Le origini di quella che è oggi universalmente riconosciuta come l’unica biblioteca medioevale ancora intatta e al tempo stesso come una delle più antiche biblioteche pubbliche e in certo senso delle più antiche biblioteche civiche, e costituisce un complesso monumentale e bibliografico di eccezionale importanza, sono intimamente legate al principe Malatesta Novello dei Malatesti, che nel 1452 la fondò e da cui prese il nome, ed al convento minoritico di S. Francesco, nel cui ambito sorse e rimase fino a tutto il secolo XVIII. Dell’uno e dell’altro non sarà quindi inopportuno un breve cenno introduttivo.
Sin dal 1379 Cesena era retta a signoria dai Malatesti, originari di Verucchio, dopo che nel 1377 lo spaventoso massacro, perpetrato dalle soldatesche del Cardinal di Ginevra e noto come il Sacco dei Bretoni, l’aveva ridotta ad un cumulo di macerie fumanti. I Malatesti erano feudatari della Chiesa e come tali reggevano la città con la qualifica di vicari in temporalibus.
Nel 1429, morto Carlo dei Malatesti, era diventato signore della città Malatesta Novello, unitamente al fratello Sigismondo. Malatesta Novello e Sigismondo Pandolfo erano figli illegittimi di Pandolfo dei Malatesti, già signore di Brescia, di Cesena, e di altre città e castelli romagnoli e marchigiani, ed erano stati legittimati da Martino V perché potessero succedere nella signoria, dato che il padre non aveva altri figli maschi. Dopo alcuni anni di dominio in comune, Malatesta Novello e Sigismondo si erano spartiti il potere delle città e dei castelli romagnoli in loro vicariato, toccando a Sigismondo Rimini e dintorni e a Malatesta Novello Cesena e dintorni. Per quanto fratelli ed educati alla stessa maniera, Sigismondo e Malatesta Novello erano, si può dire, uno l’opposto dell’altro: audace, empio e violento il primo, dedito di preferenza agli intrighi ed alle cose di guerra; mite, umano ed illuminato il secondo, incline piuttosto agli studi ed alle opere di pace, sebbene, per necessità contingenti, si sia trovato anch’egli, non di rado, con le armi in mano. Ma non erano, le armi, il suo ideale. E quando potè dedicarsi ad altro lo fece con quell’entusiasmo che è la sola garanzia della riuscita.
Ciò avvenne, ad esempio, per la biblioteca, nella cui realizzazione egli si trovò a collaborare con i frati minori del convento di S. Francesco. Da essi, infatti, era partita l’idea. I francescani si erano stabiliti a Cesena, secondo la tradizione, sin dal 1226, anno della morte di S. Francesco. Nel 1250 già i primi documenti ci dicono che essi stanno costruendo chiesa e convento e sin dalla seconda metà del Trecento si ha notizia che nel loro convento era in attività uno studio, il primo nucleo di quella che doveva divenire più tardi l’Università cesenate. Allo studio era annessa, naturalmente, una libreria, non come edificio a sè stante, ma come semplice raccolta di codici. Verso il terzo decennio del Quattrocento studio e libreria dovevano aver raggiunto uno sviluppo notevole, se abbiamo notizia già dei primi lasciti in favore di essa. Nel 1429, ad esempio, è un Fredolo Fantini, cesenate, il quale lascia alla libreria dei frati minori tutti i suoi libri di diritto canonico. Non doveva passare un decennio, e la consistenza della libreria era ormai divenuta tale che una soluzione nuova si imponeva, tanto che verso il 1440 già i frati manifestavano l’intenzione di voler costruire un edificio apposito per la conservazione dei codici, che, in questo momento, ammontavano ad una cinquantina. Da una bolla di Eugenio IV del 12 maggio 1455, con la quale egli concedeva ai frati di poter utilizzare per la costruzione della nuova libreria un lascito di beneficenza, quello di certo Antonio Gazoli, si deduce che intorno a questi anni si doveva essere passati alla esecuzione del progetto. Nel 1447, infatti, si ha la prima notizia della presenza a Cesena di Matteo Nuti, l’architetto umbro (era di Nocera, sebbene sia stato poi considerato cittadino fanese) che venne preposto alla fabbrica della biblioteca. Dobbiamo quindi pensare che questo sia l’anno in cui ebbe inizio la costruzione. L’interessamento di Malatesta Novello è documentato dal 1450, ma è certo che egli intervenne sin dagli inizi, come del resto fa ritenere l’ingaggio del Nuti, che già lavorava a Rimini per Sigismondo, alla costruzione di quel famoso Tempio Malatestiano, che doveva sorgere negli stessi anni della biblioteca.
Malatesta Novello già da tempo raccoglieva e faceva scrivere libri da suoi amanuensi privati; ma è indubbio che l’idea di costruire la biblioteca sia stato l’incentivo maggiore alla formazione di quell’attivissimo scrittorio che in un ventennio circa doveva produrre oltre un centinaio di codici. Comunque già verso il 1450 la sua raccolta di libri doveva essere notevole, se la bolla di Niccolò V del 26 maggio di quell’anno ricorda la sua intenzione di donare alla futura libreria un complesso di codici per il valore di 500 fiorini.
Nel 1452 l’edificio era terminato, come fa fede l’epigrafe collocata a destra della porta in alto, con una dicitura che io non resisto alla tentazione di immaginare dettata dallo stesso Malatesta Novello: MCCCCLII. MATHEVS NVTIVS FANENSI EX VRBE CREATVS / DEDALVS ALTER OPVS TANTVM DEDVXIT AD VNGVEM. Nella costruzione della biblioteca (ricavata da un preesistente edificio probabilmente già adibito a dormitorio del convento) Matteo Nuti si era ispirato, forse per suggerimento dello stesso principe, ad un illustre modello: la biblioteca che, intorno al 1444, era sorta a Firenze, nel domenicano convento di S. Marco, per opera di Michelozzo e per il mecenatismo dei Medici. Michelozzo aveva introdotto nella tradizione costruttiva e funzionale delle biblioteche una novità. Mentre infatti le biblioteche medioevali precedenti erano costruite generalmente da un ambiente a pianta rettangolare in unica navata, con gli armari alle pareti o due file di banchi per la conservazione dei codici, la biblioteca fiorentina di S. Marco era diventata una elegante sala basilicale in tre navate, con due file di colonne che sostenevano una volta centrale a botte e due volte laterali a crociera. E due file di banchi, lungo le navate laterali, ne costituivano l’arredamento per la conservazione e l’uso dei libri.
