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Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
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Il presente lavoro (1) è parte di una più vasta indagine, organizzata dall’Istituto per i Beni Culturali e Ambientali della regione Emilia Romagna e dal Comune di Cesena, condotta sulla Biblioteca Malatestiana il cui scopo è quello di "tomografare" diacronicamente i codici ivi conservati. La storia di questi ultimi ci pare abbastanza nota (2) e la presente non è certo la sede per affrontarla in modo sistematico e approfondito; ricordiamo soltanto che si tratta di una raccolta ordinata nella seconda metà del XV secolo da Malatesta Novello per la biblioteca voluta e fatta erigere da lui stesso. Essa risulta costituita da fondi diversi tra i quali il più antico è quello proveniente dal locale convento di S. Francesco; il nucleo più ricco è comunque quello composto dai codici, in parte direttamente commissionati, in parte acquistati da Malatesta. Qualche anno dopo la morte di quest’ultimo, la "libraria" si arricchì dei volumi di Giovanni di Marco, medico del signore cesenate, che li legò per testamento alla Biblioteca Malatestiana. Il suo patrimonio crebbe ancora nei secoli successivi anche se, in questa sede, è importante sottolineare come la sua particolare condizione – la cura della Biblioteca è affidata, da sempre, al Comune di Cesena – abbia garantito la trasmissione pressoché integrale della raccolta che pure è stata oggetto di frequenti campagne di restauro; nonostante queste ultime abbiano interessato, in modo più o meno radicale, tutti i codici, gran parte delle strutture del XV secolo è giunta fino a noi anche se molte volte le loro caratteristiche principali sono inferibili dagli indizi lasciati – di norma non scientemente – dai restauratori. Quanto detto finora delinea, sia pure per sommi capi, la rilevanza di questa raccolta e l’importanza di uno studio analitico degli aspetti riguardanti, in particolare, la confezione. Non insisteremo – lo abbiamo fatto abbondantemente in altre sedi (3) – sulle valenze del libro come manufatto e quindi come oggetto archeologico, né ci soffermeremo sul rapporto testo-confezione intendendo il primo e la seconda come espressioni diverse ma ricomponibili di un’unica realtà culturale fino ad oggi artificiosamente scomposta. I significati del testo e quindi i punti di vista per esaminarlo sono numerosi: si va dallo studio delle forme che esso può assumere (paleografia, storia dell’arte), alla sua collocazione nella tradizione (filologia), fino alla sua complessiva storia culturale (e qui nelle parentesi dovremmo comprendere un grosso numero di discipline). Lo studio della manifattura d’altra parte, non può limitarsi alla conoscenza dei materiali e delle tecniche che rimane fine a se stessa qualora non venga messa in relazione con l’ambiente sociale e culturale che l’ha prodotta interagendo con essa e determinandone, in ultima analisi, l’evoluzione. Così lo studio analitico di una legatura non vuole gettar luce soltanto sull’attività dell’artigiano legatore o su quella dei cuoiai e dei pergamenai, dei falegnami e dei cordari, ma intende cercare di comprendere i rapporti che legavano questi artigiani tra loro e con quegli altri (dai copisti ai decoratori, ai miniatori) impegnati sul medesimo oggetto, per capire il ruolo di tutti in una società della quale i codici rappresentano una delle testimonianze più significative e meglio tramandate fino a noi. E questo ci pare possa essere definito "metodo archeologico" anche se l’esistenza dell’archeologia del libro – la quale ambirebbe dunque alla raccolta e alla sistematizzazione di questi studi – non presuppone automaticamente la materializzazione dell’archeologo del libro come figura fisica singolare; è infatti molto difficile – in realtà siamo convinti che sia impossibile – per un solo studioso sussumere in sé il bagaglio culturale indispensabile ad elaborare criticamente le informazioni più eterogenee che costituiscono l’irrinunciabile punto di partenza di questa disciplina e che è omologabile, in qualche modo, allo scavo archeologico inteso come raccolta di dati e loro messa in relazione. Per quanto detto è evidente, in questa sede, la nostra insufficienza ad un rilevamento e ad una