trattato nell’articolo, L. Labowsky, "An Unknown treatise by Theodorus Gaza", Medieval and Rennaissance Studies, 6, 1968, pp. 173-198. Per Guarino, si vedano almeno G. Bretoni, Guarino da Verona, Ginevra 1921; l’Epistolario cit., a cura di R. Sabbadini, cui si aggiunga L. Capra e C. Colombo, "Giunte all’epistolario di Guarino Veronese", Italia medioevale e umanistica, X, 1967, pp. 165-257. Per inciso, non è mai stato notato come le uniche testimonianze su Belfiore ed i dipinti dello studiolo ivi posto vengano proprio da questi due personaggi, e da un terzo (Ludovico Carbone), per i cui successivi legami con Bessarione cfr. nota 33), tutti legati al prelato greco: che il cardinale fosse un punto di riferimento imprescindibile per gli studi di lingua e cultura greca per gli umanisti italiani è evidente (cfr. anche la nota 54); che il discorso di aggiornamento iconografico delle Muse a Belfiore, e la probabile relativa riappropriazione delle fonti "greche" rispetto al compendio di Marziano Cappella (cui i dipinti a Belfiore non corrispondevano), facessero parte di questi studi mi pare quanto meno ipotizzabile, anche solo come percorso di ricerca. Cfr. anche la nota 69.

(30) Epistolario di Guarino cit., II, pp. 613-615.

(31) Cfr. Diario Ferrarese dall’anno 1409 sino al 1502, in Rerum Italicarum Scriptores, n.s., XXIV, parte VII, p. 41. Sui soggiorni bessarionei a Ferrara, molto utile è G.A. Ravalli Modoni, "Bessarione a Ferrara. Appunti", in AA.VV., Miscellanea Marciana di studi bessarionei, Padova 1976, pp. 333-352.

(32) Cfr. Carteggio di Giovanni Aurispa, a cura di R. Sabbadini, Roma 1931, pp. 173-174.

(33) Nella visita precedente del ’38 Borso non era ancora il signore della città, ed un simile dono di rappresentanza sarebbe stato meno motivato; cfr. Ravalli Modoni cit., p. 351. Altro lascito di Bessarione a Ferrara sembra essere la Bibbia (Bibl. Ariostea, Cl.II, 187) per cui cfr. la scheda di A. Antonioni in Libri manoscritti e a stampa da Pomposa all’Umanesimo, Venezia, 1982, p. 192. Nel 1471 Ludovico Carbone tradusse in volgare le Orationes adversos Turcos del cardinale.

(34) Lo sembra indicare il fatto che uno dei due stemmi estensi prima ricordati si trova in un foglio miniato dal ‘Maestro del foglio 43386 di Cleveland’ (cfr. la scheda 3), da porre cronologicamente, con ogni probabilità, prima dei corali 4 e 6.

(35) Cfr. Mariani Canova cit., 1977, p. 9 e nota 1. Sulla fondazione dell’Osservazione, ed in generale sulla politica edilizia del Novello, cfr. il bell’intervento di G. Conti, "Il rinnovamento degli edifici conventuali cesenati sotto la signoria di Malatesta Novello (1431-1465)", Ravennatensia, XI, pp. 189-212 e tavv. relative, con bibliografia.

(36) Il 15 giugno 1791 si autorizzavano i frati ad abbattere un boschetto attiguo al convento per ricavarne denaro, necessario per i lavori di ristrutturazione del complesso che si andavano allora compiendo; cfr. C.A. Andreini, Cesena Sacra, Ms. malatestiano 164.33, pp. 391-392. Ringrazio Piero Lucchi per la segnalazione.

(37) C. Clementini, Racconto istorico della fondazione di Rimino, e dell’origine e vite de’ Malatesti, Rimini 1627, p. 286.

(38) Cfr. il saggio cit. alla nota seguente, p. 158.

(39) Su Violante, insuperato rimane G. Franceschini, "Violante Montefeltro Malatesti signora di Cesena", Studi Romagnoli, I, 1950, pp. 133-190.

(40) Su Bessarione ed i Montefeltro, oltre a Ginzburg cit. 1981 e 1982, passim, si cfr. [C. Stornatolo], "Alcune ricerche sulla vita di Bessarione", Bessarione, I, n. 9, 1896, pp. 610-617, e soprattutto C.H. Clough, "Cardinal Bessarion and the Greek at the Court of Urbino", Manuscripta, VIII, n. 3, 1964, pp. 160-171.

(41) Il testamento di Bessarione ricorda infatti alcuni oggetti liturgici - destinati alla sua cappella ai Santi Apostoli di Roma - provenienti dall’eredità di Prospero Colonna: se ne cfr. l’edizione nella Appendix di documenti a Bandini cit., cc. LXXVII-LXXXI.

(42) E’ il Ms. canon. class. lat. 131 della Bodleian Library di Oxford: cfr. Bianca cit., 1980, nota 64.

(43) Rigorosa e documentata la trattazione di C. Dolcini, "La storia religiosa", in AA.VV., Storia di Cesena, II: il Medioevo, 2, Rimini, 1985, pp. 93-114, cui si rimanda per ulteriore bibliografia.

