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Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
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Nella letteratura relativa alla Biblioteca Malatestiana si è soliti sottolineare la filiazione di quest’ultima da un’altra celebre biblioteca quattrocentesca, quella fiorentina di San Marco, che rappresentò di fatto l’archetipo anche di altre biblioteche dell’epoca. Filiazione che è evidente nella forma architettonica, caratterizzata dalle due navate laterali in cui sono disposti i banchi o plutei, e un corridoio centrale, e anche in altri particolari: persino, come è stato recentemente rivelato, nella tinteggiatura verde delle pareti (1). Una filiazione che sarebbe stata testimoniata anche da lettere, per noi perdute, scambiate tra Cosimo il Vecchio e Malatesta Novello (2). Ma è stata anche supposta un’influenza in senso inverso, in virtù della quale la ricostruzione della biblioteca marciana dopo il terremoto che la danneggiò profondamente nel 1453 avrebbe tratto a sua volta ispirazione, per ovviare alla fragilità della costruzione originale, dalla tecnica costruttiva adottata per la Malatestiana in particolare per la volta a botte centrale, del corridoio, che fu rialzata anche in San Marco come testimoniano gli Annales del convento (3). Volta a botte che significativamente l’autore dell’anonimo panegirico in lode di Malatesta Novello, conservato nel ms. S. XXIX. 25, addita come la caratteristica più mirabile della biblioteca fatta costruire dal signore di Cesena: "Et ut caeteros ad humanitatis studia prosequendum inflammaret magnis impensis maiorique aere a rudimentis adusque summa fastigia cum testudinibus miro atque inenarrabili artificio dispositis bibliothecam omnium librorum genere refertam erigit" (4). La ristrutturazione del convento di San Marco e la costruzione della biblioteca vennero affidate da Cosimo al suo architetto preferito, Michelozzo Michelozzi. I lavori al convento iniziarono nel 1437 per concludersi in maniera definitiva nel 1452, mentre la biblioteca fu edificata nell’arco di tre anni tra il 1441 e il 1444 (5). La costruzione della Malatestiana sarebbe seguita di lì a poco: o già nel 1447, oppure, come pare più probabile, nel 1450, per essere ultimata nel 1452 (6). I legami tra Cosimo e Malatesta Novello, rivelati dalla loro corrispondenza epistolare, le analogie architettoniche e la vicinanza temporale accostano in maniera evidente le sorti delle due biblioteche. Il nucleo centrale della biblioteca di San Marco fu costituito dai libri di Niccolò Niccoli che Cosimo aveva riscattato nello stesso 1441 dagli esecutori testamentari dell’umanista, morto nel 1437. Questi avevano vanamente cercato una sede consona all’imponente raccolta del Niccoli, che aveva posto delle condizioni sulla sua futura collocazione, in particolare che fosse messa a disposizione di "omnes cives studiosi", che fosse cioè aperta a tutti (7). Condizione che di fatto fu rispettata divenendo, quella di San Marco, la prima biblioteca pubblica: la ‘Medicea pubblica’, così chiamata per distinguerla dalla ‘Medicea privata’, costituita a sua volta dalla raccolta dei libri appartenuti almeno in origine ai singoli membri della famiglia Medici. Collezione, quella privata, che fu iniziata da Cosimo il Vecchio e che s’ingrandì con i suoi discendenti, in particolare con Lorenzo il Magnifico, che accarezzò il sogno, vanificato dalla sua morte e poi dalla ‘cacciata’ di suo figlio Piero, di farne una nuova biblioteca, ricchissima e anch’essa pubblica. Il progetto si realizzò solo in pieno Cinquecento con l’apertura nel 1571 della Biblioteca Medicea Laurenziana (8). La biblioteca di San Marco rispose quindi alle aspettative del Niccoli. Ma allo stesso tempo diede forma concreta a un ideale di biblioteca che si era venuto man mano elaborando e che fu inizialmente teorizzato da Francesco Petrarca. Alle origini di questo ideale sta il ricordo della celeberrima biblioteca d’Alessandria, il cui mito iniziò a circolare proprio grazie al Petrarca. Nel De remediis utriusque fortunae, negando il valore del possesso dei libri di per sé, questi affermava che tale possesso aveva portato fama unicamente al fondatore della biblioteca alessandrina, Tolomeo. La cui fama tuttavia non si doveva tanto al numero dei libri quanto alla celebre traduzione dell’Antico Testamento di cui si era fatto promotore. Ma per Petrarca il vero merito di Tolomeo sarebbe stato quello di aver voluto rendere ‘pubblica’ la biblioteca da lui fondata. Per Petrarca i libri non dovevano essere rinchiusi nelle biblioteche dei privati, ma dovevano essere messi a disposizione della comunità degli studiosi. Allo stesso tempo egli sottolineava un’altra necessità, che si ovviasse ai tanti errori che deturpavano i testi antichi per colpa della trascuratezza dei copisti. Era mancato, secondo il Petrarca, un intervento pubblico, come quello effettuato da Costantino, e riportato nella Historia ecclesiastica tripartita, il quale ordinò che la trascrizione dei testi avvenisse soltanto ad opera di "antiquarii" professionisti (9). Questi spunti furono ripresi e sviluppati da Coluccio Salutati, l’umanista e cancelliere della Repubblica fiorentina legatissimo al Niccoli e al ricordo del Petrarca. In un passo assai celebre del De fato et fortuna Salutati, affrontando anch’egli il problema dei guasti nella tradizione manoscritta delle opere degli antichi, proponeva un unico rimedio, che doveva essere frutto di un intervento pubblico ("de publico"): la creazione di biblioteche statali, in cui si raccogliessero anche più copie della stessa opera, di modo che dei "viri peritissimi" preposti alla cura dei libri potessero confrontare i testi e rimediare così agli errori dei copisti. Piuttosto il problema era trovare persone in grado di effettuare questo lavoro di correzione (10). Proprio il Niccoli vi si dedicò preparando delle vere e proprie edizioni, trascrivendo, integrando e correggendo con grande abilità testi di classici e di Padri della Chiesa (11). Un’attività che egli svolse tuttavia privatamente, sui suoi libri, non all’interno di una biblioteca. Il primo caso in cui ciò avvenne fu invece nello scrittoio malatestiano. Gli studi di Antonio Domeniconi, Emanuele Casamassima, Cristina Guasti e di Albinia de la Mare hanno posto in rilievo come a partire dal 1446 operasse per conto di Malatesta Novello un gruppo ben definito di copisti, alcuni dei quali residenti a Cesena (12). Tra questi in particolare frate Francesco da Figline, dapprima cappellano di Malatesta Novello, e poi bibliotecario del convento, e Jean d’Épinal, un copista di origine francese. Essi non si limitarono alla trascrizione dei testi; a loro si deve un’opera assidua di correzione e di integrazione dei manoscritti malatestiani che li rende in definitiva