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Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
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Fra i vari fondi librari conservati presso la Malatestiana di Cesena, ha particolare rilievo la biblioteca privata di papa Pio VII, il cesenate Gregorio Barnaba Chiaramonti (1). La biblioteca, detta anche Pïana, che si trova collocata nell'ampia sala davanti all'aula del Nuti, è ancora poco conosciuta: l'unico catalogo a stampa riguarda gli incunaboli (2), e non vi è uno specifico catalogo complessivo, anche se le schede dei libri sono fuse insieme alle altre nel catalogo della Comunale di Cesena. Lo strumento principale tuttora utilizzato è l'inventario topografico compilato da Raimondo Zazzeri nel 1872 (3). La Pïana è pure censita in cataloghi collettivi (4). Gli studi principali sulla Pïana rimangono quelli di Manlio Torquato Dazzi (1923) (5), Augusto Campana (1932) (6), e Domenico Fava (1942) (7). La biblioteca Pïana consiste di circa 2.800 opere, soprattutto libri a stampa, in 5.000 volumi (tomi). I codici di periodo medievale e umanistico sono soltanto 59, mentre il numero preciso dei manoscritti moderni potrà essere stabilito solo dopo una attenta ricognizione complessiva della raccolta, poiché è difficile identificarli solo in base agli inventari disponibili. Gli incunaboli, come le cinquecentine, sono 26. Gli studi su Pio VII sono stati rivolti più spesso al suo ruolo politico che a quello culturale (8). Mentre il suo predecessore Pio VI Braschi appare ancora pienamente immerso nell'ancient regime, di cui pare condividere tutto, Pio VII è un uomo che avverte l'ineluttabilità di un profondo mutamento nella società e nella Chiesa (9). Per usare le parole del suo biografo moderno, Jean Leflon, "c'est aussi un homme d'étude par gout, avec une prédilection marquée pour les sciences, comme en témoigne sa bibliothéque papale conservée à la Malatestienne de Césène ou abondent les ouvrages consacrés à celles-ci. Nous savons qu'il souscrivit à l'Encyclopédie raisonnée des Sciences et des Arts [...]. En théologie, en philosophie, Dom Gregorio recourt aux méthods positives; il osa meme patronner la méthode de Condillac [...]" (10). Dal punto di vista della politica economica, Luigi Dal Pane giudicò estremamente innovative le riforme promosse da Pio VII, "al di là del tempo in cui furono attuate per la modernità dei concetti che le ispirarono" (11). E' noto inoltre l'interesse di Pio VII per l'archeologia e la numismatica: possedeva un medagliere personale che seguì per un tratto le vicende della biblioteca, amava circondarsi di oggetti antichi (12); ma soprattutto è nota la sua attività di promozione degli scavi che gli valse l'appellativo di "papa archeologo" (13). Infine, come è noto, sotto il suo pontificato si pongono le basi della moderna tutela legislativa delle opere d'arte (14). Di tutto ciò vi è certamente traccia nella biblioteca Pïana, dove sono presenti numerose opere di scienze sperimentali, offerte in dono dagli autori a Pio VII (15), manoscritti di relazioni, rendiconti e progetti di carattere economico, libri di numismatica, antichità, belle arti. Insomma, anche dai "saggi di scavo" che si possono effettuare negli scaffali, la Pïana si rivela la biblioteca di un uomo aperto e aggiornato. Resta da vedere il tipo di rapporto tra Pio VII e i libri. Le scelte di "politica bibliotecaria" che fece riguardo ai libri delle congregazioni religiose soppresse mostrano lungimiranza e potremmo definirle, col senno di poi, "corrette". Pio VII fa restituire ai conventi tutti i volumi requisiti per ordine dei Francesi nel 1812, che si trovavano in Vaticano, contro il suggerimento del conservatore della Vaticana Angelo Battaglini, che avrebbe voluto trattenere i manoscritti, come era già accaduto in passato (16). Una scelta nella quale vediamo senz'altro emergere una sensibilità moderna nei confronti dei libri e degli oggetti d'arte, in sintonia con chi cominciava isolatamente a criticare la pratica delle requisizioni e delle deportazioni (17). In questo senso possiamo leggere quella opposizione tra Pio VI e Pio VII che tutti gli studiosi della Pïana hanno sempre sottolineato: Pio VI, bibliofilo raffinato che raccoglie una bellissima biblioteca, attingendo anche ai duplicati della Biblioteca Vaticana, secondo una usanza che oggi ci lascia perplessi, ma che allora era praticata con disinvoltura (18); Pio VII, invece, è interessato ai libri molto più per il contenuto che per la forma esteriore. Un segnale è l'atteggiamento verso il libro manoscritto. Pio VI ne è un grande raccoglitore, mentre Pio VII se ne disinteressa quasi completamente: dei 59 manoscritti antichi che abbiamo indicato, ben 40 provengono tutti da un unica donazione del 1814, da parte del marchese Giacomo Lepri (19). Gli unici manoscritti che sembrano interessare a Pio VII sono quelli moderni, magari di numismatica, come il catalogo di monete romane, in vari tomi, dell'avvocato romano ed esperto numismatico Giovanni Battista Bondacca (20). La bella biblioteca di Pio VI fu però dispersa subito dopo la sua morte (21), mentre Pio VII riuscì, come vedremo, a garantire la sopravvivenza della sua raccolta. Si potrebbe allora azzardare che Pio VII, se non era un bibliofilo, mostrava più una sensibilità da bibliotecario: amava i libri, li teneva cari e li rispettava senza farne dei feticci, si preoccupava concretamente della loro buona sorte (22). Alcuni "campionamenti" effettuati sfogliando i già citati inventari, o accedendo direttamente alle scaffalature, permettono di notare una indubbia corrispondenza con quello che noi sappiamo degli interessi culturali di Pio VII. Resta aperto il problema - da porsi per tutte le biblioteche private di uomini illustri - di quanto la raccolta sia il risultato di precise volontà di acquisizione da parte di Gregorio Barnaba