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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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Giordano Conti La Biblioteca Malatestiana di Cesena e l'orizzonte culturale albertiano "Romagna arte e storia", 3 (1983), n. 8, pp. 13-34 |
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1. Cesena conosce verso la metà del secolo XV, sotto la signoria di Malatesta Novello dei Malatesti, un momento di insperato splendore artistico e culturale. Il grande cantiere della biblioteca richiama artisti e maestranze; ma non solo: è tutta la città che nel breve arco di un trentennio (quello che va approssimativamente dal 1431 al 1465) si rinnova. L’ospedale del Crocifisso, i conventi di Santa Caterina e dell’Osservanza, sono altrettanti capitoli di una vicenda artistica che conosce anche risvolti "minori", ma non per questo meno importanti e significativi. E’ il caso, ad esempio, di tutti quegli interventi, singolarmente di piccola consistenza ma complessivamente di grande valore per la compagine urbana, come: il completamento delle mura in vari tratti della cinta (presso porta Cervese, porta dei Santi e porta Figarola); la ristrutturazione di tutte le porte di accesso, già esistenti, alla città (Figarola, dei Santi, del Fiume e della Trova) e la costruzione, ex-novo, di porta Cervese; la sistemazione dei ponti di S. Agostino, di S. Martino e "di pietra" sul Savio; l’approntamento di una fonte in piazza grande, con un complesso sistema idraulico di derivazione delle acque. Una grande attività, a livello di completamento e di rinnovo edilizio, è attestata inoltre, per tutto il Quattrocento, all’interno del tessuto urbano: per l’edilizia privata, dalla costruzione dei palazzi delle famiglie più importanti (Tiberti, Martinelli, Acciaioli, ecc.); per l’edilizia pubblica, dalla edificazione del palazzo dei Conservatori, dal completamento in più parti della rocca nuova e del sottostante palazzo del Governatore e dall’innalzamento del "torrazzo" di piazza. Una forte ripresa si ha anche nel settore degli edifici religiosi; tutte le maggiori chiese cesenati vengono rapidamente ristrutturate coi rispettivi conventi (S. Maria del Monte, S. Domenico, S. Agostino, ecc.), mentre si procede alla erezione del campanile della Cattedrale e dell’attiguo Episcopio (1). Che l’opera di rinnovamento in atto sotto Malatesta Novello fosse ampia ed articolata è testimoniato del resto, già nel 1451, da una fonte di tutto rispetto: Flavio Biondo. Nel celebrare i fasti della corte malatestiana il cronista forlivese afferma che al suo tempo Cesena era governata da Malatesta Novello, "literis praesertim istoria ornatissimi… a quo ornatur biblioteca melioribus Italiane equiparando, quum tunc hospitale idem in urbe sumptuosissimum aedificet, ac moenibus illam novis alicubi communiat, ponte lapideo et quidam insigni Sapim fluvium ad viam Flaminiam iunxerit" (2). L’umanista Panfilo Cosso, inoltre, in un suo epitaffio adulatorio così definisce il Signore di Cesena: "Dux, pater, et justus struxi, quas respici arces / Pyramides, thermas, amphiteatra, domus" (3). Certo, la definizione è generica e sembra riferita più ad un imperatore romano che a un principe del Quattrocento; e anche i termini: arces, pyramides, thermas, amphiteatra, domus, sembrano coniati per indicare astratte tipologie edilizie e non effettive realtà architettoniche. Complessivamente, però, l’idea che se ne trae è quella, confermata dai documenti, di una grande operosità che nel periodo di Malatesta Novello andò esplicandosi non solo su pochi edifici di notevole rilievo architettonico ma in tutti i settori dell’edilizia pubblica e privata. Le responsabilità progettuali ed esecutive di questo vasto campionario di opere sembrano facilmente attribuibili: le ricerche fin qui svolte hanno documentato la presenza a Cesena di un gran numero di maestranze nordiche, provenienti in genere dai laghi lombardi, e di alcuni operatori locali e toscani (4). Ma i documenti, lo sappiamo, spesso tacciono proprio su chi, impegnato nell’aspetto ideativo e progettuale, non è obbligato a dare un contributo in loco. Il processo di maturazione del discorso architettonico nella piccola corte cesenate, per certi versi così originale, va riguardato allora nella più ampia prospettiva della cultura e della sperimentazione rinascimentale, con particolare riferimento a quanto avveniva a Firenze, ma anche nella vicina Rimini, dove Sigismondo Pandolfo Malatesta aveva chiamato, in diverse riprese, i maggiori architetti del suo tempo: Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti. 2. Il campione più significativo per misurare questa compresenza di pragmatismo costruttivo ed ideale classico dell’architettura è costituito certamente dalla fabbrica della biblioteca, realizzata intorno al 1450 da Malatesta Novello ed a lui intitolata. Anche qui, sul piano documentario, tutte le responsabilità di carattere costruttivo sono attribuite a un architetto di formazione