(44) Cfr. Fantaguzzi cit., c. 4r. La nota di possesso è pubblicata da Franceschini cit., p. 156 e nota 40. La lettera di Bessarione - per sollecitare da Giacomo un aiuto in previsione di una spedizione di religiosi contro i Turchi in Morea - è edita da Mohler cit., 1942, pp. 490-493 ("ex Ferraria, 20 Maii 1459").

(45) Cfr. Franceschini cit., p. 184.

(46) Cfr. Franceschini cit., p. 156.

(47) Cfr. la scheda di D. Benati nel catalogo Il cantiere di San Petronio, Bologna 1987, pp. 112-114.

(48) Sulla tela di Orazio di Jacopo, cfr. la scheda di R. d’Amico, in Il cantiere, cit., pp. 124-125. Per l’impiego di Cesare di Giovanni alla Madonna del Monte, cfr. Filippini e Zucchini cit., p. 39. Una relazione strettissima di bottega tra padre e figlio è testimoniata da vari contratti (9 giugno 1452; 28 novembre e 4 dicembre 1454) pubblicati ibidem, pp. 38-39. Si noti come la principale commissione svolta da Cesare in questi anni, le vetrate della chiesa di Santa Maria dei Servi, leghi ancora il suo nome - dato il patrocinio del cardinale sui Serviti, per cui cfr. la nota 11 - a quello del prelato greco. Su Cesare di Giovanni, cfr. E. Negro, "Giovanni di Pietro Malloppi da Modena 1453-1454. I vetri del rosone del duomo di Modena", in Il tempo di Nicolò III (catalogo della mostra), Modena 1988, pp. 93-103 (a p. 99). Il "signum Christi" bernardiniano occupa la decorazione ad oro su fondo nero di un’intera iniziale N del corale 6 bessarioneo della Malatestiana (c. 101r). Fondamentale su queste tematiche C. Piana "San Bernardino a Bologna", Studi Francescani, s. 3, 17, 1945; sui fermenti culturali del periodo legati agli Osservanti, cfr. dello stesso l’esemplare "Lo studio dell’Osservanza nel ‘400 e l’Università di Bologna", Zenit Quaderni, suppl. al n.4, 1988 (Osservanza francescana e Università di Bologna), pp. 35-43 con bibliografia.

(49) Cfr. Le prediche volgari di San Bernardino da Siena, a cura di C. Cannarozzi, Firenze 1940, III, p. 298; citato da E. Garin, Educazione umanistica in Italia, Bari 1949, p. 48.

(50) Due sono i copisti che sottoscrissero codici presenti nelle biblioteche di entrambi: Jacopo della Pergola, proveniente tra l’altro dalla stessa zona di Niccolò Perotti, cui si devono numerosi volumi malatestiani e che firmò il Marciano Latino Z.209. con l’ex libris di Bessarione - trascritto comunque non per il Niceno, ma per il suo predecessore come abate di Fonte Avellana: cfr. Bianca cit., 1980, p. 142 e nota 157; ed il veneto Jacopo Macario, che si sottoscrive nel bessarioneo Marciano Latino Z.462 - cfr. Bianca cit., 1980, nota 97 - e nel Malatestiano D.III.1.

(51) Cfr. le recenti trattazioni di C. Dolcini, "La cultura premalatestiana e le origini della biblioteca" e di G. Ortalli "Malatestiana e dintorni. La cultura cesenate tra Malatesta Novello e il Valentino", nella Storia di Cesena cit., rispettivamente alle pp. 115-127 e 129-165 (entrambe con ricca bibliografia). L’interpretazione "albertiana" della Malatestiana è giustamente avanzata da G. Conti, "La biblioteca Malatestiana di Cesena e l’orizzonte culturale albertiano", Romagna arte e storia, III, 8, 1983, pp. 13-34.

(52) Sulla donazione di Bessarione a Venezia, cfr. almeno L. Labowsky "Il cardinale Bessarione e gli inizi della Biblioteca Marciana", in Venezia e l’Oriente tra tardo Medioevo e Rinascimento, Firenze 1966, pp. 159-182; Cento codici bessarionei. Catalogo della mostra, a cura di T. Gasparrini Leporace ed E. Mioni, Venezia 1968, pp. 99-148; L. Labowsky, Bessarion’s Library and the Biblioteca Marciana, Roma 1979; Bianca cit., 1980 ed i capitoli II, III e IV della recente indagine di M. Zorzi, La libreria di San Marco, Milano 1987. Per l’importanza delle revisioni cesenati di Nuti sul prototipo michelozzesco a Firenze, nell’ambito della diffusione del modello basilicale a tre navate, cfr. Conti cit., 1983, pp. 22-23 e note relative.

(53) Cfr. il giudizio di Augusto Campana sul Novello ricordato da Dolcini, La cultura…cit., nota 49; la cura delle redazioni testuali dei codici malatestiani è peraltro ben nota. Per l’attenzione di Bessarione alla filologia, oltre a Bianca cit. 1980, passim, si cfr. almeno E. Mioni, "Bessarione bibliofilo e filologo", Rivista di studi bizantini e neoellenici, n.s., XV, 5, 1968, pp. 61-83.