elaborazione complessiva dell’insieme dei dati che riguardano l’archeologia del libro; ci limiteremo pertanto ad affrontare le tematiche relative all’archeologia dei materiali librari lasciando ad una situazione politica e culturale più matura il rilancio delle ricerche complessive. È forse inutile precisare, a questo punto, che il nostro lavoro si colloca negli ambiti strettamente pertinenti alla cultura materiale e alla sua storia; accenneremo dunque alle principali questioni di metodo – come del resto abbiamo già cominciato a fare – senza rinunciare per questo a delineare alcune delle fondamentali evidenze che iniziano a prendere forma grazie alle nostre osservazioni; esse sono simili a piante desertiche le quali – modificate da un’intelligente evoluzione in modo da sopravvivere in un ambiente particolarmente ostile – appaiono all’osservatore disinteressato indistinguibili perché perfettamente omogenee all’inorganicità che le circonda; non sfuggono però all’occhio del botanico il quale anzi le differenzia tra loro e le inserisce nel più vasto sistema al quale appartengono. Si tratta, lo ripetiamo, delle "fondamentali evidenze"; cominciamo insomma solo a distinguere gli organismi vegetali dalla sabbia cui sembrano simili. In questo contesto siamo ben lungi dal cadere nella tentazione delle periodizzazioni più o meno rigide, sia per la difficoltà di ricostruzione di una tradizione ormai perduta della quale è difficile intravedere oggi limiti e contorni, sia per la carenza di sistemi analitici specificatamente deputati alla soluzione dei problemi posti dall’esame di questi manufatti. Osservazioni sul metodo Il settore di provenienza della gran parte di noi è quello della conservazione e del restauro attraverso il quale siamo giunti a queste riflessioni e al modus operandi che caratterizza oggi la nostra azione. È giusto quindi che la prima preoccupazione sia quella di tutelare l’integrità – o ciò che resta di essa – del materiale librario il quale, sottoposto ad una degradazione plurisecolare ed allo stress di una consultazione particolarmente intensa, può andare incontro ad inconvenienti non sottovalutabili. È necessario pertanto ridurre al massimo il numero delle volte nelle quali il codice viene "letto" nelle sue varie componenti; così quando si affronta una situazione nuova costituita da un insieme mai esaminato dal punto di vista che siamo venuti esponendo, è opportuno prevedere, in linea di massima, almeno tre passaggi di consultazione che corrispondano alle fasi concrete del rilevamento e della sua elaborazione. La prima fase consisterà nella descrizione analitica di tutti i fatti che concorrono alla confezione: dalla preparazione dei substrati scrittorî, alla "mise en page", alla scrittura e all’ornamentazione, fino alla legatura. Al termine di questo momento sarà necessario mettere in relazione i dati ottenuti il che porterà, per forza di cose, ad arricchire ed integrare il protocollo iniziale e quindi a riesaminare l’oggetto sia per eventuali verifiche in ordine alla prima fase, sia per rispondere alle nuove domande che saranno nel frattempo emerse. Il terzo ed ultimo passaggio servirà a risolvere le contraddizioni ed i problemi che avranno fatto la loro comparsa nel corso dello studio. Si è accennato ad un protocollo iniziale, una sorta di pro memoria il più ampio possibile che serva di indirizzo nel rilevamento. Tale protocollo deve ripercorrere le tappe della confezione del libro, ma anche "guidare i gesti" del rilevatore indicandogli sia quali debbano essere gli aspetti sui quali concentrare la propria attenzione, sia gli strumenti più adatti a rilevarli, sia infine le modalità delle analisi/misure e della loro espressione. La tendenza che informa questa metodica è quella di ridurre, per quanto possibile, le distorsioni soggettive indotte nella rilevazione dei dati incrementandone così la conformità. In questa ottica non è sottovalutabile l’individualità dell’addetto al rilevamento e quindi la sua indispensabile professionalizzazione che lo metta in grado di distinguere le informazioni di rilievo da quelle accessorie e di registrarle in maniera costantemente puntuale. Se si riflette sui principi sopra esposti – che non sono frutto di un’elaborazione teorica quanto piuttosto il risultato dell’esperienza