l’incarnazione più concreta di quei "viri peritissimi" che il Salutati si augurava fossero preposti alla cura delle biblioteche pubbliche. Un’attenzione per la correttezza dei testi che vedeva coinvolto in prima persona lo stesso Malatesta Novello. Il 2 maggio del 1461, quando gli anziani, su invito del "dominus", ispezionarono la biblioteca e trovarono che mancava un volume, lo stesso frate Francesco, "capellanus qui regit et gubernat libros", avvertì che esso si trovava "penes prefatum excellentem dominum causa ipsum revidendi et corrigendi, qui vocatur librum sermonum sancti Augustini" (13). Il volume in questione è stato identificato col ms. D. X. 3 e la mano correttrice con quella di Jean d’Épinal, che evidentemente non lo rivide in biblioteca ma in casa di Malatesta Novello (14). La preoccupazione di quest’ultimo per la correttezza dei testi è del resto confermata dalla sua unica lettera a Giovanni di Cosimo de’ Medici, tra quelle pervenuteci, in cui tratta di libri, datata 23 agosto 1457 (15). Aveva ricevuto tramite Agnolo della Stufa il De plantis di Teofrasto nella versione di Teodoro Gaza e lo ringraziava promettendo di restituirlo appena trascritto. Si scusava invece per non poter mandare a Firenze il commento di Donato a Terenzio perché lui era a Meldola e il codice a Cesena, dove infuriava una "gran peste". Aggiungeva però che appena possibile avrebbe mandato a prenderlo anche se, avvertiva Giovanni de’ Medici, si trattava di un codice "molto mendoso" su cui non si doveva "fare troppo fondamento". Per poterlo correggere, aveva perciò chiesto a Giovanni Aurispa di mandargli il suo codice di Donato ("Et io per haverlo correpto, ho pregato l’Aurispa che me faccia tanto copia del suo ch’io possa correggerlo") (16). Se ciò fosse avvenuto per tempo avrebbe quindi inviato a Firenze il codice già corretto. L’esemplare malatestiano è il ms. S. XXII. 5 in cui il testo principale è corretto da Francesco da Figline e in parte integrato da un altro copista che lavorò per lo "scriptorium", Francesco de Tianis. Non sappiamo tuttavia se per la correzione venne effettivamente utilizzato il codice che l’Aurispa aveva scoperto nel 1433 a Magonza o un altro esemplare della stessa opera (17). Sappiamo invece da una lettera del 2 dicembre 1457 di ser Francesco Catansanti, procuratore dei Medici, che il ms. malatestiano di Donato era giunto a Firenze e stava per essere affidato a Vespasiano da Bisticci perché lo facesse trascrivere (18). Queste due richieste sono tanto più interessanti perché rivelano da parte di Malatesta Novello (o di chi lo consigliava) un’attenzione particolare per la buona qualità dei manoscritti che si procurava, perché venissero trascritti o per correggere i propri: il codice dell’Aurispa con il commento di Donato era tra i più celebri e ricercati di tutto il Quattrocento; il De plantis fiorentino va invece identificato con il Laurenziano Plut. 82. 16 che non è una copia qualsiasi, bensì l’esemplare di dedica per Niccolò V (19). Possiamo dunque ritenere Malatesta Novello e il suo "scriptorium" in perfetta consonanza con l’ideale umanistico di una biblioteca pubblica che fosse vigile sulla correttezza dei testi. L’intervento statale, auspicato sia dal Petrarca che dal Salutati, venne anch’esso fatto proprio da Malatesta Novello, probabilmente al fine di preservare la biblioteca da un’eventuale decadenza del convento. Qualche esitazione si potrebbe avere nell’affermare la medesima cosa riguardo l’altro aspetto dello stesso mito umanistico, legato alla biblioteca di Alessandria, e identificabile con il sogno impossibile di radunare tutto lo scibile, così come aveva fatto Tolomeo. Mito che si traduceva in concreto nello sforzo da parte degli umanisti di procurarsi quanti più testi possibile, soprattutto latini e greci, attività in cui fu maestro Niccolò Niccoli e per cui fu paragonato dai contemporanei al re d’Egitto. Lo stesso anonimo panegirista di Malatesta Novello, continuando a lodare la biblioteca, non ardisce azzardare il paragone: "Non qualem Ptholomeum condam Aegypti regem potentissimum habuisse constat, quoniam est incredibile quodammodo dictu, sed talem dico ut neque parem neque superiorem se habere glorietur Italia. Quae res tanti est, ut nihil sit opere humano constructum quod aequari possit" (20). L’accento cade quindi nuovamente sulla "constructio", per la quale la biblioteca, più che per il numero dei libri, non avrebbe avuto eguali in Italia. Sulla quantità non eccezionale di opere conservate nella biblioteca malatestiana e anche sul carattere, dal punto di vista del contenuto, non specificamente ‘umanistico’ della collezione, si è soffermato Augusto Campana (21). In particolare si è rilevata la scarsezza di letteratura umanistica, in apparente contrasto con il carattere prettamente quattrocentesco dell’architettura dell’edificio, della "littera antiqua" usata dai copisti che operavano all’interno dello "scriptorium" e della miniatura all’antica che adorna i manoscritti espressamente fatti copiare da Malatesta Novello. Anche su questo punto un raffronto con San Marco può essere utile. Come si è accennato il nucleo centrale della biblioteca fiorentina era costituito dai libri del Niccoli. Era una collezione formidabile di manoscritti latini e greci con una larghissima sezione dedicata ai Padri della Chiesa, quasi preponderante anche nei confronti degli autori cosiddetti classici. Una preponderanza niente affatto causale ma dettata dallo straordinario interesse per la patristica palesato già dal Petrarca e dal Salutati, che vide poi coinvolti il Niccoli e il suo fraterno amico, il monaco camaldolese Ambrogio Traversari, che estesero la ricerca anche ai testi originali dei Padri greci. Si trattava comunque di una raccolta che rifletteva i gusti e gli interessi del Niccoli; e, per quanto eccezionale, non rispondeva alle necessità di studio di tutti i lettori – fossero essi frati del convento o ‘esterni’ – risultando praticamente nulla la presenza, per esempio, delle opere dei teologi e filosofi medievali o dei giuristi. Cosimo cercò di ovviare alla situazione chiedendo aiuto a Tommaso Parentucelli, il futuro papa Niccolò V, in passato strettissimo collaboratore del Niccoli e del Traversari nelle loro ricerche di autori antichi, e quindi esperto "in ogni facultà", come scrive Vespasiano da Bisticci, vero erede in materia libraria dei due fiorentini. "Et per questo", scrive lo stesso Vespasiano, "Cosimo de’ Medici avendo a ordinare la libreria di Sancto Marco, iscrisse a maestro Tomaso, gli piacessi fargli una nota come aveva a stare una libreria. [...] Et [scil. Parentucelli] scrisela di sua mano et mandolla a Cosimo. Et così seguitò l’ordine suo in queste dua libreria di San Marco et della Badia di Fiesole, et il simile s’è seguito in quella del duca d’Urbino, et quella del segnore