Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts
 

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Albinia C. De la Mare

Lo scriptorium di Malatesta Novello


in Libraria Domini: i manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 35-93

Nella Biblioteca Malatestiana si può trovare a tutt’oggi una notevolissima serie di più di centoventi manoscritti che Malatesta Novello fece eseguire per la sua biblioteca. Come era organizzata, e dove, la produzione di questi manoscritti, e chi li trascrisse? I copisti lavorarono tutti assieme a Cesena, in uno scriptorium? Negli ultimi tempi si è affermata la tendenza di mettere in discussione l’esistenza stessa degli scriptoria – intesi come luoghi dove i copisti lavoravano assieme su impegni comuni – nel tardo Medioevo. Pare davvero che nel quindicesimo secolo la maggior parte della produzione commerciale di codici, almeno in Italia, fosse opera di copisti (spesso notai) che eseguivano commissioni nelle loro case private o botteghe per imprenditori librari, come Vespasiano da Bisticci a Firenze. Tuttavia esiste l’evidenza documentaria che a Napoli, ad esempio, almeno alcuni dei copisti attivi per la Biblioteca Reale ricevevano stipendi fissi, ed erano in qualche modo dipendenti dalla biblioteca medesima (1). In una situazione analoga può certo essere stata Cesena nel periodo tra 1450 e 1465 circa, quando un gran numero di manoscritti erano in corso di produzione a spese di Malatesta Novello per riempire gli scaffali della nuova biblioteca dei Francescani, che lui stesso in quegli anni stava allestendo (2). E’ possibile identificare un piccolo nucleo di copisti che erano certamente impegnati per Malatesta Novello in questo periodo (durante tutto il suo corso o solo in parte), cui è lecito associarne altri, talora perché questi ultimi collaborarono nel lavoro di trascrizione di singoli codici assieme ai primi, alcuni dei quali sono testimoniati residenti in permanenza a Cesena, come cittadini o come frati di locali conventi, e produssero la parte più importante dello scriptorium o "centro di scrittura" malatestiano. Anche alcuni degli altri forse risiedettero a Cesena per lunghi periodi: e un’ulteriore serie di copisti, di solito noti come itineranti da altri loro lavori identificati e documentati, potrebbe pure avere compiuto nella città solo brevi visite, durante le quali ognuno di loro potè copiare un solo codice o due prima di trasferirsi altrove.

Nel periodo principale di produzione, quello tra 1452 e ’60, sembra sia stato elaborato uno "stile distintivo", che veniva seguito nella elaborazione dei codici cesenati per Malatesta Novello, trascritti da numerosi copisti. La maggior parte dei manoscritti sono decorati da un miniatore, o forse da due, provenienti verosimilmente da Ferrara, che impiegavano uno stile decorativo particolare e sobrio (su cui probabilmente si era trovato un accordo): le pagine d’apertura hanno di solito iniziali decorate con rameggi colorati che si uniscono a bordi a viticci (i cosiddetti "bianchi girari") in alto e a sinistra della pagina rispetto al testo, mentre le armi dei Malatesta, inserite in tondi o in corone d’alloro, sono miniate nel bas de page, affiancate dalle iniziali "M.N." dipinte o in oro o in altri colori entro un campo rettangolare a foglia d’oro (3). Per quanto strano, questo tipo di decorazione viene impiegato non solo per i manoscritti in grafia umanistica, ma anche per quasi tutti quelli in grafia gotica. Allo stesso tempo sembra che si siano approntati differenti moduli di impaginazione a seconda del tipo di testo. E’ da notare la predominanza di determinati numeri di linee di scrittura: nei primi anni 36 o 40 linee a piena pagina per i testi più brevi (specie i classici), e due colonne di 48 linee per i testi più lunghi; andando avanti negli anni, 38 linee a piena pagina per i testi brevi e due colonne di 40 o 47 linee per i lunghi (4). Nei manoscritti in grafia umanistica la rigatura è in genere a secco, e sembra di solito essere stata eseguita in modo analogo a quello impiegato nelle botteghe dei cartolai, usando una tavola cordata, mentre un tipo diverso di rigatura commerciale, con le linee orizzontali eseguite a inchiostro per mezzo di una sorta di piccolo rastrello (i "pectini da rigare" dell’inventario datato 1476 di Gherardo e Monte di Giovanni), rivelato da un unico forellino sui margini esterni, fu impiegato per i testi scolastici copiati in grafia gotica. Questi due metodi di rigatura sono stati di recente identificati e discussi da Derolez e Gumbert (5). Ci sono alcune eccezioni a questa divisione tipologica, ma i manoscritti gotici non sembrano mai avere avuto una rigatura a secco. Molti dei testi sono stati emendati, generalmente (così parrebbe) da Giovanni da Epinal (o "de Spinalo"), il più prolifico dei due copisti apparentemente "permanenti" di Malatesta, e troviamo questa saggia pratica attestata anche dai controlli sulla biblioteca che furono compiuti dai rappresentanti del Comune nel maggio 1461, quando uno dei manoscritti, contenente i sermoni di Sant’Agostino, risultò mancante. Il bibliotecario, fra Francesco da Figline, minore francescano, affermò che il codice era al momento da Malatesta Novello (cioè nello scriptorium?) in modo da poterne emendare il testo; il manoscritto è stato identificato con il D.X.3, che riporta correzioni di Giovanni da Epinal (6). Fra Francesco, che corresse occasionalmente lui stesso alcuni testi (o vi introdusse alcune modifiche ancora più importanti), era stato cappellano di Malatesta Novello almeno dal marzo 1450, e copiò per la libreria il suo primo codice datato nel 1452. E’ attestato come bibliotecario solo dal marzo 1461, ma si ipotizza comunemente che avesse occupato quella carica assai prima (7). E’ assai tentante l’ipotesi di scorgere la sua mano a dirigere il gruppo di copisti che lavoravano per Malatesta Novello almeno da circa il 1452, quando l’aspetto uniforme dei manoscritti da loro prodotti diviene evidente, e fino alla morte del Novello, nel novembre 1465.

E’ possibile che fra Francesco abbia consigliato il suo signore anche riguardo ai testi che avrebbe dovuto acquistare per la biblioteca, seppure Malatesta Novello certo ebbe pareri in questo senso anche da altri. Sappiamo che cercò aiuto da Giovanni Aurispa per migliorare il suo testo (assai scorretto) dei Commentari su Terenzio di Donato (8), e l’umanista potrebbe averlo consigliato anche su altre questioni. L’Aulo Gellio del Novello sembra essergli stato fornito da Guarino (9). La corrispondenza superstite ci mostra che scrisse a suoi conoscenti a Milano e Ferrara, e ai Medici a Firenze (10), per cercare di ottenere esemplari di testi rari o nuovi che gli interessavano: e di certo riuscì a prendere a prestito, per farsele trascrivere, numerose nuove scoperte appena poterono essere a disposizione. Un esempio è la Germania di Tacito contenuta in S.XVII.2; questo testo fu portato in Italia solo nel 1455 da Enoch da Ascoli (11). Un altro esempio è l’Astronomicon di Manilio: il S.XXV.5, completato da Francesco da Figline nel febbraio 1457, è il più precoce esempio datato (anche se di certo non il primo ad essere trascritto) di una famiglia mista di codici che sovrappone letture da un testo di Poggio a un testo il cui archetipo venne copiato a Basilea (a cura di un copista italiano) da un manoscritto del secolo dodicesimo portato nella città svizzera da Nicola Cusano (12). L’interesse testuale della copia delle ciceroniane Lettere a Attico, S.XIX.1, è stata dimostrata in questa sede da Edoardo Fumagalli, ed è pure stato qui ipotizzato che la copia della Storia Naturale di Plinio, S.IX.1, sia basata su almeno due manoscritti, uno dei quali potrebbe essere la copia che Malatesta Novello prese a prestito da Lionello d’Este nel 1445, che rappresenta verosimilmente il testo predisposto da Guarino.

Senza dubbio uno scrutinio accurato di molte delle copie di testi classici scritte per Malatesta Novello rivelerebbe interessanti filiazioni di questo tipo. E’ da notare pure la novità di molti testi umanistici (specie traduzioni latine di originali greci) per lui trascritti. Ottenne le versioni di Giorgio da Trebisonda del Commentario su Matteo di Giovanni Crisostomo, del De praeparatione evangelica di Eusebio, del Commentario su Giovanni di Cirillo, e dell’Almagesto di Tolomeo (rispettivamente in D.V.5., D.XII.3, D.VI.1 e S.XXVII.1), tutte realizzate tra 1448 e ’51 (13); ebbe in prestito da Giovanni di Cosimo de’ Medici quella di Teodoro Gaza del De plantis di Teofrasto (1453) nel 1457 (la sua copia è in S.XXIV.3) (14); come il Teofrasto, la traduzione curata da Lorenzo Valla di Tucidide, completata nell’estate del 1452, venne trascritta dal suo copista Giovanni da Epinal (S.XIV.2), probabilmente a Cesena, mentre quella di Erodoto del medesimo autore, pur se non ancora completamente rivista al momento della morte dell’umanista nel 1457, fu trascritta per Malatesta da due copisti attivi a Roma, forse perché il testo non era facilmente accessibile altrove (S.XIV.1) (15). Altre nuove tradizioni copiate sicuramente a Cesena includono Appiano nella versione di Piercandido Decembrio, compiuta solo nei primi anni ’50, e trascritta da Giovanni da Epinal (S.XVII.1), e il De opera et die di Esiodo nella versione di Niccolò della Valle databile attorno al 1458-64 (S.XX.4) (16), copiata da Andrea Catrinello, probabilmente nel 1464 o nel ’65. Catrinello copiò a Cesena nel 1465 anche la traduzione guariniana del De situ orbis di Strabone (S.XIII.4), che era stata terminata nel 1458 (17). Malatesta Novello mise insieme un’ampia collezione di traduzioni umanistiche delle Vite di Plutarco, in tre volumi (S.XV.1, S.XV.2 e S.XVII.3). I primi due volumi furono copiati da Jacopo della Pergola; il secondo termina con le vite di Galba e Otone tradotte nel tardo 1454 dal Filelfo e dedicate allo stesso Malatesta Novello, precedute dalla vita di Alcibiade tradotta da Donato Acciaiuoli; quest’ultima è solitamente datata tra 1454 e ’59: la sua presenza nel manoscritto, in questa posizione, suggerisce che venisse in effetti compiuta nel 1454. Il terzo volume si apre con le vite di Nicia e Crasso nella traduzione di Alamanno Rinuccini, terminata nel tardo 1455, trascritta da un copista non rintracciato in alcun altro manoscritto malatestiano, forse fiorentino. Il resto del manoscritto venne quasi sicuramente copiato a Cesena, da Giovanni da Magonza: inizia con la traduzione della Vita di Agide e Cleomene, curata dal Rinuccini nel 1458, seguita da quella di Demetrio, tradotta dall’Acciaiuoli in un tratto di tempo variabile tra 1454 e ’59 (e forse, sulla base di questa presenza, databile allora attorno al 1458) (18). Nell’ottobre 1454 la traduzione di Niccolò Perotti delle Storie di Polibio era troppo recente per poter essere data a prestito a Cesena (l’umanista l’aveva completata in quello stesso anno, e ne aveva una sola copia), e quindi Perotti fece in modo di farne trascrivere un esemplare per Malatesta Novello a Bologna, dove si trovava allora come segretario del legato papale, il cardinale Bessarione (19). Il manoscritto relativo (S.XII.2) presenta una decorazione bolognese, e venne corretto da Perotti in persona (20). La copia malatestiana della traduzione bessarionea della Metafisica di Aristotele (dedicata ad Alfonso re di Napoli e d’Aragona) fu evidentemente mandata al Novello dallo stesso cardinale più o meno nel medesimo periodo (S.IX.2). Presenta anch’essa una decorazione bolognese, e venne trascritta da una mano assai influenzata da quella del Perotti (21). Un altro testo umanistico che doveva essere estremamente recente quando venne fatto copiare da Malatesta Novello è il commentario su Giovenale di Ognibene da Lonigo, che venne steso in un periodo che si può collocare tra 1457 e ’61 (S.XXII.2) (22).

Senza dubbio fra Francesco da Figline consigliò Malatesta Novello specialmente sui testi patristici e scolastici che dovevano essere trascritti per riempire le lacune della biblioteca dei francescani. I testi copiati nel periodo portarono quindi ad alcuni accostamenti un po’ anomali sugli scaffali: ad esempio, la serie dei commentari di Scoto sulle Sentenze ora nella biblioteca consiste di tre volumi; i volumi I e III (Sent. I e IV) sono semplici copie trecentesche in grafia gotica, mentre il volume II (Sent. II e III) è una copia quattrocentesca, trascritta in parte con grafia gotica, in parte con grafia umanistica, ma con la tipica decorazione umanistica malatestiana, e con gli emblemi e le iniziali del Novello (D.XVII.2-4). Fu Francesco a suggerire che Malatesta Novello doveva prendere a prestito da Cosimo de’ Medici l’opera di "Girolamo" sulle Lamentazioni nel 1463? (23). Sono certa che il testo restituito a Cosimo nel gennaio 1464 non è quello del D.IV.2, che contiene invece i commentari di Girolamo e Rabano su Geremia, ma quello dal medesimo titolo che si ritrova come parte a se stante nel D.XX.5, ff. 19-43. E anche questo non segue comunque il testo usuale dello pseudo-Girolamo sulle Lamentazioni (P.L. 25, 787-792), ma quello di un estratto di Rabano Mauro su Geremia (P.L. 111, 1183-1268) che circolava con questa attribuzione a Girolamo, e pare essere stato assai raro in Italia, seppur si ritrova a Firenze, in un manoscritto tardo quattrocentesco che reca emblemi di Piero di Lorenzo de’ Medici (24).

