Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

download del file in formato zip Pier Giovanni Fabbri

La società cesenate nell'età di Malatesta Novello Malatesti


Cesena, Società di Studi romagnoli, 2000, pp. 105-110

Capitolo nono

La biblioteca



La biblioteca fornisce la prova più evidente del salto che esisteva fra la mentalità del signore e quella del gruppo dirigente cesenate. Partita da un’iniziativa dei frati minori, si trasformò in qualcosa di molto diverso dopo che Malatesta Novello vi si inserì investendo denaro proprio (1). Il primo punto è questo: la biblioteca nacque senza contribuzioni dei cittadini, così come essi in seguito non videro la necessità della costruzione di un acquedotto, mentre accettarono di provvedere al restauro delle mura. Malatesta Novello volle poi che all’interno della sua creatura palpitasse vita di studio e rinunciò alla proprietà di un mulino per finanziare una borsa di studio a favore di dieci frati che vi seguissero i corsi di teologia, guidati da un maestro e lì mantenuti. In loro assenza potevano esservi dieci cesenati, oppure dieci abitanti del territorio su cui si esercitava il dominio del signore di Cesena (2). Le biblioteche del tempo avevano tutte un’origine conventuale e all’interno del convento di san Francesco Malatesta Novello trovò come collaboratore il frate Francesco di Bartolomeo da Figline, che divenne il primo direttore della biblioteca (3). Nel medico riminese Giovanni di Marco, uomo di interessi umanistici e formatosi alla corte di Sigismondo Malatesti a Rimini, ebbe un altro consigliere prezioso, che lo orientò sicuramente nella scelta dei libri di medicina; così come il fanese Nicolò Martinozzi, che conosciamo come cancelliere, andò per lui ad acquistare libri fino a Costantinopoli. Altre ricerche recenti ci parlano poi degli interessi culturali nutriti dal suo vicario, Antonio Griffoli da Terranova, il quale aveva preso un libro in prestito dalla biblioteca. Antonio Griffoli morì a Cesena e quando fu fatto l’inventario post mortem dei suoi beni, Francesco da Figline e Giovanni di Marco erano presenti e quel libro fu definito correttamente dal notaio verbalizzante appartenere alla libreria, in modo che potesse tornare al suo posto e non finire nelle mani degli eredi. L’ipotesi che questo fatto fosse alla base della decisione maturata da Malatesta Novello di coinvolgere la comunità di Cesena nella tutela dell’integrità della biblioteca è sostenuta dai riscontri temporali: il vicario morì nel 1460 e nel gennaio dell’anno successivo Malatesta Novello introdusse la norma che prevedeva la stesura di un inventario dei libri e l’obbligo ad ogni muta di anziani, nel momento del loro insediamento, di andare a controllare che nessun libro mancasse (4).

Era il 1461 ed entrava in carica, come podestà, l’aretino Giovanni Bacci, membro di quella famiglia che commissionò a Piero della Francesca il ciclo degli affreschi del san Francesco di Arezzo (5). Fu sicuramente lui a suggerire a Malatesta Novello che, in attesa della stesura dell’inventario al quale doveva seguire il controllo periodico (come era logico, in modo che i libri fossero riscontrati uno per uno), vi fosse provvisoriamente almeno un controllo numerico. Perciò gli anziani in carica per ogni trimestre andarono a verificare il numero dei libri presenti nei plutei (6). Sicuramente anch’essi si rendevano conto che quel sistema non dava garanzie, perché i libri di pregio potevano essere sostituiti senza che la sostituzione fosse notata, ma almeno una volta ne trovarono uno di meno nella fila dei plutei di destra e si sentirono dire da Francesco da Figline che il codice contenente i sermoni di sant’Agostino era presso il signore perché doveva essere corretto (7). Era stato certamente Giovanni Bacci a suggerire a Malatesta Novello che era almeno opportuno incominciare ad investire il consiglio cesenate di quella responsabilità che lo avrebbe accompagnato poi nei secoli a seguire.

