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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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Giordano Conti L’Edificio. Architettura e Decorazione in La Biblioteca Malatestiana di Cesena, a cura di Lorenzo Baldacchini, Roma, Editalia, 1992, pp. 55-118 |
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Quando, attorno alla metà del secolo XV, Malatesta Novello dei Malatesti decide di investire gran parte delle sue sostanze in un’opera in grado di tramandarne nei secoli la fama e la gloria non ha, forse, molte esitazioni. Come nel caso di molti altri suoi antenati la scelta cade, quasi automaticamente, su un ambito chiesastico e conventuale che si può considerare, per lunga consuetudine, "di famiglia": quello dei frati minori francescani. Nelle diverse città malatestiane, la chiesa di S. Francesco è divenuta, in epoche successive, il luogo di sepoltura dei maggiori rappresentanti della casata: a Rimini, fin dal 1312, accoglie i resti mortali dell’antico progenitore Malatesta da Verruchio; a Fano, offre spazio alle arche malatestiane, fra cui la tomba gotica di Paola Bianco, prima moglie di Pandolfo III, morta nel 1398; quella di Cesena, nel 1405, è interessata dalla costruzione, da parte di Andrea, di una cappella sepolcrale dedicata a S. Luca. Non bisogna dimenticare, inoltre, che è proprio l’antica chiesa riminese di S. Francesco a trasformarsi, verso il 1450, nel grande tempio-sacrario che Sigismondo intende dedicare a se stesso e alla sua stirpe. Nessuna sorpresa, insomma, se Malatesta Novello, ormai giunto nella piena maturità della sua vita, prende la decisione di portare a compimento i lavori già avviati in un’ala del convento francescano di Cesena per creare una delle prime biblioteche in Italia ispirate ai principi classici del nascente Umanesimo. Ma al di là degli oggettivi legami familiari c’era qualcos’altro che faceva propendere l’interesse del Novello verso l’ordine minoritico: la presenza, all’interno del convento, di uno studium già affermato dove si coltivava l’amore per i libri e per discipline come la grammatica e la retorica. Per un principe umanista, amante delle lettere e delle arti, si trattava certamente di una buona premessa. Quale luogo migliore di quello offerto dai francescani poteva accogliere degnamente la biblioteca che intendeva donare alla città? Certo, esistevano altri ordini religiosi dove si perpetuava una tradizione di lavoro e di studio: è il caso dei benedettini dell’abbazia di S. Maria del Monte, fondata nel secolo XI, e anche, seppure in misura inferiore, degli antagonisti più diretti dei monaci conventuali, i frati predicatori del convento di S. Pietro Martire, il cui insediamento a Cesena si fa risalire alla seconda metà del XIII secolo. Ma senza dubbio, la storia e le vicende dell’ordine francescano erano quelle che garantivano meglio il signore circa l’utilizzazione e la conservazione di un’opera così delicata e sottoposta alle ingiurie del tempo com’era, per sua natura, una biblioteca contenente al suo interno codici manoscritti in pergamena, riccamente rilegati e miniati. L’insediamento dei frati minori francescani a Cesena viene in genere fatto risalire, nelle cronache locali, all’anno stesso della morte del santo fondatore, il 1226. Una leggenda vuole addirittura che S. Francesco, in una delle sue numerose peregrinazioni, incontrasse l’eremita S. Giovanni Bono in una grotta posta nella valle del Cesuola, nei pressi della città. Ma le notizie d’archivio, recentemente riordinate e studiate (1), provano che la presenza francescana non può essere considerata anteriore alla prima metà del Duecento. La testimonianza più antica si ferma al 21 aprile 1250: a quella data è già in corso la costruzione della chiesa e del convento e il papa Innocenzo IV concede un’indulgenza di quaranta giorni a quanti intendano dare il loro contributo al proseguimento dei lavori (2). L’area prescelta per l’insediamento è collocata in un terreno di proprietà episcopale, in contrada Trova. Lo strumento di vendita, perfezionato dal vescovo Manzino l’8 maggio 1250, specifica che i confini sono costituiti dal fossato della città nel trivio della via, e dalle proprietà di un certo Vidalengo (3). La notizia è di estremo interesse e dimostra che il nuovo convento, secondo una pratica consolidata, si dispone ai margini dell’aggregato urbano esistente, in una zona di nuova espansione. L’iter dei lavori dovette essere assai lungo e laborioso: non si sono conservati documenti a questo proposito, ma certo fra le cause del ritardo nel completamento delle opere si deve segnalare l’iniziale ostilità decretata ai francescani dal clero e dall’episcopato locali. La solenne inaugurazione del nuovo complesso conventuale avviene solo quarant’anni dopo l’inizio dell’intervento, il 19 marzo 1290, domenica di Passione (4). La chiesa che Bonifacio Fieschi, arcivescovo di Ravenna, si appresta a consacrare è un prodotto di quella scuola gotico-monastica che già tante prove aveva dato nelle fabbriche francescane sorte, in un breve periodo di tempo, nelle diverse regioni della penisola italiana. La più bella descrizione la fornisce, in un suo saggio famoso, Amilcare Zavatti: "Ampia, bassa, a tetto nella tribuna, la chiesa occupava in largo quasi intera la piazza attuale", cioè a dire, la piazza ottenuta dopo le demolizioni del 1842-44, poi intitolata a Maurizio Bufalini; "l’interno era ad una sola nave con abside poligonale, e la luce filtrata dalle finestre acute doveva, nella vastità dell’ambiente, diffondere appena un malinconico chiarore. La fronte, colla porta fiancheggiata da due finestre e sormontata forse da un occhio circolare, dominava il piazzale o il cimitero"(5). Insomma, i partecipanti alla cerimonia del 1290 dovettero rimanere favorevolmente impressionati dalla grande e austera mole della nuova costruzione francescana che dominava, con il colore rosato dei suoi paramenti murari in mattoni, una zona ancora rivolta, al di là della cinta muraria, verso il verde degli orti e dei campi. Certo, gli apparati decorativi non erano numerosi, e neppure di grande qualità; le pareti interne apparivano ancora un po’ spoglie e disadorne, ma tutto questo faceva parte di un messaggio di compostezza e di povertà che lo spazio religioso doveva trasmettere ai fedeli. Una testimonianza in questo senso è fornita dall’unico corpo rimasto dell’edificio originale: l’abside, con la nuda cortina in laterizio e le lunghe monofore archiacute, comunica ancora, nella sua disarmante semplicità, un senso di spiritualità e di alta forza morale difficilmente rintracciabile in edifici ben più prestigiosi. Accanto alla chiesa si articolava anche il primitivo impianto conventuale, con le celle destinate ai frati, il refettorio, i depositi e gli orti ma di tutto questo, dopo i successivi ampliamenti, non è restata, purtroppo, alcuna traccia notevole in grado di darne una conoscenza attendibile. Con il consolidarsi, nel secolo XIV, di una nuova organizzazione urbana che va a comprendere, all’interno della cinta muraria, anche tutta la zona delle Trove, il convento di S. Francesco raggiunge, con tutta probabilità, una conformazione edilizia molto più definita. Qualche incremento è sicuramente determinato dall’allargarsi del numero dei frati. Non bisogna dimenticare, inoltre, che nel corso di questo secolo si assiste alla nascita e allo sviluppo, fra le mura del convento, di uno studium, una vera e propria scuola di teologia e filosofia. La circostanza, come si può ben comprendere, è fondamentale per la nostra storia: rappresenta infatti il primo passo di una vicenda densa di futuri sviluppi che condurrà, nel corso del Quattrocento, a ulteriori acquisizioni anche sul piano più propriamente edilizio. E’ tuttora ignota la data di apertura di questo studio: la presenza di un lettore, frate Giacomo da Cesena, è testimoniata per la prima volta nel periodo 1382-83, come si può desumere da una postilla di un codice appartenuto all’ordine (6). E’ comunque possibile che un’attività ordinaria di insegnamento fosse già in corso da qualche tempo, anche se a questo proposito non esistono riscontri documentari. Nel 1394 operano, nella scuola annessa al convento, frate Francesco da Faenza, lettore, e frate Francesco da Lendinara, baccelliere (7). Come afferma il Dolcini: "Se il curriculum dello studium cesenate corrispondeva a quello delle altre scuole francescane, possiamo immaginare che il bacelliere avesse l’obbligo di leggere per tre anni le Sentenze di Pietro Lombardo e al quarto anno la Bibbia, mentre il lettore poteva disputare sul medesimo testo"(8). L’esistenza di uno studio organizzato e funzionante è riscontrabile anche in seguito, nel secolo XV: nel 1439 frate Battista da Sassoferrato svolge la funzione di bacelliere (9); attorno al 1455, frate Helfericus di Babenhausen detiene l’incarico di magister studentium (10). Come appare ovvio, con il consolidarsi dell’istituzione scolastica dovette determinarsi il parallelo incremento del patrimonio librario e, dunque, degli spazi destinati alla biblioteca. Non c’è dato conoscere la loro localizzazione, e neppure se si inserivano semplicemente negli ambienti destinati allo studium o se disponevano invece di una certa autonomia. Si può avere invece un’idea abbastanza precisa della consistenza ormai assunta, verso la metà del Quattrocento, dalla raccolta: per stessa ammissione dei frati, una cinquantina circa di codici, tutti, o quasi, confluiti successivamente nella nuova biblioteca (11). Secondo il Campana, che ha tentato di identificarne le caratteristiche prevalenti: "Il fondo conventuale, probabilmente formato nel suo complesso già nel Trecento, è costituito in gran parte da codici dei secoli XIII e XIV, sebbene non privo di manoscritti più antichi; vi prevalgono naturalmente codici di esegesi biblica, di teologia e filosofia, assai meno vi ha parte il diritto"(12). Come si sia formata la libreria e di quali nuclei essa si componesse è difficile dire. Certo è che si tratta di un’istituzione ampiamente consolidata nella città se ancora, nel 1429, in data 1° dicembre, il cesenate Fredolo Fantini lascia ai francescani tutti i suoi manoscritti di diritto canonico (13). Con il crescere dello studium, insomma, l’esigenza di una biblioteca ampia ed efficiente, in grado di rispondere di volta in volta agli incrementi delle dotazioni librarie, diviene sempre di più una necessità irrinunciabile. Al punto che, appena se ne presenta l’occasione, i frati francescani decidono di devolvere parte delle offerte e delle donazioni a questa impresa. E’ il caso di un legato testamentario del cesenate Antonio Gazoli, destinato alla costruzione di una cappella nella chiesa di S. Francesco. I frati si impegnano a rispondere positivamente alla richiesta del donatore mettendo a disposizione nella loro chiesa una cappella già esistente, con relativi apparati liturgici; chiedono, in compenso, di poter utilizzare il lascito corrispondente a 500 lire di bolognini per la costruzione di "una libraria pro conservatione librorum" in "domo construenda et aedificanda", vale a dire, in un edificio già in corso di costruzione. La supplica viene inviata al papa Eugenio IV che, con una bolla del 12 maggio 1445, si impegna a trovare, con il contributo del vescovo Antonio Malatesta, una soluzione favorevole ai francescani.