E’ opportuno ritornare al mio oggetto specifico: i copisti e lo scriptorium di Malatesta Novello. Come possiamo identificare questi copisti? Ci sono numerosi indizi per un’identificazione, e talora tutti convergono. Il primo, e più ovvio, è quello dei colophon dei copisti stessi. Quelli che testimoniano esplicitamente di avere copiato manoscritti per Malatesta Novello sono: Jacopo della Pergola, in nove manoscritti datati tra il 1446 e il ’54; Giovanni Antonio de Spinalo (Giovanni da Epinal); Francesco da Figline, in quattro manoscritti datati tra ’52 e ’57; Andrea Catrinello da Genova, in due manoscritti datati 1465; e Thomas Blawart da Utrecht in un codice datato al gennaio 1460 (25).

In secondo luogo, c’è la decorazione. Quando i manoscritti copiati in questo periodo sono decorati nello stile tipico "malatestiano" degli anni ’50 e dei primi anni ’60 già ricordato, e portano gli emblemi e le iniziali di Malatesta Novello, è assai verosimile che siano stati scritti per lui, anche se non necessariamente a Cesena; potrebbero anche essere stati copiati altrove, e portati in un secondo momento a Cesena per essere decorati (26). Ma in alcuni casi è proprio il miniatore a informarci che il codice è stato realizzato per il Novello. Sia nel D.XXI.7 (firmato da Giovanni da Epinal) che nel S.XIX.1 (trascritto dal "Copista di Tacito")(27), il decoratore miniò l’iscrizione "Mal.no.pan.fil. hoc dedit opus", e il S.XI.2 presenta l’iscrizione "Malatesta Novellus F(ecit) F(ieri) MCCCCLI. F.Z.F. " in un’iniziale al f. 264 (28). Questo discrimine più ampio ci conduce all’identificazione di quasi tutti gli altri copisti: Jacopo Macario da Venezia, che firmò un manoscritto malatestiano; Giovanni da Magonza, la cui mano è riconoscibile da altri codici firmati fuori da Cesena, che copiò almeno venti manoscritti, nessuno dei quali è però firmato; l’anonimo "Copista di Tacito", la cui attività fuori da Cesena è limitata a Ferrara, che trascrisse nove manoscritti malatestiani; Matthias Kuler, che copiò un intero manoscritto, e parte di altri due, in grafia semi-gotica; il copista gotico del D.XVII.1, completato a Bertinoro nel 1462, che copiò nove altri manoscritti (in tutto o in parte); molti altri copisti in grafia gotica, che realizzarono gruppi più ridotti di codici; e ulteriori copisti in grafia umanistica: uno, forse identificabile in Francesco de Tianis da Pistoia, la cui mano appare in tre manoscritti; Pietro de Traiecto, che è noto da numerosi manoscritti firmati conservati altrove, e appare qui a Cesena in un codice; il "Copista M.B." che siglò il D.XIII.3 e non è stato identificato altrove; e numerosi altri anonimi copisti umanistici le cui mani appaiono solo in una o due occorrenze.

In terzo luogo, alcuni dei copisti meno attivi possono essere collegati più strettamente allo scriptorium cesenate perché li si ritrovano collaborare con quelli principali: iniziando o completando manoscritti, scrivendo parti di codici (29), o copiando testi lasciati poi senza decorazione (o con la decorazione interrotta), presumibilmente perché la trascrizione venne compiuta attorno alla morte del Novello, dopo la quale l’attività scrittoria pare essere cessata quasi immediatamente. Brevi testi non decorati di questo tipo vennero spesso raggruppati assieme per formare volumi rilegati più ampi (30).

Come quarto dato, è certo un’indicazione importante a favore della presenza di un copista nello scriptorium se troviamo carte sciolte tratte da un suo manoscritto reimpiegate come figlio di guardia o come controguardie nelle legature malatestiane. Vi sono fogli sciolti da manoscritti copiati da Francesco da Figline (due testi), Giovanni da Epinal, Giovanni da Magonza, Andrea Catrinello, dai copisti gotici del D.XVII.1 (due testi) e del D.XIX.1, e da un copista semi-gotico non identificato. Quando è stato possibile identificarli, si è quasi sempre trattato di testi che i copisti avevano trascritto per Malatesta Novello, ma sempre in un formato diverso (31).

Infine – come già osservato – i due copisti più direttamente collegati allo scriptorium, Francesco da Figline e Giovanni da Epinal, si ritrovano (specialmente il secondo) come correttori del lavoro degli altri, o revisori con aggiunte ai loro codici.

Iacopo della Pergola (32) è il primo copista che appare al lavoro per Malatesta Novello, nella Naturalis Historia di Plinio (S.XI.1), trascritto specificatamente per lui e completato a Rimini l’11 ottobre 1446. Jacopo in seguito firmò la terza decade di Livio (S.XIII.2), il 12 giugno 1448 a Cesena; datò ma non firmò la quarta decade (S.XIII.3) il 5 luglio 1449; firmò il De civitate Dei di Agostino (D.IX.1) il 10 febbraio 1450 a Fano; i Moralia di Gregorio (D.V.6) il 5 novembre 1451 a Bertinoro; il commento di Agostino ai Salmi 77-150 (D.III.2) il 15 settembre 1452; la prima decade di Livio (S.XIII.1) il 16 novembre 1453; le Storie di Giordane e Paolo Diacono (S.XII.5) il 3 gennaio 1454 e il Contra Faustum di Agostino (D.X.1) il 29 luglio 1454. La prima parte (ff. 1-102v) del D.V.3, col commentario di Ambrogio a Luca, venne firmato a Bertinoro ma non datato. Jacopo iniziò poi il De officiis ma interruppe il lavoro nelle righe centrali del f. 114, e il codice venne completato da Giovanni da Magonza. Sembra probabile che Jacopo abbia lasciato incompiuto il manoscritto perché aveva lasciato l’impiego presso il Novello, se davvero era mai stato trattenuto su una regolare base contrattuale nella maniera in cui anche numerosi altri copisti risultano esserlo stati. La decorazione dell’ultimo codice citato è assai simile stilisticamente a quella del D.III.4, datato novembre 1455: se il manoscritto si datasse allora attorno a quello stesso 1455, ciò si accorderebbe al resto dell’attività nota di Jacopo. Infatti, il suo ultimo codice malatestiano datato è del luglio 1454, e uno dei cinque manoscritti a lui attribuibili, il S.XV.2 (il secondo volume della serie delle Vite di Plutarco), termina con le due vite tradotte per lo stesso Malatesta Novello alla fine del 1454, e venne quindi probabilmente copiato o completato all’inizio del ’55 (33). Jacopo copiò poi altri quattro codici per il Novello, non datati né firmati: il D.X.2, contenente l’Enchiridion di Agostino e altri suoi testi; il S.XIV.5, un Orosio, con la decorazione che impiega il medesimo stile usato nel D.III.4 prima ricordato; il S.XV.1 primo volume della serie delle Vite di Plutarco, senza indicazioni utili per una cronologia sicura (34); e il S.XIX.2, con le Orazioni di Cicerone, con un’iniziale affine stilisticamente a quella del S.XIII.1 datato 1453. Nonostante la sua attività per Malatesta Novello tra 1446 e 1455 circa, Jacopo non pare essere stato strettamente collegato allo scriptorium di Cesena. Campana ha suggerito che le sue apparizioni a Rimini e Fano, nel corso del periodo cesenate, possano significare che stesse lavorando anche per altri committenti (come Sigismondo Malatesta) nello stesso tratto di tempo (35); ed è indicativo che non appaia mai in collaborazione attiva con altri copisti cesenati (il D.V.3, come detto, risulta essere un caso particolare). Si conoscono altri tre manoscritti copiati da Jacopo, due sicuramente per differenti committenti, e non copiati durante il periodo durante il quale lavorava per il Novello. Il primo, ora a Venezia, è il ms. Marciano Latino Z 209 (1623), un testo giuridico trascritto a Fano nel 1443 per Pietro Beni, abate di Fonte Avellana; qui la grafia di Jacopo ha un aspetto semi-gotico, forse considerato più appropriato al testo. Il secondo si trova al Victoria & Albert Museum di Londra (ms. 1504-1896); una Storia Naturale di Plinio copiata per Goro Loli Piccolomini, un segretario di papa Pio II, e decorata da due miniatori attivi a Roma durante il pontificato di quest’ultimo: Joachinus (o Gioachino) de Gigantibus e Giuliano Amedei (36). Il terzo è Londra, Wellcome Library, ms. 195, Cicerone, De finibus su carta, con lo spazio per lo stemma lasciato in bianco. Senza dubbio numerosi altri manoscritti copiati da Jacopo attendono ancora un’identificazione (37).

In ordine cronologico, il secondo copista che troviamo al lavoro per Malatesta Novello (e che risulterà di gran lunga il più attivo) è Giovanni Antonio de Spinalo, che Domeniconi identificò col francese Jean d’Epinal (o Giovanni da Epinal, come lo chiamò), che è documentato a Cesena dal 1455 al ’67, l’anno in cui morì. Sposò una ragazza del luogo, divenne cittadino cesenate, e lo sappiamo da un documento godere della protezione del Novello nel 1461 (38). Senza aiuti trascrisse almeno trentuno manoscritti ora alla Malatestiana, più tardi di altri sei (39), ma in almeno tre casi queste "parti" - una è relativamente lunga – sono in realtà sezioni distinte rilegate assieme ad altri brevi testi trascritti da differenti copisti (40). Esistono numerosi altri manoscritti non sicuramente suoi (la mano di Giovanni è tanto variata, e pare così influenzabile che ci si possono aspettare ulteriori variazioni): tre di questi gli furono riferiti da Domeniconi (41), mentre chi scrive ne propone altri due, con maggiore o minore verosimiglianza (42). Ventinove codici sono firmati (per otto si precisa che vennero eseguiti per Malatesta Novello) (43), ma solo quattro sono datati: il D.XXI.6, col commento di Agostino ai Salmi 1-49, terminato il 10 settembre 1451; il D.IX.3, contenente opere varie di Agostino, del gennaio ’53; il S.XV.3, con la Historia scholastica di Pietro Comestor, del 1453; il D.III.4, con opere varie di Agostino, del novembre 1455. Per altri si può risalire a una datazione; il D.III.3, col commentario di Agostino a Giovanni, è stato identificato col manoscritto decorato da Taddeo Crivelli per Malatesta Novello nel 1452 (44); il S.XXIV.3 (Teofrasto, De plantis) data con ogni probabilità all’estate del 1457 quando il Novello aveva preso a prestito la copia esemplare da Giovanni di Cosimo de’ Medici (45); e il D.XXI.7, la seconda parte del commento ai Salmi di Agostino, è da riferire al 1451-52 (46).

E’ possibile che l’attività di Giovanni per la nuova biblioteca abbia avuto inizio prima del 1451 (47), forse nel 1450, quando Malatesta Novello iniziò a palesare un interesse attivo nella nuova biblioteca dei francescani; e che abbia poi continuato il suo lavoro almeno sino alla morte del Novello nel novembre 1465. Se si contano le carte scritte dei manoscritti sicuramente suoi, si arriva a circa 8070. Se Giovanni avesse lavorato continuativamente dal 1450 al ’65, tranne che nelle domeniche e nei giorni festivi, avrebbe raggiunto una media di poco più di due fogli al giorno, che è appena sotto la norma testimoniataci per i copisti francesi tra dodicesimo e quindicesimo secolo (48). In effetti, copiare manoscritti in grafia umanistica doveva essere forse più veloce che farlo in grafia gotica universitaria, ma un gran numero di codici copiati da Giovanni sono volumi grandi a due colonne assai dense (49). Nel 1457, fra Francesco da Figline trascrisse venti carte del S.XXV.5 in soli cinque giorni (una media di quattro carte al giorno), ma il formato di questo codice è più ridotto rispetto a quello di qualsiasi manoscritto copiato da Giovanni, e presenta solo trenta linee a piena pagina.

Domeniconi distinsi tre "stili" di scrittura nei codici di Giovanni, che chiamò A, B e C (50), ma riscontrò che questi stili non aiutano a datare i manoscritti, dato che egli spesso passò da un all’altro anche nello stesso codice. Fondamentalmente, i tre stili rappresentano tre gradi di livello formale. Lo stile A, di gran lunga il più usato, è il più ordinario e corrente, e sembra essere stato quello con cui Giovanni si trovava più a suo agio, dato che tendeva a ritornarvici da uno degli altri due. Un esempio è nel D.XI.3, probabilmente uno dei suoi primi codici. Si notino qui non solo le tipiche "a" e "g", ma anche l’explicit in piccole capitali rosse. Explicit e incipit di questo tipo in piccole capitali rosse sono una caratteristica dei primi manoscritti di Giovanni, fino a circa il 1453, e sembrano essere stati imitati da quelli abitualmente impiegati da Giovanni da Magonza, quali quelli nel S.XXIX.25 e nel D.XI.5 (51). Più avanti le maiuscole di Giovanni nelle intestazioni e nei titoli tendono a essere esageratamente ampie. Lo stile B è più preciso e controllato; un suo esempio si può vedere nel D.III.5, probabilmente di datazione tarda; la "g" è ancora caratteristica. Lo stile C è un tentativo di stile formale e, come suggerisce Domeniconi, pare essersi modellato sulla mano di Jacopo della Pergola. Questo stile appare molto raramente e quasi mai per più di poche carte ogni volta. Un esempio è nel D.VI.1, databile verso il 1457.

