Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

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Ser Giovanni da Epinal, copista di Malatesta Novello


"Studi romagnoli", 10 (1959), pp. 261-282 (*)

Fra i circa 126 codici (1) provenienti dallo scrittorio di Malatesta Novello e che oggi costituiscono il nucleo essenziale della Biblioteca Malatestiana, quasi una quarantina sono per intero od in parte di mano di un amanuense che solitamente si firma Johannes Antonij de Spinalo. Su questa figura di copista, che già da tempo aveva attirato l'attenzione degli studiosi (2) e per l'abbondanza della sua produzione, in gran parte firmata, e per la peculiarità della sua scrittura, siamo oggi in grado di dare notizie di una certa ampiezza, quali ci consente il reperimento di numeroso materiale documentario che lo riguarda e che ci permette di tracciarne, per la prima volta, un breve profilo biografico. Una breve indagine sulla sua produzione e le caratteristiche della sua scrittura ci consentirà inoltre di inquadrarne la figura e l'importanza nell'ambito della formazione libraria della Malatestiana.

Benché sia noto che l'attività di questo copista alla corte di Malatesta Novello è comunque non posteriore al 1451 (al 10 settembre di quell'anno è infatti datato uno dei suoi codici, il D.XXI.6, contenente il Commento di S. Agostino sul Salterio), il primo documento finora venuto in luce e che ci indica la sua presenza a Cesena, già offrendoci alcuni particolari sulla sua vita e la sua figura, è del 7 dicembre 1455. È un estratto di testamento relativo ad una donna che il notaio definisce come Jacoba, uxor quondam Ser Johannis Antonij de Spinalo, filia quondam magistri Bartolomei Ritij de Fabbris de Trova (3).

Il documento, come si vede, ci offre le prime indicazioni preziose sul nostro copista, che a questa data doveva essersi già saldamente stabilito a Cesena, dove aveva sposato la figlia di un artigiano locale, Bartolomeo Ricci de' Fabbri, già defunto all'atto della stesura del documento. Da questo rileviamo anche l'appellativo di Ser, normalmente riservato ai notai. Documenti successivi convalideranno questa sua qualifica, definendolo espressamente notaio e cittadino cesenate. Altri particolari ci rivela l'atto in questione, nel quale Jacoba, moglie di Ser Giovanni, lo nomina erede universale e chiede di essere sepolta apud ecclesiam Sancti Francisci de Cesena (4).

Di importanza fondamentale è il documento successivo in data 8 giugno 1456 (5) che, oltre a fornirci nuovi particolari sulla figura e la vita di Ser Giovanni, ci consente per la prima volta di individuarne senza ombra di dubbio la patria d'origine. È un curioso documento, rogato nel palazzo della residenza podestarile, in contrata crucis marmoris (così era chiamato allora l'attuale Corso Mazzini), con il quale certo Andrea Lorenzi, carpentiere della contrada della Trova, si obbliga, sotto pena di 100 lire di bolognini e con la garanzia di due fìdejussori, a non molestare (non ledere neque ofendere) il nostro amanuense. Particolare interessante: il manesco carpentiere, evidentemente vicino di casa di Ser Giovanni, che pure abitava nella contrada della Trova (6), era stato convocato dal podestà iuxta comissionem factam per magnificum et potentem dominum nostrum dominum Malatestam Novellum de Malatestis, al quale evidentemente il copista si era rivolto per aiuto nella lite in corso.

Ma l'elemento fondamentale del documento è un altro, quello che, come già abbiamo accennato, ci permette di identificare senza dubbio alcuno la patria di Ser Giovanni, in quanto al di lui nome (egregium virum Ser Johannem Antonij scriptorem) il notaio aggiunge l'indicazione de Francia; il che consente, come abbiam detto, per la prima volta, di individuare la patria del nostro copista nella città francese di Epinal, nel medioevo chiamata appunto latinamente Spinallus o Spinalus (e in francese Spinal), con un toponimo che sarebbe derivato, secondo la leggenda, dal fatto che la città era sorta in località infestata da rovi e spine (7).

Il documento successivo ci porta all'undici luglio 1461, data in cui i fratelli Almerico e Battista del fu Cristoforo Antolini alias Villani di Provezza vendono egregio viro Ser Johanni quondam Antonij de Francia scriptori civi et habitatori Cesene otto pezze di terreno arativo ed una vigna per complessive 26 tornature al prezzo di 161 lire di bolognini (8). È questo il primo di una serie di acquisti di terre compiuti dal nostro copista e variamente documentati: indice di una situazione patrimoniale e sociale indubbiamente elevata, conseguente senza dubbio alla grande considerazione in cui Ser Giovanni doveva essere tenuto alla corte di Malatesta Novello; il che del resto è documentato, oltre che dal numero, anche dalla qualità dei suoi codici.

Un atto del 5 settembre 1461 (9) relativo al pagamento da lui fatto di un debito di 14 lire a certo Antolino del fu Ugolino alias Villani di Provezza ci offre un nuovo spunto di interesse per l'annotazione marginale appostavi dal notaio, che scrive trattarsi di una solutionis debiti Ser Johannis francigene scriptoris. Ciò può significare che nell'ambiente cittadino il copista veniva chiamato comunemente "Giovanni il francese". Altre 6 tornature di terra acquista Ser Giovanni il 23 marzo 1462 dai fratelli Jacopo e Pietro di Menghino Jacobi di Provezza, pagandole complessivamente 25 lire di bolognini (10).

Un lungo documento del 10 marzo 1464, rogato alla presenza e con il consenso della moglie Jacoba (il che dimostra che a questa data ella era ancora viva), contiene il rinnovo del contratto di locazione della casa cum solario, cortili et orto, nella contrada della Trova, in cui egli abitava e che era di proprietà della curia vescovile (11).