(14) Ma non basta: qualche anno dopo, il 26 maggio 1450, Niccolò V è costretto a dirimere una questione connessa ancora una volta alla volontà, da parte dei francescani di Cesena, di dotarsi di un edificio librario più adeguato alle esigenze del convento. Sono sorti alcuni problemi circa la riscossione di un legato offerto da Sante di Lorenzo Scaccerio: il papa, anche in questa occasione, chiede al vescovo di Cesena di destinare la somma, fino a un massimo di duemila lire riminesi, "ad fabricam loci librariae"(15). E’ il segno della svolta. Terminata la lunga fase delle discussioni, delle richieste, delle verifiche di spesa, i frati possono finalmente mettere mano all’opera che sopravviverà nei secoli alle trasformazioni e alle distruzioni della loro chiesa e del loro convento. Ma tutto questo non sarebbe in alcun modo possibile senza l’intervento decisivo, in quel fatidico 1450, del signore della città: Malatesta Novello. Il contributo offerto in quella occasione appare per la verità ancora modesto e si limita alla donazione di diversi manoscritti per un valore complessivo di cinquecento fiorini (16). E’ però il primo passo verso un impegno che diventerà via via sempre più ampio e totalizzante. Del resto, il 1450 costituisce una sorta di spartiacque anche nella vita dello stesso Malatesta. Deposte ormai definitivamente le armi, completate in gran parte le opere di fortificazione della città e del territorio, i suoi interessi possono finalmente rivolgersi, con più continuità, alla lettura dei classici, alla raccolta e alla trascrizione degli antichi manoscritti, al rinnovamento in senso umanistico della piccola corte cesenate. A tutto questo si aggiunge una sorta di frenesia costruttiva che lo porta ad essere il protagonista diretto o indiretto, nell’arco breve di un quindicennio, del rinnovamento edilizio e urbanistico di Cesena. In questo senso Malatesta Novello, alla pari del fratello Sigismondo Pandolfo, rappresenta il prototipo di quella figura di principe umanista che nella seconda metà del secolo XV, dopo le esemplari esperienze di Firenze e di Roma, si imporrà progressivamente nei piccoli e grandi centri italiani. Una conferma della sua cultura umanistica si può avere – secondo il Campana – da un esame del fondo dei manoscritti che gli appartenevano: "la notevole cura esteriore dei libri sembrerebbe mostrare in Malatesta Novello prima un bibliofilo che uno studioso, la curata scelta dei testi lo dimostra invece più studioso che bibliofilo. Cura largamente anche i codici patristici, ma soprattutto i classici, con notevole scarsezza, parmi, di poeti. E i classici danno il più appariscente carattere della raccolta"(17). L’interesse del Novello per la buona architettura è invece attestato da un epitaffio adulatorio dell’umanista Panfilo Cosso: "Dux, pater, et justus struxi, quas respici arces, piramides, thermos, amphiteatra, domus"(18). Al di là dei riferimenti specifici, certamente inventati e ispirati all’antichità classica, l’impressione che si ricava è quella, ancora una volta, di un principe umanista che vede nella buona architettura la premessa di una rinascita civile e culturale della città. In questo contesto, la costruzione di una biblioteca, per di più in un punto nodale dell’organismo urbano, sembra rappresentare la sintesi e il punto d’arrivo delle aspirazioni del Malatesta, il quale dedicherà ad essa gran parte del proprio tempo e delle proprie essenze. Anche se non esistono documenti puntuali in proposito, si può presumere che al signore di Cesena spettino in gran parte, o nella totalità, le spese sostenute dopo il 1450 per la costruzione della Biblioteca e per il relativo adeguamento librario. Un segnale indiretto può essere desunto dalle vicende successive al legato testamentario di Sante di Lorenzo Scaccerio: il versamento di 450 lire bolognesi, nettamente inferiore alle 2000 lire riminesi previste, viene effettuato solo l’undici settembre 1451, quando i lavori sono già da tempo iniziati (19); mentre per il rogito che consente la sua utilizzazione nella costruzione della libreria bisogna aspettare il 28 marzo 1452 (20). Come si vede, tempi lunghi e cifre troppo basse per un’opera certamente soggetta a una lievitazione crescente dei costi in rapporto alle aumentate ambizioni dei francescani e, soprattutto, del signore della città. E’ a questo punto che l’impresa passa, con ogni probabilità, sotto il patrocinio esclusivo, culturale e materiale, di Malatesta Novello. A lui direttamente incominciano a rivolgersi le maestranze e gli artisti impegnati nel grande cantiere della Biblioteca. Alle sue finanze ricorrono sempre più spesso gli stessi frati per coprire i più che probabili vuoti di bilancio. Quello che doveva essere, almeno agli inizi, un semplice contributo per l’arricchimento del patrimonio librario diviene ben presto un vincolo definitivo e totale, che impegnerà il signore fino alla sua morte. In seguito alla scomparsa dell’archivio malatestiano è divenuto impossibile documentare gran parte delle rimesse dirette a favore degli operatori occupati a vario titolo nei lavori. Ma quel poco che resta in altri fondi basta a testimoniare una volontà del Malatesta perdurante nel tempo e nelle più svariate circostanze. Il 24 ottobre 1454, Niccolò V autorizza Malatesta Novello a concedere al convento di S. Francesco beni immobili per una rendita annua di trecento fiorini d’oro, da destinare alla cura della libreria e dei libri e al sostentamento dei dottori e degli studenti; nel medesimo tempo la bolla dispone che quei beni siano amministrati da due laici, i quali devono rendere conto delle loro attività direttamente al donatore (21). Il 3 gennaio 1455il signore offre parte dei suoi redditi sul mulino della Bugazza, nei pressi di Roversano, per consentire ad almeno dieci giovani cesenati, religiosi o laici, di frequentare lo studio e la biblioteca. Nel testo di questo atto c’è una affermazione per molti versi chiarificatrice: "Magnificus et excellens dominus dominus Malatesta Novellus […] ad laudem et gloriam omnipotentis Dei construi erigi et hedificari de novo fecerit in claustro conventus Sancti Francisci de Cesena positi in civitate Cesene in contrata Crucis Marmoris iuxta viam a tribus lateribus et alia sua latera unam domum ad usum et exercicium librarie et in ea imposuerit seu imponi fecerit multa volumina librorum in liberalibus artibus"(22). Come si vede, il Malatesta è ormai considerato l’unico vero committente dell’opera che, si specifica, viene costruita de novo. Altrettanto esplicito è il lascito testamentario, redatto il 9 aprile 1464: in base alla rendita annuale che Venezia deve rimettergli per la cessione delle saline di Cervia, il Novello dispone quanto segue: "Item dimitto bibliotece conventus Sancti Francisci de Cesena, quam fabricari feci, singulis anni ducatos centum auri, qui distribuantur et errogentur pro conservatione illius bibliotece et librorum qui in ea sunt et pro salario et mercede magistri conducti ad legendum fratribus studentibus in eo loco, quod volo esse libras triginta monete de Cesena"(23). Al di là dell’indubbio interesse per la somma, 100 ducati d’oro, da destinare annualmente alla conservazione della biblioteca e dei libri e al salario del maestro, quel che viene a emergere, ancora una volta, è il ruolo decisivo assunto dal Malatesta nell’impresa. Con evidente orgoglio e piena consapevolezza egli può infatti affermare, senza tema di smentite, che la biblioteca, quam fabricari feci, è frutto del suo costante impegno finanziario e culturale. Le considerazioni fatte fin qui su basi documentarie trovano una conferma se l’analisi si sposta sulle strutture e sui manufatti di origine quattrocentesca ancora conservati. Una questione controversa riguarda l’avvio dei lavori nel braccio del convento che doveva ospitare la nuova biblioteca. A questo proposito il Pasini, facendo riferimento alle analogie col S. Francesco riminese, afferma che "probabilmente anche nel caso della biblioteca i lavori iniziarono senza particolari" preoccupazioni per quanto concerneva la forma architettonica, nel 1445"; subito dopo, fornisce una valutazione sull’andamento del cantiere pienamente condivisibile: "i francescani pensavano forse di modificare ed ampliare semplicemente un corpo di fabbrica preesistente, che costituiva il prolungamento del refettorio (al piano terreno), e del dormitorio (al piano superiore), questi ultimi già rimodernati grazie all’intervento malatestiano, come dimostrano i magnifici capitelli "gotici" del refettorio"(24). Insomma, la fabbrica della libreria sembra inserirsi nell’ambito di un più ampio processo costruttivo già avviato da tempo con la collaborazione dello stesso signore. Del resto, uno specifico interesse di Malatesta Novello per la chiesa di S. Francesco si può far risalire, con tutta probabilità, al 1439. il 13 ottobre di quell’anno viene stipulata una convenzione tra i frati minori e il pittore Bartolomeo di Tommaso da Foligno "sopra el dipingere et mettere a oro una taula overo ancona facta del legname per lo altare de la capella grande"(25). L’atto, nella sua stesura, contempla tutti i dati indispensabili in casi di questo genere: la durata dell’incarico, che non può superare i due anni; le caratteristiche della pala, di cui il pittore deve dorare e ornare la cornice; l’impegno ad eseguire tre prove dimostrative riguardanti la parte centrale del politico, le figure dipinte nei compassi e la predella di base; il compenso di 400 ducati d’oro veneziani, da pagarsi in quattro rate; e infine, la possibilità di usufruire, insieme a due lavoranti, di vitto e alloggio. Ma la parte più interessante, per quanto ci riguarda, sta proprio alla fine, là dove vengono apposte le sottoscrizioni. Fra i testi presenti appaiono, in buona evidenza, il cappellano e il cancelliere del signore: Francesco da Figline e Nicolò Martinozzi da Fano. E’ la prova di un ruolo attivo già assunto in questa occasione dal Malatesta? Non è facile rispondere. Il Pasini prende lo spunto da questo fatto per segnalare nel Malatesta un possibile committente o finanziatore (26). Anna Zanoli, nel tentare una possibile ricostruzione del polittico, dipinto dopo il 1441 per l’altare maggiore, giunge perfino a immaginare, al centro di una scena della predella inferiore, "forse lo stesso Malatesta signore di Cesena, appena più giovane di come apparirà di là a poco nella medaglia del Pisanello"(27). Ai primi anni Quaranta del secolo XV risale il primo intervento certo del Malatesta all’interno dell’ambito conventuale: la grande aula del refettorio al piano terra. L’impianto a due navate, anche se compreso in un sistema di archi e di volte di grande linearità compositiva, tradisce ancora nei fusti quadrangolari dei pilastri, nel trattamento minuzioso dei capitelli in pietra, negli effetti chiaroscurali delle ghiere in cotto delle finestre, la sua appartenenza alla declinante cultura del gotico padano. Ma la comparsa qua e là, fra le volute e le foglie d’acanto, degli stemmi malatestiani è già la testimonianza di un rinnovato clima culturale, in cui il principe tende a collocarsi al centro di ogni importante impresa costruttiva. La precocità di questa esperienza è testimoniata, ad ogni modo, dagli affreschi monocromi dipinti alle pareti, "caratterizzati da un goticismo aspro, arcaico, anche se non privo di eleganza e di inserti moderni", che il Pasini riferisce alla cerchia di Bartolomeo di Tommaso, segnalato a Cesena, come abbiamo visto, nel 1439 e nel 1441(28). La lettura iconografica dei dipinti in terretta verde offre spunti interessanti che vale la pena di rilevare (29). Il lunettone posto nella parte di fondo, a sinistra, è interamente occupato da una grande Crocefissione. La scena appare estremamente animata: attorno al Cristo morente, in alto, è tutto uno svolazzare di angeli, mentre in basso, ai piedi della croce, una piccola folla assiste al compiersi dell’evento. La raffigurazione, evidentemente, ha uno specifico valore devozionale. Ma non bisogna dimenticare che il tema del Crocifisso è particolarmente caro a Malatesta Novello: compare nel verso della medaglia coniata per lui, nel 1445, dal Pisanello; ritorna nella denominazione del nuovo ospedale che egli fa costruire, a unificazione di quelli esistenti, dopo il 1451. L’altro lunettone, posto sul lato destro della parete, ha una articolazione molto più complessa che si ripartisce organicamente su tre piani: alla base compare un’Ultima Cena; in alto è rappresentata la stigmatizzazione di S. Francesco; nella fascia mediana si dispone un trittico che esalta, almeno nei due riquadri laterali, la carità data e ricevuta. Ma la scena più interessante è quella che compare proprio al centro della composizione, di chiaro significato allegorico: un principe, a mani giunte, con il saio, la corona e la spada, sta per levarsi, sotto la protezione di un angelo, da un’urna scoperchiata; di fronte a lui, sotto una specie di baldacchino, un papa regna inginocchiato e guarda verso il cielo dove si intravede una mano con due dita protese. Per il Trovanelli questa rappresentazione, dipinta a suo parere da un artista chiamato da un Malatesta, è allusiva alle vicende di quella famiglia: "Essa infatti dopo la morte dei tre fratelli (figli di Galeotto), Pandolfo, Andrea o Malatesta da Cesena,e Carlo, sarebbe finita per mancanza di legittima discendenza, ma continua invece per le legittimazioni di tre figli naturali di Pandolfo, cioè Sigismondo, Domenico o Malatesta Novello, e Roberto, che il loro zio Carlo […] ottenne da Papa Martino V"(30). Di qui, l’immagine di una vera e propria risurrezione dei Malatesta per effetto dell’avvenuto riconoscimento papale, infatti – prosegue il Trovanelli – "il principe che balza su dall’avello non è questo o quel personaggio della famiglia Malatesta, ma la famiglia medesima simbolicamente raffigurata. La mano in alto rappresenta la volontà divina; e l’angelo la celeste protezione" (31). Se al piano inferiore del refettorio appare chiara l’opera di ristrutturazione effettuata in età malatestiana sulle strutture preesistenti, più problematica e difficile risulta la comprensione del grande spazio sovrastante, completamente svanito dopo ripetuti interventi ricostruttivi. Zavatti, attraverso una serie di saggi sulle pavimentazioni e sulle murature, è riuscito a cogliere alcuni degli aspetti fondamentali di quello che era con certezza, nel secolo XV, il dormitorio dei frati (32). Il grande vano, probabilmente coperto da ampie capriate in vista, doveva presentare nella parte centrale un lungo corridoio di disimpegno, nelle fasce laterali una doppia schiera di celle monastiche, illuminate una a una da una coppia di finestre disuguali. A questo proposito, anzi, le indagini effettuate sulle cortine murarie hanno messo in luce un particolare curioso: "ad ogni finestra ogivale del muro a nord corrispondeva nell’altro una finestrina ad arco depresso, e viceversa"(33). L’esiguità dei manufatti rimasti non consente in alcun modo di fornire elementi precisi circa la datazione