vissuta nel corso della ricerca condotta presso la Biblioteca Malatestiana – si comprende come essi coincidano, in gran parte, con le norme basilari che regolano da molti decenni le indagini analitiche nel campo delle scienze della natura. Tornando alla nostra esperienza c’è da aggiungere che pur partendo da un protocollo sufficientemente puntuale (4), abbiamo verificato la necessità di una costante precisazione non solo in ordine all’inserimento di voci specifiche, ma anche per quanto riguarda modi e valori del rilevamento quantitativo e qualitativo. Per ciò che riguarda il personale addetto a queste ricerche, è risultato piuttosto rischioso l’impiego di rilevatori privi di una formazione non specifica; e se questo dato apparirà ai più prevedibile, bisogna tener conto del fatto che lo stadio iniziale nel quale si trovano queste indagini, rende difficoltoso il reperimento di elementi di sicura esperienza a fronte della necessità di dare risposte ed esiti in tempi il più possibile brevi. Non possiamo dimenticare, per ciò che riguarda le osservazioni metodologiche, di far cenno al alcune delle analisi, certamente piuttosto inusuali perché presuppongono l’esistenza di una serie di condizioni particolarmente favorevoli che si verificano, tutte insieme, solo molto di rado. Agli esordi del lavoro sulla Biblioteca Malatestiana si ritenne utile la determinazione delle specie animali di origine delle pergamene e dei cuoi delle coperte. Si tratta di analisi basate sull’osservazione microscopica, affatto non distruttiva, dell’arrangiamento pilifero che presenta com’è noto, un alto grado di specificità; queste determinazioni richiedono comunque un’attrezzatura particolare (microscopi, sorgenti luminose speciali, etc.), un operatore ben addestrato e non consentono, in ogni caso, una precisione superiore, in media all’80%. Nel corso del lavoro si è notato come il microscopio (in particolare lo stereo-microscopio) potesse giovare moltissimo all’analisi codicologica e si è ritenuto di allargare il numero delle determinazioni sui vari aspetti, anche oltre quelle effettuate con mezzi ottici. Non si trattava di una vera e propria novità (5), ma era la prima volta che tali tecniche erano applicate su scala relativamente vasta. C’è da dire che "un sostrato tecnico ed organizzativo quale soltanto una struttura di ricerca a ciò appositamente finalizzata, può fornire" (6) è condizione necessaria ma non sufficiente per l’effettuazione di queste analisi. Alcune – quali ad esempio la determinazione delle sostanze minerali presenti nei cuoi o il tipo di tannino utilizzato nella concia sono forzatamente distruttive anche se necessitano di una piccola quantità di materia prima. Altre, come il riconoscimento delle specie vegetali impiegate per le assi lignee o per la manifattura dei fili e degli spaghi, richiedono di poter effettuare impercettibili – ma pur sempre concrete – campionature del materiale. Tutto questo rende improponibili (o in ogni caso sconsigliabili) le determinazioni su codici integri per le alterazioni che ciò può provocare su di essi, né è giusto – scientificamente e deontologicamente – aspettare (e sperare!) che si renda necessario un intervento di restauro il quale comporti lo smontaggio delle carte e quindi della legatura, offrendo disponibilità di accesso alle informazioni desiderate. A Cesena siamo stati inopinatamente soccorsi dai restauri degli ultimi anni – nel cui merito è opportuno non entrare – nel corso dei quali sono state sostituite le legature originali; queste ultime – o meglio ciò che di esse sopravviveva all’intervento: pochissimo in assoluto, moltissimo per noi – sono state restituite alla biblioteca insieme al codice restaurato. Così assi, nervi, brandelli delle coperte, qualche filo, erano finalmente disponibili rendendo concreta la possibilità di effettuare quelle analisi altrimenti improponibili. Queste ultime, che sono tuttora in corso, hanno interessato il legno delle assi, il cuoio dei nervi e delle coperte (sia dal punto di vista istologico che da quello chimico), i fili di cucitura e ove (raramente!) possibile, quelli dei capitelli. I primi risultati sono abbastanza significativi e premiano, in generale, la nostra opzione metodologica: infatti per quello che riguarda la materia prima impiegata nella manifattura