Il nuovo tipo di biblioteca iniziato da Michelozzo poté vantare un buon numero di imitazioni per tutto il Quattrocento e ancora nei primi decenni del Cinquecento, con un’area di diffusione che comprende tutta l’Italia centrale e si spinge al nord fino alla Lombardia. Infatti, oltre che a Cesena, che fu la prima città ad adottare il nuovo modulo di Michelozzo, noi ritroviamo edifici consimili a Perugia, a Monteoliveto Maggiore, a Bologna (la bella biblioteca di S. Domenico, oggi ritornata quasi all’antico splendore quattrocentesco, dopo un coraggioso restauro), a Ferrara, a Parma, a Piacenza e infine a Milano, dove sorse quella splendida biblioteca di S. Maria delle Grazie, a pochi passi dal Cenacolo di Leonardo, andata totalmente distrutta durante l’ultima guerra. La tradizione si estinse con Michelangelo che, con il grandioso edificio della Laurenziana, ritornò praticamente alla grande aula rettangolare ad una sola navata.
Eppure, se molti sono stati gli esemplari di biblioteca di tipo michelozziano, nessuna, ad eccezione della Malatestiana, ha potuto conservare intatta nei secoli l’originale integrità, a iniziare dalla primogenita, quella di Firenze, la cui sala, distrutta da un terremoto poco dopo la costruzione, veniva ricostruita dagli stessi Medici nel 1457. Anche le altre subirono nel tempo più o meno vaste mutilazioni o modifiche, che ne alterarono la originale struttura. Tutte poi, compresa la biblioteca di Michelozzo, videro distrutti o dispersi il prezioso arredamento ed i codici.
Solo a Cesena abbiamo così ancora intatto in tutte le sue parti (nell’edificio, nell’arredamento e nei libri) uno splendido esempio miracolosamente conservato di questo tipo di biblioteca medioevale; e per di più indubbiamente uno dei più belli, se non addirittura il più bello, per la genialità del suo costruttore, il quale con il tipico buon gusto del suo tempo, ha saputo esprimere in una sapiente sintesi artistica quella spiccata tendenza alle chiare linee e agli armonici rapporti che è la luminosa caratteristica del primo Rinascimento.
Diamo uno sguardo dettagliato al monumento. Già lo splendido portale rivela tutto l’impegno del gruppo di artisti toscani che qui prestarono la loro opera in collaborazione con Matteo Nuti. E sebbene i documenti non ne parlino, non è assurdo pensare che qui abbia lavorato anche Agostino di Duccio; ché lui ed il Nuti già erano stati insieme all’opera (e forse la loro unione non era ancora cessata) in quell’altro splendido esempio del primo Rinascimento, che il fratello di Malatesta Novello, Sigismondo, andava innalzando a Rimini sotto la guida di Leon Battista Alberti: il già ricordato Tempio Malatestiano.
Di Agostino, o di uno dei suoi allievi, potrebbe essere, ad esempio, il singolarissimo elefante del timpano, sulla cui groppo spicca il curioso motto ELEPHAS INDVS CVLICES NON TIMET: l’elefante indiano non teme le zanzare. L’elefante, come è noto, è uno dei più antichi emblemi araldici dei Malatesti, e come tale lo troviamo frequentemente anche altrove. Solo qui a Cesena, però, con il tipico motto, il che fa pensare che esso sia stato una aggiunta tutta personale di Malatesta Novello. Il grande riquadro sopra il timpano, nel quale ritorna il motivo dell’elefante, è invece di tutt’altra mano. E non è escluso che esso vi sia stato apposto più tardi, in epoca postmalatestiana, e sia proveniente da qualche altro monumento cittadino fatto costruire da Malatesta Novello e poi demolito. Di un artista emiliano, Cristoforo da San Giovanni in Persiceto, è la stupenda porta lignea, terminata, come ricorda la iscrizione dell’autore, il 15 agosto 1454, due anni dopo la costruzione dell’edificio.
Ed ecco la sala. Spalancata la porta e fatti pochi passi all’interno, ci si sente come trasportati in un’altra vita: tanta è la potenza suggestiva che emana da questo ambiente rimasto fermo ad oltre cinque secoli or sono, dove persino l’intonaco (ancora l’intonaco del Quattrocento!), con la sua tinta verdognola ed i nomi dei visitatori quattrocenteschi graffiti sui muri, contribuisce alla magica rievocazione di un’epoca scomparsa ormai da mezzo millennio, ma di cui sembra ancora di respirare l’aria e di bere la luce.
Venti snelle colonne di marmo su due file, sormontate da eleganti capitelli su cui spiccano, in varietà di fogge e di modi, i vari emblemi aradici dei Malatesti (le tre teste, le bande a scacchi, lo steccato, la rosa selvatica), sorreggono con una specie di noncurante eleganza la volta centrale a botte e quelle laterali a crociera, dividendo la sala in tre navate; lungo le navate di destra e di sinistra due file di banchi o plutei (29 per parte) costituiscono l’unico arredamento della sala, entro il quale i preziosi 340 codici sono ancora al loro posto come cinque secoli or sono. Anche i banchi, pur nella loro incredibile conservazione, sono ancor quelli di allora; e qui pure i nomi graffiti dei visitatori del Quattrocento, che ne testimoniano l’autenticità, contribuiscono a completare la suggestione.
I libri, poi, sono ancora legati alle loro caratteristiche catenelle quattrocentesche in ferro battuto, secondo il costume dell’epoca. Nel medioevo, infatti, in conseguenza dell’elevatissimo costo dei libri, molte biblioteche erano incatenate; e non di rado veniva comminata la scomunica a chi trafugasse o anche solo asportasse i preziosi codici. Una disposizione del genere fu presa anche in favore della Malatestiana, con bolla di Paolo II in data 21 gennaio 1466 quando, morto Malatesta Novello, si rese necessario un intervento d’autorità a protezione della biblioteca. Sul pavimento della sala, ad ogni campata, una epigrafe, sempre uguale come un ritornello, ricorda insistentemente al visitatore il generoso dono del munifico signore di Cesena: Ma(atesta) Nov(ellvs) Pan(dvlphi) Fil(ivs) Mal(ateste) Ne(pos) dedit. E’ la stessa epigrafe che ritroviamo sopra l’architrave della porta e che, in leggera variante, ritorna anche altrove, all’interno ed all’esterno dell’edificio: Mal(atesta) Nov(ellvs) Pan(dvlphi) Fil(ivs) Hoc Dedit Opvs.
Senonché Malatesta Novello, come già abbiamo accennato, non si limitò a costruire la biblioteca e ad arredarla; ma pose cura non inferiore a dotarla di libri, con una generosità che non rifuggiva di fronte a nessun sacrificio. Da buon umanista, sin dal 1439 (aveva allora poco più di venti anni e da un decennio era signore di Cesena) egli si era dato a cercare e acquistare libri comunque e dovunque: anche in Oriente, specialmente a Costantinopoli, dove in quegli anni la febbrile ricerca degli umanisti alla caccia di codici greci era in pieno sviluppo. Una tradizione locale, documentata sin dal Cinquecento, racconta che Malatesta Novello fu costretto a ridurre le dimensioni della fabbrica della biblioteca, che era prevista più lunga, per l’avvenuto affondamento di una nave che trasportava un carico di codici da lui fatti acquistare in Oriente. Uno scavo, eseguito alcuni decenni or sono, ha confermato, almeno in parte, questa tradizione, rivelando la fondazione, tuttora esistente, di almeno un’altra campata dell’edificio.