dell’intervento. Forse l’ordinamento delle celle preesisteva all’epoca malatestiana; ma non si può escludere che una sistemazione più razionale sia avvenuta in coincidenza con i lavori del refettorio sottostante, come lascerebbe trasparire il trattamento sostanzialmente omogeneo delle aperture. Un’ulteriore accelerazione dei lavori già da qualche tempo avviati nel comparto ovest si ha sicuramente, dal 1445 in avanti, in tutta la zona est del lungo braccio a due piani del convento. In genere, questa nuova fase costruttiva viene fatta coincidere con la presenza a Cesena, nella seconda metà degli anni Quaranta, di Matteo Nuti e di alcuni suoi collaboratori (34). Il 26 gennaio 1448 i due fratelli Matteo e Giovanni Nuti, insieme a Cristoforo Foschi, partecipano a Cesena a un lodo arbitrale(35). Nell’occasione viene anche definito il loro ruolo professionale (muratores) e lo stato attuale di residenza (habitatores Cesene). La notizia, come si può comprendere, è di estremo interesse: da una parte chiarisce, una volta per tutte, il significato strettamente operativo assunto, almeno agli inizi, dall’attività del Nuti; dall’altra fa presupporre l’insediamento a Cesena, già da qualche tempo, di maestranze provenienti da Fano. E’ più che probabile, insomma, che fin dal 1447, come hanno scritto in molti, Matteo e compagni si unissero ai già numerosi muratori, carpentieri e scalpellini che operavano nel grande cantiere di S. Francesco (36). Del tutto errato, invece, è confondere questa circostanza con l’avvio dei lavori nell’aula vera e propria della Biblioteca. Certo, fin dal 1445 i frati avevano dichiarato l’esigenza di costruire una nuova libreria. Ma, come rileva anche il Dolcini, nella bolla di Nicolò V del 1450 "la libreria dei francescani è ricordata come progetto ancora da compiere, per il quale occorrono danari. Sembra allora verosimile che la fabbrica della biblioteca non fosse avviata prima del 1450; il termine dei lavori è situato senza difficoltà nel 1452-54"(37). Nella seconda metà degli anni Quaranta, molto verosimilmente, vengono portati avanti i lavori in quella parate del braccio conventuale che dovrà ospitare, in seguito, l’aula della libreria. E non si tratta di interventi di poco conto. E’ vero che, come afferma Zavatti, "la costruzione di Malatesta Novello s’innesta sopra i muri di un più vetusto edifizio". Ma è proprio lo stesso studioso a riferirci, dopo attente verifiche sulle strutture, di essere in grado di dare "un’indicazione attendibile del punto preciso, oltre il quale si estende la parte dell’edificio interamente dovuta a quel nostro munifico signore"(38). E infatti: "Le immorsature visibili sulle due facciate laterali della Biblioteca Malatestiana autorizzano il sospetto che sia totalmente nuova la parte dell’edificio corrispondente alle due ultime campate verso oriente del pianterreno e alle tre ultime del primo piano. Infatti qui mancano del tutto avanzi di costruzioni anteriori come se ne vedono nel resto. E qui solo – una sulla fronticina orientale e una su ciascuna delle parti estreme dei fianchi – si trovano esternamente le lapidi di Malatesta Novello"(39). In buona sostanza, alla prima fase di ristrutturazione fa seguito un ben più consistente ciclo di lavori di ampliamento e sopraelevazione. In questa nuova ottica, la vicenda costruttiva della grande sala al piano terra, collocata in direzione esattamente opposta e speculare al refettorio, viene a chiarirsi definitivamente. La parte terminale è in maniera innegabile frutto di un discreto prolungamento dell’edificio preesistente. L’impianto a due navate mantiene invece una suddivisione più antica, ma i pilastri centrali cruciformi e i semipilastri appoggiati alle pareti mostrano una robustezza ragguardevole, tale da far pensare a un intervento di adeguamento per garantire una buona tenuta statica a un ulteriore organismo soprastante. Anche la scala e il vestibolo, di cui non è rimasta traccia, dovevano costituire un problema di non poco conto in vista della costruzione dell’aula bibliotecaria. Non è escluso che, come sostiene il Volpe, "un corpo scala disimpegnasse i due bracci, sulla falsariga di quello che ancor oggi si vede nell’atrio d’accesso della biblioteca di Monte Oliveto Maggiore"(40), composto da due piccole rampe laterali che dal piano terra salgono a un corridoio centrale al piano primo. Al di là delle ipotesi, resta il fatto che nel 1450 l’edificio è ormai pronto ad accogliere, in tutta la zona superiore prospiciente il dormitorio, i nuovi lavori necessari per creare la biblioteca voluta dai frati e patrocinata dal signore. E’ a questo punto che si innesta, all’interno di un cantiere sostanzialmente fermo alle regole costruttive medievali, un alito progettuale nuovo, che rivoluziona almeno in parte i precedenti programmi per proporre una struttura largamente ispirata, nelle forme e nei modi, ai canoni dell’umanesimo. Non si sa quando Malatesta Novello si sia recato a Firenze. Forse nel 1442, in occasione del concilio che si tiene in quella città. Forse dopo, per incontrare Cosimo de’ Medici, col quale intrattiene in seguito rapporti di scambio per la trascrizione dei codici(41). Ma certo, deve avere ben presente la biblioteca fatta costruire dal signore di Firenze nel convento domenicano di S. Marco quando, dopo il 1450, decide di fare finalmente corso ai tanto attesi lavori della libreria. Il principe cesenate vuole realizzare un’opera memorabile, che testimoni nei secoli la sua fama di munifico patrono delle lettere e delle arti. L’intervento, protrattosi ininterrottamente dal 1450 al 1454, risponde pienamente alle sue attese, tanto da superare in molte parti, per magnificenza, lo stesso modello proposto da Michelozzo a S. Marco. L’aula della Biblioteca assume una conformazione basilicale a tre navate, più alta e stretta quella centrale voltata a botte, un poco più larghe e basse quelle ai fianchi coperte a crociera. Le colonne che separano le navate, in pietra locale proveniente dalle cave di Montecodruzzo (42), si dispongono elegantemente nella parte mediana su due file parallele e si raccordano attraverso le undici campate laterali con le semi-colonne in cotto addossate alle pareti. Un sistema spaziale, come si vede, di grande suggestione, che fonda la sua immagine sulla sostanziale levità delle strutture voltate e su un’accentuata caratterizzazione plastica delle colonne, profondamente incise da scanalature a bastoncini, e dei capitelli, decorati in modo diverso con motivi vagamente ionici e corinzi. Nel complesso l’idea che viene a emergere, almeno a prima vista, è quella di una vera e propria "chiesa in miniatura"(43). Del resto, l’impressione di trovarsi in una sorta di tempio laico è accentuata dal ruolo che assume, all’interno della sala, la luce: costante, equilibrata, omogeneamente distribuita in ogni parte, essa offre un’immagine di serena e pacata bellezza, come si addice a un luogo di meditazione e di studio. La soluzione è stata ottenuta mediante l’apertura, su ciascuna parete laterale, di una fila ininterrotta di ventidue finestrelle che si dispongono a due a due fra una campata e l’altra. Ma alla base di questo risultato così convincente e calibrato c’è soprattutto una sofisticata e complessa analisi delle fonti di illuminazione: la luce proveniente dalle finestre viene ripartita, attraverso gli sguinci, in fasci a tronco di cono che si intersecano perfettamente in corrispondenza della linea delle colonne realizzando una copertura totale del campo visivo nelle navate laterali; al contrario, il corridoio mediano è investito longitudinalmente da un’unica fonte luminosa proveniente dall’occhio di fondo, elegantemente ritagliato a rosoncino(44). Un carattere mai sufficientemente messo in risalto è quello del colore. Si è sempre fatto riferimento al caldo effetto visivo determinato dal tenue e quasi naturale sovrapporsi delle diversi tonalità cromatiche, che sfumano dal bianco, al rosso, al verde. Ma non bisogna dimenticare che questi tre colori sono esattamente quelli che compaiono negli stemmi dei Malatesti, come si può verificare in alcuni codici della biblioteca stessa (45). Chiaramente allusivi alla famiglia del promotore dell’impresa possono essere considerati, dunque, il bianco delle colonne disposte nella parte mediana della sala, il rosso delle semicolonne laterali e della pavimentazione in cotto, il verde dell’intonaco nelle pareti e nelle volte(46). Nel 1452 le opere di carattere strettamente architettonico dovevano risultare pressoché concluse e l’aula poteva già presentarsi all’ammirazione dei cesenati in tutto lo splendore delle sue pure forme rinascimentali. Il signore, in segno di gratitudine, decide in primo luogo di collocare, nell’atrio esterno di accesso, l’epigrafe dedicatoria che celebra l’impegno del principale protagonista dell’ultima fase costruttiva: Matheus Nutius fanensi ex urbe creatus, Dedalus alter, opus tantum deduxit ad unguem; in posizione un po’ defilata, nella cornice superiore, l’indicazione dell’anno 1452. Nella pavimentazione interna della sala fa invece disporre, in stretta correlazione con la sequenza delle campate e delle navate, le formelle in pietra che esaltano il suo personale impegno nella realizzazione dell’impresa: Malatesta Novellus Pandulphi filius Malateste nepos dedit. Lo stesso avviene nelle pareti interne e nelle cortine laterizie esterne, con una sola variante nell’espressione finale: hoc dedit opus. Nei due anni successivi alla chiusura del cantiere edilizio si mette mano a tutte le opere di completamente relative alle decorazioni, agli infissi e agli arredi, al fine di rendere effettivamente agibile e utilizzabile lo spazio bibliotecario. Il problema più urgente riguarda la chiusura delle finestrelle ad arco acuto, per le quali si adottano leggeri telaietti in legno invetriati. Ci sono poi da realizzare i banchi della sala. Dalla pineta di Ravenna arriva gran del legno di pino necessario per la predisposizione dei cinquantotto plutei, ventinove per navata (47). L’attività dei maestri falegnami risponde perfettamente, anche in questo caso, alle difficili richieste della committenza. Ogni banco è costruito in modo da consentire sia una buona conservazione che una facile accessibilità dei codici: una sedile fisso permette di stare all’altezza giusta di fronte al manoscritto, una spalliera leggermente inclinata all’indietro garantisce un appoggio comodo nei momenti di pausa, una scansia ospita i volumi in deposito, un leggio soprastante li riceve durante la lettura, una catenella ne impedisce il trasferimento. Pur nella loro apparente semplicità, i banchi appaiono non privi di elementi decorativi di un certo rilievo: sui fianchi sono inseriti alternativamente gli stemmi a colori con le tre teste, la grata e la scacchiera della famiglia Malatesti; sottili cornici riquadrano elegantemente i vari settori e in particolare lo schienale, dove corre un caratteristico cordoncino in legno; le catenelle risultano composte da graziose e robuste ghiandine in ferro battuto(48). Ma certamente il manufatto in legno più impegnativo è rappresentato dalla stupenda porta di accesso alla Biblioteca. L’autore e la data sono incisi sulla cornice superiore dello stesso manufatto: 1454, adi 15 dagosto, Christofarus de sancto Iohanne in Persixedo fecit(49). Le due ante, rigorosamente suddivise in quarantotto piccoli riquadri, forniscono un saggio formidabile dell’abilità raggiunta dalle maestranze padane nella elaborazione delle tematiche ornamentali e decorative tardogotiche. Ma non solo. Secondo il Campana: "gli spartimenti goticheggianti della porta intagliata nel 1454 sono realizzati con particolari accorgimenti, tali da dividere il campo in quattro quartieri, e cioè da ripetere, curiosamente dissimulato, il motivo araldico della scacchiera malatestiana"(50). Sempre sul fronte d’ingresso viene montato, probabilmente nello stesso anno, il grande portale in pietra bianca locale. Ispirato ai più aggiornati stilemi della pratica rinascimentale, esso rappresenta un po’ la summa delle iscrizioni e dei segni araldici malatestiani distribuiti, in maniera quasi ossessiva, all’interno e all’esterno della libreria: una specie di manifesto, di proclama, per testimoniare nei secoli la fama della famiglia proveniente da Verucchio. Sugli scudetti sovrapposti alle paraste laterali compaiono gli stemmi della grata e delle tre teste. Nell’architrave della porta è incisa la dedica ormai consueta: Malatesta Novellus Pandulphi filius Malateste nepos dedit. All’interno del timpano triangolare si staglia l’elefante malatestiano con l’ambigua sentenza: elephas indus culices non timet, l’elefante indiano non teme le zanzare. L’elefante, uno dei più antichi emblemi araldici della casata, compare anche nel grande riquadro posto sopra il timpano, di cui è però incerta la provenienza. Perfino le due grate poste nelle finestre orizzontali che si aprono ai lati del portale, oltre a costituire un importante elemento funzionale, richiamano in modo esplicito uno dei più ricorrenti stemmi malatestiani. Come si è avuto modo di vedere fin qui, la biblioteca fatta costruire fra il 1450 e il 1454 da Malatesta Novello svolge e interpreta al meglio un tema architettonico già