Chiaramonti, e quanto invece sia il prodotto di donazioni a Papa Pio VII e di altre accessioni "occasionali". L'aspetto generale della raccolta, con la maggior parte delle legature uniformi, le impressioni in oro sui piatti, l'aspetto dei libri, tendono a restituire l'immagine di una biblioteca d'apparato (23). Ad un esame meno di superficie, sembra però di potere rilevare nella Pïana varie stratificazioni: in alcune prevalgono libri che paiono appena usciti dal tipografo, in altre invece i libri hanno un aspetto più vissuto, con legature diverse, note di possesso, ex libris. Non si può inoltre sempre attribuire un carattere di casualità ad una donazione: è senz'altro così per i 40 manoscritti offerti dal già ricordato marchese Lepri, che costituiscono un corpo estraneo dentro alla biblioteca, ma vi sono numerosi altri doni che si inseriscono nel quadro degli interessi di Pio VII, come nel caso della già ricordata traduzione del Condillac e del saggio sul "galvanismo" che viene donato a Pio VII dall'autore, come indicato nella legatura. Un vero e proprio sguardo di insieme sulla raccolta potrà comunque essere consentito solo dopo che sarà stato prodotto un catalogo moderno, la cui redazione renderebbe necessario uno spoglio completo e sistematico dei volumi. Fin da quando era un giovane monaco, Gregorio Barnaba Chiaramonti doveva aver cominciato a formarsi una biblioteca dove probabilmente i testi religiosi si accompagnavano a volumi di scienze, numismatica, archeologia. E' lecito attendersi che i suoi libri lo abbiano accompagnato nelle varie sedi corrispondenti alla sua carriera ecclesiastica, per finire poi a Roma, al Quirinale, dove la biblioteca personale di Gregorio Barnaba Chiaramonti diventa la biblioteca papale di Pio VII (24). A partire dal 1800 e per qualche anno questa biblioteca ebbe sicuramente modo di arricchirsi con donazioni e con acquisti che Pio VII avrà certamente continuato a fare. Su uno di questi, di particolare rilevanza e entità, è opportuno soffermarsi, e cioè sull'acquisto da parte di Pio VII dei libri a stampa della preziosa e vasta biblioteca del cardinale spagnolo Francesco Saverio de Zelada (25). Del destino dei libri dello Zelada si è occupato in particolare Giovanni Mercati (26), che riporta memorie e notizie manoscritte tratte dall'Archivio della Biblioteca Vaticana di particolare interesse per ricostruire le vicende - intrecciate - delle due biblioteche private del Cardinale Zelada e di Pio VII. "Nel 1818 Mons. Giuseppe Baldi, 2° Custode della Vaticana, [...] narra che "La Bibl. del Card.l de Zelada stette per molti anni invenduta, sicché non stava chiusa nelle casse, ed era permesso a chi voleva vederla. Il Card.l Rovarella esecutore testamentario del Zelada trovando questo capitale invenduto lo propose al S. Padre. Quest'acquisto importò sc. 12000 pagatigli co' denari della Tassa delle Spedizioni riservata alla stessa Santità Sua, come denaro proprio. Appena che questa Biblioteca fù fissata nel Quirinale, seguita l'invasione francese, fù dal Baron Daru Intend.e della Corona fatta trasportare al Vaticano"" (27). Un altro testimone diretto riportato dal Mercati è Angelo Battaglini. Dopo la deportazione di Pio VII (5 luglio 1809), al Quirinale destinato a reggia era divenuto "necessario sgombrare tutte le Camere dai libri, solo riservandone una piccola parte, la quale si stimasse degna di formare una privata Biblioteca di un Sovrano Secolare. Niuno era più pratico del Battaglini dei libri esistenti nel Quirinale nelle Camere presso la Cappella, perché per la maggior parte, e forse tutti erano stati già nelle sue mani, quando possedevali l'E.mo Cardinal de Zelada, di cui era stato Bibliotecario. Rimase sorpreso della confusione, in cui erano, delle notabili mancanze, e spezzature, e dei danni sofferti dall'acqua penetratavi. Di più si avvide, che in quelle stanze si entrava da più parti, e che ognuno poteva aver rubato, e rubare, e procurò che subito si riparasse. [...] Ma nel più bello del lavoro delle separazioni, il Signor Daru, impazientissimo, e niente pratico di tali materie ordinò, che si trasportassero al Vaticano con gli altri [libri], che erano nelle stanze annesse, e superiori di Sua Santità" (28). Daru fa solo trattenere circa 3000 volumi per una costituenda "Libreria del Sovrano Popolare", o "Secolare". Riprende Battaglini: "Venuti in confuso tutti i libri al Vaticano fù cura del Battaglini di dividerli tutti in classi, distinguere dagli altri quelli che potevano servire per la Vaticana, e di collocarli nel già detto Archivio Secreto, ove sono tutt'ora" (29). Riassumendo, Pio VII, probabilmente più presso al 1809 che al 1801 (visti i "molti anni" riferiti da Baldi nei quali la Biblioteca stette invenduta) acquista non già la Biblioteca Zelada nella sua completezza, ma i libri a stampa ad essa appartenenti. Tali volumi vengono dunque ad affiancarsi alla preesistente biblioteca di Pio VII nei locali del Quirinale. Con la deportazione di Pio VII, le due biblioteche subiscono il medesimo destino di tante altre in quei tempi difficili, in cui libri abituati a riposare magari da secoli sui loro scaffali ebbero modo di affrontare frequenti viaggi e pericolose avventure. Dopo avere subito danni e sottrazioni, tolti quei tremila volumi trattenuti al Quirinale per la biblioteca del "Sovrano Secolare", le due raccolte finiscono al Vaticano, dove nuovamente se ne occupa Battaglini. Nel 1814 il Papa torna a Roma, dove - dopo la breve parentesi dei Cento Giorni - si stabilisce definitivamente. Il seguito della citata memoria di Giuseppe Baldi ci introduce agli avvenimenti successivi. "Ripristinato il Governo Pontificio il S. Padre ordinò, che fosse trasportata di nuovo al Quirinale [...]