Ma la grande maggioranza dei codici da lui donati e che oggi fanno parte del patrimonio bibliografico della Malatestiana furono da lui fatti copiare alla sua corte da una schiera di validi amanuensi da lui assoldati. Di questa attività dello scrittorio malatestiano abbiamo notizia sin dal 1446, ma non è detto che essa non abbia avuto inizio anche prima, in quanto la maggior parte dei codici malatestiani è senza data. Sta di fatto, comunque, che in uno spazio di un ventennio circa almeno una ventina di amanuensi, italiani e stranieri, si avvicendò alla sua corte, trascrivendo per suo conto non meno di 126 codici, oggi tutti conservati nella biblioteca.
Tra gli amanuensi italiani è doveroso ricordare quello che è stato indubbiamente uno dei più eleganti copisti malatestiani, Jacopo da Pergola, la cui attività alla corte di Malatesta Novello è documentata fra il 1446 e il 1454. A lui, che scrive in una bella umanistica libraria, diritta e posata, eminentemente calligrafica, dobbiamo la trascrizione di 15 codici, in gran parte datati e firmati. Di Jacopo da Pergola Malatesta Novello dovette avere una grandissima stima, se gli affidò opere di grande impegno, come lo splendido De civitate Dei di S. Agostino
(D. IX. 1), la Naturalis Historia di Plinio (S. XI. 1) e i due volumi delle Vite di Plutarco
(S. XV. 1-2), tutti stupendamente miniati da artisti della scuola ferrarese.
Altri copisti italiani di pregio furono il veneziano Jacopo Macario, il genovese Andrea Catrinello e, forse, Matteo Contugi da Volterra, alla cui mano è dovuto probabilmente il più bell’esempio di umanistica libraria dello scrittorio malatestiano.
Ma l’amanuense più attivo, e sotto alcuni punti di vista più interessante, di Malatesta Novello, fu un francese, Ser Giovanni da Epinal. Su questo copista, del quale, sino a pochi anni or sono, si conosceva solo il nome, siamo oggi in grado, grazie alla scoperta di numerosi documenti che lo riguardano, di tracciare un breve profilo biografico. Sappiamo infatti che era notaio, sebbene sia da escludersi che abbia esercitato tale professione a Cesena, che doveva essere venuto alla corte di Malatesta Novello da prima del 1451, che a Cesena aveva assunto la cittadinanza e vi aveva contratto matrimonio, e che nel corso della sua attività di amanuense per il signore di Cesena doveva aver accumulato una discreta fortuna, che gli consentiva ripetuti acquisti di terre. Sopravvisse, ma non di molto, al suo mecenate, perché morì a Cesena nella primavera del 1467.
Abbiamo detto che fu l’amanuense più attivo dello scrittorio malatestiano, e lo dimostra la sua produzione, che comprende una quarantina di codici, di cui solo cinque non completi. La sua attività è documentata fra il 1451 ed il 1457, ma è certo che egli fu al servizio di Malatesta Novello fino alla di lui morte, avvenuta, come è noto, il 20 novembre 1465. La sua scrittura, che possiamo definire una umanistica del tipo corsivo, è piuttosto incostante, sebbene non priva di eleganza. E l’incostanza è tale, che non di rado si resta perplessi e, se i codici non fossero firmati, si penserebbe talvolta di trovarsi di fronte ad un altro amanuense. Il fatto è che Ser Giovanni aveva, in realtà, due maniere di scrivere: una, chiamiamola così, naturale e tutt’affatto spontanea, nella quale la mano seguiva l’estro del suo carattere; e, senza sforzo, tracciava una scrittura slanciata e corsiveggiante, di grande naturalezza e vivacità, pur senza pretese calligrafiche, ma non per questo priva di eleganza; ed una, invece, artificiosa e volutamente calligrafica, nella quale poi l’effetto è proprio l’opposto: quello cioè di renderla goffa e sgraziata, perché priva appunto di ogni naturalezza.
Tedesco, invece, era indubbiamente un altro amanuense, che si firma Mathias Kuler, senza che per altro si sappia da quale città provenisse. Mathias Kuler doveva essere, oltre che esperto copista, come dimostrano i suoi codici, anche un buontempone, che amava la bella vita e i bagordi in compagnia di allegre donnine. Basta a giudicarlo tale ciò che scrive alla fine di uno dei suoi codici migliori: "Amen Bonum vinum in taberna, consortia mulierum consumpserunt omnia. Venite exultemus" (S. IX. 3). Vale a dire: quel che ho guadagnato me lo sono già speso in buon vino all’osteria e in compagnia di donne. Non si può poi non rilevare, con un sorriso, quel biblico grido di gioia "venite exultemus", che, almeno per la circostanza in cui vien scritto, acquista un sapore piuttosto grottesco.
Con la morte di Malatesta Novello, avvenuta, come abbiamo già detto, il 20 novembre 1465, andava dispersa, come è naturale, anche l’officina scrittoria, che in oltre venti anni di attività aveva consentito di arricchire la biblioteca in misura rilevantissima. Eppure la scomparsa dello scrittorio non determinò l’arresto dell’incremento librario dell’istituto. Innanzitutto Malatesta Novello aveva provveduto, con un lascito straordinario, affinché la sua libreria (quella che nei primi documenti, in omaggio a lui, troviamo spesso chiamata "libraria domini") avesse di che prosperare anche dopo la sua morte. Nel suo testamento, rogato a Venezia il 9 aprile 1464, lasciava ai frati del convento di S. Francesco 100 ducati annui, in perpetuo, per l’acquisto dei libri e le altre spese inerenti la biblioteca. Un decennio circa dopo la sua morte, inoltre, la biblioteca poté registrare un nuovo, sostanziale incremento, per un cospicuo lascito testamentario. Nel 1474, infatti, moriva a Roma il medico riminese Giovanni di Marco, protomedico di Sisto IV. Prima di trasferirsi al servizio del Papa, Giovanni di Marco era stato medico condotto del comune di Cesena e poi medico personale di Malatesta Novello. Da lui, forse, gli era stata comunicata la passione per i libri, tanto che alla sua morte lasciava una raccolta, per quei tempi e per un privato notevolissima: 119 codici, in gran parte inerenti alla sua arte, ma non vi mancavano opere di letteratura e di filosofia. Ebbene, tutta questa preziosissima raccolta fu da lui devoluta alla biblioteca di Cesena, cui indubbiamente lo legavano ricordi ed affetti. Per ragioni che in parte ignoriamo, non tutti i codici di Giovanni di Marco si trovano oggi nella Malatestiana. Non è escluso che un certo numero di essi sia stato cambiato allora con altri volumi, trattandosi di opere già contenute fra i codici malatestiani; e non è neppure escluso, come fanno supporre certi documenti recentemente scoperti, che un deplorevole rilassamento del controllo abbia causato la dispersione di parte del lascito. E’ indubbio comunque che, anche nella sua consistenza attuale, il fondo di Giovanni di Marco costituisce, specialmente per la parte medica, uno dei gruppi più preziosi della Malatestiana.