formulato nella michelozziana biblioteca di S. Marco. Ma occorre ricordare che la tipologia spaziale a cui si fa riferimento era andata già definendosi alla fine del secolo XIII, quando la Biblioteca diviene il luogo non solo della conservazione ma anche della consultazione dei libri incatenati in appositi banchi di lettura. Questo modello, secondo il Petrucci, si ricollega "naturalmente a quello proprio della chiesa ad unica navata e forse anche, più sottilmente e inconsapevolmente, a quello visivo della pagina del codice scolastico, costruita su due colonne di testo fitto di righe separate da uno stretto intercolumnio e circondate di margini: spazi complementari lasciati vuoti nel libro per l’intervento manuale del lettore, così come nella biblioteca gli spazi laterali e centrali ovviavano alle necessità di spostamento del pubblico degli studiosi"(51). Verso la metà del secolo XV, prima a Firenze poi a Cesena, l’impostazione fisica della biblioteca di tipo conventuale subisce un ulteriore adeguamento attraverso una compenetrazione del modello ad aula oblunga di tradizione trecentesca con quello basilicale a tre navate. Il risultato è una nuova e originale tipologia architettonica che fa pensare, secondo il Rocchi, "a un intenzionale sfruttamento degli effetti prospettici discendenti dalle due file di colonne ravvicinate, già presente nel Brunelleschi e frequente nelle pitture coeve nelle quali compaiono spesso porticati voltati su lunghe file di colonne"(52). Una lettura dettagliata della Biblioteca cesenate, sulla base di un attento e rigoroso rilievo, ha portato in epoca recente alla scoperta di un insieme notevole di elementi che fanno direttamente riferimento alla nuova cultura prospettiva rinascimentale e ai rapporti simbolici e proporzionali indicati dall’Alberti nel De re aedificatoria (53). Una prima testimonianza sul tracciato geometrico modulare di carattere albertiano presente nel portale di accesso alla biblioteca viene fornita, in uno studio sulla tomba di Pandolfo III Malatesta a Fano, dal Petrini: "Anche nel proporzionamento della porta della Biblioteca Malatestiana di Cesena, che il Venturi giudica negativamente, si riscontra l’uso della griglia a maglia quadra che dimensiona la luce, l’altezza della trabeazione, quella del timpano e delle relative modanature, secondo rapporti aritmetici, analogamente alla tomba di Pandolfo. Un altro reticolo strutturale a maglia quadra si riscontra pure nella scultura decorativa sovrapposta successivamente alla porta della biblioteca"(54). Ad un preciso ragguaglio metrico, la porta presenta una dimensione di metri 1,550 per metri 2,336: ciò significa quindi che la larghezza e l’altezza stanno nel rapporto di due a tre. Il riquadro superiore risulta invece strutturato secondo una rigida griglia quadrata di dodici moduli per dodici, ma non sta in alcun rapporto con il portale, avvalorando in questo modo quanto aveva già sostenuto il Domeniconi: "non è escluso che esso vi sia stato apposto più tardi, in epoca postmalatestiana, e sia proveniente da qualche altro monumento cittadino fatto costruire da Malatesta Novello e poi demolito"(55). La conferma definitiva di una precisa volontà progettuale ispirata ai principi architettonici dell’umanesimo si ha però solo attraverso un’analisi più ravvicinata dell’organismo vero e proprio della biblioteca. Come abbiamo visto, la sua conformazione complessiva è basata su tre navate in senso trasversale e undici campate in senso longitudinale. Ma a parere del Masini, il quale riprende una tradizione più antica, il fabbricato venne in parte ridimensionato durante la costruzione per l’imprevisto affondamento di una nave proveniente dall’Oriente che trasportava un buon numero di manoscritti destinati al principe cesenate (56). Al di là dell’attendibilità o meno di questa storia, uno scavo effettuato dallo Zavatti ha accertato, proprio nella zona a levante del fabbricato, le fondamenta di un’intera campata(57). Questo significa che le tre navate basilicali dovevano prolungarsi, secondo il programma iniziale, fino a dodici campate. L’impianto planimetrico veniva così a fondarsi sui numeri tre e dodici, ritenuti fondamentali dall’Alberti il quale nel suo trattato, a proposito del rapporto quadruplo, afferma: "Posto il tre, raddoppiando si ottiene sei; aggiungendo a questo la sua metà, si ha nove; aggiungendo a quest’ultimo la sua terza parte, si ricava dodici, che rapportato al numero di partenza, tre, è appunto il quadruplo"(58). Non bisogna dimenticare, inoltre, quello che appare come un più che evidente richiamo al simbolismo della chiesa cattolica: con il tre a rappresentare la Santissima Trinità e il dodici gli apostoli di Cristo. I rapporti geometrici e proporzionali emergono con maggiore chiarezza qualora si prendano in esame la pianta e gli alzati. L’impianto planimetrico può essere inserito in una griglia formata da quadrati uguali fra di loro, intervallati in senso trasversale e longitudinale dagli allineamenti delle colonne. L’estremo rigore progettuale è segnalato anche dalla esatta corrispondenza fra gli sguinci delle finestre laterali e le diagonali dei quadrati che contengono le singole campate. Per quanto riguarda le due sezioni, sia trasversale che longitudinale, si può notare come esse siano inscrivibili in un ben definito reticolo che, a partire dal piano originale del fabbricato, individua in altezza tutti i livelli successivi dei pavimenti, delle imposte degli archi, degli intradossi delle volte, fino alle capriate di copertura. In estrema sintesi, i rapporti che vengono a emergere fra larghezza e altezza delle diverse parti strutturali rispondono a una logica molto elementare di tre a due e di uno a due; e infatti, come annota il Wittokower: "le proporzioni che l’Alberti raccomanda sono i semplici rapporti di uno a uno, uno a due, uno a tre, due a tre, tre a quattro, ecc., che stanno alla base dell’armonia musicale, e che l’Alberti stesso aveva ritrovato negli edifici classici"(59). Una serie ulteriore di correlazioni è facilmente rintracciabile in alcuni degli elementi caratterizzanti il sistema statico. Le colonne in pietra, di sostegno alla volta centrale a botte e alle volte laterali a crociera, sono alte nove volte il diametro del fusto preso alla base. Le semicolonne in mattoni che danno appoggio alle volte delle due navate laterali sporgono dal muro esattamente per metà del loro diametro e misurano in altezza otto volte la sezione del fusto calcolato sempre alla base. Per rendersi conto della perfetta rispondenza di questi rapporti con le regole canoniche indicate dall’Alberti, basta fare un confronto con un brano del suo trattato: "Alla colonna corinzia fu assegnata una larghezza pari a nove volte il diametro dell’imoscapo; per l’ordine ionico la misura fu invece di otto volte"(60). Un’analisi ancora più specifica dei manufatti ha portato alla scoperta di una quantità impressionante di riscontri proporzionali: le colonne centrali, includendo la base e il capitello, sono in rapporto di dodici a uno rispetto al diametro del fusto alla sommità; le semicolonne laterali, sempre comprensive di base e capitello, stanno invece nel rapporto di dieci a uno rispetto al diametro alla base del fusto. Un’equilibrata sintesi fra le parti è rintracciabile perfino in dettagli apparentemente poco importanti: il cerchio in cui sono inscritte le basi di entrambi i tipi di colonne sta nel rapporto di tre a due col fusto delle medesime; i capitelli possono essere racchiusi in uno schema geometrico basato sulla irradiazione concentrica dei circoli. Il risultato più evidente di questo intenso lavoro di ricognizione è rappresentato dall’immagine del tutto nuova e per molti versi sorprendente, che viene ad assumere la Biblioteca voluta da Malatesta Novello. Di fronte a un edificio di così ben definite intenzionalità progettuali sono destinati a cadere, uno a uno, molti dei luoghi comuni che ne hanno finora impedito una più completa comprensione critica. La prima tesi da sfatare è quella, ormai consolidata, di una pura e semplice riproposizione a Cesena del modello sperimentato da Michelozzo a Firenze. Certamente, non mancano riscontri puntuali e pertinenti, soprattutto in relazione all’organizzazione planimetrica dell’impianto a tre navate. Ma occorre notare che uno degli elementi fondamentali di questo tipo di biblioteca, la volta centrale a botte, non esisteva affatto nella primitiva fabbrica di S. Marco. Fu costruita solo più tardi, nel 1457, dopo un terremoto che nel 1451 aveva prodotto danni consistenti alle strutture terminate nel 1444. Come afferma Gori-Montanelli, "originariamente la biblioteca presentava una soluzione tettonica simile a quella dei corridoi dei dormitori, con le travi e i correnti del tetto visibili, oppure con un soffitto piano simile a quello corrispondente al vestibolo della biblioteca nel corridoio"(61). Una raffigurazione molto vicina a questo impianto iniziale è forse rintracciabile in un dipinto realizzato, nel 1440-45, da un celebre frate del convento: il Beato Angelico. Nella scena dell’Apparizione dei santi Pietro e Paolo a S. Domenico, posta nella predella dell’Incoronazione della Vergine ora al Louvre, compare un’aula basilicale che come a S. Marco presenta le navate laterali voltate a crociera e quella centrale coperta da un soffitto piano(62). Questa caratteristica è stata verificata anche da recenti ricerche effettuate sulle strutture dell’edificio fiorentino: "In base agli accertamenti eseguiti nei sottotetti si è confermato che la copertura a falde della biblioteca era più bassa dell’attuale secondo le tracce murarie ivi rinvenute, che attestano che la copertura venne rialzata tanto da richiedere una seconda gronda esterna sovrapposta alla preesistente gronda in cotto, di cui replicò modanature e materiale. Il corridoio centrale della biblioteca non poteva quindi essere coperto con l’attuale volta a botte, impedita nel suo sviluppo a tutto sesto dalle falde della primitiva copertura"(63). E’ a Cesena, dunque, con l’innesto della volta a botte centrale a sezione di semiarco rialzato, che viene a configurarsi definitivamente, subito dopo il 1450, quel tipo di biblioteca monastico-rinascimentale che aveva avuto a Firenze, qualche anno prima, una parziale, seppure indimenticabile interpretazione. Non si tratta in alcun modo di una semplice innovazione tecnologica, e neppure di un necessario completamento funzionale. Il problema è di carattere esclusivamente spaziale e rappresentativo, come si può ben comprendere dalle parole dell’Alberti: "Per raggiungere la maestà delle forme e la lunga durata, a mio parere la copertura del tempio dev’essere a volta"(64). Non è a caso che un contemporaneo, il Filarete, nel commentare la biblioteca di S. Marco si soffermi a lodare, per il suo alto grado di suggestione, proprio il complesso sistema di volte riordinato nel 1457 anche sulla base della precedente proposta cesenate: "Della libreria non dico la grandezza e la bellezza d’essa, la quale è in volta; dalle colonne essa volta è retta"(65). Un’altra questione da riprendere è quella relativa alle responsabilità progettuali. A questo proposito non sembrano sussistere dubbi. La lapide dedicatoria posta a destra della porta d’ingresso della Biblioteca è molto esplicita e afferma che Matteo Nuti, nel 1452, opus tantum deduxit ad unguem; vale a dire, tanta opera portò a perfezione. Ma proprio quest’ultima espressione, ad unguem, pur nella sua forma di carattere poetico, sembra alludere essenzialmente alla fase esecutiva e alla conclusione dei lavori e non tanto all’iniziale momento ideativo e progettuale(66). Per avere una risposta ai tanti interrogativi circa l’effettivo ruolo del Nuti all’interno del cantiere malatestiano può essere utile, ancora una volta, tornare alla lettura dei documenti che ne definiscono, con una certa continuità, la vicenda umana e professionale. Nell’atto del 1448, in cui compare per la vita volta a Cesena, viene dichiarato, come abbiamo visto, muratore e si trova associato ad altri due colleghi di Fano: il fratello Giovanni e Cristoforo Foschi. Un indizio, forse, di una plurima partecipazione ai lavori di S. Francesco, magari in forma associata? Una conferma in questo senso sembra venire da un documento danese del 25 maggio 1449, nel quale Matteo si impegna a pagare Cristoforo Foschi, definito suo discepolo, "pro suo salario pro tempore quo eis famulatus est"(67). L’impressione, insomma, è che Matteo Nuti fosse a capo di un certo numero di maestranze e che a lui spettasse, di conseguenza, l’obbligo di organizzarle e di pagarle. A guardar bene, non si può parlare di un ruolo imprenditoriale in senso stretto; come si può verificare in gran parte dei contratti edilizi stipulati in età malatestiana, manca un vero e proprio coinvolgimento degli assuntori delle opere nella fornitura dei materiali e nel reperimento della manodopera. Ogni imprenditore, in buona sostanza, si limita a mettere a disposizione del committente le competenze professionali del suo gruppo di maestranze e tutte le attrezzature di carattere ordinario necessarie nel corso dei lavori. Questo non toglie che negli interventi di maggior impegno l’esperienza di alcuni