(54) Sulla dedica della versione al Novello, e sulle lettere di Filelfo a Bessarione, cfr. ora i loci citati ad voces "Malatesta Novello" e "Bessarione" degli indici di Francesco Filelfo nel quinto Centenario della morte. Atti del XVII convengo di studi maceratesi, Padova 1986; in particolare, i saggi di G. Resta, "Filelfo tra Bisanzio e Roma", ibidem, pp. 1-60 (p. 27 per le traduzioni, pp. 31-32, 44-45 per i rapporti epistolari col cardinale, con bibliografia) e di C. Bianca, "Auctoritas’ e ‘veritas’: il Filelfo e le dispute tra platonici e aristotelici", ibidem, pp. 207-248. Bessarione era appena giunto a Bologna quando Filelfo scrive ad Alberto Parisio: "… quae reliquia te cupere animadverto scripsi ad reverendissimum d. legatum…" (Biblioteca Universitaria di Bologna, Ms. 1619, c. 291r); i rapporti tra i due erano principiati ancora negli anni trenta a Costantinopoli alla scuola del Crisococca.

(55) Ms. S.IX.2, Aristotele, Metaphysica, versione latina del cardinale Bessarione, mm 252x171; cc. 1r-2v: lettera proemio di dedica al re Alfonso d’Aragona; cc. 3r-309v: testo. La numerazione attuale, a cifre arabe a matita e risalente agli anni quaranta di questo secolo, non tiene conto di una lacuna - limitata verosimilmente ad una sola carta corrispondente a quella successiva al proemio - , dove si trovava l’incipit del libro 1; la perdita risale quindi ai primi decenni del secolo, dopo la testimonianza di Zazzeri cit., p. 325, che ricorda, nella carta ora mancante, la presenza del solo spazio bianco al posto dell’iniziale decorata prevista dal disegno. Programma decorativo: c. 1r, iniziale M decorata con fregio a bianchi girari; bordo decorato su quattro lati con fiorellini e cartigli con la scritta MAL.M. Iniziali decorate con fregio a fiorellini e bianchi girari all’incipit di ognuno dei 4 libri (tranne - come già detto - del primo ); letterine dorate su fondo rosso o blu, senza fregio, ad ognuno dei capoversi.

(56) Ms. S.XII.2, Polibio, Storie, versione latina di Niccolò Perotti, mm. 283x196; cc. 1r-4r: "Nicolai Perotti in Polybium historicum prohemium" a Niccolò V; cc. 4v-254v [+1 carta aggiunta in explicit]: testo. Programma decorativo: c. 1r, iniziale A decorata a bianchi girari; bordo a bianchi girari listato in foglia d’oro con dodici piccoli medaglioni (da sin. in alto, in senso orario: [1] steccato (emblema malatestiano) [2] ritratto di condottiero (?) [3] cerbiatto [4] steccato [5] cartiglio [6] ritratto maschile (?) [7] stemma Perotti (inquartato, leone nero su scala a fondo rosso) [8] steccato [9] stemma Perotti [10] uccello [11] pappagallo [12] farfalla (emblema malatestiano). Iniziali decorate con piccolo fregio a girari all’incipit di ognuno dei 5 libri (c.4r, c.565v, c.96v, c. 159r, c.203r). Sul collare del cerbiatto alla c.1r, la sigla F.IO.F., per cui cfr. M. Levi d’Ancona, "Il cardinale Bessarione e due miniatori sconosciuti", in Miscellanea Marciana cit., pp.221-231. Sul codice, cfr. Zazzeri cit., pp. 348-349.

(57) La trascrizione dell’inventario non é purtroppo completa.

(58) Cfr. Mariani Canova cit., 1977, pp. 13-14.

(59) Cfr. Mariani Canova cit., 1977, pp. 13-14 e nota 24.

(60) Cfr. più oltre nel testo (e la nota 66) per altre osservazioni sul ‘Maestro del Breviario Francescano’, sul quale si veda anche la scheda 3.

(61) Si cfr. l’analisi di M. Medica, "Per una storia della miniatura bolognese tra Tre e Quattrocento. Appunti ed osservazioni", in Il cantiere cit., pp. 161-162 (soprattutto le pp. 177-188).