Un nuovo acquisto di terre, quattro tornature a lui vendute dai fratelli Matteo e Bartolo di Jacopo Fuschetti alias Budini di Provezza, riscontriamo in data 23 febbraio 1465 (12). Potrà sembrare strano questo frequente ricorrere di Provezza negli atti di acquisto del nostro amanuense. Penso debba spiegarsi con il fatto che, essendo la moglie Jacoba, come abbiam visto, originaria di Bertinoro, da cui Provezza dista pochi chilometri, gli sia venuta in dote, col matrimonio, anche qualche pezza di terra di questa località; e che in seguito, volendo acquistare terre, egli abbia preferito, per motivi di opportunità, non allontanarsi troppo dalla zona.

Anche nella località di San Cristoforo, poco lontano da Provezza, possedeva il nostro Ser Giovanni una proprietà terriera, adiacente al terreno di certo Sante di Jacobo e di Ser Aloisio Brancacci da Faenza. Ne abbiamo conoscenza in quanto, con il primo dei due egli ebbe nel marzo del 1462 un violento litigio, che si risolse in una denuncia, sporta, il 16 aprile di quello stesso anno, dal "maggiore" della villa di S. Cristoforo, Sante di Paolino, al dottore in legge Francesco dei Guacimanni da Forlì, vicario del podestà di Cesena (13).

Per un paio d'anni successivamente all'ultimo acquisto di terre, avvenuto come abbiam visto nel febbraio 1465, le carte di Antonio Zanolini, divenuto evidentemente il notaio di famiglia, tacciono sul nostro amanuense. Lo ritroviamo solo il 7 aprile 1467, per un atto di grande importanza nella vita di un uomo: il suo testamento (14). Il documento è per noi di estremo interesse, non soltanto perché ci consente di stabilire con sufficiente approssimazione la data della sua morte, ma anche perché aggiunge, a quelle che già abbiamo, altre preziose notizie sulla sua vita, la famiglia e le persone con cui manteneva contatto a Cesena.

Da alcuni dettagli iniziali, cioè dal fatto che il testamento viene dettato noctis hora quinta (vale a dire circa le 11 di sera), che il testatore è dichiarato corpore languens e che all'atto della stesura egli non si trova a casa propria, ma, come vedremo, di amici con cui stava per imparentarsi, fa pensare ad un malore improvviso e grave; talché non mi pare infondata la supposizione che la data della sua morte non vada collocata molto lontana da quella sera del 7 aprile 1467 in cui, sentendosi male, egli fece accorrere al suo capezzale l'amico e collega Ser Antonio Zanolini, per dettargli le sue ultime volontà. Documenti successivi, d'altronde, confermano, come si vedrà, il suo decesso anteriormente al dicembre di quello stesso anno 1467.

Stralciamo intanto dal documento le notizie di più notevole interesse. Ser Giovanni chiede di essere sepolto apud ecclesiam Sancti Francisci (15), dove molto probabilmente già era sepolta la moglie che a questa data, per un complesso di notizie che si deducono dal testamento, sappiamo essere già morta, e lascia alla stessa chiesa di S. Francesco la somma di 25 lire pro fabrica ipsius ecclesiae. Fra la triade dei commissari, incaricati della esecuzione del testamento, troviamo un personaggio che ha per noi una particolare importanza: frate Francesco da Figline, figura già nota nella storia della Malatestiana, in quanto da tempo si sapeva essere egli stato cappellano di Malatesta Novello e anche discreto copista di codici, alcuni dei quali si conservano nella Malatestiana. In questi ultimi tempi la sua figura è stata rischiarata da nuova luce per la scoperta di altri documenti, dai quali si apprende, tra l'altro, che egli fu il primo custode della biblioteca (16), le cui sorti resse fino al 1472, anno della sua morte.

La disposizione successiva del testamento di Ser Giovanni porta al tempo stesso una nota di gentilezza ed un particolare nuovo: egli lascia 50 lire di bolognini et unum par sive filziarium coraglorum a certa Parisina, figlia del fu Jacopo Pedroni da Cesena, sponse et uxori fucture dicti testatoris. Il fatto dunque che egli si fosse fidanzato e pensasse di risposarsi lascia supporre che la moglie Jacoba fosse defunta ormai da un certo tempo. E dall'actum del testamento risulta altresì che proprio in casa della fidanzata Parisina, che abitava in contrata Sancti Genonis (l'attuale Via Uberti), egli si trovava la sera del 7 aprile in cui sentì il bisogno di dettare le sue ultime volontà, avendo fra gli altri a testimone il fratello di lei, Agostino Pedroni.

Altri due particolari rivelano le ultime disposizioni del documento: che cioè Ser Giovanni aveva con sé coabitante un cugino Andrea de Valeis e che nella stessa casa della contrada della Trova abitava, con lui convivente, una sua sorella carnale, Margherita, essa pure venuta dalla Francia, che Ser Giovanni dichiara sua erede universale. Qui ha termine il testamento.

In un atto successivo, relativo al notaio Antonio Zanolini e recante la data 11 dicembre 1467, già si parla del condam Ser Johannes Antonij de Spinalo (17). È la conferma della sua morte che però, per le considerazioni più sopra esposte, io ritengo doversi spostare più verso l'aprile di quell'anno, cioè verso la data del testamento.

I documenti successivi, dei quali non staremo ad occuparci in dettaglio, si riferiscono tutti senza eccezione a questioni relative alla eredità di Ser Giovanni e consentono di seguire le ulteriori vicende familiari dei nostri personaggi: della sorella Margherita, e di Caterina, figlia di primo letto, come abbiam visto, della moglie Jacoba (18).