Posso proporre queste datazioni con qualche sicurezza, dal momento che ho potuto riscontrare un elemento, diverso dalla grafia e dalla decorazione, che può aiutare a collocare cronologicamente – con qualche approssimazione – i manoscritti di Giovanni: il modo in cui scrive e decora le parole di richiamo. Questa osservazione è basata sull’aspetto dei quattro manoscritti datati del 1451, ’53 e ’55 e sui due databili del ’52 (o poco prima) e ’57. Nei suoi primi codici Giovanni usa parole di richiamo orizzontali, collocate al centro del margine inferiore dell’ultimo foglio di ogni fascicolo, e circondate da un pattern decorativo a puntini e svolazzi che gradualmente cambia, mentre la parola di richiamo si sposta a destra. Attorno al periodo tra gennaio 1453 e novembre 1455, Giovanni inizia a impiegare parole di richiamo verticali, scritte dall’alto verso il basso lungo la linea interna che delimita il testo, e ancora accompagnate da un motivo di linee e puntini, marcatamente differente nel corso degli anni (52). Questo è il motivo per cui penso che il D.XI.2 sia uno dei primi codici di Giovanni, mentre il D.XII.4 dovrebbe datarsi al 1451-52, e che mi induce a ipotizzare, ad esempio, che l’Agostino del D.IX.5 si collochi attorno al ’55, mentre il D.XII.2, assieme a numerosi altri codici, potrebbe porsi verso il ’57. Come ho già osservato, sembra che Giovanni abbia corretto alcuni manoscritti, di differente datazione, tra cui il D.VI.3 e il S.XIX.5, entrambi del 1460: dovette essere quindi attivo nello scriptorium almeno sino a questa data. Scrisse anche un indice dei testi contenuti nel S.III.1 (un Durandus duecentesco), una tabula all’inizio del S.XVI.4 (l’Aulo Gellio guariniano), e intestazioni in alcuni altri codici (ad esempio, nel S.VI.2); e abbiamo pagine sciolte reimpiegate provenienti da una copia di sua mano di un commentario ai Salmi non identificato (53).

L’altro personaggio che gravitò più o meno permanentemente attorno allo staff dello scriptorium cesenate sembra essere stato Francesco da Figline. Come Giovanni, è documentato a Cesena, e non solo dai suoi manoscritti. Vestì l’abito francescano, e fu frate di San Francesco di Cesena dal 1439 al ’72 (54). Come abbiamo già visto, fu cappellano di Malatesta Novello almeno dal ’50, e bibliotecario della nuova raccolta almeno dal ’61 (ma probabilmente da prima). Non solo era a fianco di Ser Giovanni da Epinal nello scriptorium, ma venne anche nominato esecutore del testamento di quest’ultimo nel 1467 (55). Lo troviamo, come Giovanni, correttore dei manoscritti malatestiani, seppur non così frequentemente: la sua mano si ritrova ad esempio nel Livio del 1448 (S.XIII.2). Trascrisse cinque manoscritti completi (quattro dei quali firmati) (56): la Cronaca di Eusebio/Girolamo nel 1452 (S.XI.4, parte seconda); parte della serie dei commentari di Niccolò da Lira al Vecchio Testamento, nel 1456 (D.VI,4); nel 1457 un codice contenente Manilio e Quinto Sereno (S.XXV.5, terminato a febbraio), e la Storia ecclesiastica di Eusebio (S.XI.4, parte prima); infine, un Cesare senza firma né data (S.XIV.3). Copiò anche parti di numerosi altri codici: D.IV.3, ff. 1-123v (terminato da Giovanni da Epinal); D.VI.5, ff. 1-238v (gran parte del codice; venne completato dal copista gotico del D.XVII.1); D.XIII.2, ff. 77-77v (apparentemente integrazione di uno spazio lasciato bianco da copisti precedenti); D.XI.5, ff. 43v-138 (preceduto da Giovanni da Magonza e "Francesco de Tianis"; S.XVI.5, ff. 159v-196 (questi ultimi due testi in un’elegante grafia corsiva); e S.XXII.5, ff. 127 linea 24-129v. Vi sono anche fogli sciolti di reimpiego, da copie del commentario di Ambrogio al Salmo 118 e di quello di Niccolò da Lira sul Primo Libro delle Cronache.

Il S.XXII.5 è il più interessante. Si tratta del manoscritto col trattato di Donato su Terenzio, un testo notoriamente scorretto, presumibilmente il codice bisognoso di correzioni cui si riferiva il Novello nella sua lettera del 23 agosto 1457 a Giovanni di Cosimo de’ Medici (57). Il Malatesta riferiva di avere chiesto a Giovanni Aurispa di mandargli una copia del suo testo, così da poter fare emendare il proprio. Il copista principale del S.XXII.5 risulta essere attivo soprattutto a Ferrara (58), e la sua mano non appare in alcun altro manoscritto malatestiano, tanto che si potrebbe pensare che questo codice sia stato trascritto nella città estense, sebbene sia decorato secondo uno stile che si ritrova in numerosi altri codici cesenati, opera del cosiddetto "Maestro della farfalla"(59). La copia esemplare presentava di certo una lacuna usualmente riscontrabile (da Hec. 3.5.8. alla fine del Phormio), e il copista le riservò uno spazio di due carte e mezza alla fine di un fascicolo. Malatesta Novello deve avere successivamente ottenuto il testo che colmava questa lacuna, o dall’Aurispa o da un’altra fonte; lo spazio lasciato bianco dal copista per il testo mancante non era però neppure lontanamente sufficiente. Francesco da Figline, che corresse con acribia anche tutto il resto del testo del codice, riempì le carte bianche (ff. 127 linea 24-129v), e chiese poi a un terzo copista, l’anonimo da identificare forse con Francesco de Tianis, di trascrivere gli altri undici fogli che il testo richiedeva (60). Così, Francesco da Figline, qui come altrove, sembra avere esercitato il ruolo di bibliotecario nel senso più ampio di supervisore, o di capo dello scriptorium (61).

La mano del copista che potrebbe essere Francesco de Tianis di Pistoia – al lavoro nella prima parte della sua carriera anche a Firenze, e poi a Roma, specie per il cardinale pistoiese Niccolò Forteguerri – appare in altri due manoscritti malatestiani (62). Nel 1455 o poco più tardi copiò l’intero S.XVII.2, contenente Pomponio Mela, la Germania di Tacito e la Cosmographia di Tolomeo. Trascrisse anche una breve parte del D.XI.5, con testi di Ambrogio, dove subentrò a Giovanni da Magonza e fu seguito da Francesco da Figline. Sembra essere stato uno dei copisti itineranti che si fermò per breve tempo a Cesena, presumibilmente attorno al ’57, prima di spostarsi altrove.

L’ultimo dei copisti che usarono la grafia umanistica che vanta un collegamento specifico con Malatesta Novello è Andrea Catrinello di Genova (63). Anch’egli pare essersi trattenuto poco a Cesena. E condivide con Giovanni da Epinal e Francesco da Figline una caratteristica: non ci è noto di lui alcun manoscritto che sia stato sicuramente copiato fuori da Cesena (63a), sebbene sia difficile credere che la sua carriera si limiti a uno o forse due anni nella città malatestiana; forse, con l’aiuto delle illustrazioni qui riprodotte, la sua mano sarà identificata in altri codici. Andrea firmò due manoscritti specificamente per il Novello, entrambi nel 1465: il S.XIII.4, Strabone nella traduzione di Guarino, completato a Cesena il primo luglio (64), e il S.XVIII.5, con le due opere ciceroniane De inventione e Retorica ad Herennium, terminato il 20 novembre: come lui stesso precisò, il giorno della morte del suo committente. La sua mano è identificabile in due altri manoscritti, verosimilmente copiati qualche tempo prima. Il primo è il S.XII.3, che contiene Silio Italico e Valerio Flacco. Venne probabilmente trascritto dopo il gennaio 1464, quando Malatesta Novello aveva scritto a Cosimo de’ Medici chiedendo di poter avere in prestito il manoscritto di Silio appartenuto a Piero de’ Medici (65). Il codice malatestiano, tuttavia, non è una copia del Silio di Piero, ma è più strettamente imparentato al ms. 314 (0) del Queen’s College di Oxford, che proviene da John Tiptoft e venne probabilmente trascritto per quest’ultimo a Padova verso il 1460 (66). Sia nel codice di Oxford che in quello cesenate Silio viene seguito da quella rara (e incompleta) versione di Valerio Flacco che venne scoperta da Poggio e i suoi amici a San Gallo nel 1416, e che perse poi il suo interesse per quasi tutti gli studiosi e i collezionisti dopo il rinvenimento di un manoscritto con la relativa versione completa verso il 1429 (67). Il secondo codice, S.XX.4, contiene Lucrezio e Le opere e i giorni di Esiodo nella versione latina del romano Niccolò Della Valle, dedicata a papa Pio II (1458-64). Per quanto concerne Lucrezio, il codice possiede una lezione (o forse due) che concorda, contro tutti gli altri manoscritti quattrocenteschi che ci sono noti, con il Codex Oblongus (Leida, ms. Vossiano Lat. Q 94) del nono secolo (68). Di Andrea possediamo anche due carte sciolte reimpiegate come fogli di guardia del D.XX.5. Vengono da una versione latina di Strabone, e quella che ho potuto controllare contiene una parte del libro XIV non nella traduzione di Guarino, ma in quella di Gregorio Tifernate, che tradusse i libri XI-XVII a Roma dopo la morte di papa Niccolò V (al quale Guarino aveva dedicato la sua versione dei libri I-X), apparentemente senza sapere che Guarino, in seguito, aveva già completato la propria (69). Queste carte venivano forse da una copia ibrida contenente la prima parte tradotta da Guarino e la seconda tradotta da Gregorio (70), che venne poi successivamente rimpiazzata dal testo guariniano completo, copiato anche quello dallo stesso Andrea? Deve comunque essersi trattato di una copia completa (o per lo meno di una copia a sé stante), non di un riuso della sola prima parte, dal momento che il numero di righe di scrittura, 44, è differente dalle 47 del S.XIII.4.

Il copista "itinerante" più precoce ad apparire a Cesena, e quello che di certo rimase per il periodo più lungo, è Giovanni da Magonza, o "de Maguncia". Nessuno dei codici che sembrano essere stati da lui copiati a Cesena sono firmati, ma la grafia di quelli che paiono essere i primi come datazione è chiaramente la stessa dei suoi manoscritti firmati, tutti databili – sembra – prima del suo soggiorno cesenate. Ritengo che Giovanni provenisse da Mainz (Magonza) in Germania, piuttosto che da Monza, come talora è stato ipotizzato (71). Il suo primo manoscritto firmato, un Servio trascritto su carta nel 1430, non ha decorazione ma la filigrana ci suggerisce che sia stato copiato nell’Italia nord-orientale. Verso il 1440 fu probabilmente a Firenze, dove trascrisse un codice di dedica per Poggio Bracciolini. Nel settembre 1443 è possibile che si trovasse a Milano o Piacenza, quando copiò l’Ordinario di Santa Maria di Chiaravalle; anche se le iniziali di questo manoscritto, dal punto di vista stilistico, non paiono lombarde. Nel 1448 Giovanni sembra aver sostato a Bologna, e qui copiò almeno tre codici, includo il famoso Aulo Gellio dell’Ambrosiana. Attorno al 1449 stava lavorando a Ferrara, dal momento che compare nei libri dei conti della corte estense, menzionato in quanto copista di un Livio, "scripta per mano de Zohane Magontino" per Leonello d’Este, per la decorazione del quale il miniatore Marco dell’Avogaro venne pagato nel settembre 1450. Il codice, firmato "Johannes Maguntinus" nel 1449, è identificabile; contiene la terza Decade di Livio, e comparve alla vendita della collezione Chester Beatty avvenuta a Londra nel 1968; ora si trova in collezione privata. Nel gennaio 1452 quattro ducati furono pagati "Johanni de Maguntia scriptori… pro residuo mercedis sue" per uno Svetonio scritto per Borso d’Este, che era succeduto a Leonello come Duca di Ferrara dopo la morte di quest’ultimo, il primo ottobre 1450; il codice è ora in Inghilterra, a Blicking Hall, presso Norwich. Non è firmato, ma la mano di Giovanni è chiaramente riconoscibile, e su di un bordo si conservano gli emblemi estensi; in questo manoscritto, così come in altri da lui firmati, Giovanni spesso scrive intestazioni ed explicit in piccole lettere capitali rosse. Giovanni da Epinal usava capitali decisamente simili già in un codice che firmò nel settembre 1451; se, come ho ipotizzato, egli venne influenzato in questo dai manoscritti copiati da Giovanni da Magonza che aveva potuto vedere (72), allora è probabile che quest’ultimo si fosse già trasferito a lavorare a Cesena attorno alla prima metà del 1451, prima che gli venisse accreditato nei libri contabili il suo ultimo pagamento estense.