delle pergamene, si osserva un’altissima frequenza di peli di capretto pressoché regolare nella maggioranza delle carte membranacee; poiché la Biblioteca Malatestiana rappresenta il primo esempio di determinazioni di questo tipo, non è possibile il confronto con codici confezionati in zone ed epoche diverse. Al contrario, per le coperte in cuoio esiste un’esperienza maggiore che – ancorché bisognosa di verifiche essendo frutto di rilevamenti empirici – attribuisce per le legature italiane del XV secolo, un impiego quasi costante di cuoio di capra. Nei codici malatestiani si è verificata invece un’incidenza molto alta di cuoio ottenuto da pelli ovine che, unita ad alcune caratteristiche di manifattura che potremmo definire peculiari dell’officina cesenate, favorisce la mesa a punto di una sorta di identikit "malatestiano" (il termine è ovviamente impreciso e qualche elemento deve essere ancora definito) del quale ci occuperemo più diffusamente nel corso dell’esposizione. Un ultimo cenno meritano le assi delle legature delle quali si è appena iniziata l’analisi e che confermano l’uso pressoché generale, nella penisola italica, del legno di faggio per questi scopi. È pur vero che nel caso di una legatura per un manoscritto greco confezionata fuori della città romagnola – rimaneggiata nella legatoria malatestiana conservando comunque le assi originali – si è rilevato l’impiego di legno di pioppo, essenza vegetale utilizzata (sia pure con frequenza molto minore rispetto al faggio) con una certa regolarità nel nostro paese. Per quello che riguarda infine gli altri dati (i nervi della cucitura, ad esempio, risultano costantemente di origine bovina e presentano la tintura con un colorante rosso sul lato del pelo) si sta procedendo all’analisi sistematica di tutte le componenti ritenute significative allo stato delle nostre conoscenze: per molte di esse è però necessario, come si ricordava sopra, mettere a punto sistemi analitici appropriati e ciò non è sempre semplicissimo ed immediato. L’esame delle legature Non tireremo, in questa sede, conclusioni sulla tecnica della legatura a Cesena nel XV secolo: il nostro lavoro non è ancora terminato anche se è difficile dire quando uno studio di questo genere è davvero concluso; l’assenza di rilevamenti simili, inoltre, per situazioni diverse rende impossibile la definizione di caratteristiche peculiarmente "cesenati" rischiando di farci scambiare per tali, aspetti che sono al contrario generali. Ci limiteremo quindi a discutere una serie di questioni (molte, ancora, di metodo, qualcuna particolare) e a ricapitolare i dati rilevati nel corso del lavoro. La prima discriminazione si è ottenuta raggruppando i codici che avevano caratteristiche simili. Si sono potuti distinguere, in questo modo, due gruppi principali che differivano per la tecnica di lavorazione dei piatti: dalla sagomatura delle assi, ai fermagli, alla decorazione delle coperte. A questi due modelli se ne sono aggiunti altri con caratteristiche in più parti diverse: per essi ci pare molto discutibile l’attributo di "malatestiano" essendo stati legati, con tutta probabilità, fuori dalla città romagnola e/o in tempi diversi. C’è da aggiungere, prima di affrontare i due modelli, che la cucitura – il cui supporto è costituito da una serie (in genere quattro) di linguette fessurate in pelle allumata arrossata sul fiore (lato del pelo) – è pressoché uguale per la maggior parte dei codici (fig. 1): ma tale elemento, proprio perché così generalizzato, non è da considerarsi primario in questo contesto o lo è solo per i rapporti esistenti tra formato e numero delle linguette. |
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1. Schema della cucitura dei codici malatestiani. |
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Il primo tipo di struttura comprende 21 codici – almeno attualmente, poiché non sappiamo quale confezione avessero quelli restaurati (oltre il 50% dei volumi della Biblioteca Malatestiana ha subito un rifacimento completo durante questo mezzo millennio) – e si distingue dall’altro per la fattura delle assi – non smussate sui bordi o sul morso –, per la presenza, su ogni piatto di cinque borchie e, infine, per i fermagli, costituiti da due doppie correge in cuoio che fuoriescono, attraverso due fori, in prossimità del margine davanti del piatto anteriore e assicurano la chiusura del libro fissandosi sul labbro del piatto posteriore mediante un sistema puntale-tenone di tipo greco o meglio "alla greca" (questa legatura è schematizzata in fig. 2, piatto anteriore, e fig. 3, piatto posteriore). |