(62) A. Cadei, Belbello miniatore lombardo, Roma 1976, p. 79

(63) Cfr. il recente intervento di B. Giovannucci Vigi, "Codici miniati olivetani e certosini", in Il Museo Civico di Ferrara. Donazioni e restauri, Firenze 1985, pp. 91-92 con relativa bibliografia; per l’attribuzione a Giovanni d’Antonio dei corali I ed O della serie, cfr. Medica cit., pp. 188, 192 e la scheda di E. Negro nel catalogo Il tempo di Nicolò III cit., pp. 165-167. Sia la firma sul foglio di guardia del corale M/N, sia quella alla c. 29v del corale L compaiono entro iniziali ad inchiostro, identificando quindi Guiniforte da Vimercate come uno dei calligrafi della serie, rispettando la corretta etimologia di "miniatore", titolo di cui si fregia nella sottoscrizione del foglio di guardia stesso. Se Guiniforte fosse stato l’autore anche della decorazione miniata, l’affermazione d’orgoglio d’esecutore sarebbe certo comparsa in modo più evidente e collegato alle illustrazioni, secondo un uso non comune - ben poche sono le firme o le sigle dei miniatori in questo periodo -, ma documentato. Ritroviamo la firma del calligrafo, a ribadire la presente interpretazione, nella iniziale filigranata a penna della c.18v del corale 597 del Museo Civico Medioevale di Bologna ("Guinifortis de Vicomerchato mediolanensis 1449"), per cui cfr. più oltre la nota 66. L’intero ciclo olivetano a Schifanoia deve essere ancora studiato globalmente, affrancandosi dalla firma dello "pseudo Guiniforte" ed affrontando i problemi relativi alla serie, in cui, oltre al miniatore lombardo ed a Giovanni d’Antonio, compaiono altre mani. Ad un primo esame diretto, non emerge alcun indizio per riferire la commissione della serie a Bartolomeo Roverella, come proposto da Fava cit. alla nota 6: né sottoscrizioni, né emblemi. Da notare anche nel foglio di guardia del corale L la didascalia afferma che il testo è "secundum consuetudinem Romanae Curiae", e non secondo la tradizione olivetana. Cfr. qui anche la scheda 6.

(64) Sui rapporti tra miniatura lombarda e pittori ferraresi, cfr. soprattutto S. Padovani, "Nuove personalità della pittura emiliana nel primo Quattrocento", Paragone, 317-319, 1976, pp. 40-59, e, per un bilancio più recente, le schede relative del catalogo Il tempo di Nicolò III cit., pp. 144-146, nonché M. Boskovits, "Arte lombarda del primo Quattrocento: un riesame", in Arte in Lombardia cit., pp. 10-49 (alle pp. 24-25). Esame delle connessioni tra Belbello ed il ‘Maestro delle Vitae Imperatorum’ nel capitolo 5 (Belvello 1430-’35) di Cadei cit., pp. 66-92 (soprattutto le pp. 77-79). Credo si possa riconoscere una fitta trama di scambi tra Belbello ed il maestro anonimo (forse anche per la presenza nelle rispettive botteghe di aiuti comuni dalla non ben definibile personalità stilistica) già attorno al 1432-34, anche se questa parziale vicinanza diverrà meglio leggibile dopo qualche anno; esprime, anche se implicitamente, questa medesima impressione L. Stefani, "Per una storia della miniatura lombarda da Giovannino de’ Grassi alla scuola cremonese della II metà del Quattrocento: appunti bibliografici", in La miniatura italiana tra Gotico e Rinascimento (Atti del II Congresso di Storia della Miniatura Italiana), II, pp. 823-881), dove si trova anche un giusto dimensionamento della qualità del ‘Maestro delle Vitae Imperatorum’ (cfr. soprattutto le pp. 841, 844). In rapporto ai riflessi sui pittori ferraresi, oltre a quanto detto nel testo, si può aggiungere che è già stato evidenziato per la miniatura (cfr. Rosenberg cit., ma si rammentino anche le storiche pagine di Longhi nell’Officina ferrarese) come la Bibbia di Belbello costituisse un precedente non solo generico, ma anzi operativo e tipologico; ciò che sembra dimostrare la sua ampia notorietà e rilevanza in ambito estense; e non a caso questi spunti appaiono più rilevanti negli autori maggiormente legati - stando alle attuali conoscenze - ad un’operosità ferrarese (lo sfuggente Antonio Orsini, il ‘Maestro del Trittico di Imola’, ma anche l’altro anonimo ‘della Adorazione dei Magi di Ferrara’, che sembra molto meno legato alle novità rinascimentali ed ai miniatori della Bibbia di Borso di quanto sinora accennato) rispetto, ad esempio, ad un Antonio Alberti, così spesso attivo altrove. Questo è interessante per determinare come il rinvenimento di alcuni tratti stilistici comuni in aree relativamente allargate debba poi essere riferito a motivazioni e presenze verificabili e cronologicamente sicure, più che ad una vaga comunanza d’intenti. Ciò è vero, per converso, anche relativamente all’aggiornamento in chiave spaziale ed all’irrobustimento materico e chiaroscurale di Belbello, sull’esempio di Giovanni da Modena e della sua cerchia, già richiamato dal Longhi e dallo Zeri, e giustamente ribadito da Cadei cit., p. 80. Anche questa contingenza credo indichi chiaramente una presenza in loco, e non un semplice invio di opere (come si verificherà anche a Mantova). Il riferimento nel testo è a J.J. Alexandere, "Constraints on pictorial invention in Renaissance illumination. The role of copying north and south of the Alps in the fifteenth and early sixteeth centuries", Miniatura, 1, 1988, pp. 123-135 [ma 1986]. Su Michelino da Besozzo un riesame recente è stato offerto dalla mostra del 1988 a Milano: si cfr. soprattutto il saggio già citato di M. Boskovits in Arte in Lombardia cit. (alle pp. 10-12), e la biografia e le schede di L. Cogliati Arano, ibidem, pp.99-101, con bibliografia, cui si aggiunga S. Bandera Pistoletti, "Il Ms. W 323 della Walters Art Gallery di Baltimore. L’attività di Michelino da Besozzo nel quarto decennio del Quattrocento", Paragone, 9-11, 1988, pp. 3-11 e tavv. 1-34 (il riferimento diretto a Michelino del manoscritto del titolo non convince però completamente; cfr. la nota 7 della scheda 3).