Conclusa questa breve indagine biografica su Ser Giovanni, dobbiamo ora occuparci della sua attività e figura di copista. Abbiamo detto che il suo lavoro di amanuense al servizio di Malatesta Novello abbraccia un periodo che non dovrebbe essere inferiore ad una quindicina di anni, se vogliamo partire dal suo primo codice datato, il D.XXI.6, che, come si è visto, è del 1451 e arrivare, come sembra logico, alla morte di Malatesta Novello (20 nov. 1465), con la quale dovette andare disperso lo scrittorio. Ma non è detto che non si possa pensare ad un inizio precedente al 1451, tenendo conto del fatto che la sua produzione è stata assai abbondante (quasi una quarantina di codici) e non potendo fare un riferimento rigido a quella data da lui apposta al D.XXI.6, in quanto, come si vedrà, ben di rado egli aveva l'abitudine di datare le sue produzioni. Datati sono infatti appena quattro suoi codici, e precisamente il già citato D.XXI.6, contenente la prima parte del Commento di S. Agostino sul Salterio, che porta la data del 10 settembre 1451, il D.IX.3, con la data del gennaio 1453, contenente opere varie di S. Agostino, il S.XV.3, datato 1453 e contenente la Historia scholastica di Pietro Comestor e il D.III.4, datato novembre 1455, con opere varie di S. Agostino.

Anche le datazioni per induzione o altra documentazione non ci portano molto più avanti. Del D.III.3, contenente il Commento di S. Agostino all'Evangelo di S. Giovanni, si può stabilire la data con una certa approssimazione, sapendo che il codice venne miniato nel 1452 da Taddeo Crivelli a Ferrara su ordinazione di Malatesta Novello (19), per cui dovrebbe essere di quello stesso anno o di poco anteriore.

Del S.XXIV.3, contenente il De plantis di Teofrasto, si può supporre che sia di poco posteriore all'agosto del 1457, in quanto in tale data Malatesta Novello riceveva in prestito da Giovanni di Cosimo Medici un Teofrasto, che dovette servire per l'appunto alla trascrizione del codice malatestiano fatta dal nostro Ser Giovanni (20).

Del D.V.5, contenente le Omilie di S. Giovanni Crisostomo sull'Evangelo di S. Matteo nella traduzione di Giorgio da Trebisonda, si può dire soltanto che esso deve essere posteriore al 1450 essendo riportata alla fine del ms. una lettera del traduttore al senatore veneto Francesco Barbaro datata 27 maggio 1450.

Del D.XXI.7, infine, si può supporre che esso sia della fine del 1451 o di poco posteriore, in quanto contiene la seconda parte di quel Commento di S. Agostino sul Salterio, la cui prima parte, sempre di mano di Ser Giovanni, contenuta, come abbiam visto, nel D.XXI.6, è datata 10 settembre 1451.

Di tutti gli altri codici, firmati o non, di mano di Ser Giovanni nessuna datazione, allo stato attuale delle ricerche, è possibile azzardare. D'altra parte che Ser Giovanni sia stato al servizio di Malatesta Novello ben oltre quel 1457 in cui scrisse il databile De plantis di Teofrasto è, oltreché logicamente arguibile, documentariamente dimostrato anche dal ricordato documento del 16 aprile 1462, in cui egli viene espressamente definito dal cancelliere verbalizzante sul Liber Maleficiorum come famulus ac scriptor magnifici et excelsi domini nostri. E non è arrischiato supporre, ripetiamo, che la sua attività al servizio del Malatesta sia stata ininterrotta sino alla morte del signore, vale a dire sino al novembre 1465.

Passando ora ad un esame più particolare della produzione di Ser Giovanni, dovremo innanzitutto stabilire, per quanto è possibile, quali e quanti sono i codici di sua mano, distinguendo fra quelli firmati, quelli non firmati ma indubbiamente suoi, e quelli che, pur potendo essere a lui attribuiti, presentano qualche elemento di dubbio.

Prescindendo da una arida elencazione, del resto resa superflua dallo specchio del copista riportato alla fine di questa ricerca a mo' di sintesi conclusiva, riscontriamo innanzi tutto 29 codici firmati, tre dei quali tuttavia (il D.V.8, il D.XI.7 e il S.VIII.4) sono in parte di altra mano. Altri 7, non firmati, sono sicuramente suoi, ma due di questi, il D.V.5 e il D.XX.5, solo parzialmente. Di altri tre, infine, si può supporre, pur con qualche elemento di dubbio, la paternità di Ser Giovanni: sono il S.XI.2, contenente le Antiquitates judaicae di Giuseppe Flavio e databile intorno al 1452 oppure poco anteriormente (21); il S.XI.3, contenente un'altra opera di Giuseppe Flavio, il De bello judaico; e il S.XVII.4, con il De montibus etc. del Boccaccio, di mano piuttosto trasandata e alquanto lontana dai consueti moduli spinaliani.

Quest'ultimo codice, in particolare, può lasciare una certa perplessità sulla attribuzione al nostro amanuense. Ma quando si sia presa una certa dimestichezza con la mano, o per meglio dire con le varie mani di Ser Giovanni, ogni sorpresa è scontata, per così dire, in partenza. Nessuno, infatti, dei copisti malatestiani presenta una tale varietà di scritture, con metamorfosi che a volte lasciano più che perplessi e che certamente non avrebbero consentito di individuare e raggruppare tutti i suoi codici, se egli non avesse avuto la lodevole abitudine di firmare quasi sempre ciò che scriveva. Questa estrema incostanza di mano implica la impossibilità di definire la scrittura di Ser Giovanni con una formula unica, sia pure complessa, che abbracci tutte le maniere, determinando invece la necessità di un esame particolare delle medesime.