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2. Schema del piatto anteriore. |
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3. Schema del piatto posteriore. |
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L’altro modello (fig. 4 e 5) che interessa 143 codici (valgono le stesse considerazioni fatte sopra per il restauro) presenta le assi smussate sulla faccia esterna di tutti e quattro i lati (compreso quindi quello del morso sul quale si fissano le linguette della cucitura), nove borchie sul piatto anteriore, di cui quattro per ancorare le correge di "soatto" (7) che costituivano le bindelle dei fermagli, e cinque su quello posteriore. Per i fermagli è necessario aggiungere che essi risultano formati da lunghe strisce di pelle (di natura e caratteristiche pressoché identiche a quelle delle linguette di cucitura) le quali partendo dal piatto anteriore, chiudono il codice fissandosi su quattro tenoni sistemati sul piatto posteriore. Puntali e tenoni possono essere di foggia e composizione diversa: in genere due laminette in ottone sulle due facce della bindella con un foro nel centro, costituiscono il puntale; una sorta di chiodo – sul quale torneremo – il tenone. A questi elementi se ne aggiungono altri, meno appariscenti e comunque non così caratterizzanti: tra questi, ad esempio, le tecniche di incartonatura o il modo di comporre i fogli di guardia che non si prestano a distinzioni univoche coesistendo spesso sia nel primo che nel secondo gruppo. Questa costanza degli elementi, la loro particolare fattura (come la "tessitura" dei capitelli, la cucitura dei fascicoli che, come già detto, avviene attraverso schemi e passaggi praticamente identici, la contemporaneità delle carte di guardia alla compagine) costituiscono prove evidenti dell’esistenza, presso la biblioteca e a fianco dello scriptorium, di un’officina di legatoria. Di essa cominciamo a distinguere non solo il particolare modo di lavorare e, in generale, l’equipaggiamento tecnico, ma anche la mentalità, vale a dire la particolare maniera di porsi di fronte al codice al momento della sua confezione scegliendo materiali e tecniche sicuramente funzionali e dotati di una significativa stabilità. A questo proposito ci sembra utile sottolineare l’"intelligenza" posta nell’adozione di metalli che non creassero nocumento alle altre componenti del codice: ad esempio, l’impiego di particolari leghe di ottone (più o meno ricche in rame) è riservato alla manifattura dei chiodi usati per fermare i nervi alle assi e a quella dei fermagli (puntali e tenoni). |
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4. Schema del piatto anteriore. |
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5. Schema del piatto posteriore. |
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Una delle attività dell’officina era quella della ri-legatura (cioè della nuova legatura, per ragioni, riteniamo, omologabili a quelle dell’odierno restauro); in alcuni casi, quale ad esempio quello di codici sicuramente non provenienti dallo scriptorium malatestiano (greci o ebraici o acquisiti dopo la morte del signore di Cesena), l’intervento mira alla sostituzione di alcuni elementi ma non di altri. Così accanto alla coperta che potremmo definire malatestiana o alla cucitura con le linguette arrossate, troviamo la riproposizione di elementi "originari": le assi con la rainure sui labbri, i capitelli fermati sui labbri e così via, tipici delle legature di origine orientale. E, su molti dei codici del medico Giovanni di Marco, è possibile osservare la veste che avevano al momento del loro ingresso nella Malatestiana. Ed è proprio dall’esame degli elementi introdotti successivamente in questi codici "diversi" (fogli di guardia, sagomatura delle assi, ricucitura, etc.) che si è riusciti ad enucleare meglio le tecniche dell’officina, soprattutto attraverso il confronto con il nucleo autoctono costituito dai codici scritti a Cesena. Inutile ribadire che non tutti gli aspetti o i procedimenti