Alexandro Isforza. Et chi arà pe’ tempi a fare libraria, non potrà fare sanza questo inventario" (22). Cosimo dunque, tenendo anche conto del cosiddetto canone del Parentucelli, si preoccupò di rifornire la biblioteca marciana dei libri che le mancavano. Il ‘canone’ non era tuttavia né una lista dei libri che potevano servire a completare la biblioteca marciana né vi si delineava l’ordine in cui i libri si sarebbero dovuti disporre. Si trattava piuttosto di una lista di codici ritenuti dal Parentucelli essenziali per una biblioteca con le caratteristiche di San Marco ma che rifletteva anche i gusti e gli interessi del suo estensore (23). Così quando Cosimo nel 1445 mandò una prima volta Giuliano Lapaccini, bibliotecario del convento, con il cartolaio Pietro Bettucci a Siena, dove furono comprati, con libri di altre materie, circa cinquanta volumi di diritto canonico, scopriamo che il completamento di San Marco ebbe inizio con una materia non toccata nel canone del Parentucelli; nel dicembre dello stesso anno, ancora il Lapaccini assieme a Vespasiano da Bisticci si recò a Lucca dove nel convento dei francescani acquistò 44 volumi, 34 dei quali furono donati da Cosimo a San Marco. Si trattava questa volta principalmente di commenti alle Sacre Scritture e di filosofi scolastici (24). Malatesta Novello si trovò di fronte allo stesso problema. Nel suo caso il fondo originale del convento non era costituito dalla raccolta di un umanista ma dal fondo antico del convento stesso. Questo assommava a una cinquantina di volumi, per i quali i frati di Cesena avevano chiesto al pontefice il permesso di costruire una biblioteca utilizzando a questo scopo un lascito testamentario che avevano ricevuto (25). Si trattava quindi di integrare questo fondo, da un lato colmando le lacune relative ai testi utilizzati dai frati per il loro uso personale o necessari per l’insegnamento nello Studio, dall’altro completando opere di cui il convento possedeva soltanto una parte, acquistandone altre e facendo trascrivere quante non erano reperibili sul mercato. Grazie agli studi dedicati ai copisti conosciamo circa centoquaranta manoscritti attribuibili allo "scriptorium" malatestiano interamente, o per interventi sporadici di integrazione o correzione. A questi si aggiungono i pochi manoscritti ricevuti in dono dal Malatesta presenti in biblioteca. Quanto ai codici greci ed ebraici, essi vengono generalmente considerati acquisti del Malatesta, anche se ne abbiamo la certezza soltanto per il celebre codice di Demostene (26). Altro gruppo di codici oggi facilmente distinguibili e identificabili, in particolare grazie agli studi di Anna Manfron, è quello formato dai manoscritti appartenuti al medico Giovanni di Marco che nel 1474 passarono alla Malatestiana dove attualmente ne sono presenti cinquantadue (27). Molto meno facile è distinguere i codici pre-malatestiani dai codici antichi eventualmente acquistati da Malatesta Novello stesso o dopo la sua morte. Ciò è possibile solo per quei codici (una decina) che conservano note di possesso da cui si può desumere una loro appartenenza al convento prima dell’intervento del Malatesta. Tolti i manoscritti sicuramente malatestiani, i possibili pre-malatestiani sono circa novanta, il che implicherebbe, se la cifra di cinquanta corrisponde realmente al numero di codici presenti nel convento prima della costruzione della biblioteca, l’acquisizione di altri quaranta codici ‘antichi’ da parte del Malatesta o di chi venne dopo di lui. L’aggiunta posteriore dello stemma malatestiano su un codice più antico potrebbe invece indicare un acquisto effettuato con il lascito annuo che Malatesta Novello lasciò alla biblioteca. Così è almeno stato supposto per il ms. D. XVII 5 (28). Balza agli occhi, per alcuni testi, la volontà di integrare un esemplare parziale trecentesco probabilmente già esistente nella biblioteca, vuoi appartenente al fondo antico conventuale vuoi acquistato sul mercato librario: il ms. D. VI. 6, unico esemplare del Trecento con parte del commento di Niccolò da Lira, venne integrato da quattro volumi (D. VI. 2-5) trascritti da copisti malatestiani; al ms. D. XV. 3, con la Secunda secundae Summae Theologicae di Tommaso, s’aggiunse la Prima secundae, copiata da Jean d’Épinal (la Tertia Summae Theologicae è nel ms. D. XVI. 1, pure trecentesco); i mss. D. XVII. 2 e 4, contenenti il commento di Giovanni Duns Scoto al I e al IV libro delle Sententiae, furono completati dal ms. D. XVII. 3 con il commento ai libri II-III; il ms. S. V. 1, comprendente la prima parte del Continens di Rasis, venne completato dai codici malatestiani S. V. 2 e 3. In quest’ultimo caso si è supposto che il codice trecentesco fosse stato acquistato da Malatesta Novello dietro suggerimento del suo medico Giovanni di Marco da Rimini (29). In questa, come in altre situazioni analoghe, sembrerebbe tuttavia più probabile l’ipotesi che il manoscritto trecentesco appartenesse già alla biblioteca; altrimenti si sarebbe forse preferito copiare ex-novo, per una ragione d’uniformità, l’opera intera piuttosto che accostare una parte antica a una moderna. Già da questi esempi si rileva come lo "scriptorium" malatestiano non si dedicò soltanto ad aggiornare la biblioteca con testi di gusto umanistico, ma anche a rifornirla con volumi necessari all’insegnamento dello "Studium", colmando lacune macroscopiche, come nel caso di Duns Scoto, o dei tre volumi dei Quodlibeta di Enrico di Gand (D. XVI. 4-5 e D. XVII. 1), oppure trascrivendo opere di autori anche meno noti come la Summa dell’arcivescovo di Armagh Richard Fitzralph (D. XIX. 1) e le Calculationes di Richard Swineshead (S. IX. 6). Come è assolutamente normale in un convento francescano, per la filosofia scolastica, prevalgono nella malatestiana autori appartenenti all’Ordine: Alessandro di Hales (D. XIV. 4-5 e D. XV. 1), Bonaventura di Bagnoregio (D. XV. 2 e 5; D. XVIII. 4; S. XXIX. 6), Giovanni Duns Scoto (D. XVII. 2-4), Francesco di Meyronnes (D. XVII. 5), Guglielmo di Ware (D. XVIII. 1), Riccardo di Mediavilla (D. XVIII. 2), Nicola di Ockham (D. XVIII. 