Allo scopo di semplificare la classificazione cercheremo di raggruppare le scritture del nostro amanuense in tre maniere principali, che indicheremo convenzionalmente come maniera A, B e C, sebbene queste presentino poi non poche varianti e sfumature che spesso fanno confluire una maniera nell'altra, talvolta nell'ambito dello stesso codice, dando forme ibride e difficili da definire.

Delle tre la più frequentemente usata, ma anche la più netta e costante è la maniera A; quella che potremmo senz'altro chiamare la mano connaturale e spontanea di Ser Giovanni, alla quale il copista si abbandonava non di rado, con evidente facilità, anche quando si era imposto di scrivere in una delle altre maniere. È la scrittura che ha attirato, per prima e quasi esclusivamente, l'attenzione dei ricercatori, in particolare del Campana (22), il quale l'ha definita, con una formula calzante "di andamento snello, per lo più inclinata e con tendenza corsiva, agile e fresca, e non priva di una certa libera grazia nelle maiuscole e nelle pagine di testata". È una umanistica di genere molto corrente, tracciata con calamo a punta sottile, priva o quasi di chiaroscuro, a volte elegante ed uniforme, senza stanchezza e pentimenti, a volte invece piuttosto trasandata e capricciosa. In certi codici, come il D.III.3, il D.III.4, il D.IX.2, il D.XII.2, o i tre bei mss. delle Epistole di S. Girolamo (D.XI.1-3), in cui Ser Giovanni adotta un modulo più grande del solito, essa è indubbiamente bella e calligrafica, malgrado la forte corsività del ductus.

La maniera A presenta alcune caratteristiche inconfondibili, che la distinguono dalle altre due maniere. A prescindere dal ductus corsiveggiante e inclinato, essa si distingue per la a minuscola, eseguita in un solo tratto partendo dall'occhiello e con mano cosi svelta che la penna resta spesso aderente al foglio nel passaggio dall'occhiello all'asta e traccia allora un ghirigoro caratteristico; per la g, con occhiello inferiore bruscamente ripiegante verso destra e poi risalente a chiudersi dal basso, oltrepassando sempre nello slancio il punto di chiusura; per le m, n, u, con aste spesso slegate, per la s finale quasi costantemente minuscola, o più raramente maiuscola con tendenza a chiudersi (fìg. 4). In linea generale questa maniera, come si è detto, appare del tutto spontanea e priva di sforzo, come di chi scrive in una forma che gli è assolutamente familiare.

Fu questo il tipo di scrittura di cui Ser Giovanni si servì per la grande maggioranza dei suoi codici, come di quella che più gli era connaturale e spontanea. Ventiquattro codici, sulla quarantina che gli si possono attribuire, sono scritti infatti in questa maniera. Vediamo talvolta addirittura, come nel caso del S.XIV.2 e del S.XVII.5, che il copista, dopo aver iniziato a scrivere con altra maniera, a un certo punto, forse senza accorgersene, abbandona la maniera nuova per tornare a quella più vecchia, più familiare.

La maniera B, invece, nella quale sono stati scritti una decina di codici per intero e pochi altri parzialmente, si distingue dalla maniera A innanzi tutto per un ductus meno corsiveggiante, un più accentuato chiaroscuro e un'intenzione (seppure con risultato generalmente poco felice) più calligrafica. Il tutto appare diritto o quasi e le singole lettere sono più accostate e talvolta come schiacciate le une contro le altre, dando l'impressione generale di una scrittura assai meno ariosa e slanciata della prima. In particolare si nota la a, qui più decisamente carolina ed eseguita in due tempi per l'intenzione calligrafica su accennata, per cui mai tende ad assumere la forma a ghirigoro della maniera A; la g, il cui occhiello inferiore, per essere tutto lo slancio della mano assai più contenuto, tende a scendere subito sotto quello superiore, senza la brusca piega a destra che abbiam visto nella prima maniera, in modo che esso tende ad arcuarsi perpendicolarmente a guisa di uncino. Le aste della m, delle n e delle u sono qui rigorosamente legate e la s finale è rigorosamente maiuscola, spesso eseguita in due tempi e senza la tendenza a chiudersi che invece abbiamo notata nelle rare s maiuscole finali maniera A.





Sono tipici di questa maniera di Ser Giovanni il ms. D.IV.3, contenente un commento di S. Girolamo sui dodici profeti minori, il D.XII.3, con il De preparatione evangelica di Eusebio Panfilo e diversi altri, come si vede dallo specchio conclusivo sul copista.

La maniera C, infine, la più rara di tutte, altro non rappresenta, a quanto pare, che una variante migliorata della B, dalla quale si distingue soprattutto per un più impegnativo sforzo calligrafico. Il ductus è qui ancora più posato, la mano più rigidamente contenuta e controllata su linee più armoniche e prive di contorsioni, che molto avvicinano questa scrittura alla libraria.

Che la maniera C sia sostanzialmente una variante della B per maggiore calligrafizzazione è dimostrato dal fatto che non si trova un solo codice interamente scritto in questa maniera, segno che lo sforzo imposto alla mano non riusciva a reggere per un tempo sufficientemente lungo. Il copista generalmente inizia con la C, ma dopo un certo numero di carte vergate con evidente fatica, ricade insensibilmente nella B, non senza, addirittura, qualche sporadico passaggio alla A, come nel tipico caso del S.XXIV.3, contenente il già ricordato Teofrasto.

Altra diversità fra la B e la C è il più frequente ricorrere, in quest'ultima, della s finale minuscola, che in questi codici permane generalmente tale, anche quando il copista poi passa gradatamente, come si è detto, alla maniera B.

Che di questo tipo di scrittura Ser Giovanni si sia servito malvolentieri è dimostrato dai pochi codici in cui la vediamo usata: quattro in tutto, nessuno dei quali, come già si è detto, scritto interamente in tale maniera.