. Per qualche circostanza non piacque ritenere nel Quirinale una Biblioteca ed il S. Padre ordinò che l'intiera Bibl. de Zelada fosse unita ed incorporata alla Vaticana" (30). Da altri documenti dell'Archivio della Biblioteca Vaticana si ricava che gli stampati dello Zelada, trasportati al Vaticano, furono ordinati da Angelo Battaglini e Giuseppe Baldi; in seguito, cosa per noi di particolare interesse, "les doubles furent consignés à Pie VII pour sa bibliothèque privée, le 25 septembre 1821, et transportés a nouveau au Quirinal" (31). Infine, un mandato di pagamento del Card. Consalvi in data 27 ottobre 1817 ordina il rimborso da parte del Tesoriere Generale al Primo Custode della Vaticana Francesco Baldi delle spese per il trasporto nella Biblioteca Vaticana "dei libri che esistevano tanto nelle stanze terrene dell'Archivio Segreto al Vaticano, quanto nelle Stanze del Quirinale", "essendo piaciuto alla S. di N.S. che per la Libreria già appartenente alla chi. mem. del Card. de Zelada non abbia più luogo la costruzione già ideata nelle stanze del Quirinale, ma che sia collocata piuttosto nella Biblioteca Vaticana" (32). E così tornano i conti anche per i tremila libri rimasti al Quirinale per la biblioteca del "Sovrano Secolare". Riassumendo nuovamente, per intero: nel 1800 giunge al Quirinale Pio VII, portando con sé la sua biblioteca. Il cardinale Zelada muore nel 1801: i libri a stampa della sua bella biblioteca restano invenduti, finché non li compra Pio VII per sé, con proprio denaro, e li fa portare al Quirinale, dove si affiancano agli altri suoi libri. I libri dello Zelada, come vedremo in seguito, dovevano essere in numero molto superiore a quelli di Pio VII. Nel 1809 Pio VII deve abbandonare il Quirinale, e i libri - incustoditi - patiscono danni e furti. Nel 1812 vengono portati al Vaticano, tranne 3.000 che restano al Quirinale per la biblioteca del "Sovrano Secolare". Al suo ritorno, Pio VII ordina che i libri siano riportati al Quirinale, ma poi cambia idea, e vuole che la biblioteca Zelada sia incorporata alla Vaticana. I libri di Zelada e di Pio VII vengono riordinati, viene fatta una verifica dei duplicati, che vengono trasportati di nuovo al Quirinale per la sua biblioteca privata. Questo ultimo trasporto avviene nel 1821, solo due anni prima della morte del Chiaramonti. A suggello delle affermazioni dei nostri testimoni, troviamo nella Pïana vari libri che recano l'ex libris del cardinale Zelada. Alcuni sono segnalati nell'inventario Zazzeri da una mano posteriore, che scrive in inchiostro rosso (33). Nelle raccolte della Comunale di Cesena (dunque non nella Pïana) sono conservati almeno tre inventari riferiti alla biblioteca privata di Pio VII al tempo in cui egli era ancora in vita. Poiché non mi risulta che siano stati ancora indagati, sarà il caso di darne qualche cenno, soprattutto per il primo di essi, con l'avvertenza che, come spesso accade, le domande che fanno sorgere sono più delle risposte che vi si cercherebbero. Il primo di essi, in tre volumi manoscritti che recano sul dorso la scritta "Indice della Bibl: Quirinale" (34), consiste in realtà di due cataloghi alfabetici, ordinati per autore, riferiti a due distinte biblioteche, e costruiti in un modo abbastanza singolare. Le descrizioni bibliografiche, che indicano nell'ordine autore, titolo, luogo di stampa, stampatore, anno, sono infatti vergate su listarelle di carta incollate sui fogli di un opera a stampa ancora da piegare in fascicoli e da cucire (35): una tiratura sbagliata, oppure rimasta invenduta, utilizzata come supporto fisico di queste "schede". Il primo dei tre volumi è composto di 14 carte (numerate in cifre romane) + 258 (in cifre arabe). A c. I compare la scritta "mss. de Z.". Segue l'elenco di 12 manoscritti, poi un altro elenco di 14 incunaboli, poi di 72 edizioni ebraiche. Subito dopo, prima della carta n. 1, è segnato: "Libri stampati della Bibl. de Zelada". Il secondo volume, di 275 carte, continua la serie alfabetica degli stampati dalla lettera I alla lettera Z. In questi due volumi di fianco alle descrizioni non vi sono segnature di collocazione. Il terzo volume è più piccolo dei precedenti, con solo 156 carte. Nella seconda carta di guardia è scritto "Mss. PP.". Seguono 6 carte che contengono la descrizione di 90 manoscritti, alcuni dei quali sono presenti nella Pïana (36). A queste seguono 5 carte che registrano 67 incunaboli, nessuno dei quali è presente nella Pïana, e infine altre 8 pagine con le descrizioni di 106 edizioni ebraiche. Da c. 59 fino a c. 137 è l'elenco dei libri a stampa. Appare evidente che il primo e il secondo volume si riferiscono alla biblioteca Zelada, mentre il terzo a quella privata di Pio VII: entrambe le biblioteche, come abbiamo visto, convivevano al Quirinale negli anni immediatamente precedenti all'esilio forzato di Pio VII (1809). Una sommaria stima, basata sul conteggio medio delle opere (non tomi) in ogni singola carta moltiplicate per il numero delle carte, facendo pari fra aggiunte e cassature, dà un totale di circa 7500 opere per la biblioteca Zelada e poco più di 1000 opere per quella di Pio VII (37). Le descrizioni bibliografiche scritte sulle listarelle di carta presenti nei tre volumi sono opera di una stessa mano, che scrive con tratto sottile e ordinato. E' presente però una seconda mano, con tratto più verticale e meno ordinato, che scrive con inchiostro più scuro: interviene nel terzo volume con aggiunte di altre listarelle, varie cassature delle precedenti descrizioni, aggiunte scritte direttamente sui fogli di supporto, aggiunta di segnature di collocazione; in tutti e tre i volumi aggiunge vistose "P." a margine delle opere. In tutti e tre i volumi alcune listarelle sono state strappate via, probabilmente in modo intenzionale, vista la buona tenuta della colla nel resto del volume. Possiamo avanzare delle ipotesi. Le "P." sono apposte nella quasi totalità a fianco di opere posteriori al 1801, anno della morte dello Zelada: potrebbero essere allora il contrassegno