Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

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Le miniature dei manoscritti giuridici trecenteschi nella Biblioteca Malatestiana


in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 249-263

La Biblioteca Malatestiana conserva un piccolo, ma interessantissimo gruppo di manoscritti giuridici miniati del XIV secolo, già noti agli studiosi (1), sui quali tuttavia vale la pena di soffermarsi ancora per puntualizzare alcuni problemi relativi alle illustrazioni.

Si tratta di cinque manoscritti di ignota provenienza, di cui quattro sicuramente usciti da scriptoria bolognesi, che forse facevano già parte del primo nucleo della biblioteca, conventuale, oppure potrebbero esservi entrati nel 1429 con la donazione appunto di testi giuridici fatta alla Libreria di San Francesco dal giurista Fredolo Fantini (2).

Il primo, S.II.6., contenente il Liber sextus in Decretalium (3), presenta l’impaginazione tipica dei codici giuridici usciti dagli scriptoria bolognesi: il testo al centro della pagina e la glossa attorno. La decorazione è piuttosto semplice, costituita da piccole iniziali figurate e floreali.

Al primo foglio, una miniatura grande – occupa in larghezza lo spazio di due colonne – ove su uno sfondo a foglie d’oro, non lavorato, tre architetture che accennano a una semplificata definizione spaziale fanno da quinta ai personaggi: il papa al centro, affiancato da due gruppi simmetrici dignitari. Sotto, la B figurata e un breve fregio fogliaceo con una vivace figuretta femminile in un piccolo riquadro dorato.

La miniatura e l’ornato sono piuttosto semplici, e tuttavia nei personaggi è già presente una certa vivacità di atteggiamenti, in una greve volumetria. I colori sono chiari e vivi, tenuti su pochi ripetuti timbri cromatici. Elementi tutti, questi, che ricorrono nella decorazione libraria bolognese tra la fine del primo decennio del Trecento e gli inizi del secondo, quando appunto si incominciano a definire gli spazi con architetture disposte in diagonale, e i personaggi sono costruiti con una certa volumetria e plasticità, mentre i volti cominciano ad essere vivacemente caratterizzati, sotto l’influsso di un certo divulgato linguaggio "giottesco", che poco alla volta soppianta gli elementi e raffinati stilemi "bizantineggianti".

A queste generiche considerazioni posso aggiungere una interessante precisazione. Vi è un manoscritto conservato presso la Biblioteca Antoniana di Padova (anch’essa di un convento francescano), il ms. 203, contenente il De Consolatione Philosophiae di Boezio (4) che presenta nella decorazione strettissime analogie con il codice di Cesena.

Vi si trova infatti la stessa tipologia nel fregio, semplice e lineare, e nei personaggi la stessa greve volumetria; inoltre si può notare una somiglianza fortissima tra la figuretta femminile che adorna il fregio nel primo foglio del manoscritto cesenate, e quella che compare al f. 3v del De Consolatione: si vede infatti la stessa fattura conica della veste, da cui spuntano scarpette nere tonde, l’identico gesto delle mani e l’eguale profilo del volto. Certamente ci troviamo di fronte al medesimo artista. E poiché i due manoscritti fin dall’origine potrebbero essere stati esemplati per frati studiosi francescani, mi sembra suggestivo ipotizzare che i due manoscritti possano essere stati esemplati nello stesso scriptorium, forse uno scriptorium conventuale di Bologna.

Molto più ricco di decorazioni è il secondo manoscritto che presentiamo: è il S.II.1. (5), contenente il Decretum Gratiani. Anche questo un tipico manoscritto bolognese, ornato da trentasei miniature, una all’inizio di ogni libro e numerosissime piccole iniziali con testine. Il testo è decorato da due ben distinte personalità di miniatori. Al primo si devono le miniature fino al f. 158r e poi dal f. 241r (in totale ventidue), e alcune delle iniziali con testine; al secondo le miniature dal f. 168r al f. 237v e anche quelle ai ff. 272r e 305v, e inoltre quasi tutte le piccole iniziali con testine. La collaborazione dunque tra questi due artisti è quella che si riscontra in molti altri manoscritti giuridici bolognesi: non esiste una personalità secondaria che eseguirebbe solo parti ornamentali – come le piccole iniziali – e una principale, ma piuttosto i decoratori si alternano, con grado pari, o quasi, e illustrano con miniature e iniziali un intero fascicolo, come del resto ho cercato altrove di dimostrare (6).