(65) Sul ciclo di Vignola, l’esaustiva analisi di S. Padovani, La decorazione pittorica della cappella del Castello di Vignola", in Il tempo di Nicolò III cit., pp. 60-77 (con bibliografia ed atlante fotografico). Sul ciclo della Sagra di Carpi, cfr. della stessa "Pittori alla corte estense nel primo Quattrocento", Paragone, 299, 1975, pp. 25-53; ma anche le schede di S. Nicolini del De civitate Dei della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, in stretto rapporto stilistico con la serie carpigiana, in Il tempo di Nicolò III cit., pp. 159-161 e nel catalogo I codici miniati della Gambalughiana di Rimini, Milano 1988, pp. 117-122; rimane comunque preferibile la distinzione delle due mani negli affreschi proposta dalla Padovani e ribadita da Daniele Benati; anche le due tavole di Palazzo Venezia e dell’Estense presentate alla mostra di Vignola e giustamente ricondotte dai curatori al ‘Secondo Maestro di Carpi’ (cfr. Il tempo di Nicolò III, cit., pp. 139-141) mostrano stretti contatti con la miniatura lombarda attorno al ’25-30, specie per l’espressionismo di alcune figure che ricorda il ‘Maestro di Murano’. Alcuni affreschi nelle già note cappelle quattrocentesche del Duomo di Parma credo si inseriscano, per taluni versi, nella medesima congiuntura. Se infatti esse vengono considerate singolarmente, e con cronologia differenziata - come il dato stilistico induce a credere -, si può notare come nella Valeri i riferimenti alla miniatura lombarda compaiano evidenti: sia nei riquadri con le storie dei Santi Cristoforo e Sebastiano, dove si mostrano mediati dalla lezione di Giovanni da Modena, sia soprattutto nei Profeti a mezzo busto del sottarco, che, specie dopo la pulitura recente, palesano per quanto concerne gli elementi morfologici e lessicali evidenti affinità col ‘Maestro di Murano’ (identificato di recente dal Boskovits cit., p. 15, con lo stesso Belbello giovane, forse giustamente), entro un’impaginazione spaziale invece più tipicamente emiliana. Questo potrebbe datare la decorazione affrescata - limitatamente, è chiaro, alle zone prese in esame - ad un periodo lievemente successivo a quello giustamente attribuito all’antifonario di Berlino del ‘Maestro di Murano’ ed alle prime opere di Belbello, il 1422-25, e porsi quindi attorno alla metà del terzo decennio, forse verso la conclusione dei lavori alle cappelle. Già il Toesca cit., p. 194, inseriva in un accenno le due cappelle delle navate del Duomo parmense - senza ricordare quelle della cripta - in un passaggio dove si enumeravano opere in cui componenti stilistiche marcatamente lombarde sono già state da tempo acquisite (la cappella Bolognini, gli affreschi di Carpi, le opere di ‘Antonio ferrarese’). Il riferimento ad influssi diretti della miniatura lombarda è bensì presente nella ristretta bibliografia sulle cappelle, ma sempre in modo generico, e senza distinzioni tra le zone affrescate; unica esplicita citazione di Belbello, credo, quella di C.L. Ragghianti, Pittura tra Giotto e Pisanello. Trecento e primo Quattrocento. Civiltà artistica a Ferrara, Venezia 1987, p. 120; mentre analogie ristrette però al solo ambito compositivo, sono state rinvenute da A.M. Matteucci, "Strutture del racconto negli affreschi tardogotici", in Il tempo di Nicolò III cit., pp. 79-87 (a p. 83), la quale ritiene la cappella Valeri la prima ad essere dipinta. Cfr. anche R. Grandi, "La pittura tardogotica in Emilia", in La pittura in Italia cit., I, pp. 215-217, e la scheda "Bartolino de’ Grossi" a cura di M. Medica, ibidem, II, pp. 571-572 (entrambi datano invece la Valeri entro il secondo decennio del Quattrocento in accordo con i precedenti interventi critici). La seriazione delle cappelle parmensi è in genere fatta giustamente principiare dalla Rusconi nella cripta, e proseguire con la Valeri, per concludersi (più o meno contemporaneamente alle parti più aggiornate della Valeri stessa) con quella del Comune: cfr. Grandi e Medica cit.; non credo invece che la Ravacaldi sia così tarda come sinora ipotizzato: potrebbe invece porsi in un periodo vicino alla Valeri, ma in un ambito stilistico orientato verso il Veneto. Senza ipotizzare la presenza di miniatori lombardi a Parma, si ricordi come una mappa dell’umanesimo nascente nella città (1420-50) non sia mai stata tracciata, mentre una produzione ed una diffusione di codici - alcuni dei quali potevano ben essere decorati - è testimoniata proprio intorno ai medesimi anni che qui si propongono come date di possibile esecuzione delle zone più "lombarde" della Valeri (cfr. Bianca cit., 1980, pp. 135-136 e note rel.), e proprio per la medesima famiglia. Ringrazio il restauratore Carlo Giantomassi e la Soprintendenza Reggente Lucia Fornari Schianchi per avermi concesso cortesemente la salita sui ponteggi, e la foto inedita, dopo il restauro, dei Profeti, che qui si riproduce.