Per il potenziamento culturale della sua biblioteca Malatesta Novello, però, non pensò soltanto ai libri. Come già abbiamo ricordato il convento di S. Francesco era sede, sin dal Trecento, di un avviato studio a carattere universitario, nel quale sedeva in permanenza un lettore a tener cattedra. Il munifico signore di Cesena nel suo già ricordato testamento pensò anche al lettore, cui devolse la somma di 30 ducati annui; ma pensò, soprattutto, agli studenti, in particolare a quelli poveri. Nel gennaio 1455 egli istituì una vera e propria borsa di studio per dieci studenti poveri che volesse studiare nella biblioteca qualsiasi disciplina, dalla teologia alla medicina, dalla giurisprudenza alla grammatica. E potevano essere di Cesena o di altre città, questi studenti, ecclesiastici o laici, purché fossero indigenti.
La morte del principe e, soprattutto, la scomparsa della signoria malatestiana a Cesena ed in Romagna furono purtroppo fatali a tutte queste belle iniziative, le quali pian piano si affievolirono, decaddero ed in seguito scomparvero. Cessò lo scrittoio, per mancanza del suo naturale centro propulsore, la corte del principe; subì un arresto, dopo il luminoso, ma purtroppo isolato esempio di Giovanni di Marco, l’accrescimento per lasciti o donazioni; venne a mancare pochi decenni dopo, per questioni giuridiche e politiche inerenti all’eredità di Malatesta Novello, l’annuo lascito dei 100 ducati, che per testamento avrebbe dovuto versare alla biblioteca la Repubblica di Venezia, a lui debitrice di una forte somma; decadde e si spense, forse verso la metà del Cinquecento, la bella iniziativa del lascito in favore degli studenti poveri; e lo stesso studio, trasformato nel Cinquecento in una vera e propria Università, si trasferiva in altra sede, per continuare poi, per oltre due secoli, una vita piuttosto scialba e stentata, fino a quando non giunse, a spazzarla via del tutto, la bufera napoleonica.
Resistette invece, e con tenacia di cui la città ancora oggi va orgogliosa, la biblioteca. Ed anche questo fatto, cui noi dobbiamo oggi in definitiva la perfetta conservazione dell’istituto attraverso i secoli, va ascritto alla preveggente saggezza di Malatesta Novello. Con una decisione lungimirante e innovatrice, che non trova riscontro nella storia di alcun’altra biblioteca del tempo, Malatesta Novello non affidò la sua bella libreria ai frati, nel cui convento essa era pur sorta e dai quali, se vogliamo, era partita l’iniziativa; se ciò fosse avvenuto, essa avrebbe indubbiamente seguito la triste sorte della sua sorella primogenita, la biblioteca del convento di S. Marco a Firenze, che il suo vecchio amico Cosimo dei Medici aveva appunto affidato ai frati domenicani e di innumerevoli altre biblioteche conventuali. Ma anche qui l’illuminato signore di Cesena volle battere una via nuova; e affidò la biblioteca al Comune.
La scoperta che la biblioteca Malatestiana fu comunale sin dalle origini (per cui essa è oggi non soltanto la più antica biblioteca medioevale italiana ancora intatta, ma anche in certo modo una delle prime biblioteche civiche d’Italia) è piuttosto recente; risalendo essa a quel fecondo rifiorire di ricerche e di studi che accompagnò, negli anni fra il 1952 e il 1954, la celebrazione del quinto centenario della sua nascita.
Quando Malatesta Novello abbia deciso di affidare l’istituto da lui con tanto amore creato e potenziato al vigile controllo del Consiglio comunale della sua città non sappiamo con esattezza, essendo andato disperso per la quasi totalità il prezioso archivio malatestiano, che avrebbe potuto illuminarci su tanti problemi. Ma già i documenti scoperti in questi ultimi anni fra le antiche carte dell’Archivio comunale sono sufficienti a farci comprendere che tale controllo dovette avere inizio sin dai primi anni della sua istituzione.
A cominciare dall’anno 1461, infatti, una documentazione fitta e particolareggiata, proveniente essenzialmente dai protocolli delle cosiddette Riformanze del Consiglio comunale, ci informa di frequenti e minuziosi controlli degli Anziani del Consiglio alla biblioteca, per constatare l’integrità del patrimonio librario. Per ordine espresso di Malatesta Novello questi controlli dovevano avvenire ad ogni muta di Anziani, vale a dire ogni due mesi. In tali visite era lo stesso podestà che li guidava ed il cancelliere che li accompagnava, che era un notaio, metteva poi a verbale quanti libri si trovavano nella fila di destra e quanti in quella di sinistra. Se c’era qualche ammanco se ne chiedeva ragione e si verbalizzava la risposta del custode. Durante una delle visite, infatti, si vide che mancava un libro, contenente le prediche di S. Agostino, e ne venne chiesta ragione al custode frate Francesco da Figline (una figura, di cui avremo occasione di riparlare più avanti); il quale rispose che il volume mancante si trovava presso Malatesta Novello per la correzione.
Sempre per ordine di Malatesta Novello erano state impartite disposizioni perché venisse redatto un inventario dei codici; e sappiamo infatti, da altri documenti, che l’ordine era stato eseguito, tanto che nel 1474 esistevano nella cancelleria del Comune due inventari, uno del 1461 ed uno dello stesso anno 1474, oggi purtroppo inesorabilmente perduti.
Comunque le frequenti visite degli anziani ed i relativi verbali ci consentono ugualmente, per un certo periodo, di seguire il ritmo dell’incremento librario della biblioteca, un incremento che nel 1461 si aggirava su una media di due unità al mese. E’ pacifico che questo ritmo ebbe a cessare quasi totalmente dopo la morte di Malatesta Novello, quando ci si limitò, con tutta probabilità, a far portare a termine, magari da altri copisti improvvisati, quei codici che erano rimasti incompleti per l’avvenuta improvvisa dispersione dei componenti lo scrittorio del signore. Ciò pare confermato dal fatto che nessun codice è incompleto, mentre un certo numero è stato terminato da mani diverse, quasi sempre poco esperte dell’arte.