dei tentativi di ritrovare, fra i libri lasciati al Quirinale nelle condizioni descritte da Battaglini (38), quelli pertinenti alla biblioteca di Pio VII; o il segno di una verifica di duplicati; oppure entrambe le cose. Gli altri interventi (cassature, aggiunte di descrizioni, aggiunte di segnature) svolti dalla seconda mano nel terzo volume, quello relativo alla biblioteca di Pio VII, mostrano un intenso lavoro di revisione. Si può dunque ipotizzare - considerando lo stato di confusione delle due raccolte, sapendo che esse furono oggetto di revisione e di confronto tra di loro e con la Vaticana, sapendo che la biblioteca Zelada finì poi alla Vaticana - che il terzo volume, così come è adesso, sia stato lo strumento di questa opera di riordino. Questa ipotesi è rafforzata dalla presenza nella Comunale di Cesena di un secondo catalogo alfabetico della biblioteca di Pio VII (39): si tratta di un volume manoscritto di 67 carte (non numerate) ordinato in due serie alfabetiche, di cui la seconda sembra riflettere semplicemente le nuove acquisizioni, e in due stanze (senza corrispondenza: la prima stanza finisce a metà della lettera "H" della seconda serie alfabetica). La prima serie alfabetica di questo catalogo non è altro che la bella copia parziale del terzo volume dell'inventario del Quirinale: vi sono presenti, con la medesima collocazione, tutte le opere a fianco delle quali era stata apposta dalla seconda mano tale segnatura. La data (1816) ci può indicare il periodo del ritorno al Quirinale della biblioteca di Pio VII, dopo le revisioni condotte presso la Vaticana. Un terzo inventario, che pure risulterebbe contenere, ad una sommaria stima, circa 3.700 registrazioni bibliografiche, non mostra, dalle verifiche incrociate che sono state condotte, nessun segnale di collegamento con i precedenti o con la attuale Pïana (40). Pio VII muore il 20 agosto 1823. Nella sua vita aveva conosciuto fin troppo bene gli sconvolgimenti, quando non le ruberie e i saccheggi, che spesso toccano alle biblioteche nel caso di cambiamenti traumatici di regime. La fine della biblioteca del suo predecessore, nonché le altre vicende che abbiamo riportato con le parole dei testimoni, erano troppo presenti alla sua mente. Il pontefice volle allora cautelarsi contro le possibili future soppressioni con un atto di grande lungimiranza che tradisce la sua poca fiducia nella continuità del restaurato regime: con il Breve del 21 agosto 1821 stabilisce che la sua biblioteca sia affidata in uso al monastero del Monte di Cesena, riservandone però la proprietà ai discendenti primogeniti della famiglia Chiaramonti (41). La Pïana si trasferisce così a Cesena, presso il monastero del Monte, ove rimane finché, in attuazione della legge del 7 luglio 1866 sullo scioglimento delle congregazioni religiose, il Demanio prende possesso del Monastero e di tutti i suoi beni, compresa la biblioteca (42). La famiglia Chiaramonti cita in giudizio il 19 dicembre 1867 il Demanio e il Comune di Cesena (la raccolta era stata depositata presso la Malatestiana) per possesso illegale di beni non facenti parte del patrimonio ecclesiastico. Tuttavia i Chiaramonti comprendono ben presto la fama e il prestigio che sarebbero derivati alla famiglia dal "tenere perennemente associato nel tempio della Scienza il proprio nome a quello dei Malatesta, dei Bufalini e d'altri benemeriti concittadini" (43). In sostanza la Biblioteca Malatestiana viene a sostituire il monastero nel ruolo stabilito di custode della raccolta, "per uso della gioventù studiosa", fatta salva ai Chiaramonti "la proprietà e il diritto di ottenere la materiale restituzione della libreria e medagliere ad ogni richiesta" (44). Segue per la Pïana un periodo di tranquillità, nel quale diviene parte stabile delle raccolte comunali e del patrimonio culturale di Cesena: sono gli anni in cui presiedono alla Malatestiana Renato Serra e Manlio Torquato Dazzi, mentre già prima della convenzione, nel 1872, Raimondo Zazzeri aveva compilato il già citato inventario topografico. Ancora in questi anni viene effettuata la schedatura della Pïana (45). Purtroppo il 10 marzo 1927 giunge la richiesta di riconsegna della biblioteca da parte degli eredi Chiaramonti. La cittadinanza si mobilita, a fronte dell'ordinanza del Tribunale di Forlì che impone la riconsegna (46). Poco dopo, in seguito alla stipula dei Patti Lateranensi l'11 febbraio 1929, e al successivo riconoscimento di personalità giuridica agli enti religiosi soppressi, i benedettini del Monte ritengono sia giunto il momento propizio per riottenere la Pïana ed iniziano anch'essi un'azione legale. Inizia una lunga e complessa vicenda che si conclude solo il 28 dicembre 1941, con l'atto di vendita della Pïana da parte degli eredi Chiaramonti allo Stato Italiano (47), seguito il 21 novembre dello stesso anno dall'atto di deposito - fra Stato e Comune di Cesena - della Pïana presso la Malatestiana. La biblioteca può dunque ristabilirsi nella sala davanti all'aula quattrocentesca, turbata solo dalla guerra, quando alcuni volumi vengono trasportati in luogo sicuro (48). Successivamente al conflitto, e in particolare negli anni Sessanta, in seguito alle reiterate richieste di restituzione da parte dei benedettini, la Pïana ha corso ancora il rischio di dovere lasciare la Malatestiana (49); queste vicende sono ancora ben presenti nella memoria di numerose persone che le hanno vissute direttamente, e dunque non è bene che ne scriva chi, per ragioni anagrafiche, ha potuto apprenderle solo dalle carte. (1) Gregorio Barnaba Chiaramonti nasce a Cesena il 14 agosto 1742; prende i voti entrando nell’ordine benedettino nel 1758; dopo gli studi teologici, compie una rapida carriera ecclesiastica che lo porta a essere nominato a 40 anni vescovo di Tivoli e poi, promosso cardinale, di Imola (1785). Viene eletto papa il 14 marzo 1800 nel conclave