maestri muratori, dotati di particolari attitudini organizzative, venisse utilizzata nella direzione e nel controllo complessivo del cantiere(68). E’ questo, certamente, il caso di Matteo Nuti, a cui il signore di Cesena concede, da un certo momento in avanti, la piena responsabilità dei lavori in atto per la costruzione della prediletta biblioteca. Il risultato finale appare così soddisfacente che il Malatesta, in segno di eterna gratitudine, decide addirittura di far incidere sulla pietra un’epigrafe in cui il suo prezioso collaboratore viene celebrato come Dedalus alter, novello Dedalo. Lo status professionale del Nuti, nonostante il ruolo assunto in questa impresa, non è però destinato a cambiare: in alcuni documenti del 1452 continua a comparire come muratore (69), oppure come maestro de preda, alla pari di un certo Giacomo da Bellinzona, col quale è chiamato a collaborare nella verifica delle opere da eseguire lungo le mura di porta Cervese(70). Ma la stima guadagnata presso il signore e gli amministratori della città doveva essere ormai tale che la sua presenza può essere data per certa, negli anni successivi, in molti interventi piccoli e grandi realizzati a Cesena e nel territorio circostante: un esempio è rappresentato dallo slanciato bastione circolare portato a conclusione, nel 1466, nel perimetro della rocca(71). In un contesto di questo tipo, il contributo fornito dal Nuti nella realizzazione della biblioteca dev’essere, dunque, più utilmente ricercato in tutte quelle minute ma indispensabili scelte di cantiere che affondano nel pragmatismo costruttivo e nelle tradizioni edilizie dell’area padana. I riferimenti, a questo proposito, risultano molti e significativi, soprattutto nelle parti esterne dell’edificio. Come afferma il Volpe: "La semplicità strutturale (una muratura in mattoni compatta con il pieno che prevale nettamente sui vuoti), la partitura, il ritmo, le dimensioni, la forma sestiacuta delle finestre, il rosone plurilobato sulla parete di fondo, l’uso di formelle in cotto, forse policrome, per rifinire la linea del tetto, sulla quale lo Zavatti esprimeva a suo tempo l’opinione di un attico merlato, fanno ancora parte di un lessico tardo-gotico ben accetto, se non imposto, dalla committenza, rispettoso dei vicini convento e chiesa, addirittura innestato su antiche preesistenze"(72). Anche l’interno presenta notevoli elementi di continuità con consuetudini edilizie ancor vive e operanti. Il laterizio, che caratterizza col suo colore rosso-bruno le cortine murarie, si insinua nelle mezze colonne addossate alle pareti e si espande nelle pavimentazioni a spina di pesce delle navate. Le venti colonne, realizzate con una pietra calcarea di origine locale, si distinguono per la grande varietà di capitelli alternativamente decorati con corone, ovuli, volute e fogliami a cui si aggiungono, spesso, i diversi emblemi araldici malatestiani. Infine, la suggestiva tinta verdognola distesa sull’intonaco sembra una reminiscenza di antiche e mai smarrite tecniche di pittura a tempera(73). La sostanziale correttezza costruttiva dell’edificio realizzato dal Nuti emerge anche da una più completa ricognizione del sistema statico e strutturale. Una difficoltà congenita è rappresentata dal fatto che il nuovo impianto a tre navate si imposta, in maniera del tutto indipendente, sopra un corpo di fabbrica già esistente a due navate. Questo significa che le colonne e le semicolonne, lavoranti per compressione, appoggiano in falso sulle volte sottostanti. A questo inevitabile stato di debolezza si tende a ovviare con scelte che garantiscano la tenuta generale del sistema delle volte e delle coperture. Un reticolo regolare di tiranti in ferro collega e unisce fra di loro le imposte delle crociere e della botte, in modo da costituire un’intelaiatura forte ed equilibrata, in grado di rispondere adeguatamente alle spinte di ribaltamento. In particolare, per la stabilità della volta centrale, si è fatto ricorso superiormente a una serie di contrafforti che dall’estradosso della volta a botte si raccordano, con uno spessore decrescente, con la sommità degli archi che si dispongono fra una crociera e l’altra. Il tetto di copertura è composto da una ben distribuita orditura di capriate, correnti e correntizi su cui si dispongono il tavellato e il manto di tegole curve. Le incavallature in legno di castagno sono del tipo a catena, controcatena e due monaci e offrono un’assoluta garanzia di stabilità e di durata nel tempo; così come gli appoggi laterali, che sono stati fissati su mensole sovrapposte a una coppia di longarine in legno al fine di conseguire una più uniforme ripartizione dei carichi e un’effettiva protezione dall’umidità contenuta nelle murature(74). Precise valutazioni di ordine conservativo e funzionale sottendono alla scelta, a Cesena come a Firenze, di collocare l’aula bibliotecaria al primo piano. La durata di un edificio è in genere messa in discussione da due nemici mortali: l’acqua e il fuoco. Nel caso di una biblioteca, con un rilevante patrimonio librario da salvaguardare, il rischio risulta addirittura maggiore. La soluzione allora non può che essere quella di creare una sorta di "zona franca", sufficientemente innalzata dal terreno da evitare i ricorrenti fenomeni alluvionali sottostanti e così ben protetta dalle volte in mattoni da non temere l’eventuale espandersi delle fiamme dalle coperture lignee sovrastanti. Una volta individuati il significato innovativo della Biblioteca e il ruolo preciso del Nuti nella sua costruzione, non restano da definire che le responsabilità progettuali connesse alla fase di ideazione e di avvio dell’impresa. Da questo punto di vista il campo di ricerca tende subito a restringersi alle personalità che attorno al 1450, per una ragione o per l’altra, sono impegnate nel cantiere riminese di S. Francesco. Sembra infatti che fra le due piccole capitali rette da Sigismondo Pandolfo e Malatesta Novello si mantenga, almeno nel periodo di maggior splendore dei due fratelli, uno scambio pressoché costante di artisti e maestranze. E’ ormai un fatto accertato che la visita di Filippo Brunelleschi alla rocca di Rimini, nel 1438, abbia avuto una prosecuzione in altre fortificazioni malatestiane, fra cui Cesena(75). Ma il fenomeno assume proporzioni più vistose in seguito, quando oltre a Matteo Nuti, anche Cristoforo Foschi, Matteo de’ Pasti e Agostino di Duccio sono chiamati, a fasi alterne, a dare il loro contributo nell’una o nell’altra città(76). Cristoforo Foschi compare per la prima volta a Cesena nel 1448, insieme al Nuti, e poi ancora nel 1461, forse per lavorare alla rocca(77). Matteo de’ Pasti è documentato solo nel 1464: la sua presenza è da considerarsi però importante e testimonia il suo contributo all’intensa attività edilizia ancora in atto negli ultimi anni della signoria malatestiana(78). Agostino di Duccio è citato in una lettera del 18 dicembre 1454: Pier de’ Gennari, impegnato nei partiti decorativi del Tempio Malatestiano, avverte il signore di Rimini che "a la sepoltura non mancha se non uno pocho al coperchio et commo maestro Agostino ritorna da Zesena, subito gliela farò fornire" (79). Agostino era dunque impegnato a Cesena, probabilmente, in uno dei cantieri aperti a quell’epoca: nella chiesa di S. Caterina, che proprio in quegli anni veniva dotata di un magnifico altare in marmo; oppure, nella libreria di S. Francesco, di cui si stavano completando le opere scultoree e decorative. Di questo avviso sembra essere anche il Pasini, il quale attribuisce tutte le parti in pietra della Biblioteca alla "officina riminese di lapicidi diretta da Agostino di Duccio" e, in particolare, il timpano superiore del grande portale in pietra al maestro stesso (80). Una convalida della straordinaria fusione di interessi culturali e di scelte artistiche che unisce Cesena a Rimini si ha anche dall’esame dell’attività di due figure particolarmente significative nel panorama del primo Rinascimento: il Pisanello e Piero della Francesca. Il Pisanello, autore prediletto da Sigismondo Pandolfo, modella intorno al 1445, probabilmente durante il suo soggiorno a Ferrara, una splendida medaglia che riproduce: da un lato, l’effigie del signore con la scritta Dux equitum praestans, Malatesta Novellus, Cesenae dominus; dall’altro, probabilmente lo stesso Malatesta nell’atto di abbracciare, in ginocchio, il Crocifisso(81). Piero della Francesca, impegnato nel 1451 a dipingere l’affresco di S. Sigismondo nel Tempio riminese, lavora quasi certamente in quel periodo anche a Cesena. La testimonianza di Luca Pacioli non precisa né l’anno né il luogo(82). Ma la circostanza non è affatto improbabile se si pensa che Giovanni Bacci, committente dell’opera maggiore di Piero, le Storie della croce di Arezzo, ebbe stretti legami coi Malatesti e, in particolare, con Malatesta Novello che gli diede, nel 1461, la carica di podestà di Cesena(83). L’ipotesi più attendibile è che proprio Giovanni Bacci sia stato il tramite, come a Rimini, tra il pittore e il principe cesenate che dovette impiegarlo, verosimilmente, in qualche parte della chiesa e del convento di S. Francesco. Ma al di là di una disamina degli eventuali interventi eseguiti, sarebbe forse più utile sondare l’influenza esercitata da Piero sulla piccola corte cesenate e verificare quanto delle sue teorie di geometrica perfezione si sia consolidato nei successivi programmi di rinnovamento architettonico e spaziale attuati da Malatesta Novello. L’asse Rimini-Cesena si ripropone anche in quello che può essere considerato il personaggio chiave di tutta la politica culturale attuata, da un certo momento in avanti, dai Malatesti: Leon Battista Alberti. Come precisa il Pasini, "dalla metà del secolo tutto ciò che riguarda il mondo artistico malatestiano (e poi romagnolo) sembra ruotare attorno a quei principi che egli aveva teorizzato o andava teorizzando con una lucidità prima sconosciuta e con una spregiudicatezza almeno pari alla lucidità. E’ con le sue idee che il rinascimento irrompe in Romagna e vi trionfa per almeno un decennio, riuscendo a gettarvi dei semi che germoglieranno per un secolo intero"(84). Il Tempio Malatestiano, insomma, non è altro che l’episodio più eclatante di una vicenda professionale meno nota, più sotterranea, fatta di semplici consigli, correzioni, consulenze, che l’Alberti dovette svolgere, forse, con una continuità e una dedizione fino ad oggi sconosciute. Come leggere, altrimenti, alcuni interventi realizzati in quegli anni di chiaro sapore albertiano? Ad esempio, a Fano, il magnifico sepolcro fatto erigere nel 1460 da Sigismondo in onore dal padre Pandolfo III, dove il tracciato geometrico modulare presenta ripetuti e numerosi punti di contatto con il trattato. E ancora, immediatamente al di fuori dell’area malatestiana, nei pressi di Forlì, la splendida chiesa a pianta centrale di S. Maria delle Grazie di Fornò, innalzata dopo il 1450 in forme ancora acerbe ma pienamente rispondenti agli ideali classici dell’antichità. Per quanto concerne la Biblioteca Malatestiana, il suo inserimento a pieno titolo nell’orizzonte culturale albertiano è garantito, come abbiamo visto, da una serie impressionante di riscontri geometrici e proporzionali che trovano puntuale conferma nel De re aedificatoria. Per il Pasini, addirittura: "La conoscenza del territorio romagnolo da parte dell’Alberti, documentata dal De re aedificatoria, autorizza a pensare ad una visita, se non proprio ad un soggiorno, del grande umanista alla corte di Malatesta Novello in concomitanza con un viaggio a Rimini, prima della riprogettazione totale della chiesa francescana"(85). L’ipotesi di una presenza dell’Alberti nella fase di ideazione della Biblioteca appare, insomma, del tutto credibile ed è suffragata, se non dalle fonti documentarie, dalla metodologia progettuale ancora chiaramente identificabile in quel grande testimone di pietra, calce e mattoni che è il manufatto architettonico. Il tema della biblioteca, fra l’altro, non doveva essere affatto nuovo per l’Alberti. Secondo il Voigt, nel 1437 egli faceva parte, con Cosimo e Lorenzo de’ Medici, Ambrogio Traversari, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Carlo Marsuppini e Giannozzo Manetti, della commissione di esperti a cui Nicolò Niccoli, nel suo dettato testamentario, diede l’incarico di scegliere il luogo in cui collocare la sua famosa biblioteca ricca di più di ottocento manoscritti(86). Questo precedente assume grande rilievo se si pensa che l’opera di consulenza per la formazione della prima biblioteca pubblica fiorentina non rimarrà senza frutti: qualche anno più tardi, nel 1444, Michelozzo porterà a compimento quella libreria di S. Marco che rappresenta il punto di avvio di un nuovo ciclo di edifici bibliotecari(87). L’impegno dell’Alberti presso la corte di Malatesta Novello, ad ogni modo, non dovette andare mai oltre la primitiva consulenza progettuale. Non è l’Alberti stesso, del resto, a postulare in varie parti del suo trattato la rigida distinzione tra fase progettuale e fase esecutiva di un’opera? Già la sua definizione di architettura è esplicita: "L’architettura nel suo complesso si compone del disegno (lineamentis) e