Fra le prerogative del Comune in relazione alla biblioteca vi era naturalmente anche il controllo del prestito, controllo divenuto sempre più necessario man mano che la ricerca degli studiosi e raccoglitori, in caccia di opere pregiate, sempre più frequentemente si volgeva alle biblioteche (alcune delle quali vennero da essi letteralmente saccheggiate), in particolare dopo l’invenzione della stampa. Molto saggiamente il Comune, alla morte di Malatesta Novello e dopo che la città era tornata sotto il dominio diretto della Chiesa, aveva chiesto a Paolo II (che come già accennato ne fece sanzione con la bolla del 21 gennaio 1466) che la biblioteca fosse dichiarata inamovibile e venisse scomunicato chiunque ne asportasse i preziosi codici.
Il controllo sul prestito venne esercitato dal Comune con una meticolosità ed una severità che non di rado ebbero a produrre, per la misura a volte anche eccessiva, non lievi inconvenienti.
Ne fan fede due episodi, che vale la pena di riportare perché da soli, meglio di qualsiasi altra considerazione, valgono a documentare la gelosa, oculata e sospettosa vigilanza che il Comune ebbe sempre a esercitare sull’istituto che il suo generoso principe gli aveva affidato.
Nella primavera del 1532 il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, noto umanista e diplomatico della S. Sede, chiese in prestito, per farne un’edizione a stampa, un codice greco in due volumi, contenente il Commento ai Salmi di S. Giovanni Crisostomo. E’ un codice del sec. XI, in cui, nel secolo scorso, sono state scoperte anche alcune carte palinseste con frammenti di un vangelo apocrifo del VI secolo. Il Consiglio comunale, come di consueto, si adunò per discutere e deliberare sulla richiesta del vescovo. E se ci fu chi sostenne l’opportunità di accedere al desiderio del richiedente, più numerosi furono i consiglieri che viceversa espressero le loro preoccupazioni, malgrado qualcuno sostenesse che il prestito si poteva concedere, sì, ma dietro versamento di una cauzione di 2.000 ducati d’oro: una somma, per quei tempi, enorme, quando si pensi che un paio di buoi, tanto per dare un esempio, non costavano allora più di una dozzina di ducati e il costo di una bella casa di rado superava i 100 ducati.
Eppure, alla votazione "fabe albe de sic fuerunt vigintisex, fabe vero de non quadraginta"; il che vuol dire che la delibera di concedere il prestito, sia pure con 2.000 ducati di cauzione, venne respinta con 40 voti contrari e 26 favorevoli. Il vescovo, però non si diede vinto e si rivolse per aiuto, con tutta probabilità, alle alte gerarchie ecclesiastiche, forse allo stesso pontefice; il quale tra l’altro, per la concessione del prestito, avrebbe dovuto revocar la scomunica, comminata, come si ricorda, sin dal 1466, a chiunque portasse i volumi fuori della loro sede. L’intervento ecclesiastico dovette essere rapido e deciso, perché il 7 giugno dello stesso anno (due settimane appena dopo il rifiuto) il Consiglio, nuovamente riunito in seduta straordinaria, dovette riesaminare, questa volta più benevolmente, la richiesta del Giberti, e concedere una sostanziale riduzione del deposito cauzionale, che venne stabilito in 1.000 ducati. Il prestito venne concesso, e i due preziosi codici vennero portati a Verona personalmente da due componenti del Consiglio, espressamente a ciò delegati e accompagnati da un notaio, che di tutto dovette fare strumento. E un anno dopo, esattamente il 20 giugno 1533, i due consiglieri, sempre in presenza del notaio, si ripresentarono a Verona, restituirono la cauzione e riportarono poi i due preziosi volumi a Cesena, dove vennero immediatamente ricollocati al loro posto: del che venne steso regolare istrumento dal notaio Alessandro Merendi. Qualcosa di simile avvenne alcuni anni più tardi, esattamente nel novembre del 1540, quando il cardinale Alessandro Farnese, nipote del Papa (era allora Paolo III Farnese) richiese in prestito il codice contenente le Orazioni di Cicerone. Il Comune, anche questa volta, nicchiò per un certo tempo prima di prendere una decisione. E dopo un inconcludente scambio di lettere, che fece montare su tutte le furie il cardinale, questi si decise a richiedere l’autorevole intervento del grande zio; ed ottenuto che l’ebbe, indirizzò al Comune di Cesena una lettera infuriata e gravida di oscure minacce, esigendo infine immediata consegna del sospirato Cicerone. Il Consiglio comunale dovette chinare la testa ed autorizzare il prestito. Ma dell’inaudita violenza che gli veniva fatta volle che restasse perpetua memoria in un regolare strumento notarile, nel quale venne inserita, perché i posteri sapessero, anche la insolente lettera del collerico cardinale.
Che i preziosi manoscritti della Malatestiana fossero un’ambita fonte di studio e di ricerca per il famelico mondo degli umanisti è dimostrato anche da un altro episodio. Verso la fine del 1538 gli amici di Paolo Manuzio, il giovane umanista e tipografo, figlio di Aldo il Vecchio e da due anni nuovo dirigente della celebre tipografia veneziana, furono in viva apprensione per la sua prolungata assenza. Finché egli stesso si fece vivo, rivelando il motivo ed il luogo della sua temporanea scomparsa: la biblioteca Malatestiana di Cesena, dove a quanto pare aveva trovato di che dimenticare per vari giorni il mondo e gli amici; tanto che Annibal Caro gli scriveva: "Ma che beffe son queste che ci andate facendo, messer Paulo, a seppellirvi bello e vivo?… Intendo ch’avete trovato in quella libreria di Cesena cose mirabili…".
Fra le altre spese che il Comune doveva sostenere per la biblioteca vi erano anche quelle relative al custode o bibliotecario, la cui nomina era di pertinenza del Consiglio. Ciò consente di seguire questo importante aspetto del funzionamento dell’istituto praticamente sin dalle origini, in quanto sia i verbali delle riunioni consigliari (le cosiddette Riformanze), sia i libri amministrativi della Depositeria del Comune ci forniscono in proposito una rilevante messe di documentazione, che rende possibile la ricostruzione integrale della serie dei bibliotecari, interrotta soltanto, come vedremo, per particolari motivi, dalla seconda metà del Seicento alla fine del Settecento.