L’alternativa, è ovvio, sarebbe quella di ipotizzare che Giovanni da Magonza lavorasse per Malatesta Novello da Ferrara. Molti fattori, tuttavia, suggeriscono che sia possibile, e anzi probabile, che egli appartenesse almeno per un certo tempo allo scriptorium cesenate: la sua precedente inclinazione di muoversi in cerca di lavoro da un posto all’altro, assai evidente; l’amplissimo numero di suoi lavori per il Novello, e la sua collaborazione riscontrabile con altri copisti che lavorarono senza dubbio alcuno a Cesena. Trascrisse quindici codici malatestiani completi, e parti di altri sei, almeno tre dei quali sono in realtà veri e propri singoli brevi manoscritti. Completò il D.V.3 (opere di Ambrogio) iniziato da Jacopo della Pergola e abbandonato non finito a metà del f. 114; e iniziò il D.XI.5 (un altro Ambrogio), continuato poi dal copista identificabile forse con Francesco de Tianis e da Francesco da Figline. Fu poi in un certo senso il continuatore di Jacopo della Pergola quando trascrisse il S.XVII.3, il terzo volume della serie delle Vite plutarchee. Si nota poi un certo numero di carte sciolte da una sua copia del commentario di Girolamo sull’Ecclesiaste, impiegate come controguardie o come fogli di guardia in ben nove rilegature malatestiane (73). Il codice era scritto su due colonne di 47 righe. Il D.XX.5 contiene alle ff. 49-135 una copia di questo stesso testo scritta proprio da Giovanni, ma è su due colonne di 40 righe, e quindi i fogli sciolti devono provenire da una copia differente, forse rifiutata perché il formato era troppo ampio. Giovanni ci risulta avere lavorato a Cesena per un lungo periodo, da circa il 1451 fino ad almeno il 1460 (il S.XIX.5 è infatti datato 1460), e forse fino alla morte del Novello nel 1465, a giudicare dall’aspetto tardo della decorazione di alcuni suoi codici (74), e dal S.XXVII.1, ff. 1-209v, che contiene l’Almagesto di Tolomeo nella traduzione latina di Giorgio da Trebisonda, che venne lasciato senza alcuna decorazione. Durante tutto questo periodo la sua mano si sviluppa e in certo qual modo si muta, soprattutto nel trattamento dell’occhiello della "g" minuscola che, spesso lasciato aperto, è esageratamente grande e piuttosto schiacciato nei primi codici, ma acquisisce proporzioni più modeste nei manoscritti più tardi.

A questo punto è opportuno esaminare un copista anonimo che presenta strette connessioni con l’ambito ferrarese. Chi scrive lo definisce il "Copista di Tacito" per ragioni che risulteranno chiare. Trascrisse nove manoscritti per Malatesta Novello, e nessuno di questi in collaborazione con altri copisti: molti sono copie di testi classici. Ne conosco altri sei di sua mano, che risultano tutti scritti a Ferrara (75); di questi, due sono annotati dallo studioso ferrarese Ludovico Carbone (e vennero probabilmente trascritti per lui), e uno, il ms. Ambrosiano H 46 sup. conservate a Milano che contiene Properzio, Tibullo e Catullo, divide lectiones errate col testo di Properzio del ms. Harley 2278 della British Library di Londra, un manoscritto ferrarese con le armi degli Strozzi di Ferrara (76).

Altri tre, e il malatestiano S.XIII.5, contengono gli Annali di Tacito, libri XI-XVI, e le Storie del medesimo autore latino, e derivano tutti dal ms. Vaticano Lat. 1958, copiato da Giovanandrea de’ Bussi a Genova, probabilmente nel 1449 (77). Una copia del manoscritto del Bussi, ora perduta, ma forse compiuta nel 1452, sembra fosse stata portata a Ferrara. Là venne copiata nel ms. Gud. Lat. 118 di Wolfenbüttel, comprato in quella città nel 1461 da Piercandido Decembrio; nel ms. 8401 di Madrid, forse trascritto nel 1462; nel ms. Harley 2764 della British Library, probabilmente il più antico dei quattro del nostro gruppo; e in un altro codice perduto da cui discendono (direttamente o indirettamente) gli altri tre della serie qui esaminata. Il testo del manoscritto di Bussi può essere rintracciato tra tutti gli altri anche per il caratteristico apparato di note di cui venne fornito. Una di queste note, a Hist. 3, 34, si riferisce alla fondazione di Cremona "Cremona condita est anni abhinc MDCCXl quo etiam tempore Ariminum et Beneventum edificantur. Hodie autem ab ortu creatoris sunt anni MCCCCXLVIII"(78). Questa nota ricompare in molti altri codici dipendenti da quello di Bussi (tra cui tutti quelli del nostro gruppo), ma con la data mutata. Nei mss. Harley 2764, S.XIII.5, e Palatino 861 (a Parma) compare il 1452, in quello 109 del Jesus College di Oxford il 1458, e in quello 8401 di Madrid (copiato però da un diverso copista) il 1462. Tra quelli del nostro gruppo, il ms. Harley 2764 è quello più vicino all’archetipo, ma a giudicare dalla sua grafia, anche questo codice non può essere stato trascritto nel 1452; ed è ancor meno probabile che in questo stesso 1452 siano stati copiati i manoscritti a Cesena e Parma: nella grafia e nella decorazione entrambi paiono assai simili ai codici della metà degli anni ’50. Il ms. oxoniense 109, con la data 1458, è una copia diretta di quello parmense, e può offrire quindi un terminus ante quem per quest’ultimo.

La mano del "Copista di Tacito" è facilmente identificabile per le sue maiuscole distinguibili e definite in modo libero, e per la sua inclinazione a usare come lettere minuscole piccole "s" maiuscole modificate nel modulo. Spesso impiega questo schema, in combinazione con una "s" lunga, in corpo di parola. E anche questa "s" lunga è particolare: alta, con una curva marcata e ampia nella parte superiore. Una serie di codici cesenati trascritti da questo copista – il D.XIV.2, un Lattanzio; il D.XVIII.2-3 e il S.XIX.1, tutti con opere ciceroniane – paiono sensibilmente più precoci degli altri suoi lavori: la scrittura è poco rigida e verticaleggiante, il segno di abbreviazione per "et" ("&") è ampio, e si colloca su una coda piatta parallela alla linea di scrittura. La decorazione di questi manoscritti è pure stilisticamente precoce, del tipo "bolognese": il D.XIV.2, specialmente, è vicino ai manoscritti datati 1450, ’51 e ’52, mentre la decorazione del S.XIX.1 è siglata "F.Z.F.", come nel S.XI.2, del 1452. Questo gruppo di codici si può dunque datare al principio degli anni ’50. Altri tre codici cesenati del copista, tutti decorati nello stile "a farfalla", datano invece probabilmente a qualche tempo dopo: la scrittura del S.XXIV.2, con opere di Columella ed altri, è ancora abbastanza rigida, ma nel S.XIII.5, un codice di Sallustio e Tacito, con l’annotazione "1452" e nel S.XXXV.3, un Vitruvio, la mano è più svolta (il segno "et" si colloca ora su una coda non appiattita, e ricurva), e vicina ai codici non cesenati. Tutti i manoscritti sinora citati, incluso quello Harley 2764, presentano rigatura a secco operata con la tavola cordata, in varie maniere: sui lati del pelo, sui verso, o dal centro del fascicolo aperto. L’ultimo gruppo cesenate comprende il S.XXII.4, un commentario di Donato a Virgilio, e il S.XXV.1, un commentario dello pseudo-Acrone a Orazio. Qui la decorazione pare più tarda (1460?) e la scrittura tende ora ad essere corrente – nel S.XXV.1, in effetti, finisce per palesarsi quasi corsiva – mentre il segno "et" viene quasi appiattito, e siede sulla riga. La maggior parte dei manoscritti non cesenati sembra appartenere a quest’ultimo gruppo (il ms. Jesus 109 è annotato 1458). Tutti hanno le linee orizzontali preparate a inchiostro per il testo, con singole linee verticali di delimitazione che incorniciano il testo tracciate a piombo o a secco. In tre di questi manoscritti ho potuto osservare singoli fori per la rigatura a inchiostro: nel S.XXII.4 e nell’Add. ms. 16621 della British Library il foro è nel margine esterno subito sotto al livello dell’ultima linea tracciata in basso. Nel ms. Rawl. G.63, alla Bodleian Library di Oxford, annotato da Ludovico Carbone, è all’inizio nel margine interno, subito sotto al livello dell’ultima linea tracciata in basso, poi si sposta al margine esterno, sopra al livello della prima linea tracciata in alto. Dove ho potuto controllare, ho riscontrato che il copista scrive sempre sulla prima linea tracciata in alto. Impiega sempre parole di richiamo verticali, scritte verso il basso, lungo la linea tracciata (79).

Questo copista, quando lavorava per Malatesta Novello, si trovava a Cesena o a Ferrara? Credo fosse a Ferrara. Non ci sono tracce di una sua collaborazione coi copisti presenti stabilmente a Cesena, e sembra avere copiato numerosi manoscritti nella città estense, durante il periodo – negli anni ’50, probabilmente – in cui operava per il Novello.

Si possono menzionare tre altri copisti umanisti "identificati". Due, Jacopo Macario e Pietro de Traiecto, sono meglio conosciuti per i loro lavori fuori Cesena, mentre "M.B." compare solo qui, in un manoscritto di andamento abbastanza variabile, il D.XIII.3, con opere di Cassiodoro. La mano cambia infatti molto da f. 98v, ma un esame più ravvicinato suggerisce che il codice sia comunque opera di un solo copista. A giudicare dalla decorazione il manoscritto fu uno dei più tardi tra quelli eseguiti per il Novello, forse verso il 1460 o poco oltre. Il copista non può essere identificato con quello che si sigla "M.B." o "M.D.B." in alcuni codici fiorentini del periodo; la sua mano è decisamente differente (80).

Jacopo di Francesco Macario (o Machario o de Machariis) veneto, che qualche volta si sigla pure "IA.MA", "Macharius" o semplicemente "Mac" (81), trascrisse due codici per il Novello: il D.III.1, un Pentateuco, firmato "Ia. Macharius uenetus", e il D.XI.4, coi Sermoni di Ambrogio, non firmato. Entrambi sono decorati dal "Maestro della Farfalla" con la sua solita combinazione di bordi a bianchi girari e iniziali a nodi (e il D.III.1 presenta in effetti una farfalla in uno dei bordi), e hanno le armi di Malatesta Novello collocate nel mezzo della sigla "M.N." in oro. I manoscritti datano circa alla metà degli anni ’50. Jacopo, o Jacobus, era un copista davvero itinerante. Il suo nome ci dice che veniva da Venezia, ma il suo primo codice datato, il Vaticano Lat. 348, con le Lettere di Girolamo, fu trascritto a Firenze, nel 1449, per un membro della famiglia Benci. A questo codice può essere accostato un ulteriore gruppo di manoscritti non firmati con una decorazione fiorentina, in genere attribuibile all’elegante Giovanni Varnucci, che include un Livio ora all’Escurial (due volumi del quale presentano le armi dei Benci), un bel Cesare della collezione Philipps e, strano a dirsi, un altro codice cesenate, il ms. Piana 3.152, che reca le armi del cardinale Domenico Capranica (1449-1458). Jacopo era forse ancora a Firenze nei primi anni ’50, quando copiò gli Scriptores rei rusticae per il cardinale Bessarione, dato che questo codice – il ms. Marciano Lat. Z.462 (1763) – sembra pure avere una decorazione fiorentina (anche se non del Varnucci) (82). La scrittura di quest’ultimo codice è più sviluppata, e stilisticamente affine a quella dei due manoscritti malatestiani. Altri testi trascritti da Jacopo con questo andamento stilistico, e probabilmente databili agli anni ’50, sono: un codice non firmato con opere di Petrarca (Oxford, Bodleian Library, Add. ms. A 15), con una decorazione tipo ferrarese simile a quella dei codici cesenati; un Lattanzio (Parigi, Bibliothèque Nazionale, ms. Lat. 1673), che potrebbe essere stato trascritto a Verona; e un piccolo manoscritto con il Liber Augustalis di Benvenuto de’ Rambaldi e opere di Curzio Rufo, siglato "Mac" e venduto a Londra presso Sotheby’s nel luglio 1973, copiato anch’esso con tutta probabilità nell’Italia nordorientale. Tutti i manoscritti di questo gruppo che ho potuto controllare direttamente, incluso quello per Bessarione, hanno la rigatura a inchiostro, con le linee verticali di incorniciatura generalmente a secco e tracciate con punta rigida. Attorno, al 1461, dopo un periodo di apparente vagabondaggio durante gli anni ’50 (almeno tra Firenze, Cesena, Ferrara, Verona, e fors’anche Bologna – non necessariamente in quest’ordine), Jacopo si trova a Siena, dove pare essersi fermato per un certo tempo. Qui trascrisse e firmò almeno sei codici (un Terenzio, un Silio Italico, un Petrarca, una copia delle lettere di Plinio, una delle storie di Caterina da Siena, ed un manoscritto con opere di Persio e Giovenale), due dei quali sono datati 1461 e due 1463 (83). Rimangono altri due codici firmati; appaiono seriori: furono di certo copiati dopo il gruppo senese, entrambi probabilmente a Venezia. Di certo lo fu il ms. B 15 inf. della Ambrosiana di Milano. Porta infatti le armi della famiglia veneziana Grifi, che tuttavia risultano essere aggiunte assieme alla decorazione, collocabile stilisticamente a Milano. Il ms. Ottoboniano Lat. 928 della Vaticana, con opere di Rabbi Samuel, fu copiato per un veneziano, Ambrogio di Niccolò Contarini, che Jacopo definisce suo "dominus". Parrebbe così che, alla fine della sua carriera, il copista ritorni nella sua città natale. Ma lavorò effettivamente a Cesena per un certo tratto di tempo? Data la natura itinerante della prima parte della sua vita, mi sembra assai probabile che effettivamente vi soggiornasse, probabilmente solo per pochi mesi, quando trascrisse i due codici malatestiani che ci sono noti.