A questo punto si potrebbe impostare la questione se queste diverse maniere di Ser Giovanni corrispondano cronologicamente a periodi diversi della sua vita. Ma poiché, come si è detto, i codici datati o databili con sicurezza sono pochissimi (8-9 in tutto) e di questi quasi tutti sono della maniera A (solo il D.V.5, posteriore al 1450, è della B, e il S.XXIV.3, posteriore al 1457, è della C + B), gli elementi di giudizio sono troppo scarsi per una ipotesi attendibile. Tanto più che la non rara comparsa di tutti e tre i generi in un sol codice fa pensare che non vi sia differenziazione cronologica fra le tre maniere, ma che Ser Giovanni abbia usato l'una o l'altra a seconda dei casi o dell'estro. Si può fare anche un'altra supposizione, e cioè che il tipo più calligrafico (B o C) sia stato usato dal copista soprattutto nel tentativo di uniformare la propria scrittura a quella di Jacopo da Pergola, che doveva essere l'amanuense più apprezzato alla corte del Malatesta, e che si serviva di una bella umanistica libraria uniforme e costante. Vi è un elemento caratteristico a sostegno di questa ipotesi, vale a dire che i codici della maniera A siano frutto di una attenta osservazione e, in definitiva, di un tentativo di imitazione della scrittura di Jacopo. Tutti i codici di quest'ultimo, infatti, portano, quando sono firmati, una firma caratteristica, sempre uguale nella formula essenziale: Scriptus per me Jacobum de Pergula (oppure Jacobum pergulitanum) magnifico et potenti domino domino Malateste Novello de Malatestis etc. Ora questa firma noi la ritroviamo anche in diversi codici di Ser Giovanni, ma solo in quelli della maniera B e C (specialmente, anzi sempre, in quest'ultima), e in più con una variante, che è poi un errore, che rende ancor più legittimo il sospetto di una diretta derivazione dal pergolitano. Si firma infatti Ser Giovanni in questi codici (non firmati di questa maniera sono soltanto, fra i completi, il S.XVIII.5 e il S.XXI.3): Scriptus per me Johannem Antonij de Spinalo pro magnifico et potenti domino domino Malateste (sic!) novello de Malatestis etc.; dove evidentemente quel Malateste in dativo dopo un pro non può derivare che da Jacopo da Pergola, il quale lo usava sì, ma legittimamente senza il pro. Gli altri codici, invece, vale a dire quelli della maniera A, non portano mai questa firma, che per intenderci potremmo chiamare "malatestiana", ma solo il semplice nome del copista in numerose varianti: Johannes Antonij de Spinalo SS.; Per manus Johannis Antonij de Spinalo; Jo. de Spinalo; Per me Johannem Antonij de Spinalo; De Spinalo scripsit; Jo. Antonij de Spinalo scripsit.

Concludendo potremmo dire che Ser Giovanni è un amanuense piuttosto incostante e volubile, che riesce a raggiungere una certa eleganza solo quando abbandona la mano al suo ritmo naturale e spontaneo, senza pretese calligrafiche. Ciò nonostante, e soprattutto per la copiosità della sua produzione, egli merita senza dubbio il predicato di amanuense numero uno della corte malatestiana. E lo stesso Malatesta Novello dovette tenerlo in gran pregio, se a lui affidò anche opere di grande impegno, come i ricordati tre volumi delle epistole di S. Girolamo (D.XI.1-3) ed il bellissimo D.III.3 con il Commento di S. Agostino sul Vangelo di S. Giovanni, che poi fece stupendamente miniare dal grande Taddeo Crivelli.

Per noi è motivo di particolare soddisfazione l'aver potuto trarre dall'oblio dei secoli la figura umana di questo amanuense, che nella formazione della Biblioteca Malatestiana ebbe un ruolo di non trascurabile importanza.



(*) Il primo risultato delle indagini, che hanno condotto a questo studio, venne da me esposto in forma sintetica al Convegno Internazionale di Storia delle Biblioteche, svoltosi tra Cesena, Rimini, Forlì e Ravenna dal 3 al 7 ottobre 1954 nell'ambito delle manifestazioni per la celebrazione del V Centenario della Biblioteca Malatestiana, in una relazione dal titolo: Il copista Giovanni di Antonio "de Spinalo" e la formazione della Biblioteca Malatestiana. Successive ricerche hanno consentito di approfondire l'argomento nella forma che qui si espone.

(1) Il numero di circa 126 codici, che io ritengo provenienti dallo scrittorio malatestiano, viene qui indicato in base ad una accurata indagine condotta senza trascurare quei manoscritti che, pur non presentando distintivi araldici malatestiani, per i loro caratteri intrinseci ed estrinseci vanno considerati senz'altro come prodotti di tale scrittorio. Pochi elementi di dubbio mi costringono tuttavia a considerare tale numero come approssimativo, pur essendo esso certamente ben poco discosto da quello reale.