di quella particolare cultura del lavoro ci sono, a tutt’oggi, chiarissimi o meglio non ce la sentiamo ancora di formulare un discorso cronologico sull’attività della bottega segnatamente in ordine all’impiego di alcuni materiali in luogo di altri. Ci verrebbe fatto di pensare, ad esempio, che l’uso dei chiodi in ottone fosse precedente a quello dei chiodi in ferro, ma ciò non sembra, al momento, compiutamente verificato; lo stesso discorso vale per i tenoni che risultano diversificati sia come forma (tonda, quadrilobata e ottagonale), sia come composizione metallica (ottone, ferro, bronzo). Al fatto che la preparazione delle assi, della cucitura, dei capitelli risultino molto simili, s’è già accennato: ciò conferma la necessità di puntare – per la differenziazione – in particolare sui materiali, poiché una tecnica tende ad affermarsi sulla base di criteri di funzionalità diventando tradizione artigianale la quale sopravvive per tempi relativamente lunghi. È evidente quindi che nel contesto dell’analisi delle tecniche, diviene fondamentale la capacità di distinguere gli indizi lasciati dagli artigiani; così può essere importante l’osservazione del modo in cui venivano incisi i fascicoli prima di passarvi il filo della cucitura (dall’asportazione di un triangolino di pergamena , al piccolo taglio perpendicolare alla piega dorsale) ovvero l’assenza di qualsiasi foro preliminare o, infine, la presenza di sistemi provvisori per tenere insieme le carte dei fascicoli prima della cucitura (con striscioline di pergamena o semplicemente con filo). Un ragionamento simile può farsi per gli utensili che non appaiono comunque molto numerosi. Notiamo così che le gole nelle assi sono preparate con l’ausilio del compasso e di righe che delimitano le zone da scavare; le forature sul morso sono dapprima praticate con punte arroventate (il fenomeno è verificabile in particolare nelle scanellature per i capitelli) su cui intervenire successivamente con uno strumento assimilabile ad una raspa; l’asportazione del legno per le gole avviene mediante sgorbie (strumento usato anche per il taglio delle linguette una volta montate sulle assi), mentre la smussatura si ottiene con le raspe. Per contro ci viene fatto di notare l’assenza di scarnitoi o almeno non riscontriamo l’impiego di utensili particolari per la preparazione e la scarnitura della coperta. I rimbocchi di quest’ultima risultano, in effetti, poco curati almeno se visti nell’ottica della legatoria del XVI-XVII secolo che persegue la perfezione delle linee. Qui invece l’aspetto appare piuttosto irregolare – casuale, ci verrebbe fatto di dire – anche se ciò potrebbe rivelarsi utile per la ricostruzione delle dimensioni della pelle usata e, di conseguenza, di quelle dell’animale dal quale essa ha avuto origine. Diverse sono le considerazioni da fare per quanto riguarda le impressioni – quasi tutte a secco – delle coperte. La forma degli utensili impiegati a questo scopo, i ferri, non subisce grosse variazioni ed è complessivamente riconducibile ad uno stile molto diffuso ed altrettanto noto, basato sull’impiego di strumenti di piccole dimensioni, giustapposti a formare racemi, entrelacs, cordami ed altri motivi. L’utilizzazione da parte nostra dello stereo-microscopio ci ha permesso di differenziare alcuni ferri che ad un primo esame erano apparsi simili: così, ad esempio, ci si è accorti che una lunetta azzurrata (cioè tratteggiata nella superficie circoscritta dal perimetro) poteva essere formata da 5 o 8 barrette di tratteggio (si consideri che le dimensioni della lunetta non sono superiori a pochi millimetri) e che l’inclinazione di queste ultime poteva subire variazioni molto nette (fig. 6). |
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| D.III.3 | D.IX.4 | |
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| D.IX.5 | D.III.5 | |
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| D.V.8 | D.VI.2 | |
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6. Stereomicrografie (ingr. 6x) delle impressioni lasciate sulle coperte dai ferri "a lunetta" apperentemente, uguali. Le foto sono state prese dal piatto posteriore il qule è, di norman meglio conservato dell'anteriore. |