Nella scelta dei suoi custodi, il Comune era piuttosto cauto ed esigente, come si conveniva a chi doveva affidare in altre mani un patrimonio che da tutti veniva considerato nel suo altissimo valore. Ed è a queste considerazioni che dobbiamo, nel 1518, l’espressione del consigliere Brunone Mazzoni, il quale definisce la biblioteca "lapidem pretiosum huius nostrae civitatis", o quella, ancor più felice, del custode Pietro Foschi che, nella prima metà del 600, la definiva "gioia e tesoro di questa città", l’uno e l’altro sulle orme del noto umanista Biondo Flavio, che già intorno alla metà del Quattrocento nella sua Italia illustrata la reputava senz’altro "melioribus Italiae aequiparanda". Per tale motivo le discussioni e votazioni per la elezione dei custodi erano spesso assai animate e non prive di contrasti; ed il Consiglio non esitava, in certi casi, a prendere anche dei provvedimenti drastici, come nel febbraio del 1496, quando destituì dalla sua carica certo frate Evangelista per la poca cura che aveva dimostrato nel suo ufficio. E non è detto che i custodi della Malatestiana percepissero un salario ragguardevole. Tutt’altro; chè la carica doveva essere considerata, oltre a tutto, onorifica. Infatti dagli inizi alla seconda metà del Seicento, vale a dire per tutto il periodo che ci è noto dai documenti, il compenso del bibliotecario non ha mai superato le 12 lire all’anno, cifra la cui esiguità balza evidente se la si mette a confronto con quella del medico condotto, che nel Quattrocento percepiva non meno di 240 lire annue, ed inferiore a quella dello stesso custode del pubblico orologio, che nello stesso periodo percepiva 18 lire. Ed oltre a tutto, il custode della biblioteca doveva prestare anche adeguata cauzione o fideiussione. Di norma egli veniva scelto fra i frati del convento, per la evidente opportunità dell’abitazione; ma non di rado gli si affiancavano due probiviri, in genere tratti dal gruppo consiliare, che dovevano esercitare una continua azione di controllo e di sovrintendenza, tenere una delle chiavi e custodire gli inventari.
Da rilevare il fatto che, in tutta questa documentazione, avviene non di rado di trovare la biblioteca definita come "libreria della illustrissima communità ", il che conferma la convinzione, del resto abbondantemente provata anche da altri elementi, oltre quelli già messi in rilievo, che la Malatestiana fu sin dalle sue origini piena ed incontestata proprietà del Comune. Ciò non impedì tuttavia l’insorgere, nella seconda metà del Seicento, di un forte e lungo contrasto, per ragioni di competenza, tra Comune e convento: contrasto che, come vedremo, mise in pericolo l’istituzione per un periodo di oltre un secolo.
I limiti imposti a questa breve trattazione non ci consentono di riportare la lunga serie dei bibliotecari che si succedettero alla custodia della Malatestiana dalla sua origine; serie che, come già abbiamo accennato, solo nella seconda metà del Seicento e nel Settecento presenta notevoli lacune. Non possiamo tuttavia non accennare, sia pure per sommi capi, ad alcuni di essi che, per un motivo o per l’altro, meritano adeguata menzione. La serie si apre con frate Francesco di Bartolomeo da Figline, già cappellano di Malatesta Novello ed in seguito anche rettore della chiesa di S. Severo. Frate Francesco da Figline è una figura di primo piano nella storia della Malatestiana, non essendo escluso che da lui, in così amichevole contatto con il signore di Cesena, sia venuto il primo stimolo alla costituzione della nuova biblioteca.
A lui, che oltre a tutto era pure un discreto copista, dobbiamo anche la produzione di una mezza dozzina di codici, scritti fra il 1451 ed il 1457, fra cui il bel Plinio
(S. XXIV. 5), eseguito per il già ricordato medico riminese Giovanni di Marco.
Di Francesco da Figline siamo oggi in grado di dire assai di più che per il passato, grazie alla scoperta di numerosi documenti che lo riguardano. Possiamo intanto accertare la sua presenza nel convento sin dal 13 ottobre 1439, quando già appare in un elenco di frati, ed in seguito lo ritroviamo ripetutamente in atti notarili e come investito di vari benefici ecclesiastici. Già il 2 maggio 1461, quando anziani e podestà eseguono una delle consuete visite di controllo alla libreria di S. Francesco (così veniva chiamata usualmente, nei primi tempi, la Malatestiana), vengono ricevuti da questo frate "qui regit et gubernat libros predictos"; il che non lascia alcun dubbio sulla sua qualifica di custode. La quale del resto gli viene confermata dal Comune, evidentemente per le qualità ed i meriti del frate, anche dopo la morte di Malatesta Novello, come è documentato dai Libri expensarum della Depositaria, dove troviamo registrata la solita spesa di 12 lire annue a suo favore per la custodia della libreria fino a tutto il mese di aprile 1472. Dal maggio di quell’anno egli risulta sostituito in tale carica da altro custode, per cui possiamo ragionevolmente ritenere che egli sia morto intorno a quel tempo.
Di un certo rilievo è pure la figura di un frate, Franceschino di Marco da Cesena, che risulta custode fra il 1485 ed il 1489, anno in cui venne a morte nello stesso convento di S. Francesco. Di lui sappiamo che doveva essere un umanista, appassionato collezionista di libri e di oggetti antichi, particolarmente di monete, medaglie ed altri cimeli artistici, dei quali lasciò alla sua morte una abbondantissima raccolta, descritta in un inventario del 20 agosto 1489. Sin dal 13 maggio 1469 lo troviamo in un elenco di frati del convento e più volte ricompare nei documenti relativi allo stesso convento negli anni successivi. La sua nomina a bibliotecario deve essere in relazione ad una inchiesta, compiuta nella primavera del 1484 dal Comune, per porre termine alla precaria situazione dei libri di Giovanni di Marco che, consegnati dagli eredi sin dal 1474, si trovavano in uno stato di deplorevole abbandono, causa non ultima, forse, di una loro parziale dispersione. A frate Franceschino da Cesena va attribuita, molto probabilmente, la paternità di una cosiddetta Laudatoria oracio, un lungo panegirico in lode di Malatesta Novello, composto evidentemente dopo la costruzione della biblioteca, in quanto a questa fa soprattutto riferimento per cantare le lodi del principe e magnificare i suoi grandi meriti umanistici. Da altre considerazioni, che qui appare superfluo riportare si può anche supporre che frate Franceschino da Cesena sia stato pure un ottimo copista, al quale si potrebbe attribuire, con una buona dose di probabilità, almeno una ventina di codici malatestiani.
Fra i custodi che ressero la Malatestiana per un più lungo periodo di anni troviamo, oltre al già ricordato frate Francesco da Figline, che ne fu custode fino al 1472 e quindi verosimilmente per un ventennio, un maestro Utino, che pure la tenne per oltre un ventennio, dal febbraio 1496 alla fine del 1517. Per un periodo eccezionalmente lungo, invece, vale a dire per oltre un quarantennio, la tenne un non meglio identificato frate Paolino fra il giugno 1529 ed il febbraio 1570, con una breve interruzione, poco prima del 1545, in cui la ebbe un frate Cristoforo.