La mano di un altro copista itinerante, Pietro de Traiecto, appare in un unico codice malatestiano, verosimilmente tardo. La tipologia del suo contributo operativo suggerisce che abbia lavorato a Cesena, ma che si sia trattenuto in città solo per breve tempo. Copiò la prima parte del S.XVI.5, Scriptorum illustrium latinae linguae libri di Sicco Polenton (84). Il codice venne completato da Francesco da Figline. La decorazione del S.XVI.5 sembra tarda, e può facilmente datarsi ai primi anni ’60. Pietro veniva evidentemente da Utrecht. Potrebbe avere appreso la scrittura umanistica a Rimini, dato che collaborò a una copia del De re militari del riminese Roberto Valturio (Parigi, Bibliothèque Nazionale, ms. Lat. 7237), assieme a Sigismundus Nicolai Alamanii, un copista – anch’esso di Rimini – che lavorò per Valturio e pare essersi specializzato in questo testo. L’influenza di Sigismundus si può notare in modo marcato nei manoscritti di Pietro; ad esempio, ne imita la soluzione di continuare le parole che altrimenti si sarebbero interrotte alla fine di una carta, scrivendole verticalmente verso il basso. Sigismundus fu attivo a Rimini almeno dal 1462 al ’70 (85), e il codice parigino reca le armi del re di Francia Luigi XI e quelle del cardinale Jean Jouffroy, il che significa che non può datarsi a prima del 1461, quando Luigi salì al trono. E’ probabile che sia stato commissionato o acquistato da Jouffroy subito dopo questa data, come regalo per il nuovo sovrano. La decorazione fu aggiunta a Roma. Da Rimini Pietro poteva certo effettuare una breve visita a Cesena in un periodo indefinito tra il 1462 e il ’65. Un altro manoscritto che trascrisse, n. 795 della Biblioteca Universitaria di Bologna, che appartenne allo studioso bolognese Giovanni Garzoni (1409-1505), suggerisce che Pietro potrebbe aver visitato anche questa città (86). Nel 1468 era a Firenze, al lavoro per il cartolaio Zanobi di Maiano; nel luglio del ’70 firmò un codice "in arce Arquati": quest’ultimo reca iniziali a girari nello stile dell’Italia nordorientale. Infine, dal 1471 a poco dopo il 1474 lavorò a Firenze per Vespasiano da Bisticci, trascrivendo manoscritti per Federico da Montefeltro, prima conte, poi duca di Urbino (87). Ad altri codici firmati da Pietro non può essere assegnata con certezza una localizzazione, dal momento che non recano né decorazione né attestazioni di provenienza originaria.

Un altro copista umanistico deve essere ricordato separatamente. Non è stato possibile identificarlo per nome, ma la sua mano appare in due codici malatestiani. Copiò i ff. 1-220 del S.XXVI.1, che contengono il De arithmetica, il De musica e il commento all’Isagoge di Porfirio di Boezio, e testi sulla musica di altri autori (88), e la gran parte del D.XIII.2, con opere di Bonaventura e Isidoro. Questo copista scrive con un andamento ampio, abbastanza disarticolato e angoloso, con lettere marcatamente separate. Altre grafie umanistiche che lasciano particolarmente perplessi, a parte quelle che sono tentativamente state attribuite a Giovanni di Epinal e Giovanni da Magonza (89), sono quelle del D.XX.5, ff. 19-45 (commento dello pseudo-Girolamo alle Lamentazioni), e del D.XI.6, un Agostino (entrambi i codici con una strana decorazione alla bolognese), tutte e due abbastanza familiari a chi scrive, ma finora impossibili da identificare (90). Senza dubbio alcuni di questi manoscritti si riveleranno in futuro appartenere a uno dei gruppi qui già discussi.

Quando passiamo ai copisti che, lavorando per Malatesta Novello, impiegarono una grafia gotica, troviamo meno mani, meno nomi (due soli) e meno prove di una collaborazione. Mentre abbiamo già notato che alcuni testi scolastici furono copiati in grafia umanistica, virtualmente tutti i manoscritti copiati in grafia gotica sono testi scolastici o di tipo affine, le uniche eccezioni essendo costituite dalle opere del filosofo averroista Gaetano da Thiene (1387-1465), nel S.IX.5 (91), e da due brevi testi classici o pseudo-classici: l’Achilleide di Stazio nel S.XVIII.5, ff. 181-194v e il commentario dello pseudo Cornuto a Persio nel S.XXV.1, ff. 148-178. Gli ultimi due citati sono forse scritti dalla stessa mano, ma questa ipotesi non è affatto certa (92). La maggioranza dei testi copiati in scrittura gotica sono decorati secondo il medesimo stile umanistico a girari che troviamo negli altri codici malatestiani; solo un piccolo gruppo presenta una decorazione gotica ad acanto o nello stile che impiega intrecci floreali, e nella maggior parte di questi casi la decorazione appare tarda, probabilmente degli ultimi anni ’50 o dell’inizio degli anni ’60. Tre codici sono datati.

Uno, il D.VI.3, contiene il Commentario ai Salmi di Niccolò da Lira, e si palesa come l’ultimo, in ordine cronologico, di una serie di commentari dell’autore sul Vecchio Testamento. Gli altri manoscritti della serie, copiati da mani che usano sia la grafia gotica che quella umanistica (93), hanno tutti bordi a girari, e due sono opera del "Maestro della Farfalla", che combina la decorazione a girari con iniziali a nodi. Il D.VI.3 presenta invece un’iniziale gotica ad acanto, e venne completato dal copista Thomas Blawart di Utrecht il 4 agosto 1460. Nel suo colophon elogia Malatesta Novello, che aveva commissionato il codice, e che "al contempo ha fatto eseguire quasi tutti gli altri volumi conservati in questo luogo"(94). Ciò sembrerebbe significare che il copista stava lavorando presso gli stessi francescani. Il codice ha 117 carte, e Thomas iniziò a lavorarvi (dal f. 3) il 2 gennaio, cosa che non palesa certo un’operatività rapida, e suggerisce che la copiatura di manoscritti non fosse la sua occupazione a tempo pieno. Era forse uno dei frati di San Francesco? La conclusione del suo colophon, che implora il lettore di pregare per la sua anima, è di certo assai pio, ma la sua mano non sembra apparire in alcun altro codice cesenate.

Il secondo manoscritto datato copiato in grafia gotica, il D.XVII.1, che contiene la terza parte dei Quodlibeta di Enrico da Gand, presenta la mano di un copista anonimo che trascrisse per il Novello non meno di altri dieci manoscritti (o parti di manoscritti) attualmente rintracciabili (95). Completò il codice "quasi hora vesperarum in arce Berthonorii" il 3 giugno 1462. Bertinoro era territorio malatestiano, e là Jacopo della Pergola aveva in precedenza firmato due dei suoi manoscritti (96); può essere che questo copista vi si sia trasferito assieme alla corte. Quasi tutti i suoi codici paiono, a un confronto comparativo, tardi, e il Centiloquium di Tolomeo che trascrisse nel S.XXVII.1 (ff. 210-231) venne lasciato senza decorazione, probabilmente perché la morte del Novello nel 1465 si verificò quando non era ancora stato completato. Comunque, il D.XVI.5 – il primo della serie di tre volumi di Enrico di Gand, da lui trascritta – ha una decorazione nello stile "a farfalla", e data probabilmente agli anni ’50. Il copista completò anche due volumi dei commentari biblici di Niccolò da Lira iniziata in grafia umanistica da Francesco da Figline e Giovanni da Magonza (97), e in un’occasione potrebbe essere stato inviato fuori Cesena per reperire il suo antigrafo. Il S.IX.5, la copia da lui trascritta delle opere di Gaetano da Thiene (in questo periodo ancora vivo e attivo allo Studio di Padova) (98) presenta una prima carta con la decorazione a intrecci floreali di stampo gotico, e il ritratto dell’autore che compare nell’iniziale è in uno stile affatto diverso da tutti gli altri codici malatestiani, che richiama quello di Cristoforo Cortese, che lavorò per molti anni a Venezia (99). Cortese era certo morto da lungo tempo quando questo codice venne realizzato, ma ipotizzerei che il manoscritto sia stato decorato da un maestro veneto più giovane da lui influenzato. Oltre ai sei codici completi, e alle cinque sezioni di manoscritti, che possediamo di questo prolifico copista, abbiamo ulteriore documentazione del suo coinvolgimento nella produzione libraria malatestiana. Nelle legature cesenati vi sono fogli di controguardia e fogli di guardia di sua mano che vengono da due differenti manoscritti. Un testo pare essere di tipo giuridico, ed è scritto su due colonne di 54 linee; l’altro è astronomico, ed è scritto su 49 linee a piena pagina – lo stesso numero di righe riscontrabile nella copia di Tolomeo dovuta a questo copista che si trova nel S.XVII.1.

Le mani di tre ulteriori copisti gotici compaiono ognuno in tre altri codici malatestiani.

La prima in ordine cronologico, apparentemente, è quella del copista del S.VII.2 (Historia animalium di Aristotele) e del S.VII.3 (De animalibus di Alberto Magno). Trascrisse anche i fogli 1-86 del S.VIII.4, con altre opere di Alberto Magno. Il S.VII.2 è decorato dal "Maestro della Farfalla", e data probabilmente verso la metà degli anni ’50. Gli altri due codici sono decorati in stile gotico e sembrano anch’essi abbastanza precoci (100).

Il copista del D.XIX.1 (con la Summa di Richard Fitzralph) lavorò anche all’inizio di due altri codici: nel D.VII.3 sono suoi i ff. 1-119v, che contengono il commento di Scoto al secondo libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (cui Giovanni da Epinal aggiunse quello al terzo libro, in grafia umanistica), e del S.VI.2 i ff. 1-168, con la prima parte dei Problemata di Aristotele col commentario di Pietro d’Abano (poi completato dal copista del D.XVII.1) (101). La decorazione del D.XVII.3 e del D.XIX.1 sono nello stile "a farfalla", e datano probabilmente verso alla metà degli anni ’50, mentre il S.VI.2 dovrebbe essere stato scritto qualche tempo dopo. Di mano di questo copista possediamo anche alcuni fogli sciolti reimpiegati: sono quaestiones teologiche scritte su due colonne di 49 linee, che non sembrano essere collegate ad alcun suo codice noto.

L’ultimo è il secondo dei nostri copisti gotici a rivelare il suo nome, Matthias Kuler, che firmò il S.X.2, coi commentari aristotelici di Walter Burley, pur copiandone i soli ff. 89-248v (102). Trascrisse poi l’intero S.IX.3, col commento del Burley alla Fisica di Aristotele. Entrambi questi codici hanno una decorazione a girari di tipo tardo. Kuler copiò anche i ff. 1-94v linea 19 (a metà di frase) del S.X.4, col commento di Paolo di Venezia alla Analitica posteriore di Aristotele. Il manoscritto venne completato da un’altra mano gotica che non compare altrove; questo anonimo finì il suo lavoro il 22 maggio 1466. Probabilmente Kuler aveva lasciato il codice incompleto alla morte di Malatesta Novello nel 1465. Il suo colophon al S.IX.3 suggerisce che non fosse un frate: dice di desiderare del buon vino in un’osteria, in compagnia di donne (103). Il copista che copiò la prima parte del S.X.2 completato poi dal Kuler trascrisse pure l’intero D.XX.1, con la Tabula su Francesco de Mayronis. La decorazione abbastanza strana di questo codice, con le iniziali "M.N." incorniciate, suggerisce una data non posteriore alla metà degli anni ’50. Infine, il copista della seconda parte (ff. 147-188v) del D.XIX.2 (il Dialogus di Ockham), con una decorazione verosimilmente tarda, si ritrova anche nel D.XVII.1 (la gran parte del quale venne trascritta nel 1462 dal prolifico copista gotico prima citato), dove a lui si devono solo i bifolii esterni di tre fascicoli. Come ci si può spiegare questo strano fatto? Era stato forse lasciato senza rilegatura, e conseguentemente se ne erano danneggiati alcuni fascicoli, così da dover sostituire le carte esterne?

Questa lista di copisti gotici, e di manoscritti che si possono loro attribuire, ci lascia con sei singoli pezzi le cui mani non si ritrovano altrove. Due sono interi codici: il D.V.7 (il commento di Remigio alle Epistole di Paolo), con una decorazione dall’aspetto precoce; e il S.X.5, i Sophismata di Heytesbury, con un colophon assai pio (104). Ci sono poi due parti consistenti di manoscritti già citati: i ff. 1-146v del D.XIX.2, e i ff. 94v linea 20-164 del S.X.4, datati maggio 1466; e per concludere, alcuni fogli (175v linea 2-178v) del D.VI.4 copiato da Francesco da Figline – un altro grosso problema – e le carte sciolte reimpiegate in due codici, il S.X.4 e il S.XXII.4, che vengono da un testo scolastico scritto su due colonne di 57 linee. Indubbiamente un esame più approfondito di alcuni di questi pezzi potrà provare che anch’essi sono stati trascritti da copisti riconoscibili.

Ciò che ho qui fornito può essere considerato solo una rassegna preliminare; il tempo passato coi manoscritti è stato troppo breve, e molte domande rimangono senza risposta. Uno studio codicologico dettagliato (per il quale non ho avuto tempo) potrebbe rivelare tracce sicure di comuni pratiche di rigatura, e una differenziazione notevole nella dimensione dei fogli e nelle impaginazioni, e anche l’impiego di forniture di pergamena di qualità diversa (e in effetti ho potuto notare gruppi di codici trascritti su pergamena di qualità decisamente oscillante, ma non ho potuto approfondire la questione). Sono ora però convinta che vi fu un gruppo principale di copisti e di miniatori al lavoro a Cesena per alcuni anni alle dipendenze di Malatesta Novello, per costituire il nucleo dei nuovi manoscritti per San Francesco; e che altri copisti vi lavorarono per periodi più brevi; certo alcuni codici vennero copiati altrove. Molti lavori sembrano essere stati lasciati non finiti e non decorati per la morte del Novello, e il programma di acquisizione dei testi per la biblioteca non venne di certo completato; l’attuale mancanza di molti testi che ci si aspetterebbe di trovare in una raccolta del genere è indubbiamente motivata dalla sua prematura scomparsa. E nonostante tutto, ciò che Malatesta Novello era già riuscito a ottenere, con il ritmo costante della produzione del suo scriptorium, e impiegando in apparenza risorse economiche relativamente ridotte, rimane tuttora impressionante.