Al primo maestro si devono le tre scene grandi, larghe lo spazio di due colonne del testo (ff. 2r, 100r, 276v): in queste e in quelle più piccole l’impaginazione è molto semplice, su un fondo a foglia d’oro, rabescato nelle miniature più grandi, con architetture rudimentali, ma articolate con una certa spazialità, nella scansione dei vani interni.

I personaggi, posti su un piano, e talvolta su due paralleli, disegnati con pesante segno scuro, hanno una volumetria greve, sottolineata da un panneggio che cade pesantemente, e sono colti con una vivezza e immediatezza di gesti e di atteggiamenti, che arrivano alla posa bizzarra e alla espressione quasi caricaturale, che accentua il sapore sapido e narrativo delle scenette. Vi si aggiunge un colore vivace, disteso a chiare campiture, in accostamenti di rossi e azzurri accesi, di teneri verdi e rosa. Lo stile e il linguaggio di questo non raffinato ma efficace decoratore sono inconfondibili, solo se si osservino le testine piccole dei personaggi, i visi un po’ a uovo, con le ombre nette e marcate a sottolineare i lineamenti, i capelli e le barbe rigati di nero, e i profondi solchi scuri del panneggio.

Questo decoratore fu molto fecondo se si deve tener conto dei numerosissimi testi giuridici da lui decorati, da solo o in collaborazione. Tra questi le Institutiones di Giustiniano, ms. B 18 della Biblioteca Capitolare di Padova (7) che presenta analogie strettissime dal punto di vista compositivo sia nelle miniature grandi che in quelle più piccole, anche nelle singole figure. La stretta affinità tra questi due manoscritti tuttavia non deve indurci a proporre anche una contiguità cronologica tra i due testi, perché il nostro miniatore è artista che rimane sempre uguale a se stesso e piuttosto ripetitivo.

Egli tuttavia nella serie dei numerosi decoratori che dovevano affollare gli scriptoria laici e conventuali di Bologna nel primo Trecento dovette avere una posizione di un certo rilievo perché decorò importanti testi. Mi riferisco a un messale ora nella Biblioteca Marciana, ms. Lat. 2100, che fu anche a S. Marco; ma soprattutto a due manoscritti volgari. Il ms. Marciano Fr. IV (225) il celebre Rolando della Biblioteca Marciana (8), che appartenne ai Gonzaga, decorato con semplici fregi fogliacei, e piccole iniziali con personaggi, che mostrano appunto strettissime somiglianze, nella tipologia dei volti, dei capelli, delle barbe, con quelle del manoscritto di Cesena. Il secondo testo volgare è il Paradiso, ms. A.G.XII.2 della Braidense (9), esemplato dal celebre Galvano, terza parte di un testo probabilmente all’origine unitario, le cui prime due cantiche costituiscono il ms. Riccardiano 1005, che è decorato dall’"Illustratore".

Il Paradiso presenta, all’inizio di ogni canto e della relativa glossa, una piccola iniziale con una figuretta, che nel volto e nella veste ripropone gli stessi caratteri dei personaggi delle illustrazioni del manoscritto malatestiano. Il secondo maestro, finora a me ignoto, che illustra questo testo, è certamente personalità inferiore per capacità inventiva: le sue composizioni infatti su fondo a foglia d’oro presentano i personaggi disposti rigidamente uno accanto all’altro, disegnati con una certa rudezza e anche con sproporzioni: la testa è spesso un po’ troppo grande rispetto al corpo. Interessante piuttosto è la novità della tavolozza ove è presente il verde oliva, il blu, il celeste carico: timbri completamente diversi da quelli usati dal primo maestro e del resto rari anche in tutta la produzione bolognese del primo Trecento.