Nella seconda metà del Settecento abbiamo fra i bibliotecari il dotto padre Giuseppe Maria Muccioli, al quale dobbiamo il primo catalogo a stampa dei codici della Malatestiana, edito fra il 1780 ed il 1784 sotto l’egida di Pio VI, il papa cesenate, egli pure bibliofilo, che aveva in mente di costruire a Cesena, sul modello della Casanatense, un’altra grande biblioteca, alla quale avrebbe cominciato col donare la sua grandiosa raccolta di codici e libri a stampa. Malauguratamente, invece, non se ne fece nulla e la preziosa raccolta del Papa Braschi andò totalmente dispersa.
Fra i bibliotecari del primo Ottocento troviamo uno straniero, l’ex padre agostiniano Giovanni Cooke, di origine irlandese, ora semplice sacerdote ed insegnante di inglese e di filosofia. Soppressa la sua congregazione dal nuovo governo francese, egli aveva ottenuto di restare a Cesena anche quando, in seguito ai noti provvedimenti di Napoleone nel 1806 contro i sudditi britannici, sembrava che dovesse essere espulso. Nel 1820 quale custode della Malatestiana ebbe la visita della eccentrica connazionale Lady Morgan (Sidney Owenson), che poi diffusamente ne scrisse nel suo libro di viaggio Italy, pubblicato nel 1821.
Nel secondo Ottocento, poi, non va dimenticato Raimondo Zazzeri, al quale dobbiamo il secondo e più moderno catalogo a stampa della Malatestiana, uscito nel 1887. Lo Zazzeri, ricercatore assiduo e zelante, se pure non privo di pecche e di lacune, che si riflettono numerose nel suo catalogo, procedette alla inventariazione del materiale malatestiano con nuovi criteri che, se pure hanno dato risultati apprezzabili, sono da considerarsi tutt’altro che definitivi.
In epoca contemporanea, infine, la luminosa figura di Renato Serra, che tenne la direzione della biblioteca dal 1 ottobre 1909 al luglio 1915, vale a dire fino alla sua eroica morte, ha aggiunto alla gloriosa storia della Malatestiana una pagina indimenticabile. Qui, nel suo modesto studiolo a pochi passi dalla elegante aula del Nuti, il suo spirito ritrovava quel sereno equilibrio che la vita di rado gli concedeva. Ed i suoi accenni alla Malatestiana, nelle opere e nelle lettere, sono ancor oggi inarrivabili esempi di sensibilità artistica e vigore poetico.
Con l’anno 1671 ebbe inizio per la Malatestiana un lungo periodo critico, protrattosi fino alla fine del Settecento, per l’insorgere di una violenta questione fra frati e Comune. Se fino a questo momento non vi sono accenni di alcun genere, nella documentazione, che possano far pensare ad una sia pur velata contestazione dei diritti del Comune sulla biblioteca da parte dei frati, con questa data le cose cambiano radicalmente. Dal 1652, vale a dire da quasi un ventennio, era custode della biblioteca il Maestro Michelangelo Tonti, esso pure frate del convento; ed i rapporti fra Comune e convento non avevano dato adito, come di norma, a lamentele di alcun genere. Dobbiamo supporre che la nuova situazione sia venuta a crearsi in seguito a qualche cambiamento avvenuto o nel guardianato del convento o nella custodia della biblioteca. Sta di fatto, comunque, che in questo anno 1671 una copiosa documentazione ci dà notizia di una gravissima crisi nei rapporti tra i frati e le autorità comunali, per il rifiuto opposto dai primi a consegnare al Comune una delle due chiavi della biblioteca, secondo l’uso invalso sin dal Quattrocento.
La documentazione, purtroppo, è incompleta, e non consente di seguire la questione in tutto il suo sviluppo; ma a giudicare dalle carte di corredo che l’una e l’altra parte avevano cominciato a raccogliere, v’è da supporre che ci fosse l’intenzione, da parte dei frati, di rimettere in discussione e contestare proprio la parte giuridica esenziale di questi rapporti: vale a dire i diritti del Comune sulla biblioteca. La questione delle chiavi doveva essere solo un pretesto per creare il casus belli.
Pare che i frati, dopo un inasprimento della questione che aveva portato ad interessarsi del problema anche le alte gerarchie romane, abbiano ceduto in seguito alla promessa di una cattedra all’Università cesenate. Ma se pace ci fu, essa dovette essere tutt’altro che stabile e sicura; tant’è vero che, dal 1671, il Comune interrompe, prima in via provvisoria, e poi in via definitiva, il pagamento del salario al custode ed ogni altra specie di erogazione in favore della biblioteca. Mentre infatti, a iniziare dal 1472 e ininterrottamente fino a questo momento, noi troviamo la spesa per il custode della biblioteca inserita fra le spese ordinarie dei bilanci del Comune, dal 1671 alla fine del Settecento questa voce scompare dai bilanci stessi e non la si ritrova neppure fra le spese straordinarie. Segno questo che, in definitiva, la rottura continuò anche in seguito; ed il Comune doveva attendere l’avvento del nuovo potere instaurato dalle truppe di Napoleone per riprendere la piena sovranità sulla sua libreria.
Questo episodio ha per noi un altro aspetto negativo: quello di interrompere la documentazione di fonte comunale sulla serie dei bibliotecari, finora ininterrotta e che da questo momento, solo attraverso altre fonti, e comunque in forma assai lacunosa, è possibile proseguire. Dobbiamo giungere, infatti, al periodo francese per poter ritrovare il filo di questa preziosa corrente di informazioni; quando viceversa, per la bufera che sconvolse tutto il mondo, anche la Malatestiana corse pericolo di essere travolta e scomparire.
L’arrivo delle truppe francesi a Cesena, stabilitesi definitivamente nella città agli inizi di febbraio del 1797, significò per la biblioteca, come del resto per tante altre istituzioni cittadine, un periodo di grave turbamento e pericolo. L’8 maggio di quell’anno, infatti, il governo centrale decretava la soppressione di alcune congregazioni religiose e la chiusura dei rispettivi conventi. Fra le corporazioni soppresse vi era anche quella dei minori conventuali, nel cui convento sorgeva la biblioteca. I religiosi dovettero in tal modo abbandonare l’antico monastero, che dai conquistatori venne subito occupato per adibirlo a caserma.
Furono giorni neri per la biblioteca e per tutto il circondario entro il quale essa aveva vissuto e prosperato per tanti secoli. Mentre lo splendido refettorio al piano terra, esso pure costruito per la magnanimità di Malatesta Novello, veniva addirittura trasformato in stalla per i cavalli, neppure l’aula del Nuti andava indenne dall’offesa dei nuovi dominatori. E fu un’offesa per fortuna limitata. Sgombrata dai banchi e dai libri, che provvisoriamente vennero collocati altrove, essa venne imbiancata con una mano di calce e adibita quindi a dormitorio per le truppe. Ugual sorte toccava alla veneranda chiesa di S. Francesco, che esisteva sin dalla metà del Duecento, se pure ampiamente restaurata nella seconda metà del Settecento.