della costruzione (structura)"(88). Nel nono libro del De re aedificatoria, in un brano di carattere autobiografico, chiarisce ulteriormente il suo pensiero: "E’ dunque condotta saggia il conservare la propria dignità; a chi ce ne fa richiesta è sufficiente fornire consigli sinceri e buoni disegni. Se poi ti proponi di esser tu stesso direttore ed esecutore del lavoro, quasi sempre accadrà che tutti i difetti e gli errori in cui, per inesperienza o per incuria, sono incorsi gli altri, siano attribuiti a te solo. Questi lavori devono essere affidati a maestranze abili, caute, rigorose, che sappiano eseguire ciò che è necessario con accuratezza, impegno e assiduità"(89). E’ il caso della Biblioteca cesenate, dove a uno schema progettuale estremamente definito nei rapporti geometrici e proporzionali corrisponde, sul piano costruttivo, una vasta gamma di tecniche e materiali derivati dalla migliore tradizione locale. Protagonista di questo difficile lavoro di cantiere è, per l’appunto, Matteo Nuti, a cui Malatesta Novello affida il delicato compito di inserire l’intellettualistico messaggio albertiano nella concreta realtà edilizia del suo tempo "Inserimento – come rileva il Borsi a proposito della facciata di S. Maria Novella – che l’Alberti non doveva perseguire oltre un certo limite e che non poteva certo condurre in proprio, stante la sua posizione di funzionario distaccato dal cantiere, ma che doveva considerare, forse favorevolmente, o comunque lasciar fare, in quel clima di omaggio alla tradizione locale e di compromesso che già si delineava come la caratteristica del mondo artistico fiorentino, dopo la prima stagione creativa della generazione brunelleschiana" (90). E’ proprio questo il tema principale che si svilupperà, a iniziare dalla Biblioteca di Cesena, nelle piccole signorie di Romagna, con risultati non ancora sufficientemente messi in luce ma tutti nel segno di quel processo di "regionalizzazione" dell’apparato classico rinascimentale che costituirà, senza dubbio, una delle questioni di maggior rilievo culturale nella seconda metà del Quattrocento(91). Il tipo di biblioteca monastico-rinascimentale, dopo le prime esperienze di derivazione michelozziana e albertiana a Firenze e a Cesena, si diffonde rapidamente in molte regioni del nord e centro Italia. In area emiliana, in particolare, per qualche decennio si assiste alla costruzione e al rinnovamento di un gran numero di edifici bibliotecari inseriti all’interno dei principali complessi conventuali. Uno dei più conosciuti è quello realizzato in S. Domenico a Bologna, dove fra il 1464 e il 1468 opera come conduttore dei lavori Giovanni di Martino de’ Rossi con la consulenza, forse, del fiorentino Pagno di Lapo Portigiani. Interventi altrettanto interessanti si possono riscontrare a Ferrara, sempre nel convento di S. Domenico, a Parma in S. Giovanni Evangelista, a Piacenza nel monastero del S. Sepolcro. Un altro polo importante di divulgazione della biblioteca umanistica di forma basilicale è rappresentato da Milano: il primo inserimento si ha, negli anni Sessanta del Quattrocento, in S. Maria delle Grazie, dove è impegnato secondo alcune fonti lo stesso Michelozzo o, più verosimilmente, Guiniforte; la Biblioteca dell’Incoronata viene costruita a partire dal 1498 e può essere collocata nella sfera del Bramente, occupato in quell’epoca nel complesso di S. Ambrogio; una nuova replica si ha, agli inizi del Cinquecento, in S. Vittore, in occasione della riprogettazione e del parziale rifacimento di quel monastero da parte degli olivetani. Anche nell’Italia centrale questo nuovo corso di edifici bibliotecari trova almeno due applicazioni importanti: nel convento di S. Domenico, a Perugia, negli anni compresi fra il 1471 e il 1480; nella casa madre degli olivetani, a Monte Oliveto Maggiore, nel 1513-14 su disegno di fra’ Giovanni da Verona. Un’analisi comparata delle successive evoluzioni della medesima tipologia edilizia mette in rilievo una serie notevole di variazioni sul tema. Come rileva il Cecchini, "la pianta da lunga e snella diviene più corta e più larga, con forte attenuazione di quel verticalismo che caratterizza le biblioteche di Firenze e di Cesena. Il rapporto di larghezza delle navate s’inverte; il senso di preminenza delle navate laterali ottenuto con un ritmo frequente negli ordini delle colonne si dissolve nella realizzazione di un’aula unitaria adorna di colonne"(92). Occorre dire, però, che tutto quello che avviene non rappresenta mai uno stravolgimento del puro e razionale impianto a tre navate, il cui fascino rimane intatto fino a quando Michelangelo, con lo splendido edificio della Laurenziana a Firenze, ripropone in forme del tutto nuove la grande aula rettangolare a unica navata. A Cesena, la breve ma intensa stagione rinascimentale, di estrazione classica e dottrinaria, non è destinata ad esaurirsi con la fine, nel 1454, dei lavori nella Biblioteca di S. Francesco. Malatesta Novello è al centro, proprio in quegli anni, di un vasto programma di opere di manutenzione e trasformazione dei luoghi più eminenti della città; intende inoltre lasciare un segno indelebile della sua presenza in alcuni edifici di nuova fondazione, come l’Ospedale del Crocifisso e i complessi conventuali di S. Caterina e dell’Osservanza. Ma la sua passione e il suo impegno restano legati soprattutto al contesto architettonico e spaziale del prediletto ordine francescano. A cominciare dalla chiesa, che provvede ad arricchire ampiamente nelle dotazioni di paramenti e arredi liturgici e di oggetti di culto. Un contemporaneo, Giuliano Fantaguzzi, sotto la data 1460 dichiara che il signore, "con uno organo degno e candelabri e croce de cristallo e de paramenti preciosi ornò la ghiesia"(93). Il fatto è pienamente confermato da un inventario redatto nel 1489 alla morte di un custode della biblioteca, frate Franceschino da Cesena. In quella occasione si effettua anche un controllo di tutte le suppellettili sacre della comunità presenti nella sacrestia della chiesa(94). Tornano in questo modo alla luce, almeno sul piano descrittivo, le preziose donazioni del Malatesta - "de precio e de valore d’un texoro"(95) – di cui si erano perse da tempo le tracce. La cosa di maggior valore è sicuramente una croce d’argento, con Crocifisso, Madonna e santi, e "cum le arme di Mallatesti", comprata a Venezia per 250 ducati da Malatesta Novello e donata alla chiesa. Di grande interesse appaiono anche alcuni apparati per il culto, "cum li armi di Mallatesti et di li Ordilaffi": due candelabri d’argento con fusti di cristallo; un calice sempre in argento smaltato al piede, nel pomo e nella coppa; una serie completa di paramenti di velluto cremisino con rosette bianche e verdi. Infine, nella lunga ricognizione si possono individuare come di sicura provenienza malatestiana: due reliquiari d’oro e d’argento a forma di rosa; una croce di cristallo di rocca; quattro serie di paramenti sacri variamente decorati a rose e rosette nei classici colori malatestiani. Nella chiesa che i suoi avi avevano eletto come estrema dimora, il signore torna definitivamente nel 1465; come scrive il Fantaguzzi: "Domenico Malatesta, signore di Cesena, in questo anno a di 20 de novembre morì e fo sepelito a San Francesco con esequie onoratissime fora de la ghiesia"(96). La sua tomba viene collocata, insieme a quella dello zio Andrea, nel fianco esterno posta a mezzogiorno, in prossimità della porta laterale della chiesa(97). Unici segni di riconoscimento: una grata, uno stemma con le tre teste, una croce in ferro e una semplice lapide in pietra che ne declama le chiarissime virtù(98). Il Malatesta, evidentemente, non si era affatto curato di questi aspetti che doveva considerare di carattere terreno: la sua gloria presso i posteri, ne era ben conscio, restava affidata alle sue opere e, in particolare, alla splendida libreria che aveva fatto costruire un poco più in là, in un braccio silenzioso e appartato del convento. E proprio nella zona nord, quella che si estendeva dal refettorio al giardino, era venuto sorgendo, nell’ultima fase della signoria malatestiana, un elegante chiostro dalle svelte linee classicheggianti. Di forma quadrangolare, con lati di dodici e quattordici campate, esso si distingueva per la grande ariosità degli archi a tutto sesto e per la raffinata sequenza delle colonne impostate su un muricciolo continuo. Un’analisi delle strutture rimaste mostra, come sempre, un’estrema differenziazione nel trattamento dei capitelli che si qualificano di volta in volta per la presenza, in un ambito molto liberamente ispirato al corinzio, di ornamenti vegetali, di ovuli, di rosette e, naturalmente, di scudetti con le tradizionali figurazioni araldiche malatestiane. All’interno delle campate lo spazio è ritmato dai leggeri rigonfiamenti delle volte a crociera, col vertice rialzato alla chiave degli archi frontali, mentre nei muri perimetrali si affacciano a cadenza regolare gli aggraziati peducci, arricchiti ogni tanto dagli stemmi o dalle iniziali di Malatesta Novello. Illeggibili, o definitivamente perduti, risultano invece gli affreschi che occupavano le ampie lunette poste nelle pareti interne del quadriportico. In alto, sul fondo di ogni arcata, era dipinta l’immagine di un santo francescano. Secondo Zavatti, che ha tentato una ricostruzione iconografica del ciclo: "Ogni figura era inscritta in un tondo o medaglione; intorno al medaglione una corona di verdi foglie; intorno a questa un nastro con la leggenda indicativa delle circoscrizioni dell’ordine, i nomi delle provintiae, il numero delle custodiae e dei loca fratrum. A destra e a sinistra, in linea orizzontale, il nome e la patria del beato"(99). Di straordinario interesse, in particolare, doveva risultare la prima lunetta del muro a nord, contenente due stemmi: "l’uno, entro lo scudo di forma gotica recava il simbolo dell’ordine minoritico; l’altro, l’elefante malatestiano nello scudo a testa di cavallo fiancheggiato dalle iniziali di Malatesta Novello"(100). Sulla paternità artistica del ciclo non sussistono, in mancanza di riscontri documentari, ipotesi attendibili. Una qualche attenzione è stata invece dedicata a un frammento di affresco staccato in una zona imprecisata del convento e ora conservato presso la pinacoteca comunale di Cesena: il dipinto, raffigurante una Madonna in trono col bambino, sarebbe stato eseguito, secondo una recente attribuzione, dal presunto maestro di Castrocaro attorno al 1460; un’epoca, come si vede, molto vicina alla prima fase d’intervento nel chiostro di S. Francesco(101). Il Malatesta, splendido patrono anche di questa impresa, non vide però mai la fine dei lavori. E’ del tutto presumibile, anzi, che dopo la sua morte essi si arenassero per qualche tempo a causa del venir meno dei finanziamenti. Per la conclusione bisogna aspettare fino al 1493; come afferma il Fantaguzzi, in quell’anno "fo finito el chiostro di sotto e comenzato l’altro al nome de Dio e di San Francesco"(102). Insomma, si chiude un cantiere, quello del chiostro posto a nord, e se ne apre uno nuovo dalla parte opposta, fra la chiesa e il lungo braccio del refettorio e della biblioteca. In questo caso i tempi di costruzione sono certamente più brevi: nel 1500, sempre secondo il Fantaguzzi, con i soldi del giubileo "San Francesco fece lo chiostro di sopra"(103). Sull’effettivo completamento dei lavori in un così breve lasso di tempo non c’è però da giurare. In un contratto del 19 giugno 1506 Tomaso Fiamberti da Campione e Giovanni Ricci da Sala prendono l’impegno di scolpire nove colonne per il convento di S. Francesco (104), e tutto fa presumere che queste fossero destinata a qualche parte del chiostro ancora in costruzione. La scarsità delle testimonianze materiali ancora a disposizione dopo l’atterramento delle strutture non consente di definirne con esattezza la consistenza. L’impianto doveva essere perfettamente quadrangolare, con undici campate per lato. Ma alla leggerezza del chiostro malatestiano si sostituisce in questo caso una maggiore rigidità dell’insieme e un’eccessiva gravità e compostezza delle colonne e dei capitelli che sembrano risentire di una sorta di normalizzazione, di ritorno all’ordine, dopo le sperimentazioni attuate dalle maestranze locali nei decenni precedenti. Attorno alla metà del sedicesimo secolo, l’assetto edilizio di tutto il complesso francescano si può ritenere, almeno nelle sue linee generali, ormai compiuto. Accanto al grande invaso della chiesa, dalle linee semplici e severe, si distendono alternativamente, in tutta l’area rivolta verso nord, il chiostro di recente costruzione, il lungo braccio del convento riordinato e ampliato in età malatestiana, e poi, quasi a ridosso degli orti e dei giardini, il vivace e leggero chiostro quattrocentesco. A ponente, nel perimetro del piazzale che guarda la chiesa, si affacciano l’oratorio della Crocetta, eretto nel 1470 per volontà della compagnia della Croce, e una modesta cappellina dedicata nel 1526 a S. Giobbe; un poco più giù, lungo il percorso che conduce alle Trove, è ancora in buono stato di conservazione la primitiva chiesuola di S. Maria dell’Orto(105). Questa situazione di magico equilibrio è destinata a