(1) Su Vespasiano e i suoi copisti, cfr. A.C. De La Mare, New research on humanistic scribes in Florence, in Miniatura fiorentina del Rinascimento, a cura di A. Garzelli, Firenze 1985, I ("Inventari e cataloghi toscani", 18), 393-600 (418-421). Per i dati sui copisti al lavoro per la Biblioteca Reale di Napoli si veda T. De Marinis, La biblioteca napoletana dei re d’Aragona, Milano 1947-52 (specialmente i documenti pubblicati nel vol.II : cfr. ad esempio i documenti 39, 48, 54, 135, che elencano i pagamenti al personale della biblioteca sotto Alfonso I tra il settembre 1450 e il novembre 1455).

(2) Sulla storia della fondazione e del finanziamento della nuova biblioteca per i francescani di Cesena a opera del Novello si veda soprattutto A. Campana, Biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna, a cura di D. Fava, Milano 1932, 83-110(86-88); A. Campana, Origine, formazione e vicende della Biblioteca Malatestiana, "Accademie e biblioteche d’Italia", XXI, 1953, 3-16 (5-8), pubblicato anche, come estratto a Cesena, a cura del Comitato per le Celebrazioni del quinto centenario della biblioteca; A. Domeniconi, La Biblioteca Malatestiana, Cesena 1961 (8-9 soprattutto), ristampato a cura di P. Lucchi nella serie "Quaderni della Biblioteca Malatestina", 1, Cesena 1982. Si veda anche il bel resoconto di A. Hobson, Great libraries, London 1970 (66-75), con numerose illustrazioni. Sono grata al dott. Piero Lucchi per avermi reso accessibili le copie delle schede non pubblicate redatte in occasione della mostra dedicata al quinto centenario della biblioteca nel 1952: hanno offerto alcune informazioni non ricavabili dalle opere a stampa. Vorrei ancora manifestare la mia gratitudine al dott. Lucchi per avermi reso possibile il soggiorno a Cesena, durante una settimana del settembre 1989, per poter lavorare dal vivo su tutti i codici: un’esperienza indimenticabile.

(3) Come altre comunicazioni presentate in questo convegno hanno chiarito, molti dei manoscritti prodotti per il Novello fino a circa il ’52-53, forse originariamente concepiti per la sua biblioteca privata, sono decorati con uno stile identificabile e assai più lussuoso (ma spesso senza alcuno stemma), o a Ferrara da Taddeo Crivelli (cfr. il documentato D.III.3), o dai suoi imitatori, o nello stile "bolognese" che si palesa nei codici siglati "F.Z." (S.XI.2 datato 1452 e S.XIX.1). Lo stile caratterizzato dall’iniziale con ritratto che si trova in alcuni di questi manoscritti continua ad essere impiegato nel Livio del 1453 (S.XIII.1), nella serie di Plutarco (S.XV.1, S.XV.2 - del 1454 o poco oltre - e S.XVII.3, l’ultima parte del quale va datato al 1459 o poco più avanti). il periodo centrale e uniforme, circa 1452-60, si sovrappone in piccola parte al primo. Questo periodo intermedio è dominato dall’opera del cosiddetto "Maestro della Farfalla", che di certo lavorò a Ferrara in seguito (e fors’anche in precedenza). Il più precoce esempio datato di questo nuovo stile (descritto nelle sue caratteristiche più sopra nel testo) si ritrova nel D.IX.3, datato gennaio 1453. Il S.XIII.5, databile a circa il 1452 o poco oltre, presenta una decorazione più svolta e può essere lievemente più tardo, mentre il S.XI.4, parte seconda, datato 1452, reca solo iniziali decorate, che paiono però appartenere a questo nuovo maestro. L’ultimo esempio di questo stile è nel S.XIX.5, datato 1460. Dal 1462 al più tardi (D.XVII.1) uno stile più greve a girari sembra aver rimpiazzato lo stile misto girari/nodi degli anni ’50.

(4) I miei dati codicologici non sono completi in nessun senso: durante il mio soggiorno cesenate di una settimana, nel 1989, non ho avuto il tempo di compiere osservazioni esaustive su tutti i circa 126 codici - il mio computo coincide esattamente con quello di A. Domeniconi, Ser Giovanni da Epinal, copista di Malatesta Novello, "Studi Romagnoli", X, 1959, 261-283 (261) - che risultano essere stati prodotti a Cesena per Malatesta Novello, né di prenderne tutte le misure. Comunque, alcuni codici sembrano essere stati lavati e pianati da restauratori al punto che le tracce della rigatura non sono più visibili. Per una dettagliata analisi codicologica di quattordici manoscritti malatestiani, cfr. A. Derolez, Codicologie des mansucrits en écriture humanistique sur parchemin, Brepols-Turnhout 1984 ("Bibliologia", 5-6), II, nn.66-70, 72-77, 79-81.

(5) Cfr. Derolez, I., nn. 72-76, 77-78 ; e J.P. Gumbert, Ruling by rake and board. Notes on some late medieval techniques, in The role of the book in medieval culture, a cura di P. Ganz, I, Brepols, 1986 ("Bibliologia", 3), 41-54 (con riproduzioni). Le rigature operate con la tavola cordata sono eseguite in modi differenti nei codici cesenati. Quando ho avuto modo di osservarne l’aspetto, la maggior parte era stata tracciata dalla parte del pelo della pergamena, ma talora dalla parte della carne, sui recto o più spesso sui verso (in alcuni manoscritti tardi, incluso il S.XIII.4 datato 1465, su ogni due fogli) e una volta dal centro del fascicolo (S.XVIII.2). Ho potuto notare invece due soli manoscritti in cui la rigatura a secco era stata tracciata con una punta rigida: il S.XI.1, il Plinio del 1446, e il S.XVII.2, che dovrebbe datarsi attorno al 1455 o poco oltre (cfr. n.11). I fori singoli per la rigatura a inchiostro sono posti normalmente sui margini esterni, appena sopra al livello della linea prima linea tracciata. Nel S.XVII.4 il foro è appena sotto al livello dell’ultima linea tracciata in basso. Le linee verticali di incorniciatura, ove visibili, sono normalmente a secco, ma talora a piombo.

(6) Crf. A. Domeniconi, I custodi della Biblioteca Malatestiana di Cesena, "Studi Romagnoli ", XIV, 1963, 385-396 (387). Devo la mia conoscenza della notizia (non citata dal Domeniconi) e l’identificazione del codice alle schede della mostra del 1952 citate in n. 2 (vetrina I, n. 2).

(7) Domeniconi, I custodi, 386-387; più in dettaglio, nelle schede 1952 (vetrina XI, n. 1). Fra Francesco si definisce cappellano di Malatesta Novello nei colophon alle due parti del S.XI.4, datate 1452 e ’57 rispettivamente, e nel S.XXV.5, datato febbraio 1457 (cfr. App., II, nn. 2, 4 e 5).

(8) Per il commento di Donato a Terenzio, cfr. infra 45.

(9) Il manoscritto (S.XVI.4) reca le armi malatestiane (senza le iniziali "M.N") ma sembra essere stato compiuto a Ferrara piuttosto che a Cesena, a giudicare dalla scrittura e della decorazione. I passi in greco furono probabilmente integrati dallo stesso Guarino, con la relativa traduzione latina certo di sua mano. I lemmi relativi al libro I vennero aggiunti ai ff. 1-1v da Giovanni da Epinal. Intendo trattare questo manoscritto più diffusamente in altra sede.

(10) Riguardo ai tentativi di prendere a prestito alcuni testi da Francesco Sforza nel 1464, e al raggiungimento del prestito di un Plinio da Lionello d’Este nel 1445, si cfr. i contributi di Fumagalli e della Savino in questo volume. Le lettere a Cosimo e a Giovanni de’ Medici, pubblicate per primo (con errori) in C. Yriarte, Un condottiere au XVe siècle, Paris 1882, 427-429, vennero ristampate (con le relative correzioni) in R. Zazzeri, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana, Cesena 1887, 350-351, 439-441.

(11) Cfr. M. Winterbottom, Tacitus. Minor Works, in Texts and transmission. A survey of the Latin classics, a cura di L.D. Reynolds, Oxford 1983, 410.

(12) Cfr. M.D. Reeve, Statius’ Silvae in the Fifteenth Century, "Classical Quarterly", 71, 1977, 223-224.

(13) Cfr. J. Monfasani, Collectanea Trapezuntiana, Binghampton 1984 ("Medieval and Renaissance Studies and Texts", 25), 13, 715-717, 721-726, 729-737, 748-750. La traduzione del De animalibus di Aristotele nel S.VII.2 (inc. "Earum qui sunt in animalibus partium") non è, tuttavia, né quella tanto vituperata di Giorgio da Trebisonda, né quella di Teodoro Gaza, ma quella medioevale di Guglielmo di Moerbecke (cfr. Aristoteles Latinus, a cura di G. Lacombe, I, Bruges-Paris 1937, 175-179; II/1, Cantabrigiae 1955, n. 1295). E’ corrispondentemente trascritta in grafia gotica.

(14) Si veda la lettera del Novello a Giovanni del 23 agosto 1457, in Zazzeri, 438-444; aveva ricevuto il testo e lo avrebbe trascritto e restituito il prima possibile.

(15) Per la traduzione del Valla, cfr. M.J. Vahlen, Laurentii Vallae opuscula tria, ristampato nell’Opera Omnia, Torino 1962, 199-205. Il primo copista che lavorò al manoscritto, che copiò i ff. 1-134, è identificabile con Johannes Hornsen de Monasterio (che lavorò per Pio II), riguardo al quale cfr. J. Ruysschaert, Miniaturistes "romains" sous Pie II, in Enea Silvio Piccolomini - Papa Pio II, a cura di D. Maffel Siena 1968, 245-282 (253). "Georgius de Kynninmonth scotus" (o "Georgius scotus", "g. scotus", "G. de K. Scotus") copiò I ff. 134v-269v del manoscritto e si firmò varie volte (f. 157v, per esteso; ff. 180v, 221r, 245r, 267v). Anche lui era attivo a Roma. Su questo codice e per gli altri da lui firmati, cfr. Derolez, I, n. 136; II, nn. 78, 993 (datato 1456) e 1039; si aggiunga poi il n. 5048 citato in Colophons des manuscrits occidentaux des origines au XVIe siècle, a cura dei Bénédictins de Bouveret, Fribourg 1955-82 ("Spicilegii Friburgensis Subsidia", 2-7), non rammentato dal Derolez. Si è tentato di ipotizzare un’identificazione col "Georgius de Clarmond scotus" che firmò, nel 1453 a Rieti, il ms. Lat. 5805 della Bibliothèque Nazionale di Parigi (cfr. Catalogue des manuscrits en écriture latine, portant des indications de date, de lieu ou de copiste, a cura C. Samaran e R. Marichal, Paris, in corso di pubblicazione dal 1959 : II, 1962, 289 e fig. CXII), anche se la mano qui è diversa e ancora semi-umanistica, mentre quella del nostro copista è pienamente umanista.

(16) La traduzione è dedicata a papa Pio II. Cfr. M.D. Reeve, The Italian Tradition of Lucretius, "Italia medioevale e umanistica", XXIII, 1980, 37-38. Per Catrinello cfr. infra, 46. Su Niccolò della Valle cfr. anche B. Gatta, Dal Casale al libro; i Della Valle, in Scrittura, biblioteche e stampa a Roma nel ‘400, Città del Vaticano 1983 ("Lettera Antiqua", 3), 630 e passim.

(17) Per la data della traduzione di Guarino, cfr. R. Sabbadini, La traduzione guariniana di Strabone, "Il libro e la stampa", 3, 1909, 5-11. l’autografo di Guarino (Oxford, Bodleian Library, ms. Canon. Class. Lat. 301) è datato a Ferrara "3 id. Iulias" 1458, ma molti codici che riportano il colophon dell’autore (incluso il S.XIII.4) danno per errore come anno il 1456. Sabbadini elenca sette manoscritti con l’errore, compreso il S.XIII.4, e suppone che esso dipenda dal ms. D.V.15 di Mantova, copiato dal codice di Guarino nel 1462 da Francesco da Fiesso. Un ulteriore manoscritto con la data 1456 è quello R.I 9 dell’Escorial. Questo manoscritto e quello a Ferrara (Biblioteca Ariostea, ms. II 85) sono inclusi dal Derolez, II, nn. 109 e 124 come codici datati, mentre i Colophons, n. 19218, includono il ms. 1608 della Biblioteca Universitaria di Bologna, uno di quelli già elencati dal Sabbadini. Il ms. 629 (I VI 3) della Biblioteca Nazionale di Torino reca invece la data 1466 (Colophons, n.19225).