(2) Ne scrisse per primo R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana, Cesena 1887, p. 47, il quale, con notizie che vedremo destituite di qualsiasi fondamento, asserì essere stato il nostro copista nativo del Tirolo e frate del convento di S. Francesco, nell'ambito del quale era sorta la Malatestiana. Nello stesso errore incorse D. BAZZOCCHI, Domenico Malatesta e le lettere in Cesena nel sec. XV, Bologna 1919, p. 75, evidentemente influenzato dallo Zazzeri, mentre nessun accenno troviamo nel più antico catalogo a stampa della Malatestiana (J. M. MUCCIOLI, Catalogus codicum manuscriptorum malatestianae caesenatis bibliotecae, Caesenae MDCCLXXX-MDCCLXXXIV), pubblicato a Cesena sotto l'egida di Pio VI. Un breve cenno sui suoi codici e la sua scrittura, con considerazioni indubbiamente validissime, troviamo in A. CAMPANA, Biblioteche della provincia di Forlì (in "Tesori delle biblioteche d'Italia - Emilia-Romagna". Milano MCMXXIII, p. 90) e nell'opuscolo dello stesso autore Origine, formazione e vicende della Malatestiana, in "Accademie e Biblioteche d'Italia", XXI (1953), p. 14. Altro cenno troviamo anche in G. CENCETTI, Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna 1954, p. 285. Indicazioni superficiali si riscontrano anche in G. BERTONI, I copisti, in "Tesori delle biblioteche ecc.", op. cit., p. 386, dove egli asserisce avere il nostro copista scritto "almeno cinque codici", quando essi sono quasi una quarantina, di cui una trentina firmati.

(3) Il documento è in realtà una semplice annotazione del notaio Antonio Zanolini (Archivio Notarile Mandamentale di Cesena, "Atti di Antonio Zanolini 1462-69", c. 115r), inserito a guisa di promemoria in uno dei suoi protocolli. È facile capire che il quondam è un lapsus del notaio, in quanto Ser Giovanni era ancora vivo e come tale viene nominato erede universale di donna Jacoba.

(4) Documenti posteriori dimostrano che Jacoba non morì in quell'anno, ma solo dopo il 1464 e prima del 1467. Da essi si deduce anche che, quando sposò Ser Giovanni, ella era vedova di un magister Antonius de Ariminensis de Bertenorio, dal quale aveva avuto una figlia, Caterina, poi implicata in questioni relative alla eredità di Giovanni. Caterina andò sposa ad un Ser Antonio Receputi da Linaro e, rimasta vedova, sposò in seconde nozze un Mariotto di Michele Brancacci da Firenze, del quale pure risulta vedova nel 1468 (Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di Antonio Zanolini 1457-58", cc. 181v-182v).

(5) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di Stefano Mazzoni 1451 B", s. n. L'atto, in realtà, è del notaio Stefano di Ser Maso Stefani; ed è solo dovuto ad errore dell'ottocentesco ordinatore dei protocolli notarili cesenati se Stefano di Ser Maso è diventato Stefano Mazzoni. Il documento è riportato integralmente in appendice (App. II).

(6) Sulla identificazione della antichissima contrata Trove (o Trohe) esistono opinioni contrastanti. Sebbene la questione richieda forse un maggior approfondimento, io sono propenso ad identificarla con la attuale Via Montalti, almeno nel suo tratto iniziale. L'identificazione con la Via Uberti, da altri sostenuta, non mi pare accettabile in quanto quest'ultima è sempre chiamata contrata Sancti Genonis. In un documento del 1393, anzi, troviamo i due nomi (contrata troha e contrata sancti Zenonis) in uno stesso elenco (cfr. A. DOMENICONI, La compagnia dei molini di Cesena, Faenza 1956, p. 133); e non avendo motivo di supporre che il notaio abbia chiamato la stessa strada con due nomi diversi, dobbiamo ritenere che si trattasse di due strade e non di una sola. Del resto un caso perfettamente uguale troviamo nel testamento di Ser Giovanni, qui riportato in appendice, IV.

(7) Anche il padre di Ser Giovanni, Antonio, era nativo di Epinal, come risulta da altri documenti.

(8) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di A. Zanolini 1460", c. 148v.

(9) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di A. Zanolini 1460", c. 170r.

(10) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di A. Zanolini 1460", c. 248 v.

(11) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di A. Zanolini 1481-89", cc. 180v-181r.

(12) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di A. Zanolini 1481-89", cc. 104v-105r.

(13) Arch. Stor. Com. di Cesena, vol. 2156 ("Liber Maleficiorum"), cc. 59v sgg. Del documento si dà la trascrizione integrale in appendice (App. III).

(14) Arch. Not. Mand. di Cesena. "Atti di A. Zanolini 1465", cc. 130v-131v. L'indicazione errata dell'anno (1465 anziché 1467) è dovuta al già ricordato ordinatore ottocentesco dei protocolli notarili di Cesena. Anche di questo documento si dà la trascrizione in appendice (App. IV).

(15) Ai piedi della stessa chiesa era stato sepolto oltre un anno e mezzo prima (e precisamente nel novembre del 1465) il suo mecenate e benefattore Malatesta Novello, al cui servizio Ser Giovanni doveva essere stato non meno di una quindicina d'anni.

(16) Si veda in proposito A. CAMPANA, Origine, formazione e vicende della Malatestiana, cit., p. 15 sgg. e A. DOMENICONI, La Malatestiana, Udine 1960, p. 35 sgg.

(17) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di Gaspare Marzi 1467-1471", s. n. Anche qui il nome del notaio va rettificato, e precisamente in Gaspare de' Marri.

(18) Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di A. Zanolini 1457-58", cc. 58r-58v; 59v-60r; 181v-182v.

(19) Cfr. "Comto di dibituri e crededuri facto 1452" (autografo di Taddeo Crivelli), Ms. cart. dell'Arch. di Stato di Modena, Miniatori, T. Crivelli, cc. 11v-12r.

(20) La notizia si ricava da una lettera di Malatesta Novello a Giovanni di Cosimo Medici in data 23 agosto 1457, conservata nell'Archivio di Stato di Firenze (Mediceo avanti il Principato, Filza VI, n. 266) e già pubblicata in C. YRIARTE, Un condottière au XV siècle, Paris 1882, pp. 427-428. La lettera è riportata anche in A. ZAZZERI, op. cit., pp. 439-441.