tenuto a Venezia, ma solo il 3 luglio può entrare a Roma. Il suo pontificato è denso di avvenimenti legati al complesso periodo delle guerre napoleoniche e della Restaurazione: come il suo predecessore e concittadino Pio VI, anche Pio VII conosce l’esilio, dal 1809 al 1814. Muore a Roma il 20 agosto 1823. (2) L. Baldacchini, Gli incunaboli della Biblioteca Piana, Cesena, Banca popolare dell’Emilia Romagna, 1992; L. Baldacchini, Incunaboli e cinqeucentine in Romagna. La Biblioteca Piana e la Biblioteca del seminario di Sarsina, Manziana (RM), Vecchiarelli, 1996. (3) R. Zazzeri, Catalogo della Biblioteca Piana di Cesena compilato nell’anno 1872 da Raimondo Zazzeri bibliotecario, ms. Bibl. Malatestiana. A Raimondo Zazzeri fu affidato dal 1870 al 1877 l’incarico provvisorio di bibliotecario della Malatestiana; collaborò al catalogo della cosiddetta Comunitativa, ove confluirono i fondi librari delle congregazioni religiose soppresse. (4) Es. il Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche italiane, Firenze, Olschki, 1985, V, pp. 5-23, schede a cura di D. Frioli; Catalogo di manoscritti greci esistenti nelle biblioteche italiane, a cura di E. Mioni, Roma, Istituto poligrafico della Stato, [1965], I, p. 79: in Piana è presente un solo manoscritto greco (Bibl. Piana 3.190), contenente opere di Giovanni Damasceno. (5) M.T.Dazzi, La Piana, "La Romagna", XIV, 1923, pp. 362-377 (6) A. Campana, Le biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle biblioteche d’Italia, I. Emilia Romagna, Milano, Hoepli, 1932, pp. 108-110. L’occasione di questo scritto mi consente di ricordare con affetto e riconoscenza il professor Augusto Campana che mi diede utili suggerimenti per questo lavoro nel corso di un indimenticabile pomeriggio trascorso nella sua casa di Santarcangelo, alcuni giorni prima del convegno cesenate. (7) D. Fava, La biblioteca di papa Pio VII, "Accademie e biblioteche d’Italia", XVI, 1942, pp. 257-267; D. Fava, Papi romagnoli bibliofili, "Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per l’Emilia e la Romagna", VII, 1941-1942, [pp. 10-15] (8) Nel mare delle pubblicazione su Pio VII, spesso celebrative e generiche, l’opera principale rimane la biografia di J. Leflon, Pie VII. Des abbeyes bénèdictines à la Papauté, Paris, Librairie Plon, 1958. Leflon intervenne al Convegno di Studi Romagnoli del 1965 con una sintesi storica del pontificato di Pio VII : J. Leflon, Un pape romagnol: Pie VII, "Studi romagnoli", 16, 1965, pp. 241-255. (9) E’nota l’omelia che recitò, ancora vescovo di Imola, la notte di Natale del 1797, nella quale affermava la possibilità di una conciliazione tra democrazia e Vangelo, tra Patria e Religione: cfr. A. Varni, Gli anni di Napoleone, in Storia di Cesena, Rimini, B. Ghigi, 1987, vol. IV, 1, pp. 34-35. (10) J. Leflon, Un Pape romagnol: Pie VII, cit., p. 243. Del Condillac troviamo in Piana (11.91) una copia della traduzione italiana, con dedica del traduttore a Pio VII: E.B.Condillac, Saggio sopra l’origine delle umane cognizioni, tradotto dal francese con note e osservazioni critiche di Tommaso Vincenzo Falletti, Roma, Zempel, 1784. (11) L. Dal Pane, Riforme economiche di Pio VII, "Studi romagnoli", 16, 1965, pp. 258-276 (12) Numerose notizie, non limitate alle collezioni numismatiche, ma estese alle vicende delle altre raccolte vaticane, si trovano in S. Le Grelle, Saggio storico delle collezioni numismatiche vaticane, in C. Serafini, Le monete e le bolle plumbee del Medagliere Vaticano, Milano, Hoepli, 1910-1913, vol. 1., pp. XV-LXXIX. Ai tempi della deportazione di Pio VII in Francia (1809), a seguito dell’invasione francese in Roma, "delle monete ed altri piccoli oggetti antichi, per la maggior parte provenienti dalle catacombe, eransi trovati negli appartamenti di Pio VII al Quirinale, che veniva allora apprestato per ricevere l’imperatore". (S.Le Grelle, op.cit., p. LII). Vengono riferiti acquisti di particolare rilevanza da parte di Pio VII: "reso prudente dalla triste esperienza del suo predecessore, il quale, in tempi di torbidi rivoluzionari, aveva acquistato e posto nella Biblioteca il medagliere della regina di Svezia appena quattro anni prima del saccheggio e della spoliazione francese, Pio VII, nel 1807, acquistava per 9000 scudi la bella raccolta di monete antiche di bronzo, romane e coloniali, di Pietro Maria Vitali, romano, il cui catalogo, redatto da Alessandro Visconti, era stato pubblicato nel 1805; e ciò senza far motto ad alcuno del nuovo acquisto, lasciandolo nascosto a tutti, salvo che al direttore generale dei Musei, il celebre Canova, presso il quale fu depositato" (S. Le Grelle, op. cit., p. 11). E’ questo un acquisto che fu effettuato a favore della Vaticana, dove la raccolta confluì nel 1817; tuttavia alcuni duplicati di queste monete finirono nella raccolta privata di Pio VII: nel 1817 Bartolomeo Borghesi viene incaricato del riordino del medagliere. "Formò il Borghesi, oltre la serie vaticana, due altre serie di duplicati. Le prima di queste [..] fu consegnata a Giovanni Soglia, agente di Pio VII, per ricostruire il privato medagliere del pontefice, in parte forse disperso ed in parte, come vedemmo, fatto trasportare dal Daru con altre antichità nella Biblioteca Vaticana" (S. Le Grelle, op.cit., p. LIX). La seconda serie di duplicati serviva per scambi e vendite. (S.Le Grelle, op. cit., p. LI). Bartolomeo Borghesi (Savignano sul Rubicone 1781-San Marino 1860), ben noto ai cultori di studi romagnoli, fu numismatico ed epigrafista; cfr. A. Campana, in Dizionario biografico degli italiani, 12, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970, pp. 624-643. Martial Daru (1775-1827), nominato nel 1811 Intendente dei beni della Corona per i dipartimenti di Trasimeno e Tevere, autore nel 1811 di requisizioni di numerosi volumi dalle biblioteche delle congregazioni religiose a favore della vaticana (J. Bignami Odier, La Bibliothèque vaticane de Sixte IV à Pie XI, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1973, p. 203, n. 42). (13) Cfr. ad es. G. Fornari, Pio VII. La cultura e le arti belle, in Nel I centenario della morte di Pio VII. 1823 - 20 agosto – 1923, Ravenna, Scuola tip. salesiana, 1923; B. Nogara, Nel primo centenario della morte di Pio VII. Pio VII e le belle arti, "L’Avvenire d’Italia", 19 agosto 1923, p. 3. (14) E’ noto il "chirografo sapientissimo" – come lo definì Andrea Emiliani – del 1 ottobre 1802, ripreso poi dall’editto Pacca del 7 aprile 1820; per comprendere i riferimenti culturali all’origine del chirografo cfr. Leggi, bandi e provvedimenti per la tutela dei beni artistici e culturali negli antichi stati italiani, a cura di A. Emiliani, Bologna, Alfa, 1978, p. 17. L’"editto Pacca" tra l’altro stabiliva: struttura amministrativa per la tutela delle belle arti, articolata in commissioni residenti nelle principali città composte di tecnici; catalogazione delle opere d’arte conservate in edifici pubblici; tassa doganale per l’esportazione di opere d’arte; norme sul vincolo, sul restauro, e sul finanziamento dei lavori. (15) Per fornire un unico esempio: G. Aldini, Essai thèorique et expérimentel sur le Galvanisme, Paris, Fournier fils, chez les Piranesi, 1804, con dedica dell’A. a Pio VII. (16) "Battaglini, à vrai dire avait suggéré de nes pas restituer les manuscrits, comme avit fait Marini en 1800" (J. Bignami Odier, op. cit., p. 207) ; Angelo Battaglini (Rimini 1759-Roma 1843), Scrittore Soprannumerario alla Vaticana (1791), poi effettivo, ne divenne in seguito Primo Conservatore (1810); allontanato in seguito a voci calunniose, fu reintegrato poi nell’incarico: cfr. A. Campana, in Dizionario biografico degli italiani, cit., 7, 1965, pp. 222-225. Gaetano Marini (Santarcangelo di Romagna 1742-Parigi 1815), Prefetto dell’Archivio Vaticano e Primo Custode della Biblioteca Vaticana; cfr. J. Bignami Odier, op. cit., p. 339. Su questo cfr. anche G. Mercati, Note per la storia di alcune biblioteche romane nei secoli XVI-XIX, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1952, pp. 45-46, n. 2. (17) In particolare A. C. Quatremére de Quincy (Parigi 1755-ivi 1849), autore delle Lettres sur le préjudice qu’occasionneroient Aux Arts et à la science, le déplacement des monuments de l’art de l’Italie, le démembrement de ses Ecoles, et la spoliation de ses collections, galleries, Musées, etc., Paris, chez Desenne, Quatremére, 1796 ; significativamente presente alla Piana (4.55) nella seconda edizione romana del 1815. Sul rapporto tra Quatremére de Quincy, Pio VII, Antonio Canova e sul dibattito sulla funzione e utilità delle opere d’arte e dei musei cfr. A. Pinelli, Storia dell’arte e cultura della tutela. Le Lettres a Miranda di Quatremere de Quincy, in Lo studio delle arti e il genio dell’Europa, scritti di A.C. Quatremere de Quincy e Pio VII Chiaramonti (1796-1802), introduzione di A. Emiliani, Bologna, Nuova Alfa editor., 1989, pp. 15-47. (18) Cfr. G. Mercati, op. cit., p. 87, n. 1; e anche la Bignami Odier: "Pie VI, suivant l’habitude de l’epoque, avait choisi des livres pour sa bibliotheque dans les doubles et les triples de la Bibliotheque vaticane " (J. Bignami Odier, op.cit., p. 195). Del resto nemmeno Pio VII se ne astenne: nella già vista occasione della restituzione dei volumi delle Congregazioni religiose soppresse "les duplicati furent pris par Pie VII pour sa bibliotheque" (J. Bignami Odier, op. cit., p. 218, n. 8); la stessa cosa accadde per i duplicati delle monete incorporate alla Vaticana nel 1811, come già riferito in precedenza (S.Le Grelle, op. cit., p. LIX). Sulla biblioteca privata di Pio VI cfr. A. Zavatti, Storia di una biblioteca papale, Cesena, Bettini, 1933. (19) Descrizione di num.°40 manoscritti, cioè, num.°32 membranacei, num.° 7 cartacei, e n° unico bombicino, quali vengono devotamente umiliati, ed offerti alla Santità di Nostro Signore Papa Pio VII felicemente regnante dall’infimo dei suoi sudditi il March. Gio. Giacomo Lepri l’anno di nostra Salute 1814, 1814, Bibl. Piana, ms. 3.206. (20) G.B.Bondacca, Numismatica romana tanto consolare che imperiale illustrata con figure e note dall’avvocato Gio. Battista Bondacca…, Bibl. Piana ms. 3. 186. Giovanni Battista Bondacca è ricordato più volte da Le Grelle come esperto numismatico attivo durante il pontificato di Pio VI (cfr. S. Le Grelle, op. cit., p. XXXVIII, n.3-4; p. XXXVII, n. 3). Vi sono poi altri due tomi manoscritti, senza un titolo, relativi a monete pontificie, alla segnatura Piana 3.191. (21) La biblioteca fu venduta dai francesi nell’aprile 1798 e dispersa dagli acquirenti Carlo e Filippo Barbiellini, librai romani (cfr. G. Mercati, op. cit., p. 87, n. 1). Pio VI aveva intenzione, come esprime nella lettera dell’ottobre 1777 ai Conservatori di Cesena, di donare la sua biblioteca alla città di Cesena, preoccupandosi fra l’altro dell’edificio dove collocare la raccolta, per il quale voleva affidare l’incarico all’architetto imolese Cosimo Morelli. E’ evidente l’intenzione autocelebrativa nella emulazione di Malatesta Novello (Breve Dilectis filiis Conservatoribus Caesenae, Romae, apud S. Mariam Majorem 30 octobris 1777, riportato da A. Zavatti, op. cit., pp. 7-10). Ai due volumi appartenuti a Pio VI e presenti nella Piana segnalati da Zavatti (Anecdota mediae atque infimae aetatis res Caesenatium illustrantia Pii VI jussu e secretioribus apostolicae sedis tabulariis eruta ac temporum ordine disposita, Bibl. Piana ms. 3.185, preziosa silloge di documenti dal 1144 al 1590, probabilmente raccolti sotto la direzione di Gaetano Marini; S. Chiaramonti, De coniectandis cuiusque moribus et latitantibus animi affectibus, Venetiis, ex off. Marci Ginammi, 1625, Bibl. Piana, 2.31), è forse da aggiungere il manoscritto delle Sentenze di Pietro Lombardo (3.125), che