(66) Il foglio del Corpus Domini, di cui lo stesso Massimo Medica - cui devo la segnalazione - sta curando la pubblicazione, misura cm 50x35 ca., e date le sue inusuali dimensioni venne forse concepito come immagine devozionale a se stante, o come coperta per un libro da chiesa. Interessante notare come, ancora una volta, Bessarione sia direttamente chiamato in causa come ispiratore primo del complesso monastico in cui l’opera si trova, alle medesime date in cui il cardinale utilizzò lo stesso ‘Maestro del Breviario Francescano’ per il proprio ciclo. Non sono peraltro rintracciabili, al momento, dati per un’eventuale donazione, che comunque ritengo lecitamente ipotizzabile. Sull’Officium Ms. lat. 1148 dell’Universitaria di Bologna, cfr. I Toesca, "In margine al Maestro delle Vitae Imperatorum", Paragone, 237, 1969, pp. 73-77 (soprattutto p. 74), e la scheda relativa nel catalogo Arte in Lombardia cit., pp.122-123; è da notare come la c. 1v, Santa Chiara mostra la croce ad un gruppo di novizie (identificabile dalla scritta sul cartiglio) presupponga logicamente la presenza di una croce invece assente, ma che ritroviamo alla c. 63r (incipit del relativo Officium) in un’iniziale decorata con fregio: dato che la c.1 appare ritagliata e giustapposta in incipit mentre tra le attuali cc. 62 e 63 è evidente l’asportazione di una carta, si può essere certi di una rielaborazione del codice (comunque rifilato ai margini). La datazione delle miniature è ristretta al ’48-49, avendo come post quem il 1448 sottoscritto dal copista sulla penultima carta, e come ante quem il 1450, in quanto la figura di San Bernardino (c. 37r) è priva di aureola. Questo il programma iconografico, a parte la scena alla c.1v: c.2r, Annunciazione (scena infatti usualmente posta sulla prima carta, come conferma anche la rubrica); c.12v, Dio Padre col globo; c.24r, San Francesco mostra le stimmate; c.27v, Santo Francescano (Sant’Antonio?); c.31r, San Ludovico; c.37r, [San ]Bernardino; c.42v, Santa francescana; c.63v, la croce; c.66r, Spirito Santo; c.69r, scheletro (è l’incipit dell’Officium mortuorum); c.105r David (e l’incipit dei Salmi); tutte le immagini appaiono autografe. Da notare anche, ai fini della datazione, che San Bernardino è aggiunto posteriormente pure nelle litanie di c.118r. In relazione ad un’eventuale attività bolognese del ‘Maestro delle Vitae Imperatorum’, è interessante ricordare il codice dell’Archiginnasio analizzato dalla Toesca cit., pp. 73-75, la cui autografia non mi pare peraltro del tutto certa (il bifolio con le due Sibille eventualmente riferibili all’artista è comunque interpolato, mentre nulla in comune con l’anonimo hanno le illustrazioni del codice vero e proprio). Per i corali bolognesi 547-553 del Museo Civico Medioevale, che risultano ad un esame diretto francescani e non olivetani, cfr. Mariani Canova, Miniature dell’Italia settentrionale cit., p.29. La connotazione francescana sembra emergere dalla presenza nel programma illustrativo di numerosi santi legati a quest’ordine (Sant’Antonio, Santa Chiara, San Francesco), che, a parte il 552, ritorna nell’intera serie; il gruppo appare coerente anche nelle scelte tipologiche delle decorazioni (fregi, iniziali decorate, iniziali "de penna" - in parte dovute, come detto, a Guiniforte [cfr. nota 64]) e nelle opzioni stilistiche, pur oscillando queste ultime tra presenze di livello basso e mani qualitativamente discrete, e tra stilemi più direttamente collegati alla Lombardia e situazioni più locali. Del tutto a parte il 552, assimilato agli altri in seguito alle catalogazioni moderne, che, oltre ad una ben maggiore ricchezza di iniziali decorate (15), una diversa tipologia nei capilettera ad inchiostro e negli ornati, ed una differente grafia del testo, palesa molto più evidente un influsso lombardo (nella fattispecie, del ‘Maestro Olivetano’); del resto, un Battista da Milano è documentato per molti anni come miniatore a San Michele in Bosco, il convento da cui potrebbe provenire questo volume, l’unico a presentare il tipico stemma olivetano (cfr. G. Zucchini, "San Michele in Bosco a Bologna", L’Archiginnasio, XXXVII, 1943, p. 61). Sui problemi legati alla serie del Museo Civico, ed a quella degli Olivetani di Schifanoia, cfr. il saggio di M. Medica, "Giovanni d’Antonio miniatore: una presenza bolognese nel ducato estense", di prossima uscita negli atti del convegno Il tempo di Nicolò III (Vignola 1988), che tratterà più ampiamente questi argomenti, riguardo ai quali l’autore mi ha cortesemente fornito numerosi chiarimenti.