Qualche difficoltà presenta la datazione del manoscritto S.II.1: il primo maestro nelle sue numerose opere non mostra infatti una evoluzione stilistica evidente, differenziandosi solo per le architetture dei fondali, di volta in volta più articolate o arricchite di archeggiature trilobe, e per la eleganza degli ornati degli sfondi. La sua attività si può fissare tra il secondo decennio e gli inizi del quarto, in quanto egli collabora (come si è detto), con l’"Illustratore" nella Commedia, databile attorno al 1335 o poco prima. E nessun aiuto ci viene dal secondo maestro, il cui linguaggio arcaizzante e un po’ rozzo e perciò ripetitivo non consente maggiori precisazioni. Tuttavia soprattutto le architetture delle miniature grandi del primo maestro, con arco trilobo e con un interessante gioco di articolazioni interne, e la presenza di fondi elegantemente rabescati, che sono elemento tardivo nella miniatura bolognese, possono farci pensare all’avanzato terzo decennio o addirittura agli inizi del successivo.

Molto maggiore interesse presenta il S.IV.1 contenente le Institutiones di Giustiniano (10). Si tratta di un codice riccamente decorato, contenente dieci miniature grandi (che illustrano, come di consueto, il contenuto dei singoli libri), e moltissime iniziali fogliacee, con animali, personaggi, drôleries che riempiono, si può dire ogni carta, con una serie di invenzioni felicissime, straordinariamente fantasiose, bizzarre, divertentissime.

Nella miniatura iniziale l’impaginazione diviene complessa e molto ricca. La miniatura si insinua tra le colonne del testo in una tipologia abbastanza caratteristica di molte decorazioni di manoscritti giuridici bolognesi. E più che una scena centrale riproposta secondo le iconografie consuete, la novità di questa singolare personalità di artista si rivela appunto nelle parti marginali in cui personaggi, animali, elementi vegetali sono presentati con una straordinaria stravolgente fantasia, stilizzati così da occupare ogni spazio. Emergono qui evidentissime alcune caratteristiche peculiari del linguaggio di questo artista, nelle fisionomie dei personaggi, con i volti tondi, con sopracciglia ad arco pronunciate, fronti con le bozze sottolineate di nero, capelli e soprattutto barbe che cadono come grossi rigidi riccioloni di parrucche settecentesche; le figure presentano una volumetria accentuata ottenuta per mezzo di un panneggio a pieghettature finissime e parallele che paiono imbozzolare i personaggi mentre le linee di contorno sono rigide, come di metallo.

Un artista del linguaggio estremamente vivace, di straordinaria efficacia narrativa, come si può cogliere dalle più piccole scene, nelle quali la libertà del tema consente una verve non comune, e un acuto senso di osservazione della realtà, anche nella resa dei paesaggi e degli animali. I colori chiari e vivaci tipici della tavolozza bolognese si arricchiscono di timbri cromatici, quali il marrone, il verde scuro, e il blu, con grande varietà e vivacità di effetti.

Un artista dunque allo stesso tempo molto moderno e libero nella felicità delle invenzioni e nella ricchezza delle soluzioni, anche cromatiche, ma anche arcaizzante, non solo nella rigidezza dei personaggi, ma anche nella omogeneità ripetitiva dei fondi quadrigliati, e nella semplicità delle architetture e delle scene ove i personaggi si accostano uno accanto all’altro, senza spazio.

Ritengo di poter attribuire le miniature delle Institutiones al miniatore, certamente bolognese, che decorò gli Statuti dei merciai di Bologna del 1329, ms. 9 dell’Archivio di Stato di Bologna (11). Vi ritrovo infatti la stessa acuta attenzione alla cronaca quotidiana, pur in personaggi e in una scena dal taglio e dalla tipologia arcaici, lo stesso sottile e fitto panneggio che imbozzola le figure, e cade in contorni rigidi e metallici; le stoffe con grandi fiori d’oro; lo stesso pavimento che sembra a tronchi d’albero tagliato, con singolari stilizzazioni geometrizzanti; i volti dallo sguardo teso e corrucciato, le sopracciglia arcuate e infine i rigidi sproporzionati colletti a tronco di cono. Se dunque tale attribuzione è probante , si può ancorare attorno al 1329 l’attività di questo interessante miniatore, anche se la vivacità narrativa di molte scene e l’arricchirsi della tavolozza sembrerebbe far pensare ad una datazione già dentro il quarto decennio del secolo.