(21) Si deduce dal fatto che a c. 264r, entro la iniziale miniata, che porta la firma del miniatore nascosta dietro il monogramma F.Z., si legge: MALATESTA NOVELLUS F(IERI) F(ECIT) MCCCCLII.

(22) Le biblioteche della provincia di Forlì, cit., p. 90.



APPENDICE

I.

Specchio della produzione di Ser Giovanni di Antonio da Epinal conservata nella Biblioteca Malatestiana

Abbreviazioni: sempl. = semplice; mal. = malatestiana; n. f. = non firmato.
Per i manoscritti, la cui segnatura è seguita da un punto interrogativo, l'attribuzione a Ser Giovanni è incerta. Le date fra parentesi sono quelle non tratte dal codice, ma dedotte da altra documentazione.





N. B. - Per completezza vanno aggiunti anche alcuni fogli di guardia, che fanno parte dei Mss. D.VI.3 e D.XI.5, contenenti frammenti di un commento ai salmi, tutti scritti nella maniera A. Sono sue con tutta probabilità anche le cc. 1r-1v del S.XVI.4, esse pure della maniera A.
Le segnature di cui sopra sono date in base al catalogo dello Zazzeri.


II.

8 giugno 1456 - Andrea Lorenzi carpentiere si impegna a non molestare il copista Ser Giovanni di Antonio da Epinal (Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di Stefano Mazzoni 1451 B", s. n.).

Pro Ser Johanne scriptore.
YHS - In Christi nomine amen. Anno a nativitate ejusdem Mcccclvjto indictione quarta tempore sanctissimi in Christo patris et domini nostri domini domini (sic!) Calisti divina providencia pape tercij et die octava mensis junij.
Andreas quondam magistri Laurencij carpentarius habitator Cesene contrate Trohe, volens parere mandatis presentis domini potestatis Cesene et iuxta comissionem prefato domino potestati factam per magnifìcum et potentem dominum nostrum dominum Malatestam Novellum de Malatestis Cesene etc., per se et suos heredes solempniter se obligando promixit egregio viro ser Johanni quondam Antonij de Francia scriptori habitatori Cesene presenti et aceptanti et mihi Stefano notario infrascripto ut publice persone ipsum Ser Johannem non ledere neque ofendere nec ledi nec ofendi facere in persona ipsius Ser Johannis palam publice neque oculte sub pena centum librarum bon. aplicandarum camere prelibati magnifici (1) domini nostri solempni supra promissa qua soluta vel non rata maneant omnia et singula suprascripta. Item reficere. Pro quo et eius precibus et mandatis Benvenutus Marri de Cesena et Blondus Belonzoni de Cogolaria solempniter fìdejuserunt sub ipoteca et obligacione omnium suorum bonorum presentium et futurorum renuncians (sic!) benefìcio de fìdejusoribus et omnibus alii legum et juris auxilio iuraveruntque corporaliter ad sancta dey evangelia manibus tactis scripturis predicta omnia et singula suprascripta inviolabiliter observare sub pena perjurij et pena et obligatione predictis.
Actum Cesene in contrata crucis marmoris in pallacio residencie prefati domini potestatis, presentibus Staxio magistri Hostaxij, Ser Baldassarre Ugonis, Ser Andrea Ser Dandinis et Andrea magistri Andree ab armis de Cesena testibus.
Et ego Stefanus quondam Ser Maxij notarius de Cesena de predictis rogatus fui etc. eaque suprascripta predictaque inter dictas partes verbotenus publicavi etc. ad plenum etc.

(1) Corretto su magnifici et p[ relibati].


III.

16 aprile 1462 - Denuncia a carico di Sante di Jacopo di Borio e del figlio Bartolo, entrambi di S. Cristoforo di Cesena, per percosse ed altri atti offensivi di danni di Ser Giovanni da Epinal (Arch. Stor. Com. di Cesena, vol. 2156, "Liber maleficiorum", cc. 59v sgg.).

Coram vobis nobili et egregio legum doctore domino Francisco de Guacimannis de Forlivio honorando judice et vicario presentis domini potestatis civitatis Cesene:
Sanctes Paulini de Villa Sancti Christofori comitatus Cesene, maior dicte ville, vigore sui officii denuntiat:
Sanctem Jacobi de Borio habitatorem dicte ville Sancti Christofori et Bartolum filium dicti Sanctis:
In eo et de eo et super eo quod dictus Sanctes Jacobi irato animo et intentione injurandi Ser Joanni francigene civi civitatis Cesene et famulo ac scriptori magnifici et excelsi domini nostri protulit contra dictum Ser Joannem haec verba videlicet: tu te minte per la gola giotto de merda. Et quod non contentus predictis, sed malis mala addendo dictus Sanctes cum eius pugno admenavit contra dictum Ser Joannem et illum percussit in facie ipsius Ser Joannis cum sanguinis effuxione. Postquam super venit Bartolus predictus filius dicti Sanctis et armatus una stanga lignea fecit insultum, impetum et aggressuram contra dictum Ser Joannem et cum dicta stanga admenavit adversus ipsum Ser Joannem sed non percussit eum. Et premissa comissa et perpetrata fuerunt per dictos Sanctem et Bartolum singula singulis premissis referendo de anno presenti, et de mense martii proxime preteriti in dicta villa Sancti Christofori in una pecia terre dicti Ser Joannis cui ab uno latere est dictus Sanctes, ab alio est via, a tertio latere est Ser Olivisius de Brancaciis de Faventia... (Omissis).

(segue la citazione dei testi, degli accusati e del pianoro incaricato di portare il mandato di comparizione ai due accusati. Poi, in data 20 aprile 1462, il verbale del bando annunciato dal banditore cittadino, con cui i due accusati, contumaci, vengono invitati perentoriamente a presentarsi entro 5 giorni per discolparsi).