Senonché, mentre quest’ultima non doveva più risollevarsi dal colpo infertole (tanto che verso la metà del secolo scorso, ormai ridotta ad un rudere, veniva definitivamente abbattuta), la Malatestiana, per quella sorte benigna che sembra esserle riservata da quando il suo fondatore la volle affidata alla tutela del Comune, fu in grado di superare la gravissima crisi senza danni irreparabili. Per sette lunghi anni banchi e libri dovettero starsene in forzato esilio fra le mura ospitali dell’ospedale di S. Tobia. Ma infine l’intervento del Comune, cui nessuno aveva potuto contestare i legittimi diritti sull’istituto, e l’interessamento di alcuni benemeriti cittadini, fra i quali va ricordato in maniera particolare mons. Niccolò della Massa Masini, riuscirono a spuntarla. E nel 1804, tornati i banchi ed i libri alla loro sede naturale, la Malatestiana poteva riprendere, nel rinnovato clima politico e culturale, la sua altissima funzione di splendida testimone di un glorioso passato.
Un tributo alla rapacità dei conquistatori dovette però essa pure pagarlo. Non, per ventura, con qualcuno dei suoi preziosi codici miniati, il cui patrimonio rimase intatto; ma con due splendidi incunaboli, i quali facevano parte del gruppo di opere aggiunte alla collezione dopo la morte di Malatesta Novello, e che vennero confiscati nel 1797 per ordine del Gen. Berthier: una splendida stampa su pergamena della Orthographia dictionum del Tortelli, ora alla Biblioteca Nazionale di Parigi, e un esemplare della magnifica Cosmographia del Tolomeo, stampata a Bologna con la data falsa 1462, che è il primo atlante edito in Italia. Un rinnovato interesse si accentrò intorno alla Malatestiana negli anni 1811-12 per un singolare evento. Essendosi ventilata l’idea di abbattere l’antica chiesa di S. Francesco, già sconsacrata e trasformata in caserma, come abbiamo visto, sin dal 1797, alcuni cittadini, cultori delle patrie memorie, si fecero promotori di un’azione intesa a reperire e trasportare nella biblioteca i resti mortali di Malatesta Novello, che alla sua morte era stato sepolto, come si sapeva, all’esterno della chiesa stessa, lungo il lato meridionale, dove l’epigrafe sepolcrale era ancora visibile unitamente alla grande croce in ferro battuto.
Vennero intraprese adeguate ricerche, si fecero i dovuti scavi e infine si rinvenne un sepolcro nel quale si ritenne di identificare quello del defunto principe di Cesena. Così verso la metà di agosto del 1812, festeggiandosi il compleanno del "sommo imperante che felicemente debella i nemici" (secondo la perifrasi con cui veniva definito Napoleone dal manifesto che annunciava le celebrazioni), una grande manifestazione di popolo e di autorità rese onore alla memoria di colui che aveva lasciato alla città una gemma tanto preziosa e i cui resti si intendeva ricongiungere a quella che era stata la sua libreria, la "libraria domini". Allora venne applicata sulla parete di fondo, sopra l’urna che racchiudeva le spoglie, l’epigrafe marmorea, la quale per tre secoli e mezzo aveva ricordato ai cesenati dove era sepolto il loro amatissimo principe, che nel ricordo dei posteri aveva voluto essere unito allo zio Malatesta, del quale egli aveva assunto il nome: D(is) M(anibvs) s(acrvm). Principvm Malatestar(vm) senioris novelliqve cineres qvos domini et foris clariss(ima) virtvs caelo dicavit.
Le non gravi deturpazioni inferte alla sala del Nuti dalla soldatesca francese dovevano attendere ancora oltre un secolo prima di venire definitivamente cancellate. Nel 1926, con restauro semplice ma non per questo meno efficace, l’allora bibliotecario Manlio T. Dazzi riportava la magnifica aula basilicale al suo primitivo splendore. Scrostata dai muri la calce di napoleonica memoria, riapparve intatto, con i suoi graffiti dell’epoca il suggestivo intonaco di terretta verde, caratteristica di tutte le biblioteche del Quattrocento. Liberati i banchi dalla brutta vernice nera con cui in epoca imprecisata si era ritenuto utile proteggerli, rimessi i begli "occhi" di Murano alle gotiche finestrine (unico elemento rimasto della antica architettura preesistente, ma che meravigliosamente si fonde con la creazione del Nuti), rimesso a nudo il cotto delle semicolonne perimetrali, l’aula rifulse di nuovo in tutta la sua giovanile eleganza quattrocentesca, quale la vediamo ancora oggi.
Una descrizione, sia pure breve come questa, della Malatestiana, non sarebbe completa se non si sforzasse di dare una indicazione, e sia pure anche soltanto sommaria, del patrimonio bibliografico in essa raccolto, ed in particolare dei cimeli di maggior valore che vi si conservano.
Trascurando le opere a stampa, aggiunte in epoca tardiva (dal Cinquecento al Settecento) per legare alla Malatestiana la fama di scrittori locali e che hanno in parte snaturato il carattere della libreria, accenneremo soltanto al complesso dei manoscritti, che potremo sommariamente suddividere in quattro gruppi fondamentali:
1. Il vecchio fondo conventuale.
2. Il fondo malatestiano.
3. Il fondo di Giovanni di Marco.
4. Manoscritti aggiunti in epoca post-malatestiana.
Del vecchio fondo conventuale è ancora possibile dire ben poco, mancando in proposito un’indagine specifica che ne determini la esatta consistenza nella raccolta attuale. Come già si è accennato, verso la metà del Quattrocento i monaci possedevano già, per loro stessa dichiarazione, una cinquantina di manoscritti, e dobbiamo ritenere che a questa consistenza, dopo l’intervento malatestiano, si sia fermata la loro raccolta. Più arduo appare invece lo stabilire quali dei 340 manoscritti della Malatestiana facciano parte di questo antico fondo e se il fondo stesso sia rimasto più o meno intatto. Alla seconda domanda si può, pensiamo, rispondere in maniera sostanzialmente affermativa; nel senso che le vicende della biblioteca dopo l’intervento malatestiano non giustificano il sospetto di perdite o mutamente essenziali, fatta eccezione del fondo di Giovanni di Marco, per cui pare doversi escludere un impoverimento del vecchio fondo conventuale. In base alla documentazione esistente dopo il 1461, infatti, le perdite accertate non supererebbero le tre unità, vale a dire due codici, non meglio identificati, di cui si constatò la scomparsa nel 1496 e la cui perdita portò alla destituzione del custore, ed un’Astrologia di Giulio Firmico, che venne confiscata dal S. Uffizio nel periodo della Controriforma e non fece più ritorno in sede.