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Questi ferri componendosi fra loro, danno luogo a svariati disegni che, oltre a cambiare parzialmente da codice a codice, in una ventina di volumi diversificano nettamente i due piatti del medesimo codice. Meritano inoltre un breve cenno, gli artifici messi in atto per costruire tali composizioni vale a dire la preparazione del piatto come la rigatura o l’uso di guide e mascherine esterne che non hanno lasciato "orma" sul codice. I piccoli ferri, essendo stati usati singolarmente, postulavano infatti la necessità di delimitare con una certa precisione le zone da imprimere; a questo scopo ci si serviva di alcuni accorgimenti tra i quali abbiamo individuato quello di utilizzare fili tesi esternamente al codice oppure l’impressione di tracce (brevi rigature a secco) che, insieme a quelle dei filetti, delimitavano dei quadrangoli che servivano di guida per i piccoli ferri. Va da sé che questi due metodi sono stati soltanto identificati sottolineando la maggiore perfezione del primo. Questi dati che non intendono – né potrebbero – essere conclusivi od esaustivi, si espongono soprattutto in vista di una revisione metodologica dello studio delle legature il quale non può più esaurirsi con la riproduzione della decorazione delle coperte o col frottis del singolo ferro (sovente senza riferimenti metrici). Il presente lavoro – sia per l’impostazione generale che per la provvisorietà che, in questa fase, lo caratterizza – non consente di tirare facili conclusioni. Le nostre costituiranno pertanto, un’ulteriore occasione per riflettere sul tema. La prima riflessione è sull’impossibilità di procedere, oggi, a confronti poiché il discorso sulla legatura è stato trattato solo per grandi linee e non nei suoi particolari tecnici; mancano cioè i quadri di riferimento basati su metodologie omogenee che permettano, se non di individuare sistemi, almeno tradizioni, e la loro diffusione temporale e spaziale. Fatti questi che non possono venirci dall’esame del singolo codice, per quanto utile possa esso rivelarsi dal punto di vista del metodo. Se quindi Cesena non potrà rispondere a tutte le domande, certo pone o intuisce molti problemi, non ultimo quello di spingere l’indagine fino a far parlare quegli uomini che si materializzano per noi solo per il modo in cui hanno cucito un libro o per come hanno eseguito uno smusso o scelto un chiodo. Questi ferri componendosi fra loro, danno luogo a svariati disegni che, oltre a cambiare parzialmente da codice a codice, in una ventina di volumi diversificano nettamente i due piatti del medesimo codice. Meritano inoltre un breve cenno, gli artifici messi in atto per costruire tali composizioni vale a dire la preparazione del piatto come la rigatura o l’uso di guide e mascherine esterne che non hanno lasciato "orma" sul codice. I piccoli ferri, essendo stati usati singolarmente, postulavano infatti la necessità di delimitare con una certa precisione le zone da imprimere; a questo scopo ci si serviva di alcuni accorgimenti tra i quali abbiamo individuato quello di utilizzare fili tesi esternamente al codice oppure l’impressione di tracce (brevi rigature a secco) che, insieme a quelle dei filetti, delimitavano dei quadrangoli che servivano di guida per i piccoli ferri. Va da sé che questi due metodi sono stati soltanto identificati sottolineando la maggiore perfezione del primo. Questi dati che non intendono – né potrebbero – essere conclusivi od esaustivi, si espongono soprattutto in vista di una revisione metodologica dello studio delle legature il quale non può più esaurirsi con la riproduzione della decorazione delle coperte o col frottis del singolo ferro (sovente senza riferimenti metrici). Il presente lavoro – sia per l’impostazione generale che per la provvisorietà che, in questa fase, lo caratterizza – non consente di tirare facili conclusioni. Le nostre costituiranno pertanto, un’ulteriore occasione per riflettere sul tema. La prima riflessione è sull’impossibilità di procedere, oggi, a confronti poiché il discorso sulla legatura è stato trattato solo per grandi linee e non nei suoi particolari tecnici; mancano cioè i quadri di riferimento basati su metodologie omogenee che permettano, se non di individuare sistemi, almeno tradizioni, e la loro diffusione temporale e spaziale. Fatti questi che non possono venirci dall’esame del singolo