Ma il decoratore del S.IV.1 è artista di più ampio interesse per gli studiosi della miniatura, dato che, a partire da Gnudi (12) è stata riconosciuta la sua partecipazione alla decorazione di un elegantissimo manoscritto, esemplato in Ungheria: si tratta della Bibbia di Demetrio Nekcsei-Lipòcz, che fu tesoriere di re Caroberto d’Angiò, un codice in due volumi, ms. Pre-accession 1 della Library of Congress di Washington, databile secondo Meta Harrsenn, che lo studiò dettagliatamente (13), tra il 1335 e il 1340.

Lo stupendo manoscritto è ornato di elegantissime e raffinatissime miniature, iniziali con personaggi e piccole scene, e figurette ai margini delle carte, mentre la prima carta è incorniciata in maniera ricchissima da un motivo continuo, ove alle scenette bibliche si legano strettamente motivi ornamentali. Tali decorazioni, nella tipologia della impaginazione, dei fregi, nella fattura dei personaggi, nella scelta dei timbri cromatici mostrano chiaramente di essere opera di uno, o più, miniatori bolognesi, attivo o attivi attorno al 1335.

Gli stessi illustratori della Bibbia poi (14) avrebbero decorato un altro celebre manoscritto, esemplato anch’esso in Ungheria, il Leggendario dello stesso re Caroberto, smembrato oggi tra la Biblioteca Vaticana , la Pierpont Morgan Library e San Pietroburgo. Tuttavia le miniature di questo ultimo testo, con scene di una vivacità stravolta, cariche di espressionismo popolaresco, se presentano molti elementi bolognesi, nelle decorazioni dei fregi, in alcune pose dei personaggi, mostrano anche molti particolari che sembrano caratteristici di altri ambiti figurativi, come i costumi, soprattutto quelli femminili, e la accentuazione esasperata e violenta del dolore nelle scene di martirio e di passione, elementi che sembrano più vicini alla cultura figurativa mitteleuropea.

Il Leggendario dunque, come del resto aveva bene indicato Alessandro Conti (15), appartiene ormai alla cultura figurativa dell’Europa centrale, e non vi è nessuna traccia in esso del miniatore del S.IV.1. Nelle miniature della Bibbia invece, in particolare in quelle che la Harrsenn attribuisce ad un "secondo Maestro", molte sono le somiglianze, soprattutto nella tipologia dei volti, con le miniature di Cesena. Mi sembra tuttavia, ad un esame più analitico, e se si vuole più puntiglioso, che emergano tra le illustrazioni della Bibbia e quelle delle Institutiones di Cesena alcune sostanziali differenze: vi sono infatti in quest’ultimo manoscritto alcune durezze nella linea di contorno, per esempio negli scolli, rifiniti con un deciso segno in tondo, e non ammorbiditi come nella Bibbia, nel ricadere sempre rigido delle pieghe delle vesti, come segnate da un filo metallico, nel panneggio che è sempre a sottili pieghettature che fasciano le figure, mentre cadono con squisita morbidezza nelle miniature della Bibbia.

Sarei perciò portata ad escludere la partecipazione del miniatore del S.IV.1. alla decorazione della Bibbia ungherese, e a relegarlo nell’ambito di uno scriptorium esclusivamente bolognese, nell’attesa di poter trovare altre tracce della sua vivacissima e interessantissima personalità.

L’Infortiatum, S.IV.2, testo di lusso eseguito per qualche personaggio illustre (16), come si può arguire dalla presenza di stemmi, poi ricoperti (appartenne poi anche al giureconsulto padovano Daulo Dotti), è decorato da quindici miniature grandi o medie che illustrano come di consueto il contenuto dei singoli libri, e da cinque piccoli riquadri con paesaggi. Le decorazioni, di una stessa mano, sono dovute a quel grandissimo miniatore al quale il Longhi felicemente diede il nome di "Illustratore" (17).

Si tratta di un artista che lavora nella prima metà del ‘300 e forse poco oltre, la cui cronologia è ancorata a due manoscritti, pure giuridici, eseguiti per il canonico Nicolò, preposito di Estergom, nel 1343, e conservati alla Biblioteca Capitolare di Padova.