(67) Questa congiuntura veneto-lombarda è rintracciata recentemente nel saggio di Boskovits cit. Per il ‘Maestro dell’Antifonario M’, cfr. qui la scheda 1.

(68) Non è certo possibile richiamare qui una bibliografia sulla nascita dei fermenti rinascimentali a Ferrara: la più recente trattazione è il sintetico intervento di D. Benati, "La pittura a Ferrara e nei domini estensi nel secondo Quattrocento. Parma e Piacenza", in La pittura in Italia, cit., I, pp. 256-271 (soprattutto le pp. 256-264); cfr. anche M. Salmi, Pittura e miniatura a Ferrara nel primo Rinascimento, Milano 1961, e M. Boskovits, "Ferrarese Painting about 1450: Some New Arguments", The Burlington Magazine, CXX, 1978, pp. 370-395. Il riferimento nel testo è a Guglielmo Giraldi, e soprattutto al ‘Maestro del Messale di Borso’, cui il miniatore del ciclo malatestiano si apparenta in modo particolare; cfr. qui la scheda 2.

(69) Particolarmente complesso e dibattuto è il problema della presenza di Piero della Francesca a Ferrara, e dei suoi influssi sulla produzione locale. Accettato sino alla fine del secolo scorso, il referto vasariano collegava la venuta di Piero ad una richiesta di Borso d’Este, quindi dopo il 1450. Fu il Venturi per primo ad avanzare l’ipotesi della necessità di anticipare almeno di qualche anno l’arrivo di Piero presso gli Estensi, quindi ancora sotto Lionello. Negli anni attorno al 1950, il Salmi ritornò sull’argomento, motivando ulteriormente la proposta con alcuni riscontri, a suo giudizio pierfrancescani, nella produzione di miniatori attorno al 1448-50 (soprattutto le Noctes Atticae ambrosiane ed il Plutarco malatestiano). L’intera questione sembra dover essere rivista, anche sulla base di alcune considerazioni che qui si espongono sinteticamente, ma che andranno riprese. Molti dei dati definiti tout court pierfrancescani nella produzione ferrarese attorno al ’50 appaiono tali solo se si nega la possibilità di un aggiornamento in chiave prospettica e "rinascimentale" sulla scorta di altre presenze e contatti. Si pensi invece, in primis, alle altre personalità toscane che potevano introdurre a Ferrara queste novità; Domenico Veneziano, se non direttamente - ipotesi poco economica del Salmi -, attraverso il cosiddetto ‘Maestro del desco di Boston’, aggiornato sulle proposte del fiorentino (che non mi sembrano riflettersi nella Madonna di Ebimburgo posta recentemente nel medesimo ambito), al di là della sua pur probabile identificazione con Angelo Maccagnino, il senese che costituirebbe comunque un tramite tra la cultura padana e quella toscana (cfr. Benati, La pittura… cit., p. 260, e soprattutto, dello stesso, le schede "Angelo Maccagnino", e "Maestro del desco di Boston", ibidem, pp. 571, 575, con esaustiva bibliografia); e soprattutto Paolo Uccello, sui cui influssi nella pittura rinascimentale nascente in Emilia già poneva l’accento Carlo Volpe in occasione del rinvenimento dell’affresco bolognese in San Martino ("Paolo Uccello a Bologna", Paragone, 365, 1980, pp. 3-28), e che dovrà essere studiato attentamente anche in relazione alla miniatura. Ma altrettanta, e forse maggiore, importanza ebbe a Ferrara la variante padovana della divulgazione prospettica, con le presenze - cronologicamente certe - di Mantegna già nel ’49 e di Donatello nel ’51, e con l’aggiornamento sugli esempi dei due di Bono "ferrariensis" alla Ovetari; da cui l’elaborazione dello stile con cui Cosmè Tura si afferma nella Madonna del Fesch verosimilmente attorno alla metà degli anni cinquanta. Altro fraintendimento è il riferimento a Piero - non più sintattico, ma morfologico - per motivare l’interesse ferrarese verso notazioni all’antica o, più ancora, "alla grecanica" (si veda M. Salmi, "Arte e cultura artistica nella pittura del primo Rinascimento a Ferrara", Rinascimento, 2, 1958, pp. 123-140 [p. 130]); anche trascurando il fatto che il "classicismo" (l’"antichismo") di Piero, al di là delle suggestioni longhiane, è più un fatto di affinità spirituale che di uso lessicale (come finalmente ribadito da G. Agosti e V. Farinella, "Calore del marmo. Pratica e tipologia delle deduzioni iconografiche, in Memoria dell’antico nell’arte italiana, a cura di S. Settis, I, Torino 1984, pp. 373-444 [alle pp. 427-440]), bisogna ricordare