3), Guglielmo di Ockham (D. XIX. 2; S. X. 6), Michele da Cesena (D. XIX. 2), Giovanni Foxal (D. XX. 1). Vi è dunque una significativa corrispondenza tra lo sforzo effettuato da Cosimo il Vecchio per completare il fondo niccoliano al fine di adattarlo alla biblioteca di San Marco e quello di Malatesta Novello per aggiornare il fondo conventuale. Corrispondenza che sta proprio nella necessità di ampliare e completare quanto già presente nelle due biblioteche, non certo nella ricerca di testi analoghi, campo in cui l’opera dei due mecenati si dovette indirizzare in direzioni opposte, proprio perché ben diverse erano le basi da cui partivano. Vi è un altro aspetto a cui occorre accennare a proposito di San Marco e della Malatestiana: quello della disposizione dei volumi sui banchi della biblioteca. Purtroppo non possediamo un inventario quattrocentesco della Malatestiana (30). Il più antico è quello di Fabio Vigili compilato attorno al 1515 e conservato alle cc. 177r-179v del ms. Barberiniano lat. 3185 della Biblioteca Apostolica Vaticana (31). Si tratta di un inventario incompleto, che percorre i banchi "ad sinistram ingredientibus" con l’indicazione del pluteo ma saltandone alcuni e operando una scelta tra i manoscritti da segnalare; prosegue poi con la parte della biblioteca "ad dextram introeuntibus" con un elenco ancora più sommario e senza l’indicazione dei plutei in cui i manoscritti figurano. L’inventario del Vigili può essere utilmente integrato con la lettera di Giulio Poggiani a Guglielmo Sirleto, inviata da Cesena il 27 maggio 1556, oggi alle cc. 36r-37v del ms. Vaticano lat. 6189, in cui vengono enumerati invece, verosimilmente per espressa richiesta del Sirleto, soltanto i banchi di destra (32). Dall’esame di questi inventari ci si può fare un’idea della disposizione dei codici della Malatestiana nel Cinquecento che è sostanzialmente identica a quella odierna, con alcune differenze che si segnalano. Innnanzi tutto mancavano, come ovvio, i testi tardi che oggi figurano nei primi due banchi di destra; al loro posto vi erano nell’ordine l’Antico e il Nuovo Testamento, le Concordantiae di Konrad von Halberstadt e il commento di Agostino alla Genesi, volumi che oggi occupano il pluteo XXI. I plutei di sinistra iniziavano invece con gli autori di diritto che attualmente sono collocati a partire dal II pluteo. Senza entrare nei particolari risulta una suddivisione siffatta: la prima fila di banchi (a destra) inizia dalle Sacre Scritture, a cui succedono i commenti alle stesse e poi i Padri della Chiesa e infine i teologi scolastici; la seconda fila (a sinistra) comincia con il diritto, per passare alla filosofia, alla medicina, ai commenti aristotelici, ai filosofi antichi e medievali, e poi, senza ulteriori distinzioni, alla storia, ai classici latini (da Cicerone ai poeti) e agli umanisti. È sostanzialmente la stessa suddivisione che ricorre nel catalogo di San Marco (1499-1500), e anche, con qualche variante, in quelli della francescana Santa Croce (1430), della domenicana Santa Maria Novella (1489) e della benedettina Santa Maria (1506-1510 circa) (33). Si tratta cioè di un indizio, certo non decisivo, visto la diffusione almeno fiorentina di questo genere di disposizione, che potrebbe costituire un ulteriore anello di collegamento tra San Marco e la Malatestiana. Allo stesso tempo i punti fermi che accomunano questi cataloghi ci permettono di individuare delle anomalie nell’ordine in cui attualmente i codici della Malatestiana sono disposti. In particolare i libri di medicina si sarebbero dovuti trovare tutti nella fila di sinistra. E difatti vi troviamo i manoscritti che occupano gli attuali plutei V-VI, dove coesistono manoscritti pre-malatestiani (almeno cronologicamente), malatestiani e volumi provenienti dal lascito di Giovanni di Marco. Tuttavia il numero più consistente di testi medicinali si trova nella fila di destra, nei plutei XXII-XXVI, e sono tutti manoscritti appartenuti allo stesso Giovanni di Marco. Sono stati posti nella fila di destra evidentemente perché non era possibile sistemarli in quella di sinistra, dove solo alcuni dei manoscritti del medico di Malatesta Novello avevano trovato spazio. La disposizione dei manoscritti nei plutei seguì dunque lo schema che abbiamo visto comune ad altre biblioteche quattrocentesche nella fila di sinistra, mentre quella di destra vide stravolto l’ordine che era stato inizialmente progettato e che si era potuto realizzare soltanto per i primi venti plutei. I manoscritti di Giovanni di Marco vennero dunque inseriti laddove era rimasto spazio, non necessariamente seguendo la disposizione che ci si era proposti. Ciò permette anche di arguire che i codici di Giovanni di Marco non vennero tenuti presenti progettando inizialmente la disposizione della biblioteca anche se è verosimile che il lascito fosse stato in qualche modo concordato ancora vivente Malatesta Novello. Accordo di cui si potrebbe vedere un riflesso nel vitalizio di duecento ducati annui assegnato dal signore di Cesena al suo medico (34). La possibilità di un previsto ingresso dei manoscritti di Giovanni di Marco nella biblioteca permetterebbe del resto di giustificare alcune vistose lacune della Malatestiana. Basti pensare che autori come Seneca (D. XXVI. 5 e S. XX. 1) e Virgilio (S. XIX. 3) sono rappresentati soltanto grazie a quel lascito. Allo stesso tempo tali lacune potevano trovare una giustificazione nel fatto che trattandosi di autori certo non rari, di cui sarebbe stato facile procurarsi "exemplaria" da copiare in qualsiasi momento, si potevano lasciare temporaneamente da parte senza rischiare di non riuscire più a reperirli in un secondo tempo. Un’eventuale decisione di questo genere, relativamente alle priorità da osservare nel reperimento e nella copia dei manoscritti, sarebbe stata poi vanificata dalla prematura morte di Malatesta Novello. Il quale del resto fino all’ultimo continuò a ricercare e a far trascrivere codici per la sua biblioteca, che certamente egli riteneva ancora ben lungi dall’essere completata. Sono del 1464 la sua richiesta di codici a Francesco Sforza e la celebre lettera a Cosimo il Vecchio (35); è del giorno stesso della sua morte la nota del copista Andrea Catriniello in calce ad un codice ciceroniano (nel ms. S. XVIII. 5) (36). Lo stato di ‘incompiutezza’ della Malatestiana non permette d’altra parte di prendere in considerazione la possibile influenza di un documento quale il cosiddetto canone del Parentucelli, che avrebbe potuto guidare alcune scelte di Malatesta Novello, dal momento che, come scrive Vespasiano da Bisticci in un passo già rammentato, "chi arà pe’ tempi a fare libraria, non potrà fare sanza questo inventario". Che Vespasiano poi non menzioni la Malatestiana nella lista di biblioteche che avrebbero seguito il ‘canone’ potrebbe essere dovuto al fatto che a differenza di Federico da Montefeltro per Urbino e di Alessandro Sforza per Pesaro, Malatesta Novello non sembrerebbe avere avuto rapporti con Vespasiano, che non lo nomina mai nelle sue Vite. Vi si potrebbe forse vedere del risentimento da parte del cartolaio fiorentino che si sarebbe sentito trascurato dal signore di Cesena. Si può comunque dire, da un primo confronto, che se Cosimo utilizzò la lista del Parentucelli per San Marco come una sorta di check-list su cui controllare quali testi, per determinate materie, potessero mancare, è possibile che anche il Malatesta abbia fatto lo stesso anche in virtù degli stretti legami tra i due mecenati e le due biblioteche. Allo stesso modo il fatto