L'artista nell'Infortiatum impagina le sue scene contro fondali ancora molto semplici sottolineati da architetture anch’esse piuttosto lineari, quali notazioni che definiscono sommariamente un "luogo deputato"; e tuttavia è nuovo il sentore dello spazio, nello scarto diagonale delle architetture, dei troni, degli oggetti, e nella precisa nettezza del filo d’ombra che definisce persino la cornicetta di contorno della miniatura. I personaggi, disposti su più piani, sono resi con una precisa volumetria, sottolineata dal leggero chiaroscuro in un panneggio che cade morbido, in cifre eleganti, e sono colti in atteggiamenti di straordinaria vivacità. Pungente è l’analisi dei volti, precisamente individuati con l’immediatezza di un ritratto o addirittura della caricatura; e non manca la sottolineatura, attenta e minuziosa delle eleganti, moderne ornamentazioni delle vesti e dei copricapi.

Pur nella riproposizione della tradizionale tavolozza della miniatura bolognese, giocata sui rossi, i rosa, i celesti, i verdi, l’"Illustratore" schiarisce i timbri cromatici, in colori liquidi e trasparenti accostati con accordi preziosi, arricchiti di sfumature e di cangiantismi.

E nuova, vivacissima è anche l’attenzione al paesaggio, nelle piante, gli alberi, gli animali. La relativa semplicità delle illustrazioni di questo manoscritto, sempre su fondo oro, le scene animate da piccoli gruppi di persone, in confronto con la maggiore articolazione di miniature che sembrano datare al quinto decennio (in particolare quelle dei due manoscritti della Biblioteca Capitolare di Padova, A 24 e A 25, datati 1343), paiono indicare per questo manoscritto una datazione attorno al 1335.

In quest’opera dunque l’"Illustratore" si colloca nel campo della miniatura accanto al cosidetto "Maestro del 1333" e alle prime manifestazioni di Vitale da Bologna, che negli stessi anni operano un analogo rinnovamento nel campo della pittura. Nell’"Illustratore" inoltre la maggior libertà che gli era consentita proprio per lo specifico della illustrazione di testi di tematiche laiche e profane, e non già classiche, ma piuttosto borghesi e quotidiane, accende le sue illustrazioni di quella moderna e spigliata carica narrativa non priva di quella osservazione attenta, talvolta caustica e dissacratoria della realtà, che ha fatto grande l’arte del minio a Bologna nel XIV secolo.

Concludo con la presentazione di alcune illustrazioni delle Pandette, S.IV.4 (18), dovute ad un artista francese o francesizzante, che attendono ancora un approfondito studio. Si tratta di sette piccole miniature su fondo oro circondato da una incorniciatura con motivi a liliacea tipicamente francesi, con poche figurette snelle e veloci ritagliate con un elegante ductus lineare, tipiche anch’esse nell’allungamento e appiattimento delle figure e nei particolari delle vesti e dell’abbigliamento. Così come caratteristica è la tavolozza molto francese tenuta sui timbri chiari, giocata sui diversi toni del celeste e dell’azzurro, con rosa e rosso.

Questo manoscritto mi sembra molto interessante per un altro aspetto: esso presenta infatti tutte le fasi della esecuzione della miniatura. Accanto alle sette miniature complete, il testo presenta alcuni spazi lasciati vuoti, che avrebbero dovuto essere miniati; in un caso, a f. 225v, si vede il disegno preparatorio per la miniatura, cioè la decorazione nella sua fase iniziale; a f. 191 al disegno si aggiunge la preparazione per la foglia d’oro, una sorta di bolo ancora a mala pena visibile; e infine a f. 313v vi è anche la foglia d’oro – che veniva preparata prima dei colori – già distesa e sagomata, pronta per i successivi interventi.

Questo manoscritto è dunque raro e interessante esempio di testo non finito che getta un prezioso spiraglio di luce nel mondo affascinante degli illustratori librari del secolo XIV.