(18) Sugli autori e sulle date delle traduzioni latine del corpus delle Vite di Plutarco, si veda V.R. Giustiniani, Sulle traduzioni latine delle "Vite" di Plutarco nel Quattrocento, "Rinascimento", s. II, I, 1961, 3-62. Il copista dei ff. 1-42 del S.XVII.3, che comprendono le vite di Nicia e Crasso tradotte dal fiorentino Rinuccini, non sembra apparire in alcun altro codice cesenate. La sua mano ha un aspetto fiorentino, ed è vicina a quella del copista del Virgilio di Napoli, cosa che potrebbe provare trattarsi di una fase precoce della carriera del copista del Virgilio Maffei, che era attivo a Ferrara da circa il 1453 sino al 1471, e trascrisse per Malatesta Novello il commento di Donato a Terenzio verso il 1457 (cfr. App., XI, introduzione; e XIII, n. 6).

(19) Cfr. la lettera di Perotti a Vespasiano da Bisticci pubblicata ora da G.M. Cagni, Vespasiano da Bisticci e il suo epistolario, Roma 1969, 130-131 (vi sono edizioni parziali precedenti: a cura del Bandini, nel suo catalogo dei manoscritti medicei - V, Firenze 1778, coll. 364-365; e del Frati, nella sua edizione delle Vite di Vespasiano - III, Roma, Bologna 1893, 341-342).

(20) Per la data della traduzione, inviata a Niccolò V, cfr. G. Mercati, Per la cronologia della vita e degli scritti di Niccolò Perotti, Città del Vaticano 1925 ("Studi e testi", 44), 36, n. 5 Sul codice, cfr. F. Lollini, Bologna, Ferrara, Cesena: i corali del Bessarione tra circuiti umanistici e percorsi di artisti, in Corali miniati del Quattrocento nella Biblioteca Malatestiana, a cura di P. Lucchi, Milano 1989, 19-36 (25-26; ibidem la relativa fig. a colori, 66). L’attribuzione delle correzioni a Perotti è di chi scrive.

(21) Riprodotta da Lollini, 25; cfr. anche Hobson, 75.

(22) Cfr. E.M. Sanford, Juvenal, in Catalogus translationum et commentariorum, Washington, in corso di stampa dal 1960, I, 1960, 208-209.

(23) Per la lettera del Novello a Cosimo del 27 gennaio 1454, in occasione della restituzione delle Expositiones Hieronymi super lamentationum Hieremiae, cfr. Zazzeri, 349-352.

(24) B. Lambert, Bibliotheca Hieronymiana Manuscripta, IIIA, Steenbrugis 1970, 461-462, n. 462; il codice cesenate è citato erroneamente sotto il numero 460, probabilmente perché l’incipit non venne riportato né dal Muccioli né dallo Zazzeri. I soli manoscritti conservati in Italia che Lambert cita per questo testo sono: ms. Sess. 44 della Biblioteca Nazionale di Roma (IX-X sec.); ms. Plut. 19, 5 (quello tardoquattrocentesco mediceo) e ms. S. Croce 15 dext. 11 (XIV sec.), entrambi alla Biblioteca Laurenziana di Firenze. Chi scrive ha controllato personalmente il manoscritto di Santa Croce, che non sembra contenere il testo. Il testo del D.XX.5 reca questo inizio: "Incipit Expositio Sancti Ieronimi presbiteri in Lamentationibus Ieremie prophete. Habes in Lamentationibus Ieremie quattuor alfabeta". Il titolo e l’incipit sono pressoché identici a quelli del ms. Laurenziano Plut. 19, 5, sulla cui committenza si veda ora A. Dillon Bussi-A.R. Fantoni, La Biblioteca Medicea-Laurenziana negli ultimi anni del Quattrocento, in All’ombra del lauro. Documenti librari della cultura in età laurenziana, catalogo della mostra, a cura di A. Lenzuni, Firenze 1992, 144.

(25) Su tutti questi copisti vedi oltre per una trattazione più approfondita.

(26) Potrebbe essere questo il caso dei codici trascritti dal "Copista di Tacito" (vedi infra, 48, 50-51), e probabilmente anche del S.XXII.5, il commentario di Donato a Terenzio (cfr. nel testo, 45). Gli emblemi malatestiani furono aggiunti a un certo numero di manoscritti precedenti, come il S.XVIII.6, che contiene i commentari di Antonio Loschi alle orazioni ciceroniane, che dovrebbe essere stato scritto, a giudicare dalla grafia, fra il 1420 e il 1430.

(27) Cfr. n. 26.

(28) Il copista del S.XI.2 non è stato identificato con certezza, ma potrebbe essere Giovanni da Epinal, come ipotizzato dal Domeniconi (cfr. App., VII, nota dopo il n. 36). L’iscrizione nel S.XIX.1 è pure seguita da "F.Z.F.". Tutti e tre i codici sembrano precoci.

(29) Cfr. ad esempio App., III, IX e XII.

(30) I volumi sono: D.XI.7, che ha spazi lasciati vuoti per la decorazione, trascritto in parte da Giovanni da Epinal e in parte da un copista non identificato (cfr. App., XIII, n.2); D.XX.5, dove la decorazione è interrotta, trascritto da Giovanni da Epinal, Pietro de Traiecto e Giovanni da Magonza; S.XVIII.5, anche questo con spazi lasciati vuoti per la decorazione, che consiste di quattro opuscoli trascritti da cinque differenti copisti, il primo dei quali è Andrea Catrinello, che firmò la sua copia della Rhetorica ad Herennium il 20 novembre 1465, il giorno in cui morì il Novello; S.XXVII.1, con opere di Tolomeo e dello pseudo Tolomeo, in traduzioni sia medievali che dell’epoca, con spazi lasciati vuoti per la decorazione: trascritto da Giovanni da Magonza in grafia umanistica e dal copista del D.XVII.1 in grafia gotica.

(31) Cfr. App., I, n. 5; II, nn. 13-14; VI, n. 30; VII, n. 37; XVI, n. 12; XVII, n. 4; XXII, n. 6. Alcuni dei fogli sciolti di mano di Francesco da Figline vengono dall’Expositio in Ps. CXVIII di Sant’Ambrogio (P.L. 14, col.1197). Questo testo non ricorre nei codici pervenutici fatti eseguire da Malatesta Novello: il D.IV.4, che lo contiene, fu trascritto nel 1396.

(32) Cfr. App., V per un elenco dei suoi manoscritti.

(33) Vedi Supra, 37 e n. 18. Si noti anche che il terzo volume delle Vite di Plutarco (S.XVII.3), non copiato da Jacopo, inizia con una biografia tradotta alla fine del 1455.

(34) Si noti, tuttavia, che le parole di richiamo orizzontali alla fine dei fascicoli sono scritte attraverso la doppia linea verticale di incorniciatura del testo, come nel S.XIII.2 (datato 1448) e nel S.XIII.3 (datato 1449), ma anche nel S.XV.2, sino al f. 162v. il S.XVI.5 e il S.XIX.2, entrambi non datati, presentano le parole di richiamo orizzontali nei margini interni. Tutti gli altri manoscritti hanno parole di richiamo orizzontali scritte al centro del margine inferiore (il S.XIII.1 - 1453 - ne reca una anche nel margine interno); sono le parole di richiamo del tipo 3, 4 e 1 secondo la classificazione del Derolez, I, 53-59; II, fig. 1.

(35) Cfr. Campana, Biblioteche, 92.

(36) App., V, nn. 7 e 17. Amedei, o almeno l’artista identificato nell’Amedei dal Rysschaert, decorò altri quattro codici noti per Loli Piccolomini, due dei quali nel 1462 e uno nel 1464 (Ruysschaert, 263; cfr. questo intervento anche per una ricostruzione generale dell’attività dei due miniatori a Roma in questo periodo). Gioacchino collaborò con l’Amedei anche nel ms. Ottoboniano Lat. 78 della Vaticana, compiuto per Marcello Coronati (Ruysschaert, 267). La Pettinati, nel suo La biblioteca di Domenico della Rovere, in Domenico della Rovere e il Duomo Nuovo di Torino, Torino 1990 ("Arte in Piemonte", 6), 49, mette in dubbio l’attribuzione delle miniature del Plinio all’Amedei, e sembra dubitare che egli sia davvero da identificare con l’artista ricostruito dal Ruysschaert, preferendo chiamarlo "il miniatore dei Piccolomini (cosiddetto Giuliano Amedei)"; cfr. le figg. alle pagine 42, 45-46; stranamente, attribuisce il ms. D.I.14 della Biblioteca Nazionale di Torino (fig. a pagina 48), che è certo della stessa mano, a Gioacchino. Per un altro manoscritto forse nel nostro copista cfr. App., V, n. 18.

(37) Nella sua conferenza cesenate del 1989, Augusto Campana riferì che pensava di avere veduto a Siena un Plinio assai simile alla copia di Jacopo a Cesena. Il ms. L.III.6 della Biblioteca Comunale di Siena proverebbe in effetti un collegamento testuale col Plinio di Jacopo, ma venne trascritto e firmato da un altro copista: "Petrus Oreo de Treveris" (cfr. le note all’App., V, n. 17). Il ms. L.III.7, sempre a Siena, un’altra copia della Naturalis Historia, danneggiata, che ora finisce incompleta al libro XVII, è di fattura fiorentina intorno al 1440-50 (cfr. le note già citate).

(38) Cfr. Domeniconi, Ser Giovanni, 261-267.

(39) Domeniconi, Ser Giovanni, 278-279, elenca una serie di codici attribuibili a Giovanni con maggiore o minore verosimiglianza. Sono d’accordo con questa lista, tranne che per il D.IV.3, del quale gli assegnerei i soli ff. 124-247v (il primo copista del manoscritto è Francesco da Figline). Si noti anche che lo studioso ha invertito i riferimenti ai mss. D.V.5 e D.V.8. Aggiungerei alla sua lista i mss. D.V.8 (ff.40-91v) e S.XVIII.5 (grafia dello stile A e B); cfr. App., VII, nn. 23 e 34. Per un manoscritto non malatestiano attribuibile al copista cfr. App., VII, n.38.

(40) S.VIII.4, ff. 89-279v; D.XI.7, ff. 1-51v e D.XX.5, ff. 1-15 (App., VII, nn. 17, 26 e 29). I testi parziali sono i nn. 21-23 della App., VII (l’ultimo venne probabilmente trascritto in due fasi diverse).

(41) S.XI.2-3 (Giuseppe); S.XVII.4 (Boccaccio).

(42) I manoscritti in qualche modo dubbi sono il D.XVII.3, ff. 120-124v, con il commento di Scoto alla III Sent. (la prima parte del codice venne trascritta da un copista gotico: si cfr. App., VII, n.1) e - più dubbio ancora - il S.XXII.2, col commento di Ognibene da Lonigo a Giovenale (dopo il 1457; cfr. n.21).

(43) App., VII, nn. 6, 20-21, 24, 28, 30-31. Domeniconi, Ser Giovanni, 277, evidenzia che in questi colophon Giovanni imita la tipologia testuale di quelli di Jacopo della Pergola. I manoscritti in cui sono contenuti (nessuno dei quali è datato con precisione) sembrano tutti abbastanza tardi; uno (il n. 6 dell’App. VII) si data probabilmente al 1457.

(44) I conti di Crivelli che riguardano il codice sono pubblicati nel volume di G. Bretoni, Il maggior miniatore della Bibbia di Borso d’Este: Taddeo Crivelli, Modena 1925, app. n. 2. Il 15 febbraio 1452 si era accordato per decorare il codice, e ricevette in quello stesso giorno quattordici carte da eseguire, altre sette il 12 seguente.

(45) Per la lettera a Giovanni de’ Medici cfr. la n. 14.

(46) Il vol. I (Ps. 1-49) è il D.XXI.6, datato settembre 1451 (App., VII, n. 1); il vol. III (Ps. 77-150) è il D.III.2, copiato da Jacopo della Pergola e datato settembre 1452 (App., V, n. 6).

(47) In aggiunta al D.XXI.6, datato 1451, e al D.III.3, databile al 1452 o poco prima, anche il D.IX.4, i D.XI.1-3, il D.XII.4 e il D.XXI.7 sono tutti decorati secondo quello che sembra uno stile precoce, databile a circa il 1452 o poco prima (App., VII, nn. 1, 2, 9, 10-12, 13, 16).

(48) C. Bozzolo ed E. Ornato (in Pour une histoire du livre manuscrit au moyen âge, Paris 1983, 47) hanno stimato una media giornaliera di fogli 2,85 nel tardo Medioevo (questa stima venne basata su un campione di manoscritti con sezioni datate, copiati dal XII secolo in avanti). Gli studiosi hanno messo in evidenza il fatto che i copisti spesso ottenevano medie assai più alte, probabilmente quando operavano su codici di piccolo formato, o quando si trattava di manoscritti trascritti da copisti dilettanti, che lavoravano in fretta, pur senza grande attenzione alla regolarità della grafia.

(49) Sei di questi codici vennero copiati su due colonne di 48 linee; nove su due colonne di 47 linee; uno su due colonne di 46 linee; e quattro su due colonne di 42 linee. Passando alla scrittura con linee a piena pagina, un manoscritto era su 46 linee; uno su 40; uno su 39; sei su 38; uno su 37; quattro su 36; e uno su 34.

(50) Domeniconi, Ser Giovanni, 270-277 e figg. 1-3 (ma si noti che la fig. 1 illustra il D.III.4 e la 2 il D.V.8, e non - come rispettivamente riportato - il D.III.3 e il D.I.2).

(51) Ho notato questo tipo di lettera nel D.IX.3 (1453), nel D.IX.4, nel D.XI.3, nel D.XII.4, nel D.XII.5, nel D.XXI. 6 (settembre 1451) e nel S.XV.3 (1453). Ve ne sono senza dubbio comunque anche altri esempi. Per lo stile A, cfr. anche Domeniconi, Ser Giovanni, fig. 1.