Gli uomini che abbiamo finora ricordato venivano dai luoghi malatestiani della Romagna, delle Marche e dalla Toscana, dove i Malatesti erano soliti reclutare i propri ufficiali. (Malatesta Novello nominò Francesco da Figline suo personale cappellano e si può perfino credere che l’avesse fatto venire appositamente presso il convento cesenate, perché informato sulle sue doti di studioso e di copista). Un’altra personalità decisiva, e finora sconosciuta, a determinare i rapporti fra Malatesta Novello, la biblioteca ed il mondo culturale italiano, fu Antonio Assassini. Documenti scoperti recentemente aggiungono al suo cognome quello dei Tolomei (8) e perciò lo collocano nella famiglia della madre di Leonello e di Borso (9), che furono legittimati all’interno della famiglia Este, e divennero quindi signori di Ferrara. Antonio Assassini fu uno di quegli uomini che seppe sfruttare bene la propria condizione di membro di una famiglia signorile: trovò per sé una collocazione adeguata al proprio rango facendosi mandare come rappresentante della ricca chiesa ravennate in una delle città che, grazie alle iniziative dei Malatesti, stava aprendosi al mercato italiano (10). Quella posizione gli permise di disporre di denaro che investì nelle più svariate iniziative finanziarie ed economiche, legittimando la propria figura con l’acquisizione del titolo di visconte di Montiano. Fu certamente lui ad essere tramite fra gli interessi umanistici di Malatesta Novello e Leonello d’Este, che a Ferrara disponeva della presenza di Guarino, in grado di poter emendare un codice bisognoso di cure filologiche. Che il signore di Cesena si preoccupasse di sottoporre a quelle cure i suoi libri l’abbiamo appreso da una delle prime ispezioni degli anziani cesenati dentro la libreria, sentendolo affermare da Francesco da Figline. La signoria dunque coinvolgeva nel proprio mondo, per una ragione o per un’altra, uomini che facevano di Cesena un centro capace di iniziative culturali. La città non disponeva di forze consimili. Nessun cesenate emerge dalle fonti come collaboratore all’impresa della biblioteca. Il primo cesenate di Cesena che si sappia aver attinto a quei libri fu Giuliano Fantaguzzi e ancora dobbiamo tornare al lascito, a noi sconosciuto, del padre Gaspare, che parlò sicuramente al figlio delle spese sostenute da Malatesta Novello per costruire quella biblioteca e dotarla di libri. Come apparve quell’impresa alla sua mentalità di mercante: un investimento nel sapere o la follia di un esaltato? La risposta è nella cultura di Giuliano Fantaguzzi, che continuò la carriera di mercante del padre e al tempo stesso si procurò le basi per condividere gli interessi umanistici del tempo, trascrivendo le epigrafi antiche murate nei luoghi della città e fuori di essa, e raccontando dettagliatamente le cose occorse al suo tempo. Il lascito di Gaspare Fantaguzzi, sull’onda dell’effetto generato dalla nascita della biblioteca, diede a Cesena il suo primo storico, un uomo che non proveniva né dalla tradizione della cultura ecclesiastica, avvezza alla scrittura, né da quella nobiliare, ma da quella dei fondachi e delle botteghe, dove la vita cittadina si raccontava nei modi che leggiamo nelle Occhurentie et nove, e dove, portate da mercanti e da soldati, giungevano le notizie alle quali noi oggi possiamo attingere per ricostruire gli eventi, alcuni anche importanti e di rilievo del tempo, come quelli che coinvolsero Cesare Borgia ed il suo ambizioso progetto politico, quando il condottiero spagnolo fece stanza a Cesena (11).

Probabilmente Giuliano Fantaguzzi non condivideva i gusti di Malatesta Novello, raffinato lettore di classici. Sappiamo che lesse nella biblioteca ciò che attirava immediatamente la sua curiosità, alimentata dalla letteratura in volgare e dalle cronologie universali che la cultura rinascimentale stava lasciando alle proprie spalle. Quell’uomo aveva studiato il latino probabilmente presso il maestro reclutato dalla comunità cesenate (12), e non affinò la propria cultura al di fuori della città, tingendo talora di rozzezza il proprio provincialismo, ma quella biblioteca nata insieme con lui, all’interno della quale fu certamente accompagnato adolescente dal padre in visita, se non ne fece né un filologo né uno studioso, gli creò la consapevolezza dell’esistenza di frontiere al di qua delle quali egli era spesso obbligato rispettosamente ad assestarsi. Fu certamente estraneo ai problemi filologici che si erano dibattuti nelle corti malatestiane di Rimini e di Cesena circa l’obiettivo della ricostituzione dei testi antichi, appagandosi dei libri a stampa che il mercato cominciava a fornire e delle sillogi della tradizione, che vediamo così abbondanti nel suo Caos. Basta leggere la parte dedicata all’età malatestiana nelle Occhurentie et nove, per capire tante cose di quel suo mondo:

Liberaria copiosissima, nel convento de san Francesco in Cesena, in questi tempi fece el ditto signore da fondamenti con 300 volumi de libri scripti a penna, opere dignissime con uno organo degno e candelabri e croce de cristallo e de paramenti preciosi ornò la ghesia (13).

Si avverte la distanza dai manoscritti che l’età della stampa cominciava a delineare. Il numero di 300 avrebbe inaugurato una tradizione di autocompiacimento per la grandezza di quel patrimonio. Si noterà che accanto alla sintetica descrizione del contenuto della libreria c’era anche quella delle cose donate da Malatesta Novello all’interno della chiesa, quasi un ricordo della visita compiuta da adolescente accanto al padre Gaspare, che gli aveva dato le notizie essenziali.



(1) La bibliografia è ampia e si rimanda alle seguenti opere, che la contengono aggiornata: La Biblioteca Malatestiana di Cesena, a cura di L. Baldacchini, Roma, Editalia, 1992; Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di F. Lollini e P. Lucchi, Bologna, Grafis, 1995; La biblioteca di un medico del Quattrocento. I codici di Giovanni di Marco da Rimini nella Biblioteca Malatestiana, a cura di A. Manfron, Torino, Allemandi, 1998.