che la ricerca e l’acquisizione dei testi fu interrotta dalla morte di Malatesta Novello, se non ci permette di cogliere appieno quale forma e quale consistenza la biblioteca avrebbe potuto avere senza questa interruzione, non ci impedisce di coglierne alcune caratteristiche, in relazione alla cultura del suo tempo. Come è stato già sottolineato, la cultura umanistica è presente in Malatestiana principalmente grazie alle traduzioni dal greco. E allo stesso tempo è stato messo in evidenza il carattere di ‘novità’ di gran parte di queste traduzioni e più in generale delle ‘scoperte’ umanistiche (37). Ciò è particolarmente evidente nella sezione dedicata agli storici, anche in virtù della predilezione da parte di Malatesta Novello verso questo genere di studi. La storia era difatti la materia in cui eccelleva, come sottolinea Biondo Flavio nel famoso passo sulla Malatestiana dell’Italia illustrata, ritornandovi sopra nella lettera a Galeazzo Sforza del 22 novembre 1458: "Malatesta Novellus Caesenas adeo litteris deditus est, ut, si absit a comparatione invidia, eum nostri saeculi doctos quosque historiarum peritia superare, vel, quod proximum est, aequare, affirmare ausim, cuius doctrinae, vel, ut aiunt, Camenarum amorem bibliotheca ostendit, quam aedificavit, ceteris Italiae aedifícii magnificentia par et librorum multitudine non inferior, fructusque eo in viro eminet, quem litteras et doctrinam in viro principe volumus afferre, grati amabilisque subiecto populo principatus. Is enim verus solidusque est fructus a litterarum bonarumque artium et humanitatis studiorum peritia ac copia gigni solitus, quando quidem bonae artes quod bonos, humanitatis studia quod perhumanos efficiant, vocabula nominationemque sortita sunt" (38). Troviamo così accanto agli storici latini antichi – Cesare, Tacito, Livio, Curzio Rufo – o altomedievali (Giordane, Paolo Diacono, l’Historia ecclesiastica tripartita) o greci tradotti nella stessa età (come le Antiquitates Iudaicae di Giuseppe Flavio, nella versione latina promossa nel VI secolo da Cassiodoro), un numero cospicuo di recentissime versioni umanistiche. La traduzione dei primi cinque libri della Bibliotheca historica di Diodoro Siculo venne completata da Poggio nel 1449 dietro richiesta di Niccolò V (S. XXII. 1). Allo stesso pontefice si devono anche le versioni di Lorenzo Valla di Tucidide (1448-1452: S. XIV. 2) e di Erodoto (iniziata subito dopo e probabilmente mai veramente ultimata per la sopraggiunta morte dell’umanista: S.XIV. 1), quella di Appiano dovuta a Pier Candido Decembrio (1450-55: S. XVII. 1) ed infine quella di Polibio affidata a Niccolò Perotti (1452-54: S. XII. 2) (39). Altre traduzioni umanistiche conservate nella Malatestiana ed effettuate su commissione di Niccolò V sono quelle della Geographia di Strabone ad opera di Guarino Veronese, che la ultimò nel 1458, tre anni dopo la morte del pontefice (S. XIII. 4); oppure, tra i Padri della Chiesa, quella delle Homiliae in Matthaeum di Giovanni Crisostomo: le prime venticinque nella versione tardoantica di Aniano di Celeda, le omelie XXVI-LXXXXVIII tradotte invece da Giorgio Trapezunzio nel 1447 (D. V. 5); lo stesso Trapezunzio tradusse anche il commento di Cirillo Super evangelium Iohannis (D. VI. 1) e l’Almagesto di Tolomeo (S. XXVII. 1) rispettivamente nel 1448-49 e nel 1451; tra il 1451 e il 1453-54 si colloca la versione di Teodoro Gaza del De plantis (cioè del De historia plantarum e del De causis plantarum) di Teofrasto (S. XXIV. 3). Vi è infine la raccolta delle Vite di Plutarco, in tre volumi, le cui traduzioni vennero effettuate da umanisti diversi in un arco di tempo che va dagli inizi del XV secolo alla fine degli anni Cinquanta (S. XV. 1-3). Più tarda è la traduzione degli Opera et dies di Esiodo, dovuta al romano Niccolò della Valle che la dedicò a Pio II (1462 circa), che figura nel ms. malatestiano di Lucrezio (S. XX. 4). Abbiamo dunque un notevolissimo gruppo di traduzioni, tutte molto recenti e fatte trascrivere da Malatesta Novello, a cui si può aggiungere quella della Metaphysica aristotelica completata nel 1453 dal Bessarione che la donò al signore di Cesena (S. IX. 2). Nei vari campi dello scibile viene dato quindi grande spazio alle versioni dal greco più recenti, e in particolare a quelle commissionate dal pontefice Niccolò V, che entrarono in Malatestiana in tempi molto brevi subito dopo essere state ultimate. Sono poi presenti altre traduzioni umanistiche, più datate. Possiamo ricordare la versione della Geographia di Tolomeo dovuta a Iacopo Angeli da Scarperia (1409 circa), conservata nel ms. S. XVII. 2, con la Chorographia di Pomponio Mela e la Germania di Tacito. Nella rinascita degli studi geografici Pomponio Mela era stato, come noto, messo in circolazione da Francesco Petrarca, mentre la Geographia tolemaica fu una delle prime opere greche su cui s’appuntò l’interesse degli umanisti, e fu anzi l’unico testo che Manuele Crisolora iniziò a tradurre durante il suo magistero fiorentino. Quanto alla Germania, i testi a cui si accompagna, rivelano come l’interesse per l’opera di Tacito in questo caso si appuntasse più sul versante geografico, descrittivo, dell’opera piuttosto che su quello storico. Anche in questo caso si ha una testimonianza dell’attenzione di Malatesta Novello verso le ‘novità’ umanistiche: come è noto la Germania era stata riportata in Italia nel 1455 da Enoch d’Ascoli alla fine dei suoi viaggi alla ricerca di manoscritti per conto di Niccolò V. Altre versioni umanistiche meno recenti sono quelle delle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio (S. XII. 1) e del Dialogus de vita sancti Iohannis Chrysostomi di Palladio di Elenopoli (D. XI. 7) completate da Ambrogio Traversari rispettivamente nel 1433 e nel 1432 (40). Queste traduzioni traversariane, assieme a gran parte di quelle delle vite plutarchee, sono le uniche presenze nella biblioteca malatestiana che testimonino la ben più vasta attività versoria svolta a Firenze dagli umanisti nella prima metà del secolo. Mancano le traduzioni platoniche e aristoteliche del Bruni e quelle patristiche del Traversari, da Atanasio, Giovanni Crisostomo, Efrem Siro, per citare soltanto le assenze più evidenti. Si ritorna così allo stato di incompiutezza e di non definitiva sistemazione della biblioteca di Malatesta Novello, che per altro verso mostrò, proprio nei confronti dei Padri della Chiesa, un interesse particolare. L’esempio più significativo è costituito da sant’Agostino, generalmente presente nelle biblioteche conventuali, ma allo stesso tempo tra gli autori più ricercati e letti dagli umanisti. Si pensi soltanto che di Agostino conosciamo oggi sette manoscritti con postille del Petrarca, quindici appartenuti a Coluccio Salutati e ben trentacinque del Niccoli, questi ultimi poi passati in San Marco (41). Di Agostino il convento di San Francesco pare non possedesse invece neppure una copia prima della costruzione della nuova biblioteca. I copisti dello "scriptorium" malatestiano ne approntarono ben quattordici volumi, che verosimilmente rispondono più alla ‘passione’ umanistica per questo Padre della Chiesa che non alle sole effettive esigenze dello "Studium" (42). Lo sforzo effettuato per sant’Agostino rende piuttosto l’idea di come sarebbe potuta essere la biblioteca di Malatesta Novello se egli non fosse morto prima del suo completamento. In particolare si può immaginare con quanta larghezza egli avesse progettato la sezione dedicata ai Padri della Chiesa e ai teologi scolastici in quell’ordine dei banchi di destra che rimase quasi per metà vuoto e fu poi riempito dai libri di medicina di Giovanni di Marco: un progetto più ampio, quello originale, che pare dovesse comprendere anche un’ulteriore campata, di cui si sono rinvenute le fondamenta, destinata ad accogliere dei manoscritti greci finiti in mare durante una burrasca con la nave che li portava da Costantinopoli (43). Si noterà inoltre come nei banchi di sinistra, dopo le sezioni dedicate a diritto, medicina e filosofia, le nuove versioni umanistiche dal greco siano mescolate alle opere originali dei classici latini e agli scritti degli umanisti, significativamente sentiti, questi ultimi, come vicini e assimilabili alle opere degli antichi. Si è già osservato come alcune vistose lacune tra i classici latini fossero state sanate grazie ai libri del medico Giovanni di Marco. E si è anche ricordata l’apparente contraddizione costituita dalla scarsa presenza di scritti umanistici. Tra questi figurano due commenti a testi classici, quello del vicentino Antonio Loschi ad alcune orazioni di Cicerone (S. XVIII. 6) e quello molto più recente di Ognibene da Lonigo a Giovenale (S. XXII. 2), che rappresenta un’ulteriore conferma dell’attenzione del Malatesta per le ultime novità essendo stato datato agli anni 1457-61 (44). Vi troviamo poi tre manoscritti delle opere latine del Boccaccio di cui uno solo è di certa provenienza malatestiana (il De montibus: S. XVII. 4) (45), gli Scriptorum illustrium Latinae linguae libri XVIII di Sicco Polenton (S. XVI. 5) e i due volumi con il De iocis et seriis (S. XXIII. 4) e i Carmina (S. XXIII. 5) di Francesco Filelfo, probabilmente donati da quest’ultimo al Malatesta, a cui dedicò i primi cinque libri del De iocis. È invece probabilmente un dono di Sigismondo Malatesta al fratello il manoscritto del De re militari di Roberto Valturio (S. XXI. 1). È stato inoltre notato il fatto che tra questi testi umanistici non ne compaiono alcuni che erano stati dedicati proprio al Malatesta: come la traduzione delle epistole di Falaride di Francesco Griffolini, la prima redazione della Romandiola di Biondo Flavio, alcuni opuscoli di Poggio Bracciolini, i Quaedam antiquitatum fragmenta di Giovanni Marcanova, la Vita di Senofonte di Girolamo Guarini (46). Per non dire di altre opere che ci saremmo aspettati nella sua biblioteca, visti i suoi interessi, come le opere storiche di Biondo Flavio. La spiegazione addotta da Augusto Campana risolve la difficoltà: il Malatesta avrebbe tenuto questi testi presso di sé, nella sua biblioteca privata, non destinandoli al convento (47). Del resto, se andiamo a vedere, testi umanistici non compaiono nel ‘canone’ di Parentucelli; come pure, se è lecito proseguire il parallelo con la biblioteca di San Marco, qui troviamo la stessa situazione: in proporzione poche opere di autori quattrocenteschi che evidentemente Cosimo non aveva ritenuto opportuno procurare alla biblioteca dei Domenicani. E nel caso di Cosimo sappiamo che egli possedeva una biblioteca privata in cui teneva le opere che gli erano state dedicate (48). In realtà, e credo che ciò vada sottolineato, nella Malatestiana non è così nettamente distinto il confine tra il ‘pubblico’ e il ‘privato’, tra la biblioteca pubblica, destinata allo "Studium" e al convento, e quella di famiglia, del signore. Tanto è vero che i manoscritti approntati per quella che di fatto doveva essere la biblioteca del convento San Francesco sono decorati con le armi e con le iniziali del Malatesta. Così è difficile dire, per esempio, se i due volumi con le opere del Filelfo sono lì quasi per errore, in quanto stonano con il tenore del resto della raccolta, oppure se un giorno anche le altre opere di contemporanei che abbiamo visto destinate al Malatesta sarebbero pure confluite nella biblioteca. Anche questo carattere ibrido, in cui si confondono le necessità di uno "Studium", di un luogo pubblico di consultazione, con gli interessi personali del signore, costituisce uno dei tanti motivi che rendono unica la Malatestiana e difficile individuare quello che sarebbe potuto essere l’esito finale dello sforzo eccezionale che portò alla sua costituzione. Allo stesso tempo la presenza di poche opere di autori contemporanei non diminuisce affatto l’impronta umanistica della biblioteca perché proprio i ‘canoni’ della biblioteca umanistica non comprendevano necessariamente questo genere di opere. Impronta umanistica della biblioteca che del resto non è neppure data esclusivamente da elementi esterni: dalla sua architettura, da alcuni aspetti del suo contenuto – come la presenza delle più recenti versioni dal greco – o dalla "littera antiqua" in cui vennero preferibilmente copiati i suoi codici oppure dall’ornamentazione all’antica con cui vennero decorati. Bisogna risalire al progetto che stava dietro a questi aspetti particolari e che portò alla creazione e alla realizzazione di un insieme che è chiaramente legato al mito umanistico della biblioteca ideale. E soprattutto sono umanistici i principi con cui Malatesta volle che la biblioteca fosse guidata, l’attenzione per la conservazione dei suoi tesori e la cura filologica per i testi, che portò alla creazione di un laboratorio di copisti e di abili correttori in cui si tentò di realizzare uno dei sogni che maggiormente caratterizzarono e animarono il nostro Umanesimo. (*) Desidero ringraziare la Dott. Daniela Savoia per l’assistenza e la pazienza di cui è stata prodiga durante la stesura di questo saggio. (1) M. Scudieri, La biblioteca di San Marco dalle origini a oggi, in La biblioteca di Michelozzo a San Marco tra recupero e scoperta, a cura di M. Scudieri e G. Rasario, Firenze 2000, pp. 9-43: 24-28. (2) Cfr. D. Bazzocchi, Domenico Malatesta Novello e le lettere in Cesena, Bologna 1919, p. 71, cit. in P. Lucchi, Dieci anni di ricerche in Malatestiana, in P. Lucchi - F. Lollini, Introduzione: "Acciocché io possa far questa mia libraria omni dì più copiosa di libri": il dono di Malatesta Novello, in Libraria domini. I manoscritti della Biblioteca Maletestiana: testi e decorazioni, a cura di F. Lollini e