(52) E’ interessante notare come questo cambiamento corrisponda all’enorme incremento dell’impiego di parole di richiamo verticali nei manoscritti umanistici a partire da circa il 1450 notato dal Derolez, I, 59.

(53) App., VII, n. 37.

(54) Domeniconi, I custodi, 385-386.

(55) Domeniconi, Ser Giovanni, 266.

(56) Per un elenco dei codici, cfr. App., II.

(57) Per la lettera cfr. la n.14 Giovanni aveva chiesto di potere prendere a prestito la copia malatestiana del commento di Donato a Terenzio. La risposta fu che il manoscritto era a Cesena, dove infuriava la peste, ma che sarebbe stato inviato il prima possibile. "Et io per averlo corretto ho pregato l’Aurispa che me ne faccia tanto copia del suo, ch’io possa correggerlo".

(58) Cfr. App., XI.

(59) Sulle opere di questo artista, cfr. il contributo di Federica Toniolo nel presente volume.

(60) Riguardo al complicato problema del testo del commento di Donato a Terenzio (del quale vennero rinvenuti due manoscritti nella prima metà del secolo XV: da Aurispa a Magonza nel 1433, e da Jean Jouffroy a Chartres negli anni ’40), cfr. gli utili resoconti di M.D. Reeve in Texts and transmission, 153-156, ed. in "Classical Philology", 74, 1979, 310-326. Sabbadini pubblicò uno studio dettagliato sul codice cesenate (in "Studi italiani di filologia classica", 2, 1894, 50-53), ma non si rese conto che la mano guida nella correzione del manoscritto era quella di Francesco da Figline. Riguardo al manoscritto di Aurispa, si noti che nell’inventario della sua biblioteca steso il 7 giugno 1459, dopo la sua morte, il n. 336, è costituito da "Donatus in Terentium, in membranis quaternorum sedecim non inquaternatis, quem dominus Joannes dono promisit domino Malatesta Novello": cfr. A. Franceschini, Giovanni Aurispa e la sua biblioteca, Padova 1976 ("Medioevo e Umanesimo", 25), 117. Questa era solo una delle numerose copie del testo che l’Aurispa possedeva.

(61) Per esempio, quando scrive un elenco dei testi contenuti nel repertorio delle Vite di Plutarco (S.XV.1), dove la sua mano è stata per primo identificata da Emanuele Casamassima (cfr. App., II, nota finale; V, n. 14).

(62) Cfr. App., III. Non sono del tutto certa riguardo all’identificazione, ma Francesco sembra il più probabile tra i copisti che ho considerato. Sono comunque assolutamente sicura che il copista non sia da identificare in Matteo Contugi da Volterra.

(63) Cfr. App., I. Derolez, I, 126 e n. 18, nota che i manoscritti firmati erano stati predisposti alla scrittura con una rigatura eseguita a tavola cordata. Questo è vero anche riguardo al S.XX.4; mentre non ho potuto controllare il S.XII.3.

(63A) Per un manoscritto non malatestiano apparentemente nella mano di Giovanni, emerso recentemente cfr. App., VII, n. 38.

(64) La data 1466 data da Zazzeri (e Derolez, II, n. 77) è errata. Il copista scrisse "Mcccclxvi", ma cancellò il segno "i" (cfr. App., I, n.1).

(65) Nella sua lettera a Cosimo citata alla nota 23.

(66) Per il testo nel ms. O e nel S.XII.3, cfr. l’edizione critica di Silio curata dal Delz, xxiv-xxv, xliii-xliv e li-lii. Secondo Delz i due codici vennero copiati da uno stesso antigrafo. Sul manoscritto oxoniense cfr. anche J. Delz, John Free und die Bibliothek John Tiptofts, "Italia medioevale e umanistica", XI, 1968, 311-316.

(67) Per un breve resoconto, cfr. M.D. Reeve in Texts and transmission, 425-426.

(68) Cfr. Ibidem, app. crit.

(69) Per la traduzione di Gregorio cfr. Sabbadini, La traduzione, 9.

(70) L’edizione stampata da Sweynheim e Pannartz a Roma nel 1469 e curata da Giovanandrea Bussi era un ibrido assai simile, e Sabbadini, La traduzione, 9, afferma che il manoscritto stesso del Bussi (ms. Vaticano Lat. 2049) è pure un ibrido.

(71) Un elenco di manoscritti a lui attribuiti inApp., VI. Il più precoce di questi codici, datato 1430, e certo della medesima mano degli altri, è firmato "Johannes Moguntinus". Secondo Graesse, Benedict e Plecht (Orbis latinus, I, 1972, 447, 575), mentre Maguncia può indicare sia Magonza che Monza, Moguncia può solo indicare Magonza. Il nostro copista non si può comunque confondere con Johannes Fintzer o Binder da Magonza O.P., morto nel 1457, che era a Basilea al servizio dell’arcivescovo di Magonza nel 1434 ed entrò in convento, nella stessa Basilea, nel 1442, la cui mano è illustrata nella riproduzione in B.M. Scarpatetti, Katalog der datierten Handschriften in der Schweiz in lateinischer Schrift, I, 1977, 266 e fig. 237 (cfr. anche i nn. 237 e 702). Sono grata al dottor Scarpatetti per questa indicazione bibliografica.

(72) Vedi supra, 41. Un’altra caratteristica di queste rubriche è la dizione "faeliciter" usata da Giovanni, che ho osservato in un certo numero di codici cesenati dei primi periodi, come il D.X.4 e il D.XXI.5; sembra in seguito essere stata abbandonata. Ad esempio, nel S.XV.5, che ha una decorazione simile a quella del S.X.4, copiato da Andrea Catrinello e databile quindi verso il 1464-65, usa la dizione "foeliciter".

(73) Elencate in App., VI., n.30.

(74) Per il S.XV.5, cfr. la nota 72. Il S.XV.4 ha una decorazione simile; il D.XIII.1 ha invece una decorazione simile stilisticamente a quella del S.X.4, completato nel 1466; altri manoscritti all’apparenza tardi sono il S.XVI.1 e 2. I ff. 43-114 del S.XVII.3 (il terzo volume delle Vite di Plutarco), che si datano a dopo il settembre 1458, sono copiate in una grafia simile a quella del S.XIX.5, datato 1460, e a quella del D.XIII.1. All’altro estremo, il S.XII.1, specialmente, sembrerebbe assai precoce, come anche il S.XXIX.25, il panegirico del Novello - opera di un anonimo frate - che, composto forse nel 1452, anno di fondazione dell’edificio della biblioteca, la descrive in modo entusiastico (cfr. Domeniconi, I custodi, 390).

(75) Per i manoscritti attribuiti a questo copista cfr. App., X.

(76) J.L. Butrica, The manuscript tradition of Propertius, Toronto 1984 ("Phoenix", suppl. Vol. XVII), 146-148, 260-261 n.64, 335-339 app. I. Il codice contiene una derivazione umanistica del Monobyblos che si ritrova in numerosi manoscritti, forse di origine ferrarese, e Butrica pensa che il codice cesenate possa essere il primo a riportarne il testo. Nel testo di Catullo, il manoscritto è affine al ms. 139 in scrinio di Amburgo, un altro codice ferrarese (Catullo, ed. Thompson, n. 56).

(77) Cfr. l’edizione di Tacito curata dal Römer, xi-xiv, xlii-liv e lo stemma codicum che segue la pagina lxviii.

(78) Tacito, ed cit., xii.

(79) In alcuni suoi manoscritti il copista inizia i nuovi libri, o i nuovi capitoli, con una riga di maiuscole, con le parole scritte a caratteri alternati rossi e bruni. Questa caratteristica compare nel S.XXV.3, nell’Add. ms. 16621 della British Library di Londra, nel ms. Palatino 861 di Parma e in quello 109 del Jesus College.

(80) Sul ms. cesenate, cfr. App., VIII. Sul copista fiorentino, forse da identificare con Martinus Berardi de Balneo S. Marie, cfr. De La Mare, app. I, n. 43, e Derolez, I, n. 279.

(81) Per una lista dei manoscritti cfr. App., IV.

(82) La decorazione costituisce un grosso problema. Potrebbe essere un esempio precoce del "Maestro del Lattanzio della Riccardiana", sui cui cfr. le note della Garzelli, in Miniatura fiorentina, I, 200-201 (ibidem, II, figg. 698-708, una serie di illustrazioni). La studiosa tende a svalutare questo originale artista, che era certamente attivo a Firenze già nel 1453, quando decorò il ms. Vaticano Lat. 3331 (la segnatura citata dalla Garzelli è errata), a favore di Mariano del Buono, che potrebbe invece essere stato un suo allievo - a meno che l’anonimo maestro non sia lo stesso Mariano (nato verso il 1433). Il manoscritto bessarineo, chiunque ne sia stato il decoratore, sembra avere avuto un’influenza sugli artisti che lavoravano per Bessarione e Niccolò Perotti a Bologna: si veda ad esempio il S.XII.2, compiuto proprio a Bologna nel 1454 per Malatesta Novello su richiesta del Perotti (cfr. supra, 37 e note 19-20).

(83) App., IV, nn. 1, 3, 4, 6, 8 e 10. Molti di questi codici sono già stati riprodotti in altri studi.

(84) App., IX. Il D.XX.5, ff. 19-45 (Pseudo-Girolamo, commento alle Lamentazioni), databile probabilmente al tardo 1463 (cfr. supra, 37 e n. 23), ha una grafia assai simile, ma non pare comunque la medesima, e il copista usa parole di richiamo orizzontali collocate al centro, mentre Pietro le impiega verticali in tutti i suoi manoscritti firmati che ho potuto controllare. Sul D.XX.5, cfr. App., XIII, n. 3.

(85) Su questo copista cfr. soprattutto A. Campana, Due note su Roberto Valturio, in Studi riminesi in onore di C. Lucchesi, Faenza 1952, 17-24; per un’analisi di due suoi codici, cfr. Derolez, I, n. 382; II, nn. 932 e 1107. La copia di Valturio per Malatesta Novello, il S.XXI.1, non è firmata ma è certo di mano di Sigismondo. Altre copie di Valturio di questa mano sono il ms. Laud. Lat. 116 della Bodleian Library di Oxford e il ms. Plut. 46, 3 della Laurenziana. Sigismondo sembra anche l’autore dell’Add. ms. 25452 della British Library, contenente il Liber Isottaeus di Basinio Basini.

(86) Per maggiori dettagli su questo codice e sugli altri copiati da Pietro, qui non elencati in App., IX, cfr. De La Mare, App. I, n. 63.

(87) Almeno due di questi manoscritti furono copiati nel 1474, o successivamente a questa data, dal momento che recano gli emblemi di Federico come duca d’Urbino.

(88) Cfr. App., XII.

(89) Cfr. Al proposito App., VI e VII.

(90) Sul D.XX.5 cfr. la nota 84. Per altre mani non identificate in grafia umanistica, cfr. App., XIII.

(91) Questo codice venne trascritto dal copista del D.XVII.1, riguardo al quale cfr. infra. Su Gaetano, cfr. la nota 98.

(92) Cfr. App., XXI.

(93) Il D.VI.2 (commento ai libri da Genesi a Giosuè) in parte spetta a Giovanni da Magonza e in parte al copista gotico del D.XVII.1; il D.VI.4 (commento sui libri da Isaia a Daniele) è firmato da Francesco da Figline, ma ha quasi quattro fogli copiati da una mano diversa, gotica; il D.VI.5 (commento ai libri da Giudici a Giobbe) è quasi tutto di mano di Francesco di Figline, ma venne completato dal copista del D.XVII.1.

(94) "qui fere omnes alio libros in loco presenti existentes similiter fieri fecit"; cfr. App., XV.

(95) Cfr. App., XVI.

(96) Cfr. supra, 39.

(97) Cfr. la nota 93.

(98) Su Gaetano da Thiene (1387-1465) cfr. S. Da Valsanzibio, Vita e dottrina di Gaetano da Thiene filosofo dello Studio di Padova, Padova 1949; insegnò a Padova dal 1423 alla morte.

(99) La bibliografia su Cortese (attivo c.1400-1445) è in costante aggiornamento. Un utile rassegna in G. Mariani Canova, Miniature dell’Italia settentrionale nella Fondazione Giorgio Cini, Vicenza, 1978, 35-36, da integrare con C. Huter, Cristoforo Cortese in the Bodleian Library, "Apollo", 1980, 10-17; con M. Ferretti, Ritagli di Cristoforo Cortese, "Paragone", XXXV, 1985, 92-96; e con M. Medica, Aggiunte al "Maestro del Messale Orsini" e ad altri miniatori bolognesi tardogotici, "Arte e Bologna", 2, 1992, 11-30 (18-22, 28-30 con bibliografia).

(100) Cfr. App., XX. La decorazione del S.VIII.4 richiama Taddeo Crivelli, con un delicato ritratto dell’autore nell’iniziale. Il codice è rilegato assieme al Metheora di Aristotele, firmato da Giovanni da Epinal, con una decorazione apparentemente precoce.

(101) Cfr. App., XVII.

(102) Cfr. App., XIV.

(103) S.IX.3, f. 251 : "Bonum vinum in taberna mulierum consortia consumserunt omnia. Venite exultemus. Scriptum per ma[num] et non pe[dem]".

(104) Questo codice è decorato in uno stile atipico che combina i girari agli intrecci vegetali. Una decorazione simile si ritrova nel S.XIV.2, nel S.XVII.5 e nel S.XXIV.3, tutti e tre firmati da Giovanni da Epinal.



   
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