(2) Si tratta di un documento noto (ASC, notarile, Stefano Stefani [ ma Antonio Stefani] 45, 3 gennaio 1455). E’ interessante che nelle copie seriori (ASC, Corporazioni religiose soppresse, 678/VII) manchi la parte finale del dispositivo che allargava la possibilità anche agli abitanti del distretto.

(3) Per questa e le figure che seguono rinvio ai miei Una città e una signoria cit., ad indicem; Dentro il dominio e la cultura dei Malatesti: Giovanni di Marco a Cesena cit., ad indicem; Aspettando Gutenberg. La biblioteca di Giovanni di Marco, in Il libro in Romagna. Produzione, commercio e consumo dalla fine del secolo XV all’età contemporanea. Convegno di studi (Cesena, 23-25 marzo 1995), a cura di L. Baldacchini e A. Manfron, Firenze, Olschki, 1998, pp.11-29, ad indicem.

(4) Il 4 gennaio 1461 il vicario comunicò in consiglio "quod voluntas prefati magnifici domini nostri est quod fiat inventarium omnium librorum existentium in libraria sancti Francisci" (ASC, Riformanze, 47, c.25v).

(5) Su di lui, probabile tramite fra Sigismondo Pandolfo Malatesti e Piero della Francesca, C. Ginzburg, Indagini su Piero. Il Battesimo, il ciclo di Arezzo, la Flagellazione di Urbino, Torino, Einaudi, 1981, pp.14-21 in particolare, ma Giovanni Bacci è protagonista, fino alle ultime pagine del libro.

(6) Nel verbale dell’adunanza degli anziani del 6 marzo 1461 si legge che essi, in ottemperanza alla volontà di Malatesta Novello, si disponevano "ire ad librariam sancti Francisci et libros videre, licet de ipsis non sit factus debite inventarium" (ASC, Riformanze, 47, c.41v). Niente dice che fosse intervenuto Giovanni Bacci a suggerire quell’intervento, ma ciò che conduce su questa traccia è la sua presenza, in quanto podestà, alla visita che fu fatta in biblioteca il 2 maggio 1461 (cfr. infra). Una presenza singolare, se confrontata con le scarse impronte lasciate dalla sua attività di alto ufficiale malatestiano a Cesena.

(7) Era il 2 maggio 1461: "potestas et antiani predicti, sequentes mandata excelsi domini nostri de eundo in principio cuislibet mude antianorum ad videndum libros existentes in libraria excelsi domini nostri etc., iverunt ad locum sancti Francisci et ad librariam predictam et numeraverunt omnes libros exixtentes in libraria predicta". Dunque Giovanni Bacci era presente a quel sopralluogo. La numerazione dei libri contenuti nei plutei di destra fece constatare un libro in meno, e "frater Franciscus capellanus, qui regit et gubernat libros predictos, dixit esse penes prefatum excelsum dominum nostrum causa ipsum revidendum et corrigendum, qui vocatur liber sermonum sancti Augustini" (ASC, Riformanze, 47, c.52v).

(8) "Dominus Antonius de Tolomeis alias de Asasinis de Feraria" (ASC, notarile, Antonio Zanolini, 55, c.151r, 24 luglio 1461. Si veda anche ibidem, c.153r).

(9) E. Milano, Casa d’Este dall’anno Mille al 1598, in Gli Estensi. La corte di Ferrara, a cura di R. Iotti, Modena, Il Bulino, 1997, pp.41, 46. Sicuramente qualcuno d’ambiente cesenate fu l’intermediario fra il duca Borso ed il cittadino di Cesena Francesco Bartolini, originario di Bagnacavallo, che nel 1486 comperò l’appalto di varie entrate di dazi e di gabelle di Lugo e di Bagnacavallo per la somma di 1350 lire. L’atto fu rogato a Cesena, nella sacrestia della chiesa di san Francesco (ASC, notarile, Baldassarre Albertini, 197, 4 settembre 1486).

(10) La presenza di Antonio Assassini a Cesena è documentata dal 1435. In questa data egli era luogotenente di Andrea Perondoli di Ferrara, vicario di Tomaso Perondoli, arcivescovo di Ravenna. Andrea Perondoli era incaricato della gestione delle proprietà della chiesa ravennate a Cesena (ASC, notarile, Stefano Stefani, 8, 17 marzo 1435; 21 giugno 1435). Un rogito parla della presenza di un altro membro della famiglia, Domenico, vicario della chiesa ravennate a Rimini (ASC, notarile, Stefano Stefani, 8, 27 marzo 1435). Nel 1438 Antonio Assassini diede in concessione enfiteutica un terreno posto a Teodorano: "Actum in castro Tuderani, in arce, presentibus dompno Petro Martini de Florencia archipresbitero dicti loci, ser Antonio Recevuti de Linario" (ASC, notarile, Stefano Stefani, 9, 14 ottobre 1438)

(11) P.G. Fabbri, Cesena tra Quattro e Cinquecento cit.

(12) Delle "scholae humanitatis" a Cesena si parla in ASC, Riformanze, 47, c.40r.

(13) BMC, Occhurentie et nove, ms.164.64, c.3v.


   
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