reca nella prima carta un vistoso stemma di Pio VI; non ho potuto effettuare il confronto con il catalogo di vendita della biblioteca, definito già da Zavatti "rarissimo": Catalogo della maggior parte dei libri già spettanti alla biblioteca privata di PP. Pio VI quali trovansi vendibili nella Libreria all’Insegna di S. Pio V sulla Piazza di Pasquino N° 35, Roma, 1805 (A. Zavatti, op. cit., pp. 23-24). (22) Il Chiaramonti fu bibliotecario nel monastero di San Giovanni a Parma, dove risiedette dal 1766 al 1775, e dove ebbe modo anche di entrare in contatto con questioni prettamente biblioteconomiche, come l’introduzione dei cataloghi a schede contro quelli a registro: cfr. J. Leflon, Pie VII. Des Abbeyes bénédictines à la papauté, cit., pp. 113-120. (23) Già Augusto Campana notava come "nella sua raccolta, pure insigne di cimeli […] manca un carattere personale […]. Libri, e talvolta opuscoli di pochi fogli, si inseguono per palchetti interi a diecine, a centinaia, in ricchissime se non sempre perfette legature dei piatti stemmati e decorati, che finiscono per essere monotone, sebbene abbastanza spesso si incontrano pezzi che si tolgono dal comune"(A. Campana, Le biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 108). (24) Leflon ritiene che la biblioteca del Chiaramonti si arricchì "sans doute" durante gli episcopati di Tivoli e Imola, ma cominciò a formarsi fin dal noviziato tra i benedettini cassinesi, dove la pratica della povertà tollerava l’utilizzo di piccole somme spesso usate per l’acquisto di libri. Per quanto riguarda il rapporto di Pio VII con i libri, Leflon lo definisce "bibliophile", salvo poi smentirsi poche righe dopo, quando (probabilmente sulla scorta dei già citati saggi di Fava sulla Piana) lo dice legato al libro più come strumento di conoscenza, che mosso da amore estetico; cfr. J. Leflon, Pie VII. Des Abbayes bénédictines à la Papauté, cit., pp. 113-120. (25) Francesco Saverio de Zelada (Roma 1717-ivi 1801) fu personaggio di grande rilievo nella politica romana di fine Settecento : ebbe un ruolo centrale nella redazione della bolla di soppressione dei gesuiti (1773) e probabilmente fu ricompensato di ciò con la nomina a cardinale nello stesso anno. Fu promotore della vincente candidatura di Gianangelo Braschi (del quale divenne Segretario di Stato dal 1789) al Conclave del 1774-1775 (cfr. Storia della Chiesa, diretta da H. Jedin, Milano, Jaca Book, 1977, p. 690; VIII, p. 8; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica…, Venezia, tip. Emiliana, 1840-1879, vol. CIII, pp. 460-469). Bibliotecario della Vaticana dal 1780, raffinato bibliofilo, fu "raccoglitore avidissimo di codici, iscrizioni, medaglie e monete, strumenti di fisica, ecc." (G. Mercati, op. cit., p. 64 e n. 1), che collocò nella casa generalizia dei Gesuiti, divenuta sua residenza dopo la soppreSsione dell’ordine. Alla fine del secolo, nel 1796 o nel 1797, vedendo che si appressavano tempi duri per i libri, spedì la gran parte dei suoi manoscritti alla Biblioteca Capitolare di Toledo. Angelo Battaglini fu il suo ultimo bibliotecario e redasse un catalogo in due volumi di 1277 manoscritti zeladiani, ora conservato alla Biblioteca Universitaria di Bologna (ms. 4256): Latinorum Italorum Gallorum Hispanorumque manuscriptorum codicum Zeladianae Bibliothecae catalogus (cfr. A. Campana, in Dizionario biografico degli Italiani, cit., pp. 223.-224) (26) G. Mercati, op. cit., pp 58-59 (27) G. Mercati, op. cit., p. 82; il brano citato è tratto da un "abbozzo di promemoria" conservato presso l’Archivio della Biblioteca Vaticana, t. 13, c. 110v. (28) Archivio Biblioteca Vaticana, Breve e sincero ragguaglio dell’operato del canonico Angelo Battaglini custode della Biblioteca Vaticana nell’assenza da Roma di N.S. Papa Pio VII, 1814, t. 102, cc. 56-66r, riportato in G. Mercati, op. cit., pp. 83-84 (29) Ibid. (30) G. Mercati, op. cit., p. 82 (31) J. Bignami Odier, op. cit., p. 220, n. 23. I dati sono tratti dall’Archivio della Biblioteca Vaticana, vol. 13, cc. 19r-24r, cc. 28-33. (32) Cit. in Mercati, op. cit., p. 82, n. 4. (33) Segnalo le segnature di alcuni, ricavati semplicemente sfogliando l’inventario: 2.43, 2.46, 2.50, 7.55, 7.62, 7.65, 10.43, 10.44, 10.45, 12.134, 15.68, 15.69. (34) Con la segnatura di collocazione 167.165 (precedente segnatura 139.108). E’ probabile che siano pervenuti alla Comunale di Cesena – come altri inventari di cui si dirà tra poco – insieme alla Piana. Debbo la segnalazione ad Anna Manfron, bibliotecaria della Malatestiana di Cesena, che ringrazio – insieme al Direttore Lorenzo Baldacchini – anche per la cordiale e competente collaborazione nelle ricerche. (35) Si tratta della Analisi critica del trattato del Sig. Le Vayer de Betigni dell’autorità del Re sopra l’età necessaria alla professione solenne de’religiosi, 1772 (nell’unico frontespizio reperito manca il nome dell’autore e il luogo di stampa) (36) Sono in gran parte manoscritti moderni o contemporanei, recanti memorie e relazioni, con qualche codice (ad es. il Messale con la collocazione 3.192, donato a Pio VII dal cappuccino Bartolomeo da Imola, e i vari Libri d’Ore di difficile o impossibile identificazione). Si riscontra la mancanza dei 40 manoscritti della donazione Lepri, anche questo un segnale – come vedremo – che la prima redazione del catalogo è anteriore al 1814, anno del ritorno a Roma di Pio VII dopo l’esilio e della suddetta donazione. (37) Il dato concorda in linea di massima con il Dizionario del Moroni, dove si ricordano "seimila e più volumi" (G. Moroni, op. cit., v. CIII, p. 469) (38) "Rimase sorpreso della confusione, in cui erano, delle notabili mancanze, e spezzature […]. Ma nel più bello del lavoro delle separazioni […etc.] venuti in confuso tutti i libri al Vaticano fu cura del Battaglini di dividerli tutti in classi […]. (A. Battaglini, Breve e sincero ragguaglio…, cit., pp. 