IV.

7 aprile 1467 - Testamento di Ser Giovanni da Epinal (Arch. Not. Mand. di Cesena, "Atti di Antonio Zanolini 1465", cc. 130v-131v).

Testamentum Ser Johannis scriptoris.
In Christi nomine amen. Anno a nativitate ejusdem millesimo quadringentesimo sesagesimo septimo indictione quintadecima tempore pontificatus sanctissimi in Christo patris et domini nostri domini Pauli divina providente clemencia pape secundi et die septima mensis aprilis noctis hora quinta.
Vir egregius Ser Johannes quondam Antonij de Spinalo partibus Francie scriptor, civis et habitator Cesene in contrata Trove, sanus grafia omnipotentis dej mente sensu et intellectu licet languens corpore, nolens aliquando intestatus decedere, suarum rerum et bonorum omnium per presens nuncupatum testamentum sine scriptis dispositionem tacere procuravit et fecit in hunc modum:
Im primis namque pro male ablatis incertis reliquit de bonis suis solidos decem bon.
Item sibi sepulturam ellegit apud ecclesiam sancti Francisci de civitate Cesene in qua et circha quam sepulturam iuxit expendi id quod infrascriptis suis comissariis vixum fuerit de bonis ipsius testatoris.
Item de dictis suis bonis reliquit ecclesie episcopatus Cesene, predicti Sancti Francisci de Cesena, Sancti Augustini, Sancte Marie Servorum, Sancti Dominici, Sancti Genonis, Anuntiate ordinis minorum de extra et prope muros cesenates et Sancte Marie in monte de Cesena unum doplenum pro qualibet dictarum ecclesiarum pretij solidorum decem pro singulo doplerio causa aluminandi corpus domini nostri Iesu Christi in dictis ecclesiis pro anima ipsius testatoris.
Item pro missis Sancti Gregorij dicendis pro eius anima solidos treginta bon.
Item sotietati hospitalis Sancti Bartoli de Cesena unum doplerium pretij solidorum viginti causa assotiandi mortuos ad sepulturam.
Item de dictis suis bonis reliquit ecclesie predicte Sancti Francisci de Cesena pro fabrica ipsius ecclesie libras vigintiquinque bon.
Item ecclesie Anunptiate predicte pro fabrica ipsius libras decem bon.
Item reliquit et jussit quod de bonis suis induantur de panno biselli tres pauperes Christi pro anima ipsius testatoris.
Comissarios autem suos et huius testamenti fìdeles exequtores ipse testator ellegit et esse voluit venerandum patrem fratrem Franciscum de Fighino ordinis minorum et quondam capellanum felicis recordationis domini Malateste Novelli de Malatestis et nobiles viros Augustinum Johannis de Pergamo civem Cesene et Visdominum de Visdominis de Cesena et eorum quem libet in sollidum, dans et concedens ipse testator dictis exequtoribus et cuilibet ipsorum in sollidum plenam et omnimodum licentiam et facultatem vendendi, alienandi et quomodocumque obligandi de quibuscumque bonis ipsius testatoris sine molestia et contradictione infrascripte sue heredis et cuiuscumque alterius persone usque ad integram solutionem et satisfactionem omnium in presenti testamento contemptorum.
Item de dictis suis bonis jure legati reliquit Parisine filie quondam Jacobi de Pedronis de Cesena contrate Sancti Gen[on]is intus et spense et uxoris fucture dicti testatoris libras quinquaginta bon. et unum par sive fìlziarium coraglorum ad ellectionem ipsius Parisine ex coraglis dicti testatoris.
Item dicto jure reliquit de dictis suis bonis Andree quondam *** (1) de Valeis de *** (2) consobrino ipsius testatoris et ad presens in domo dicti testatoris Cesene comoranti libras vigintiquinque bon.
In omnibus autem alijs sujs bonis mobillibus et immobilibus propriis et emphiteoticis ubicumque positis et situatis juribus et actionibus presentibus et futuris Margaritam ipsius testatoris sororem carnalem et utrinque conjunctam sibi universalem heredem instituit pleno iure.
Et hanc suam ultimam voluntatem assuerit ipse testator esse velle quam valere voluit jure testamenti, quod si jure testamenti non valeret seu valere non posset voluit saltem valere jure quodicillorum et alio quocumque jure quo melius valere potest, poterit et tenere et voluit hoc testamentum seu ultimam voluntatem omnibus aliis ejus testamentis vel ultimis voluntatibus hinc retro factis prevalere.
Actum lectum et publicatum ac vulgariziatum fuit presens testamentum in civitate Cesene in contrata Sancti Genonis in domo habitationis filiorum quondam Jacobi de Pedronis de Cesena presentibus Visdomino quondam Aulivisii de Visdominis de Cesena, Baldesero quondam magistri Bartoli Hondidej alias del ziavatiero de dicta contrata, Basilio quondam Santis Bartoli alias Imperatoris pellipario de Cesena, Augustino quondam Jacobi de Pedronis de Cesena, magistro Amadutio Bartoli de monte Ghiutono barberio et habitatore Cesene, Bitino Tonij de Sancto Laurentio territorii Bononie et Gasparre Tonij Baciulli de Monte Maiorj comitatus Cesene habitatore Cesene in dicta contrata testibus ad predicta habitis, vocatis et hore (sic!) proprio dicti testatoris rogatis.
Et ego Antonius quondam Ser Francisci de Zanolinis de Cesena publicus apostolica et imperiali auctoritate notarius nec non judex ordinarius predictis omnibus et singulis presens fui et ea rogatus a proprio hore (sic!) dicti testatoris scripsi et publicavi.

(1) In bianco nel ms.
(2) In bianco nel ms.


   
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