(1) G.M. MUCCIOLI, Cataologus codicum manuscriptorum Malatestianae Caesenatis Bibliothecae …, Cesena, I-II, 1780-84, I, 15-20, 26, 30-32; R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana, Cesena 1887, 261-263, 275, 280-285; M. SALMI, La miniatura in Tesori delle Biblioteche d’Italia. Emilia-Romagna, a cura di D. FAVA, Milano 1932, 304; Mostra storica nazionale della miniatura, a cura di G. MUZZIOLI, Firenze 1953, nn. 189 e 195; vedi inoltre A. CONTI, La miniatura bolognese, Bologna 1981, 85-88, 91; molte illustrazioni dei manoscritti giuridici sono in Università e studenti a Bologna nei secoli XIII e XIV, a cura di C. DOLCINI, Torino 1988.

(2) C. DOLCINI, La cultura premalatestiana e le origini della Biblioteca, in Storia di Cesena. II. Il Medioevo, a cura di A. VASINA, Rimini 1985, 115-127 (122).

(3) ZAZZERI, 275.

(4) F. D’ARCAIS, Manoscritti italiani, in Codici e manoscritti della Biblioteca Antoniana, a cura di G. ABATE - G. LUISETTO, II, Vicenza 1975, 723-742 (725). Allora tuttavia avevo dato per il manoscritto 203 della Biblioteca Antoniana una datazione alla fine del XIII secolo, che invece mi sembra vada spostata più avanti, al primo decennio del Trecento o ai primi anni del secondo.

(5) ZAZZERI, 261-263; G. DALLI REGOLI, La miniatura, in Storia dell’Arte italiana, IX.2, Torino 1980, 125-183 (166).

(6) F. D’ARCAIS, L’organizzazione del lavoro negli scriptoria laici del primo Trecento a gotica, in Atti del I Congresso di Storia della miniatura italiana, Firenze 1979, 357-369.

(7) A. BARZON, Codici miniati. Biblioteca capitolare della Cattedrale di Padova, Padova 1950, 28-29; L. GROSSATO, Codici miniati del trecento nella Biblioteca Capitolare di Padova - Catalogo, Padova 1967, 29; F. D’ARCAIS, L’organizzazione, passim.

(8) F. D’ARCAIS, Les illustrations des manuscripts francais des Gonzague à la bibliothèque de Saint-Marc, in Essor et fortune de la Chanson de geste dans l’Europe et l’Orient latin. Atti del IX congresso internazionale della Societé Rencesvals, Modena 1984, 591 e n. 14.

(9) F. D’ARCAIS, Il manoscritto trecentesco del "Paradiso" Braidense già a Santa Giustina di Padova. Problemi cronologici e iconografici, "Atti e memorie dell’Accademia patavina di Scienze Lettere e Arti", 1977-78, XC, 33-41; F. D’ARCAIS, Le miniature del Riccardiano 1005 e del Braidense AG.XII.2: due attribuzioni e alcuni problemi, "Storia dell’arte", 1978, 33, 13-14 e n. 13: in quello studio davo un piccolo elenco di manoscritti decorati da questo miniatore.

(10) ZAZZERI, 280-283; SALMI, 304; Mostra storica nazionale della miniatura, 134; C. GNUDI, La Bibbia di Demeter Nekcsei-Lipòcz, il "Leggendario" angioino, e i rapporti fra la miniatura bolognese e l’arte d’oriente, in Évolution générale et développements régionaux en histoire de l’art, Actes du XXIIe Congrès international d’histoire de l’art, Budapest 1972, 569-581; CONTI, 85.

(11) CONTI, 85.

(12) GNUDI, passim.

(13) M. HARRSEN, The Nekcsei-Lipòcz bible. A Fourteenth century Manuscript from Hungary in the Library of Congress. Ms. Pre-Accéssion 1, Washington 1949.

(14) M. HARRSEN, Central European Manuscripts in the Pierpont Morgan Library, New York 1958; GNUDI, passim.

(15) CONTI, 85.

(16) F. D’ARCAIS, L’"Illustratore" tra Bologna e Padova, "Arte Veneta", 1977, 27-41 con bibliografia precedente; DALLI REGOLI, 171-173.

(17) R. LONGHI, La pittura del Trecento nell’Italia Settentrionale, 1934-35, in Lavori in Valpadana ("Opere complete", 6), Firenze 1974, 24-26, 28; R. LONGHI, Prefazione alla Guida alla Mostra della pittura bolognese del Trecento, 1950, ibidem, 157-159.

(18) ZAZZERI, 284-285.


   
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