svanire, prima lentamente, poi in maniera sempre più rapida, nei secoli successivi. Nel Seicento l’ambito conventuale raggiunge il suo massimo sviluppo: l’edificato si amplia in più parti, senza criteri progettuali organici e coerenti (106). Prendono il via anche le prime demolizioni: nel 1680 viene distrutto l’oratorio di S. Giobbe; nel 1730 la stessa sorte tocca a due file di sepolture del chiostro cinquecentesco. Nel 1750 i frati francescani decidono di ricostruire la chiesa e si affidano a un progetto del riminese Giuliano Copioli: la nuova fabbrica, terminata nel 1758, tiene ampiamente conto dell’impianto planimetrico originale e conserva in buona parte le antiche strutture. Dal 1758 al 1794 si lavora in varie zone del convento: il lato orientale del secondo chiostro viene abbattuto per fare posto a un nuovo edificio a due piani, mentre il fabbricato di origine malatestiana è soggetto a un piccolo prolungamento verso est. Tutto questo grande fervore costruttivo si interrompe bruscamente nel 1797, con l’arrivo a Cesena delle truppe francesi (107). Colpiti per ben due volte dalle soppressioni i francescani, dopo più di cinque secoli dalla fondazione, sono costretti a lasciare il loro antico convento dove non faranno mai più ritorno. Si chiude un’epoca e se ne apre un’altra nella quale le trasformazioni si assoceranno sempre più spesso con le demolizioni. Per la prima volta nella sua storia viene profanata anche la lunga aula della biblioteca: dopo un rapido sgombero dei banchi e dei libri, essa viene sommariamente imbiancata con una mano di calce e trasformata in dormitorio per le truppe. Una sorte analoga tocca ai due saloni sottostanti, che vengono adibiti rispettivamente a stalla per i cavalli e a fienile. Ma i pericoli maggiori arrivano di lì a poco. Nel 1802 l’architetto Leandro Marconi redige un progetto, con relative perizie, "pel ristauro della Biblioteca Malatestina, costruzione della nuova libreria comunale e della intermedia aula accademica, per l’erezione di tutte le scuole pubbliche nei corridori d’accesso alle suddette librerie, e dalla facciata esteriore di tutto quel edifizio di pubblica istruzione"(108). Come si può constatare, il programma è ambizioso e coinvolge quasi per intero gli antichi spazi conventuali. Le tavole di progetto, sottoposte a successive stesure, si ispirano ampiamente al grande repertorio neoclassico fatto di timpani, trabeazioni, colonne e gradinate, con effetti di notevole suggestione monumentale. L’intervento, realizzato a iniziare dal 1804, ridimensiona notevolmente le pretese stilistiche dell’architetto e si conforma, nei contenuti e nei modi, a pratiche costruttive più normali e meno costose. Non per questo i danni sono meno rilevanti: il vecchio dormitorio dei frati, con il relativo vano scala, abbattuta ogni struttura interna, viene diviso in due aule comprendenti la nuova biblioteca comunale e un ampio atrio fra questa e la Malatestiana; sui lati ovest e sud del primo chiostro, al posto di un altro dormitorio, si realizza un accesso diretto dalla piazzetta di S. Francesco; inoltre, si procede all’atterramento di una loggia che chiudeva le prime tre finestre della navata nord della libreria. Questi lavori si possono ritenere definitivamente conclusi nel 1807, quando si procede all’inaugurazione e all’apertura al pubblico dei nuovi spazi bibliotecari che ospitano i consistenti fondi librari provenienti dai conventi soppressi. Non è esente da interventi neppure l’interno dell’aula basilicale, che viene dipinto a finto marmo in corrispondenza con le semicolonne perimetrali e ad affresco, con tre prospettive, nella parete di fondo. Tutto sommato, però, i danni non sono irreparabili: le strutture non sono state toccate, così come molti degli elementi funzionali e decorativi. Nel 1804, inoltre, dopo un forzato esilio prima nel convento dei Filippini, poi nell’ospedale di S. Tobia o, più probabilmente, nel palazzo magistrale, ritornano alla loro sede naturale i banchi e i codici manoscritti. Un vero e proprio rilancio della figura di Malatesta Novello e, conseguentemente, della Biblioteca da lui fondata, si ha nel 1812, in occasione delle celebrazioni in tutto l’impero del compleanno di Napoleone. L’urna contenente il corpo del signore, ritrovata l’anno prima nella chiesa di S. Francesco, dopo una grande cerimonia commemorativa viene murata nella parete di fondo della Biblioteca, dietro la lapide funeraria e la croce in ferro provenienti dall’antico sepolcro(109). Intanto il degrado e le demolizioni di parti importanti del convento si succedono con continuità preoccupante (110): nel 1807 vengono distrutti il campanile e la cantoria della chiesa; è poi il turno della chiesina di S. Maria dell’Orto, trasformata nel 1832 in abitazione privata; nel 1837 inizia l’atterramento dell’ex cappella della Crocetta e si completa l’abbattimento del primo chiostro, già in parte crollato nel 1799. Ma il fatto più clamoroso è rappresentato dalla demolizione, negli anni 1842-44, della soppressa chiesa di S. Francesco per realizzare, nel grande spazio vuoto che si apre, una piazza. Nel 1860 sono portati a compimento, su progetto di Davide Angeli, i lavori di costruzione dell’edificio scolastico, già iniziati nel 1837 da Giovanni Marino Argentini sulle antiche strutture del convento. Con le ulteriori soppressioni delle corporazioni religiose volute dal nuovo stato italiano la Biblioteca di Pio VII, già presso il monastero di S. Maria del Monte, passa nel 1866 al demanio della città e viene collocata nell’aula dell’ex dormitorio dei frati insieme a due portali cinquecenteschi in marmo sempre provenienti dall’abbazia benedettina. La sala di lettura della Comunitativa si sposta così nell’ultimo locale a ponente che viene dotato, nel 1900, dei grandi armadi in legno del vecchio archivio comunale. Alla fine del secolo, del vecchio complesso francescano è rimasto ben poco: demolita la chiesa, scomparsi il chiostro a sud e parzialmente quello a nord, vengono a emergere una piazza, una scuola e una biblioteca che presentano forme molto diverse rispetto a quelle ereditate un secolo prima. L’unica eccezione, in questo contesto, rimane l’aula della Biblioteca Malatestiana che continua a apparire, nonostante i ripetuti interventi realizzati nel suo contorno, sostanzialmente intatta nei contenuti spaziali e nelle forme architettoniche. E’ proprio la constatazione dello straordinario significato conservativo di questo prezioso reperto del Quattrocento a produrre, fin dai primi anni del nostro secolo, la lunga stagione, ancora in atto, dei restauri. Si può dire, anzi, che la Biblioteca cesenate diventa poco a poco un campo di applicazione privilegiato delle più rigorose metodiche d’intervento, con una continuità e una coerenza di risultati che ne fanno, per molti versi, un caso esemplare. La prima impresa importante, in ordine di tempo, è quella realizzata nel 1899 per il ripristino del sistema statico di copertura, compromesso in epoca francese dalla sottrazione di tutto il ferrame delle capriate; nel 1900-1901 si prosegue con i lavori nel salone nell’aula del refettorio (111): dietro le numerose mani di calce date indistintamente alle pareti e alle colonne, tornano alla luce i bellissimi pilastri e gli squisiti capitelli con fregi e stemmi malatestiani; inoltre, in una parete di fondo, sotto due arcate, ricompaiono alcuni dipinti in terretta verde. Un altro ciclo fondamentale di restauri si svolge nel periodo 1924-26 (112). In questa occasione si decide di ripristinare nelle sue forme originali l’aula della Biblioteca, dopo i danni subiti soprattutto in epoca napoleonica. I risultati sono sorprendentemente buoni: la scrostatura delle tinteggiature stese sulle pareti nell’Ottocento porta in evidenza il caratteristico intonaco verdastro, con i suggestivi graffiti del Quattrocento; la ripulitura dei banchi dalla brutta vernice nera applicata in epoca remota riporta in primo piano il legno naturale; le mezze colonne murali, liberate dalle pitture a finto marmo volute dal Marconi, mostrano i conci in cotto; infine, le finestrine gotiche vengono dotate delle tipiche invetriate a occhi di Murano. Emerge, in questa circostanza, una singolare figura di studioso e di architetto: Amilcare Zavatti. A lui in particolare si deve una serie consistente di ricerche e di progetti sul cosiddetto "braccio malatestiano" che ha portato a chiarire in maniera convincente molti aspetti edilizi e costruttivi in precedenza trascurati(113). Una fase ulteriore di opere di restauro si svolge in occasione del cinquecentenario di fondazione della Biblioteca, negli anni 1952-54(114). I lavori, questa volta, si polarizzano sulle cortine esterne e su quanto rimane dei due chiostri: nella zona relativa al refettorio si riaprono le finestre a sesto ribassato incorniciate da eleganti fregi in cotto; il chiostro di S. Francesco ritrova un migliore equilibrio statico mediante la demolizione delle pesanti sovrastrutture aggiunte in epoche successive; del chiostro che collegava la chiesa con il convento vengono salvati gli elementi superstiti, fra i quali due campate quasi complete. Il resto è storia recente. Negli anni Ottanta, infatti, con la creazione del nuovo settore di informazione e pubblica lettura, la biblioteca comunale si allarga in tutta la parte inferiore dell’edificio già ristrutturato durante l’Ottocento: ciò comporta una mole notevole di interventi di recupero che conducono a un raddoppio degli spazi precedentemente esistenti. Una sistemazione generale viene effettuata anche nel chiostro di S. Francesco, dove si procede al distacco dei pochi e incerti avanzi del ciclo di affreschi del Quattrocento. Lo straordinario stato di conservazione della biblioteca voluta da Malatesta Novello è frutto, come si può constatare, di un’intensa opera di salvaguardia e di recupero svolta, con continuità e passione, soprattutto nel corso di quest’ultimo secolo. Ma se a cinquecento anni dalla sua fondazione la Biblioteca Malatestiana si offre ancora all’interesse degli studiosi miracolosamente intatta nella confermazione spaziale, negli elementi di arredo, nel patrimonio librario, qualche ragione più profonda, e più lontana nel tempo, deve pur esserci. Certo, nel corso della sua storia ci sono state molte circostanze favorevoli, come la piena rispondenza delle strutture sul piano statico e costruttivo, una probabile dotazione ordinaria per le manutenzioni, l’assenza di eventi traumatici di rilievo, almeno fino alla rivoluzione francese. Il suo vero punto di forza risiede però nell’immediata fama raggiunta fin dalle origini, che la fa considerare subito un’opera finita, un monumento intoccabile. Flavio Biondo, un contemporaneo, la definisce "melioribus Italiae equiparanda"(115); agli inizi del Cinquecento, un consigliere della città usa orgogliosamente l’espressione "lapidem pretiosum", pietra preziosa(116). L’Alberti, anche a questo proposito nel suo trattato era stato buon profeta: "La bellezza fa sì che l’ira distruggitrice del nemico si acquieti e l’opera d’arte venga rispettata. Oserei dire insomma che nessuna qualità, meglio del decoro e della gradevolezza formale, è in grado di preservare illeso un edificio dall’umano malvolere" (117). (1) Cfr. C. Dolcini, La storia religiosa nei secoli XII-XIV, in Storia di Cesena, II. 1, Rimini 1983, pp. 267-272, passim. (2) Cfr. Archivio di Stato di Forlì (d’ora in poi ASFo.) CRS, S. Francesco di Cesena, n.2. (3) Ibid., n.5; il dispositivo dell’atto è contenuto in una lettera datata 11 febbraio 1257 nella quale il papa Alessandro IV ripara con la pienezza dei suoi poteri a un errore formale compiuto al momento della compravendita. (4) Ibid., n.8. (5) A. Zavatti, Vicende edilizie nel circondario della Biblioteca Malatestiana, in Biblioteca Malatestiana. Relazione per l’anno 1925, Cesena 1926, p. 36. (6) Cfr. S. Bonaventura, Super secundum et tertium sententiarum, in Biblioteca Comunale Malatestiana (d’ora in poi BCM), ms. mal., D. XV. 2, c.293r. (7) Cfr. C. Piana, Chartularium Studii Bononiensis S. Francisci (saec. XIII-XVI), in Analecta Franciscana, XI, Quaracchi 1970, p. 26. (8) C. Dolcini, La cultura premalatestiana e le origini della biblioteca, in Storia di Cesena, II. 2, Rimini 1985, p. 122. (9) Cfr. Archivio di Stato di Cesena (d’ora in poi ASCe.), CRS, b. 678. 