P. Lucchi, Bologna 1995, pp. 9-20: 13, 19, n. 28. (3) G. Conti, La Biblioteca Malatestiana di Cesena e l’orizzonte culturale albertiano, in "Romagna arte e storia", 8, 1983, p. 22; F. Canali, Brunelleschi, Michelozzo, Alberti e le biblioteche umanistiche: tracce ‘michelozziane’ tra Firenze e Cesena, in Michelozzo. Scultore e Architetto (1396-1472), a cura di G. Morolli, Firenze 1998, pp. 191-202: 194-197; Scudieri, cit., pp. 19-20. (4) Cesena, Biblioteca Malatestiana, ms. S. XXIX. 25, cc. 16v-17r. Da notarsi l’uso di "testudo", termine adottato da Leon Battista Alberti nel De re aedificatoria, e che ricorre anche nel passo degli Annales del convento di San Marco relativo alla nuova volta costruita nel 1457. Cfr. Canali, cit., passim, e in part. p. 194, che ipotizza la presenza dell’Alberti sia nel progetto della Malatestiana sia nel rifacimento di San Marco. (5) Sulla biblioteca di San Marco oltre ai due cataloghi di mostre citati alle note 1 e 3, resta fondamentale B. L. Ullman - Ph. A. Stadter, The Public Library of Renaissance Florence. Niccolò Niccoli, Cosimo de’ Medici and the Library of San Marco, Padova 1972; cfr. anche E. Garin, La biblioteca di San Marco, Firenze 1999. (6) Cfr. C. Dolcini, La cultura malatestiana e le origini della biblioteca, in Storia di Cesena, II/2, Il Medioevo, a cura di A. Vasina, pp. 115-127: 122-125. (7) Cfr. Ullman - Stadter, cit., pp. 7-10, 293. (8) Cfr. E. Piccolomini, Intorno alle condizioni e alle vicende della Medicea privata, Firenze 1875 (estr. da "Archivio storico italiano", s. III, 19, 1874, pp. 101-129, 254-281; 20, 1874, pp. 51-94; 21, 1875, pp. 102-112, 282-296); F. Ames - Lewis, The Library and Manuscripts of Piero di Cosimo de’ Medici, New York 1984; A.C. de la Mare, Cosimo and His Books, in Cosimo ‘il Vecchio’ de’ Medici, 1389-1464. Essays in Commemoration of the 600th Anniversary of Cosimo de’ Medici’s Birth, ed. by F. Ames - Lewis, with an Introduction by E. H. Gombrich, Oxford 1992, pp. 115-156; E. B. Fryde, Greek Manuscripts in the Private Library of the Medici, 1469-1510, Aberyswyth 1996; S. Gentile, Le biblioteche, in Storia della civiltà toscana, II, Firenze 2001, pp. 425-448: 441-446. (9) Un testo provvisorio, curato da G. Contini, del capitolo De librorum copia del De remediis si può leggere in Mostra di codici petrarcheschi laurenziani, Firenze, Maggio-Ottobre 1974, Firenze 1974, pp. 74-81. (10) C. Salutati, De fato et fortuna, a cura di C. Bianca, Firenze 1985, pp. 48-50; cfr. Gentile 2001, cit., pp. 425, 429-30. (11) Cfr. da ultimo S. Gentile, Traversari e Niccoli, Pico e Ficino: note in margine ad alcuni manoscritti dei Padri, in Tradizioni patristiche nell’Umanesimo, Atti del Convegno (Firenze 6-8 febbraio 1997), a cura di M. Cortesi e C. Leonardi, Firenze 2000, pp. 81-118: 83-84. (12) A. Domeniconi, Ser Giovanni da Epinal, copista di Malatesta Novello, "Studi romagnoli", 10, 1959, pp. 261-282; Id., Lo scrittorio malatestiano, a cura di L. Baldacchini, "Romagna arte e storia", 13, 1993, pp. 23-80; E. Casamassima - C. Guasti, La Biblioteca Malatestiana: le scritture e i copisti, "Scrittura e civiltà", 16, 1992, pp. 229-264; A. de la Mare, Lo scriptorium di Malatesta Novello, in Libraria Domini, cit., pp. 35-93. (13) Cfr. Lucchi, cit., pp. 9-10. (14) Cfr. de la Mare 1995, cit., p. 36, 61, n. 6, 79, 82. (15) Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato (d’ora in avanti = ASF, MAP), VI. 266 (cfr. Archivio Mediceo avanti il Principato. Inventario, Roma 1951-1963, I, p. 102). È stata pubblicata più volte: Ch. Yriarte, Un condottiere au XVe siècle. Rimini. Études sur les lettres et les arts à la cour des Malatesta d’après les papiers d’état des archives d’Italie, Paris 1882, pp. 427-428; R. Zazzeri, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana. Ricerche e osservazioni, Cesena 1887, pp. 439-441; N. Trovanelli, Quattordici lettere di Malatesta Novello Signore di Cesena, "La Romagna", 6, 1909, pp. 30-42: 36. Tra i Medici corrispondenti di Malatesta Novello elencati ibidem, p. 33, oltre a Cosimo e ai suoi due figli Giovanni e Piero, va annoverato anche il figlio di quest’ultimo, Lorenzo il Magnifico, al quale è indirizzata l’ultima lettera pubblicata ibidem, p. 42 (n° 13); cfr. Archivio Mediceo, cit., II, p. 19. Si segnala inoltre che la celeberrima lettera a Cosimo il Vecchio in cui si menziona la "mia libraria" (cfr. Yriarte, cit., pp. 428-429; Zazzeri, cit., pp. 350-351; Trovanelli, cit., pp. 41-42) ha la segnatura ASF, MAP XII. 356 (non 396 come in Archivio Mediceo, cit., II, p. 19, e in G. Ortalli, Malatestiana e dintorni. La cultura cesenate tra Malatesta Novello e il Valentino, in Storia di Cesena, cit., pp. 129-166: 154, n. 87). La data corretta di tale lettera è infine "XXVII Iunii 1464" (né "XXVI Iunii" come in Trovanelli, cit., p. 42, né "27 Ianuar." come in Yriarte, cit., p. 429, e Zazzeri, cit., p. 351, che hanno trascinato nell’errore anche de la Mare 1995, cit., pp. 37, 62, n. 23, 87). Un’altra traccia dei rapporti in materia libraria tra Firenze e Cesena potrebbe venire dal ms. malatestiano S. VI. 4, col De ruralibus commodis di Pietro de’ Crescenzi, che proviene dalla biblioteca privata di Cosimo il Vecchio; cfr. de la Mare 1992, cit., p. 139 (n°1). (16) L’espressione ‘far copia’ significherà semplicemente ‘mettere a disposizione’. Che si possa qui intendere ‘trascrivere una copia’ potrebbe essere un’ipotesi suggestiva tenendo conto che tra i codici di Donato dell’Aurispa figura: "336. Item Donatus in Terentium, in membranis quaternonum sedecim non inquaternatis, quem dominus Joannes donare promisit domino Malatesta Novello" (A. Franceschini, Giovanni Aurispa e la sua biblioteca. Notizie e documenti, Padova 1976, p. 117; cfr. de la Mare 1995, p. 64 n. 60). Tuttavia l’espressione ricorre nuovamente nella lettera a Cosimo del 27 giugno 1464 senza dare adito a equivoci: "Rimando per lo presenti corrieri a la Vostra Magnificentia el libro che ai dì passati hebbi in presto da quella, cioè Expositiones Hieronymi super lamentationem Hyeremie. Et ringratio la Vostra Magnificentia de la copia me ha facto di quello". (17) Cfr. de la Mare 1995, cit., p. 45. Come abbiamo visto nella nota precedente, in realtà Aurispa andò oltre, preparando una copia del suo Donato, anche se poi non l’inviò al Malatesta. A meno che non si voglia pensare che lo stesso umanista potesse avesse frainteso un’eventuale richiesta da parte del signore di Cesena di ‘fargli copia del suo codice’. (18) ASF, MAP VI. 780 (cfr. Archivio Mediceo, cit., I, p. 102). Cfr.V. Rossi, L’indole e gli studi di Giovanni di Cosimo de’ Medici: notizie e documenti, "Rendiconti della R. Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche", 2, 1893, pp. 38-59, 129-150: 59 (24 dell’estr.); G. M. Cagni, Vespasiano da Bisticci e il suo epistolario, Roma 1969, p. 56; De la Mare 1995, cit., pp. 36, 64 n. 60; L. Chines, Tra libri ed erudizione: la "varietas" del gusto letterario di Malatesta Novello, in Libraria domini, cit., pp. 95-102: 96. (19) Cfr. F. Pasut, Per la miniatura a Roma alla metà del Quattrocento: il "Miniatore di Niccolò V", in Niccolò V nel sesto centenario della nascita, Atti del Convegno internazionale di studi, Sarzana, 8-10 ottobre 1998, a cura di F. Bonatti e A. Manfredi, Città del Vaticano 2000, pp. 103-155: 126, 154. Proprio l’appartenenza del manoscritto di Teofrasto alla biblioteca di Niccolò V potrebbe spiegare l’accenno a un libro da tener segreto e da copiarsi in fretta contenuto in una lettera di ser Francesco Catansanti a Giovanni di Cosimo del 31 agosto 1457: "In questa fia una lettera del Signore Malatesta; hogli risposto confortandolo a fare copiare il libro presto e tenerlo segreto e quando si può aver quel Donato celo mandi" (cfr. Rossi, cit., pp. 23-24; la segnatura corrisponde attualmente a ASF, MAP VII. 340; cfr. Archivio Mediceo, cit., I, p. 130). La lettera di Malatesta Novello a cui s’allude è evidentemente quella del 23 agosto 1457 (ASF, MAP VI. 266; cfr. supra, n. 15). Sarebbe comunque opportuna la collazione dei due codici del De plantis per determinare in maniera conclusiva la derivazione dell’esemplare malatestiano da quello fiorentino. (20) Ms. S. XXIX. 25, c. 17r. (21) A. Campana, Biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle biblioteche d’Italia, Milano 1932, pp. 88, 96-97; Id., Origine, formazione e vicende della Malatestiana, "Accademie e biblioteche d’Italia", 21, 1953, pp. 3-16: 13. (22) Vespasiano da Bisticci, Le vite, a cura di A. Greco, I, Firenze 1970, pp. 46-47. (23) Cfr. M. G. Blasio - C. Lelj - G. Roselli, Un contributo al canone bibliografico di Tommaso Parentucelli, in Le chiavi della memoria. Miscellanea in occasione del I Centenario della Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, a cura della Associazione ex-allievi, Città del Vaticano 1984, pp. 125-165. (24) Ullman - Stadter, cit., pp. 16-17. (25) Per i circa cinquanta volumi del fondo antico cfr. Zazzeri, cit., pp. ix e xii; A. Domeniconi, La Biblioteca Malatestiana, Cesena 1960 (19822), pp. 34-35; Cesena. Biblioteca Malatestiana, a cura di D. Frioli, in Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche italiane, IV, Firenze 1982, pp. 3-190: 5. (26) Cfr. A. Pontani, Primi appunti sul malatestiano D. XXVII. 1 e sulla biblioteca dei Crisolora, in Libraria Domini, cit., pp. 353-386, in part. 353, 357, 378-79, n. 35. (27) La biblioteca di un medico del Quattrocento. I codici di Giovanni Marco da Rimini nella Biblioteca Malatestiana, a cura di A. Manfron, Cesena-Torino 1998, in part. le pp. 69-96 (La biblioteca di Giovanni di Marco da Rimini), 153-164 (Appendice I. Inventari), 173-246 (Appendice II. Catalogo). (28) Cesena. Biblioteca Malatestiana, cit., p. 37. (29) P.G. Fabbri, Dentro il dominio e la cultura dei Malatesti: Giovanni di Marco a Cesena, in La biblioteca di un medico, cit., pp. 17-37: 29. (30) Sugli inventari cfr. L. Baldacchini, Dalla "libraria domini" alla biblioteca pubblica, in La Biblioteca Malatestiana di Cesena, a cura di L. Baldacchini, Roma 1992, pp. 119-166: 159. Non ho potuto vedere quello del 1545, conservato presso l’Archivio Notarile di Cesena. (31) L’inventario del Vigili ha l’intestazione (c. 177r): "In bibliotheca Malatestae Novelli, in conventu sancti Francisci apud Cesenam, ad sinistram ingredientibus". (32) L’inventario di Giulio Poggiani è introdotto da una breve descrizione della biblioteca (c. 36r): "Magnifico Signor mio, io sono stato in libraria, la quale m’è parsa maravigliosa non per il numero de’ libri, perché non ci sonno più che doi ordini di banchi e ciascun ordine non ha più che trenta banchi con cinque volumi per ogni bancho, ma perché son tutti libri scritti di bellissima mano; li greci in sacra scrittura son pochissimi, in altre facultà, e specialmente in medicina e filosofia, sonno assai. C’è ancora buon numero d’hebraici. L’indice che m’impose Vostra Signoria ch’io li mandassi è questo, ancora che penso non ci sia libro secondo il desiderio vostro". (33) Cfr. Ullman - Stadter, cit., pp. 110-112 e n. 1. (34) Cfr. G. Bonfiglio Dosio, Il testamento di Malatesta Novello Malatesta (9 aprile 1464), "Romagna arte e storia", 8, 1998, 11-18: 13-14. (35) Per la richiesta allo Sforza cfr. E. Fumagalli, Il codice Malatestiano S. XIX. 1 e la tradizione delle "Epistulae ad Atticum" di Cicerone, in Libraria domini, cit., pp. 115-138: 115-116. Per la lettera a Cosimo cfr. supra, n. 15. (36) de la Mare 1995, cit., p. 67. (37) de la Mare 1995, cit., pp. 36-37. (38) F. Biondo, Scritti inediti e rari, con introduzione di B. Nogara, Roma 1927 (Studi e testi, 48), p. 176. (39) Sulla copia del Polibio cfr. Cagni, cit., p. 131; Chines, cit., p. 95. (40) Sulla controversa attribuzione al Traversari delle versioni crisostomiche che nel ms. D. XI. 7 seguono il Dialogus di Palladio (cfr. Zazzeri, cit., p. 122) si veda Umanesimo e Padri della Chiesa. Manoscritti e incunaboli di testi patristici da Francesco Petrarca al primo Cinquecento, a cura di S. Gentile, [Milano] 1997, pp. 283-284 (n° 65), 300-301 (n° 74), 306-308 (n° 78). (41) Cfr. M. Feo, Francesco Petrarca, in Storia della Letteratura italiana, diretta da E. Malato, X: La tradizione dei testi, coordinato da C. Ciociola, Roma 2001, pp. 271-329: 321-325; B.L. Ullman, The Humanism of Coluccio Salutati, Padova 1972, pp. 216-218; Ullman - Stadter, cit., pp. 68-69, 85-86. Quattro manoscritti di Agostino passarono dalla biblioteca del Salutati a quella del Niccoli. (42) D. III. 2; D. III. 3; D. III. 4; D. IX. 1; D. IX. 2; D. IX. 3; D. IX. 4; D. IX. 5; D. X. 1; D. X. 2; D. X. 3; D. X. 4; D. X. 5; D. XI. 6. (43) Campana 1932, cit., pp. 83-110: 90. (44) Cfr. de la Mare 1995, cit., p. 62, n. 26. (45) Gli altri sono i mss. S. XII. 4 (Genealogie deorum gentilium) e S. XVI. 3 (De casibus illustrium virorum); cfr. Zazzeri, cit., pp. 352-353 e 388-389. (46) Cfr. Campana 1932, cit., pp. 96-97; Ortalli, pp. 154-156. (47) Campana 1932, cit., pp. 96-97; Id. 1953, cit., p. 13. (48) Cfr. de la Mare 1992, cit., pp. 145-146 (ni 32 e 37), 147-148 (ni 44-46). Si tratta dell’Hermaphroditus di Antonio Panormita, delle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio, e di alcune traduzioni di Leonardo Bruni da Platone e Aristotele (Ethica Nicomachea ed Oeconomica). Cosimo donò tuttavia a San Marco due traduzioni (gli Analytica posteriora aristotelici e le omelie di Giovanni Crisostomo sul vangelo di Giovanni tradotti rispettivamente da Giovanni Argiropulo e da Francesco Griffolini) che pure gli erano state dedicate; cfr. ibidem, p. 148 (ni 47-48). La diversa destinazione dei codici dipese evidentemente dal loro contenuto. |
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