come singoli elementi di questo genere fossero divulgati, anche se in modo non compiutamente articolato, da Pisanello, nella cui produzione grafica e medaglistica attorno agli anni in cui fu a Ferrara rintracciamo spunti che non furono senza seguito nei pittori e nei miniatori ferraresi successivi (ed anche quei cappelli alla paleologa invariabilmente legati, per una fortuna visiva acritica, a Piero stesso). Per quanto riguarda poi alcuni riferimenti più precisi riguardo all’anticipazione al ‘46-48 della venuta di Piero a Ferrara, si può sinteticamente notare: 1 - il Ms. Ambrosiano S.P. 10/28 (ex Gallarati Scotti 1), Aulo Gellio, Noctes Atticae, scritto (ma non necessariamente miniato) nel 1448, dimostra una dipendenza strettamente pisanelliana nel repertorio decorativo, ed un’affinità, non certo risolta, con uno sperimentalismo prospettico ben distante da Piero, e che riprende semmai Paolo Uccello nella scena principale (c. 90v); cfr. la nota 11 ed il passo relativo nel testo del saggio introduttivo di A. Conti; l’indicazione, siglata dal miniatore, relativa a Ferrara indica con certezza che egli operava fuori dalla propria città - verosimilmente a Bologna, data la presenza del maestro toscano con l’affresco in San Martino; 2 - solo le tre immagini di Otone, Nicia e Crasso, nei tre volumi del Plutarco di Cesena, palesano una chiara derivazione da Piero (Ms. S.XV.2, c.233v; Ms. S.XVII.3, cc. 2r e 20v rispettivamente), le altre avendo con lui in comune poco più di quegli elementi morfologici cui prima si è accennato. Ed i tre ritratti hanno come invalicabile post quem almeno il 1455 - alla fine del ’54 Filelfo mandava a Malatesta Novello la sua traduzione dedicata al signore di Cesena della vita di Otone, assieme a quella di Galba, ed il testo doveva essere trascritto al punto giusto del corpus sul codice, ed essere inviato, forse a Ferrara, per la decorazione -, ma potrebbero a mio parere essere poste anche al ’56-58; 3 - al di là della questione, anche troppo indagata, di una ricostruzione dello studiolo di Belfiore (cfr. da ultimo il poco convincente intervento di C. Cieri Via, Il luogo della mente e della memoria, intr. all’ed. it. di W. Liebenwein, Studiolo, Modena 1988, pp. VII-XXX [alle pp. XVIII-XX]), il gruppo delle opere diviso tra Firenze, Milano, Londra, Budapest e Berlino-Dahlem sembra chiaramente influenzato da Piero solo nei suoi pezzi verosimilmente più tardi - comunque dopo la chiamata a responsabile dell’impresa di Tura nel ’56-: le tavole di Londra e Milano, l’Allegoria di Berlino e la Thalia di Budapest; le due figure Strozzi e le Muse di Budapest, queste ultime da riferire al medesimo autore del quadro berlinese in un momento antecedente l’acquisizione di una resa prospettica del paesaggio ormai compiutamente pierfrancescana - ma anche con richiami al Mantegna - si pongono, credo, qualche tempo prima, e mostrano le prime ben poco in comune con Piero, le seconde un’assimilazione ancora parziale del "nuovo stile". Sulla questione, si cfr. almeno Boskovits cit., 1978, pp. 370-377, e Benati, "La pittura…" cit., pp. 258-260 (che assimila invece i due gruppi di tavole al ’55-60); sulla Thalia, le osservazioni di A. Bacchi nella scheda "Michele Pannonio", in San Giorgio e la principessa, Bologna 1985, p. 177-182 (alle pp. 177, 180). Riguardo all’appartenenza di queste opere al medesimo studiolo, che per alcune ragioni interne ai testi pittorici non mi sembra troppo convincente al di là di differenti storie collezionistiche nel Seicento e nel Settecento (le positure diversificate; le differenze nei costumi - rustici quelli del primo gruppo, cortesi quelli del secondo; la mancata citazione nelle fonti scritte della sigla di Pannonio nella Thalia, ben visibile comunque la si interpreti, mi rende ora noto Alessandro Conti che lo stato attuale di conservazione delle tavole di Berlino e Milano, con un’analoga craquelure, indicherebbe un comune, antico evento traumatico, da riferire eventualmente all’incendio di Belfiore nel 1483. Un ritorno alla cronologia tradizionale (dopo il ’50) per la presenza di Piero a Ferrara è stato proposto recentemente in un accenno di D. Benati, La bottega degli Erri, Modena 1988, pp. 65-66.


   
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