1, c. 2v. (10) Cfr. C. Piana, Chartularium…, cit., p. 26 e nota 8. (11) Cfr. A. Domeniconi, La Biblioteca Malatestiana, Udine 1960, pp. 34-35. (12) A. Campana, Origine, formazione e vicende della Malatestiana, in "Accademie e biblioteche d’Italia", XXI n. 1, (1953), p. 11. (13) Cfr., ASCe., AN, Atti di Francesco Zanolini, v. miscellaneo 1429-1446, cc. 11v-12v; all’atto è allegato anche il verbale di consegna in data 9 settembre 1431. (14) Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi ASVa.), Reg. Lat., t. 416, c. 271v; e inoltre: ASFo., CRS, S. Francesco di Cesena, n. 1; cfr. Bullarium Franciscanum..., ed. a cura di V. Hünteman, I, (1431-1455), Quaracchi 1929, pp. 444-445. (15) ASVa., Reg. Lat., t. 403, cc. 102r-103r; cfr. Bullarium Franciscanum… ed. cit., n. 1365, pp. 703-704. (16) Ibid. (17) A. Campana, Biblioteche della provincia di Forlì. I. Cesena, in Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia-Romagna, a cura di D. Fava, Milano 1932, p. 99. (18) Cfr. D. Bazzocchi, Domenico Malatesta Novello e le lettere in Cesena nel secolo XV con documenti inediti, Bologna 1919, p. 50. (19) Cfr. ASCe., ROIR, pergamena n. 58. (20) Cfr. ASCe., AN, Atti di Stefano Mazzoni, v. 1442. III, cc. 26r e v. (21) ASVa., Reg. Lat., t. 494, cc. 17v-18v; cfr. Bullarium Franciscanum…, ed. cit., n. 1789, pp. 885-886. (22) ASCe., AN, Atti di Stefano Mazzoni, v. 1468-1476, c.m. (23) Archivio di Stato di Venezia, AN, Atti di Girolamo di Nicola, testamenti, n. 1007; cfr. G. Bonfiglio Dosio, Il testamento di Malatesta Novello Malatesta (9 aprile 1464), in "Romagna arte e storia", VIII (1988), n. 22, pp. 11-18. (24) P.G. Pasini, I Malatesti e l’arte, Milano 1983, p. 109. (25) ASCe., CRS, v. 678.2, c.m.; cfr. a questo proposito: A. Zanoli, Un altare di Bartolomeo di Tommaso a Cesena, in "Paragone (Arte)", XX (1969), n. 231, pp. 63-76. (26) P.G. Pasini, I Malatesti…, cit., p. 46. (27) A. Zanoli, Un altare…, cit., pp. 69-70. (28) P.G. Pasini, I Malatesti…, cit., p. 46. (29) Cfr. E. Calzini, Gli affreschi nel refettorio della Malatestiana a Cesena, in "L’Arte", VIII (1905), n. 1, pp. 52-55. (30) N. Trovanelli, Le pitture del refettorio di S. Francesco, in "Il Cittadino", XVI, n. 31, 31 luglio 1904. (31) Id., Ancora le pitture del refettorio di S. Francesco, in "Il Cittadino", XIII, n. 51, 22 dicembre 1901. (32) Cfr. A. Zavatti, Per i monumenti cesenati, in "La Romagna", XV (1927), n. 1, pp. 104-107. (33) Ibid., p. 105. (34) Cfr. in particolare: G. Volpe, Matteo Nuti architetto dei Malatesta, Venezia 1989, pp. 75-77. (35) ASCe., AN, Atti di Stefano Mazzoni, v. 1455. II, c.m. (36) L’ipotesi, avanzata per la prima volta dal Grigioni, è stata poi ripresa da gran parte degli autori successive; cfr. C. Grigioni, Matteo Nuti. Notizie bibliografiche, in "La Romagna", VI (1909), n. 8-9, p. 364. (37) C. Dolcini, La cultura premalatestiana…, cit., p. 124. (38) A. Zavatti, Per i monumenti…, cit., p. 4. (39) BCM, Carte Zavatti, Appunti su monumenti, s.c. (40) G. Volpe, Matteo Nuti…, cit., p. 87. (41) Il 27 giugno 1464 il Malatesta scrive a Cosimo a proposito delle Expositiones Hieronimi e del Silio Italico; cfr. Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi ASFi.), MAP, XII, 356. Qualche anno prima si era rivolto al figlio di Cosimo, Giovanni, per un prestito del De plantis di Teofrasto e l’offerta per la trascrizione di un commento di Donato sopra Terenzio; cfr. ibid., VI, 266. (42) Cfr. A. Veggiani, Rilevamento geologico delle cave malatestiane nel territorio cesenate, in "Studi romagnoli", XIX (1968), pp. 343-367. (43) E. Müntz, L’arte italiana nel Quattrocento, Milano 1894, p. 423. (44) Cfr. G. Conti, Un confronto con il passato: la Biblioteca Malatestiana di Cesena, in Il luogo del lavoro. Dalla manualità al comando a distanza, cat. XVII Triennale di Milano, Milano 1986, p. 252. (45) Si citano, a titolo esemplificativo, gli stemmi e i cartigli presenti nei seguenti codici malatestiani. D.VI.3; D.IX.1; D.XII.4; D.XIV.2; D.XIX.1; D.XXI.7; S.XI.2; S.XXVI.2; cfr. a questo proposito le illustrazioni contenute in: G. Conti, La Biblioteca Malatestiana, Milano 1990, pp. 88-89. (46) Cfr. G. Conti, Un confronto…, cit., p. 252. (47) L’abitudine a rifornirsi di legname "in silvis Ravenne et in aliis locis circunstantibus" è segnalata anche in occasione dei lavori di sistemazione del porto di Cesenatico, cfr. G. Conti, Il porto malatestiano di Cesenatico, in "Romagna arte e storia", III (1983), n. 9, p. 45. (48) Cfr. G. Conti, Un confronto…, cit., p. 252. (49) Sulla presenza di Cristoforo Foschi a Cesena cfr. C. Grigioni, Per la storia della scultura in Cesena nel secolo XV, in "La Romagna", VII (1910), n. 10, p. 392. (50) A. Campana, Origine…, cit., p. 6. (51) A. Petrucci, Le biblioteche antiche, in Letteratura italiana, II, Torino 1983, p. 530. (52) G. Rocchi, Il complesso architettonico di S. Marco in rapporto agli insediamenti conventuali fiorentini, in La chiesa e il convento di San Marco a Firenze, I, Firenze 1989, p. 249. (53) Cfr. G. Conti, La Biblioteca Malatestiana di Cesena e l’orizzonte culturale albertiano, in "Romagna arte e storia", III (1983), n. 8, pp. 13-34, passim. (54) G. Petrini, A proposito della tomba di Pandolfo III Malatesta, in "Fano", 1973, suppl. al n. 5, pp. 41-42. (55) A. Domeniconi, La Biblioteca…, cit., p. 12. (56) Cfr. N. Masini, Vita di Domenico Malatesta signore di Cesena, BCM, ms. 45188, sec. XVI; rip. in G.M. Muccioli, Catalogus Codicum Manuscriptorum… Malatestianae Caesenatis Bibliothecae…, II, Cesena 1784, p. 273. (57) Cfr. A. Zavatti, Per i monumenti…, cit., p. 106: "Per un facile riscontro, feci scavare il terreno nel breve tratto compreso fra il muro estremo verso levante e la proprietà limitrofa, scoprendovi infatti le fondazioni di un’intera campata, che occupa esattamente quello spazio". (58) L.B. Alberti, L’architettura (De re aedificatoria), a cura di G. Orlandi e P. Portoghesi, Milano 1966, libro IX, cap. VI, p. 828. (59) R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’umanesimo, Torino 1964, p. 48; cfr. a questo proposito: De re aedificatoria, ed. cit., libro IX, cap. V-VI. (60) De re aedificatoria, ed. cit., libro IX, cap. VII, p. 836. (61) L. Gori-Montanelli, Brunelleschi e Michelozzo, Firenze 1957, p. 94. (62) Ibid., p. 134, nota 43. (63) G. Rocchi, Il complesso, cit., p. 250; cfr. a questo proposito, nello stesso volume, A. Bossi, D. Mauro, La biblioteca di S. Marco, pp. 369-370. (64) De re aedificatoria, ed. cit., libro VII, cap. XI, p. 612. (65) Antonio Averlino detto il Filarete, Trattato di architettura, ed. a cura di A.M. Finoli e L. Grazzi, Milano 1972, libro XXV, p. 690. (66) Cfr. G. Conti, La Biblioteca…, cit., pp. 15-16, passim. (67) Archivio di Stato di Fano (d’ora in poi ASFa.), AN, Atti di Giacomo d’Antonio, v. 1447-1454, cc. 212v-214r. (68) Cfr. G. Conti, La contrattazione edilizia in età malatestiana. Note e documenti, in Le signorie dei Malatesti, VIII, Atti della giornata di studi malatestiani a Cesena, Rimini 1990, pp. 43-59. (69) Cfr. ad esempio, l’atto col quale "Mateo Nutii muratori de Fano" ha licenza di portare a Cesena suppellettili per un anno: ASFa., ASC, Codici malatestiani, v. 93 (1449-1462), c. 148r. (70) La sua opera è richiesta dal consiglio degli Anziani di Cesena in due occasioni successive: l’11 febbraio e il 20 settembre 1452; cfr. G. Conti, La ristrutturazione della cinta muraria di Cesena attorno alla metà del Quattrocento, in "Studi romagnoli", XXXI (1980), pp. 360-361e pp. 381-382. (71) Cfr. G. Conti, La rocca di Cesena al tempo di Malatesta Novello e una consulenza brunelleschiana, in "Studi romagnoli", XXXII (1981), pp. 268-270. (72) G. Volpe, Matteo Nuti…, cit., p. 78; l’autore fa anche un interessante riferimento alla cortina esterna dell’abbazia di San Galgano, nella Toscana meridionale. (73) Cfr. G. Conti, La Biblioteca…, cit., pp. 23-24. (74) Cfr. BCM, Carte Zavatti, Appunti sui monumenti ecc., s.c. (75) Su questa vicenda cfr. G. Petrini, Indagine sui sopraluoghi e le consulenze di Filippo Brunelleschi nel 1438 per le fabbriche malatestiane in relazione a documenti inediti, in Filippo Brunelleschi. La sua opera e il suo tempo, II, Firenze 1980, pp. 973-985; G. Conti, La rocca…, cit., pp. 263-278. (76) Cfr. G. Conti, La Biblioteca…, cit., pp. 31-32, passim. (77) Cfr. C. Grigioni, Nuovi documenti intorno a Cristoforo Foschi architetto del secolo XV, in "Arte e storia", XIX (1910), n. 3, p. 80. (78) Cfr. C. Grigioni, I costruttori del Tempio Malatestiano. I. Matteo de’ Pasti, in "Rassegna bibliografica dell’arte italiana", XI (1908), n. 7-8, p. 127. (79) Archivio di Stato di Siena, Lettere ai personaggi diversi. Particolari, Carte malatestiane; cfr. C. Yriarte, Un condottiere au XV siècle. Rimini, études sur les lettres et les arts à la cour des Malatesta, Parigi 1882, pp. 406-407. (80) P.G. Pasini, I Malatesti…, cit., pp. 110 e 118. (81) Cfr. Ricci, Il Tempio Malatestiano, Milano-Roma 1924, p. 37. (82) Cfr. E. Battisti, Piero della Francesca, II, Milano 1971, p. 83. L’argomento viene ripreso anche in: C. Bertelli, Piero della Francesca. La forza divina della pittura, Milano 1991, pp. 124-130. (83) Cfr. C. Ginzburg, Indagini su Piero. Il Battesimo, il ciclo di Arezzo, la Flagellazione di Urbino, Torino 1981, pp. 21 e 44 (nota 32). (84) P.G. Pasini, I Malatesti…, cit., p. 86. (85) Ibid., p. 110. (86) Cfr. G. Voigt, Il risorgimento dell’antichità classica ovvero il primo secolo dell’umanesimo, I, Firenze 1888, p. 401. (87) Cfr. G. Conti, La Biblioteca…, cit., pp. 17-18, passim. (88) De re aedificatoria, ed. cit., libro I, cap. I, p. 18. (89) Ibid., libro IX, cap. XI, pp. 862-864. (90) F. Borsi, Leon Battista Alberti. L’opera completa, Milano 1975, p. 105. (91) Cfr. a questo proposito: G. Conti, Cappelle di derivazione brunelleschiana a Bologna nel secolo XV, in Filippo Brunelleschi. La sua opera, cit., p. 553. (92) G. Cecchini, Sei biblioteche monastiche rinascimentali, Milano 1960, p. 3. (93) G. Fantaguzzi, "Caos". Cronache cesenati del sec. XV, a cura di D. Bazzocchi, Cesena 1915, p. 3. (94) ASCe, AN, Atti di Novello Borelli, v. 1489, c.m., cfr. in A. Domeniconi, Un inventario relativo a un custode della Biblioteca Malatestiana: frate Franceschino da Cesena (1489), in "Studi romagnoli", XVI (1965), pp. 171-189, passim (95) Alla redazione dell’inventario assiste, come sindaco del convento, lo stesso Fantaguzzi che infatti nella sua cronaca, nell’anno 1489 annota: "A San Francesco in questi tempi fo la Croce magna d’argento fabbricata a Vinetia, costò 200 ducati et una da li Malatesti de crestallo et dui candelabri de crestallo ligati in argento et una roxa papale d’oro fino de precio et valore d’uno texoro"; cfr. G. Fantaguzzi, "Caos"…, cit., p. 31. (96) G. Fantaguzzi, "Caos", ed. cit., p.7. (97) Come si sa, il 4 aprile 1405 Innocenzo VII aveva concesso a Malatesta di Galeotto Malatesti di poter costruire una cappella con il titolo di S. Luca nella chiesa dei frati minori di Cesena; cfr. ASVa., Reg. Later., 120, cc. 2v-3r. Tutte le fonti, a cominciare dal Fantaguzzi, a proposito della tomba di Malatesta Novello parlano di una collocazione esterna alla chiesa. (98) La lapide recita così: D.M.S./ Principum Malatestarum / Seniores, Novellique / Cineres / Quos domi, et foris / Clarissima virus coelo / dicavit. (99) BCM, Carte Zavatti, disegni, articoli manoscritti, s.c. (100) Ibid., (101) Cfr. O. Piraccini, La pinacoteca comunale di Cesena, Cesena, 1984, p. 38. (102) G. Fantaguzzi, "Caos"…, cit., p. 46. (103) Ibid., p. 110. (104) Cfr. C. Grigioni, Lo scultore Tomaso Fiamberti secondo nuove vedute, in "La Romagna", XIV (1923), n. 4, p. 155. (105) Cfr. A. Zavatti, Vicende…, cit., pp. 40-51, passim. Le notizie sono di fonte cronistica; cfr. in particolare: C.A. Andreini, Cesena sacra, BCM, ms. 164.33, secc. XVIII-XIX, III, pp. 212-263. (106) A questo proposito, le notizie sono molte. Nel 1625, ad esempio, sono in atto lavori nella chiesa di S. Francesco; cfr. BCM, ms. mal., S.IX.4, ultima carta. (107) Sulle vicende della biblioteca in periodo napoleonico cfr., in particolare, gli appunti di Serafino Zanotti, eletto bibliotecario nel 1798; ASCe., ASC, b. 851. IV.A b. 2320 A. Sul trasferimento dei libri e dei banchi cfr. inoltre: C.A: Andreini, Supplemento a Cesena sacra, BCM, ms. 164.33, sec. XIX, I, p. 360; G. Sassi, Selva di memorie, BCC, ms. 164.70.1, sec. XIX, II, pp. 186-187. (108) Disegni e perizie si trovano in: BCM, Stampe cesenati, f.g. n. 229; id., ms. 165.49, cc. Mss. XXIII e XXX; e inoltre in: ASCe., ASC, tit. 27, rub. 10, 1803. (109) Cfr. in particolare: C.A. Andreini, Supplemento…, cit., IV, pp. 131-132, con il disegno della chiesa e l’ubicazione del sepolcro; M. Guidi, Il giornale, BCM, ms. 164.94, sec. XIX, III, cc. 15v-16r e 27v-29r, con la raffigurazione del carro trionfale, usato per la cerimonia. (110) Per una dettagliata descrizione degli avvenimenti è indispensabile consultare gli atti contenuti in: ASCe., ASC, titoli XI, XIII e XVII per gli anni che vanno dal 1803 al 1897; cfr. a questo proposito: B. Barducci, C. Riva, G. Savini, Architettura e città nei progetti cesenati dell’Ottocento, Cesena 1985. (111) Cfr. E. Calzini, Notizie di Romagna. La Biblioteca Malatestiana di Cesena. I restauri della Malatestiana. Affreschi in terra verde scoperti nel refettorio della Malatestiana, in "L’Arte", V (1902), n. 1-2, pp. 54-56. (112) Cfr. M.T. Dazzi, Biblioteca Malatestiana Relazione per l’anno 1924, Cesena 1925, pp. 4-6. (113) Cfr. BCM, Carte Zavatti, carte e disegni sulla Malatestiana, s.c.; in particolare gli studi e i dettagliati disegni di progetto relativi al "braccio malatestiano". (114) Cfr. A. Vantadori, Il convento francescano e la libreria, in "Voce Cattolica", IX, n. 36, 12 settembre 1954. (115) F. Biondo, Italia illustrata, in De Roma triumphante, Basilea 1559, p. 344. (116) Cfr. ASCe., ASC, Riformanze, b. 64, VI, c.m.; l’espressione è usata, nella seduta del consiglio comunale di Cesena del 21 maggio 1518, dal consigliere Brunone Mazzoni. (117) De re aedificatoria, ed. cit., libro VI, cap. II, p. 446. |
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