codice, per quanto utile possa esso rivelarsi dal punto di vista del metodo. Se quindi Cesena non potrà rispondere a tutte le domande, certo pone o intuisce molti problemi, non ultimo quello di spingere l’indagine fino a far parlare quegli uomini che si materializzano per noi solo per il modo in cui hanno cucito un libro o per come hanno eseguito uno smusso o scelto un chiodo. Per quanto siamo venuti dicendo, è evidente, inoltre, che l’archeologia del libro non può prendere in considerazione che popolazioni molto estese di codici anche (soprattutto) in più biblioteche, effettuando vere e proprie campagne di scavo e di lunga durata e con équipes scientificamente agguerrite e numerose. Nondimeno si porrà la necessità di una scelta, attraverso una programmazione degli interventi anche al fine della tutela, iniziando da aree più ricche di informazioni ovvero circoscritte cronologicamente o spazialmente. E su questo tema concludiamo prendendo in prestito le parole di un celebre archeologo che – mutatis mutandis – ci paiono adattabilissime alla nostra situazione; egli afferma infatti che "se dieci siti debbono essere distrutti è di gran lunga preferibile scavare due di essi interamente, e limitarsi a scavi di salvataggio negli altri, piuttosto che saggiare, o scavare parzialmente tutti e dieci. Naturalmente la scelta sarà difficile, e gli errori saranno inevitabili, ma nonostante questo, il principio rimane valido. Lo scavo integrale di un sito non minacciato, che inevitabilmente significa la sua distruzione, non va intrapreso a cuor leggero. Saggi limitati finirebbero col mutilarlo, mentre saggi estensivi non potrebbero non pregiudicare le possibilità di scavare il sito in modo accurato in futuro" (8). Discussion Président de séance: V. Pace V. Pace: Les procédés de reliure à Cesena sont-ils archaїques ou novateurs? En effet avec l’importance de la cour des Malatesta a-t-on affaire à un reliquat du Moyen âge ou bien à quelque chose qui refléte le nouveau climat artistique? C. Federici: Les reliures en cette fin du XVe siécle sont encore tout à fait médiévales à Cesena, avec des fermoirs encore en cuir et la présence de boulons, choses qu’on ne trouve plus alors à Rome ou à Naples. V. Pace: Peut-on expliquer que dans un climat artistique de premier ordre on puisse être rétrogarde dans ces pratiques? C. Federici: Je pense qu’il s’agit d’artisans locaux qui poursuivent une tradition ancienne. C. Bozzolo: Par example les techniques de la mise en page dans cette bibliothèque Malatesta à Cesena sont encore médiévales. Cepedant c’est difficile à apprécier car on a par exemple la présence de Jean d’Èpinal, copiste d’origine française, qui introduit les deux colonnes qui sont alors très rares en Italie. (1) Questa comunicazione rientra nella ricerca Introduzione all’archeologia del libro svolta con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche. (2) Questa che segue non vuole costituire una bibliografia sulla Biblioteca Malatestiana – altrimenti più vasta – quanto la segnalazione di due lavori utili a comprenderne la storia e, al tempo stesso, un omaggio a coloro che riteniamo i maggiori e (ciascuno alla sua maniera) migliori studiosi che essa ha avuto: A. Campana, Origine formazione e vicende della Malatestiana, in Accademie e biblioteche d’Italia, 21/1, 1953, p. 3-16.; A. Domeniconi, La biblioteca Malatestiana, Udine, 1962, (Ristampa in Quaderni della Biblioteca Malatestiana, Cesena, 1982). (3) R. Campioni, ed., Oltre il testo, Bologna, 1981, e A.M. Adorisio, Archeologia del libro, in Archeologia Medievale, 8, 1981, p. 641-643. (4) Si è presa come base per la ricerca il "prontuario" esposto in G. Guasti, L. Rossi, Interroghiamo i libri, in Contributi ai problemi della conservazione: alcuni strumenti, Firenze, 1982. (5) A.M. Adorisio, C. Federici, Un manufatto medievale poco noto: il codice, in Archeologia medievale, 7, 1980, p. 483-506. (6) Ibid., p. 486 (7) "Soatto" o "sogatto" (dal latino soga: cinghia, correggia) è il termine impiegato per indicare un particolare tipo di pelle (quasi sempre bovina) ottenuto con una concia bianca (in genere all’allume) in modo da conferirgli flessibilità e resistenza. (8) P. Barker, Tecniche dello scavo archeologico, Milano, 1981, p. 73. |
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