83-84) (39) Inventario alfabetico netto [netto aggiunto in interlinea] della biblioteca particolare della Santità di N.S. Pio Papa VII. Prima stanza. Anno 1816. E seconda stanza dalla lett. H [da Anno aggiunto posteriormente], BMCe, ms. 164.70.14 (precedente segnatura 164.94). Le collocazioni riportate sono: I serie: A-D; II serie: E-G. Stimando sommariamente, il numero delle opere risulta essere circa 900, cioè relativamente esiguo. (40) Catalogo della Biblioteca particolare di N.S. Pio Papa VII felicemente regn.te, BMCe, ms. (privo di collocazione); 20 volumi in serie alfabetica, costruito – analogamente al primo indicato – con listarelle incollate su fogli, redatte da varie calligrafie. Resta da individuare l’identità dei compilatori dei cataloghi. Sappiamo già che furono Battaglini e Baldi a lavorare sui volumi delle due biblioteche sottratte al Quirinale, e che "les listes des mss transportés du Palais du Quirinal à la Vaticane sur l’ordre de Daru sont dressées par Battaglini dans Arch.Bibl. 124 [Archivio della Biblioteca Vaticana]. Dans le meme volume on trouve, écrites par Battaglini et Baldi, des listes d’imprimés, sans doute de Zelada" (J. Bignami Odier, op. cit., p. 309). In attesa di un confronto delle calligrafie presso la Vaticana, l’ipotesi che siano Battaglini e Baldi i due compilatori almeno del primo inventario resta la più facile. (41) "[…] insuper Nobis propositum sit, ac deliberandum monachis Cassinensibus monasterii praedicti libros privatae Nostrae bibliothecae utendos concedere, ut ejusdem bibliothecae libris ipsis iuventur in excolendis privatim doctrinis; quumque praeterea ibidem ad bibliothecae ornatum retineri velimus nonnullas doctae antiquitatis reliquias, ac praesertim numismata aliquot privati nostri dominii, statuimus, atque sancimus, usum Nostrae bibliothecae in monasterium illud inferendae monachis liberum esse relinquendum (qui quidem monachi incumbent in curam diligenter custodiendi libros, antiquitatis reliquias, ac numismata, de quibus egimus); proprietatem vero ejusdem bibliothecae, veterum monumentorum, atque numismatum apud haeredes Nostros manere debere […]"riportato da O. Bonavita, Le vicende della Biblioteca privata di Pio PP. VII Chiaramonti, tesi di laurea, Università di Bologna, Facoltà di magistero, a/a 1969/1970, pp. 98-102: trascrizione di documenti sulle vicende della Piana. Le condizioni – uso ai monaci e proprietà agli eredi – sono le medesime stabilite per l’intero complesso del Monastero del Monte, con annessi, acquistato dal bolognese Pietro Maria Semprini ai tempi della vendita dei beni ecclesiastici e donato in seguito a Pio VII, che lo accetta come sua privata proprietà, come riferito dallo stesso Breve. Vi è pure nel Breve la prescrizione di redigere un doppio inventario dei libri, monete, oggetti di antichità da conservare presso il monastero e presso gli eredi. Uno di questi inventari è presente tuttora presso la biblioteca del Monastero: Catalogo alfabetico ragionato dei libri stampati e mss. della privata biblioteca di N.S. Pio VII.P.M….; ms., 1821. Non tutti i libri di Pio VII, a quanto pare, sono però finiti a Cesena. In Vaticana esiste un gruppo di manoscritti provenienti dalla sua biblioteca privata (Vat. Lat. 8280-8324): in mezzo ad essi si trovano alcuni manoscritti del liturgista Padre Danzetta, di cui parlano sia la Bignami Odier sia Mercati (J. Bignami Odier, op. cit., p. 267, n. 6; G. Mercati, op. cit., p. 80), probabilmente gli stessi che troviamo al primo posto fra i manoscritti registrati nel primo dei tre inventari segnalati (Esortazioni ordinarie a Novizi, Tom. 2 in f°; Esortazioni communi, in f°; Prediche, in f°; esercizi, in f°; Repertorium Sacrorum Canonum, in f°) (42) Rimane nel citato catalogo presso la biblioteca del Monte una testimonianza del sequestro a c. 235: "Cesena li 17. Dicembre 1866 rinnovando la Protesta D. Eldrado Defazy Ab.". (43) Sono le parole del Sindaco di Cesena, registrate da M.T.Dazzi, op. cit., pp. 362-363, in occasione dell’accordo siglato il 2 agosto 1878. (44) Cfr. O. Bonavita, op. cit., p. 114 (45) Notizie su queste operazioni si trovano in R. Zazzeri, Delle biblioteche cesenati. Relazione dell’anno 1871, Cesena, Vignuzzi, 1872 (46) Cfr. O. Bonavita, op. cit., pp. 117-119 (47) Numerose persone presero parte attiva alle trattative: tra essi, oltre all’allora Soprintendente Domenico Fava, è giusto ricordare Augusto Campana. Del medagliere, non compreso nell’atto di vendita, si sono perse le tracce: fino al 1932 era però annesso ala Piana, come testimonia A. Campana, Le biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 110 (48) Cfr. O. Bonavita, op. cit., pp. 117-119. (49) La prima richiesta è del 8 novembre 1946; la domanda, non accolta, viene rinnovata, finché nel 1959 il ministro Medici appare disposto ad acconsentire alle richieste dei monaci sulla base di motivazioni legate all’origine storica della raccolta, considerata "cimelio benedettino"; il ministro Gui, nel 1965, nonostante l’opposizione durissima del Consiglio Comunale (ricorso al Consiglio di Stato e minaccia di dimissioni in blocco) impone la riconsegna, fissata dal successore Scaglia al 26 novembre 1968. Il provvedimento di riconsegna viene infine sospeso. Su ciò cfr. O. Bonavita, op. cit., pp. 208-273, e la stampa locale e in qualche caso nazionale. Ultimo fatto da segnalare purtroppo nelle travagliate vicende della Piana è il furto di alcuni volumi o parti di essi, manoscritti e a stampa, scoperto nel marzo 1983. I volumi, recuperati dopo poco tempo dai carabinieri, sono stati sottoposti ad operazioni più o meno traumatiche (lavaggi, asportazioni di legature originali e di timbri) che ne hanno alterato la fisionomia (cfr. E. Casamassima, Biblioteca Malatestiana di Cesena. Perizia codicologica-bibliologica, 1985, BMCe, dattiloscritto). |
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