locale: Matteo Nuti. La lapide dedicatoria posta a destra del portale d’ingresso della biblioteca è molto esplicita: MCCCCLII / MATHEVS NVTIS / FANENSI EX VRBE CREATVS / DEDALVS ALTER OPVS / TANTVM DEDVXIT AD VNGVEM (5). Ma a ben vedere, l’espressione finale: opus tantum deduxit ad unguem (cioè a dire, tanta opera portò a perfezione) pare riferita più che altro alla fase esecutiva e alla conclusione dei lavori e non tanto all’iniziale momento ideativi e progettuale. Certo, siamo convinti come il Petrini che vada più a fondo analizzata "l’importante e non rilevata percorrenza compiuta da Matteo Nuti che dalla iniziale partecipazione ai cantieri organizzati in modo medioevale compie tutta l’evoluzione storica della sua professione di architetto, che da ‘maestro muradore con uno garzone’ arriva ad apporre l’individualistica sigla della propria firma, come il Pasti e Agostino di Duccio nel Malatestiano" (6). La biografia, però, tracciata con estrema precisione dal Grigioni (7), non dà adito a eccessivi entusiasmi sul significato culturale della sua opera: è vero, nel 1454 l’artista è insieme a Matteo de’ Pasti a Rimini per partecipare ai lavori del tempio malatestiano. Ma la sua carriera, dopo l’iniziale esperienza marchigiana e danese, si sviluppa soprattutto a Cesena dove non si ha l’impressione che la sua operosità, documentata nella rocca e nelle mura e da una costante presenza dal 1448 fino al 1466, abbia prodotto risultati particolarmente importanti, almeno sul piano innovativo. Si tratta, dunque, di un bravo architetto, ma non certamente di un artista di doti eccezionali, come farebbe prevedere la costruzione di un’opera così nuova ed importante come la biblioteca di Cesena. Un esame, anche superficiale, di questo edificio, fa intravedere infatti una precisa sequela di intenzionalità critiche che non potevano in alcun modo essere in possesso di un operatore di provincia, quale il Nuti per nascita e per formazione era. La sua figura va quindi valutata nella dimensione più realistica dell’esecutore in loco di un progetto elaborato invece da un architetto di grande personalità, a contatto con le punte più avanzate della cultura umanistica. E chi se non Leon Battista Alberti, presente a Rimini nel 1450, po’ impersonare così bene la parte del progettista di una biblioteca tanto densa di significati e di più o meno scoperti rapporti proporzionali? Non è l’Alberti stesso, del resto, a postulare in varie parti del suo De re aedificatoria la rigida distinzione fra fase progettuale e fase esecutiva di un’opera? Già la sua definizione di architettura è esplicita: "L’architettura nel suo complesso si compone del disegno (lineamentis) e della costruzione (structura)" (8). Nel libro nono poi, in un brano nettamente autobiografico, così chiarisce il suo pensiero: "E’ dunque condotta saggia il conservare la propria dignità; a chi ce ne fa richiesta è sufficiente fornire consigli sinceri e buoni disegni. Se poi ti proponi di esser tu stesso direttore ed esecutore del lavoro, quasi sempre accadrà che tutti i difetti e gli errori in cui, o per inesperienza o per incuria, sono incorsi gli altri, siano attribuiti a te solo. Questi lavori devono essere affidati a maestranze abili, caute, rigorose, che sappiano eseguire ciò che è necessario con accuratezza, impegno e assiduità" (9). L’ipotesi di una "presenza" dell’Alberti al momento dell’ideazione della biblioteca cesenate è, dunque, meno avventata di quanto possa sembrare a prima vista: il tema, fra l’altro, non doveva essergli nuovo. Secondo il Voigt, l’Alberti faceva parte nel 1437, con Cosimo e Lorenzo dei Medici, Ambrogio Traversari, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Carlo Marsuppini e Giannozzo Manetti, della commissione di esperti a cui Niccolò Niccoli, nel suo dettato testamentario, affidò l’incarico di scegliere il luogo in cui collocare la sua famosa biblioteca ricca di più di 800 manoscritti (10). La circostanza, come si può ben capire, assume grande rilievo se si pensa che quest’opera di consulenza di Leon Battista per la formazione della prima biblioteca pubblica fiorentina – per quanto non esplicitamente segnalata dai documenti pubblicati da Starter e Ullman (11) – non rimarrà senza frutti: qualche anno più tardi, nel 1444, Michelozzo porterà a compimento, per conto di Cosimo dei Medici, la nuova biblioteca di San Marco che costituisce la indispensabile premessa a quella cesenate. 3. Ma passiamo, sulla base di un nuovo, rigoroso rilievo, all’analisi dettagliata dell’aula malatestiana e dei suoi principali elementi decorativi: un attento studio del "metodo progettuale" adottato rappresenta infatti, come ha ben dimostrato il Battisti, la condizione imprescindibile per qualsiasi indagine architettonica ma in particolare per la decodificazione di quelle opere che, nel Rinascimento, sono state al centro di un rinnovato processo ideativo di carattere rigorosamente proporzionale e con precise implicazioni simboliche (12). Già il Petrini in un suo recente studio sulla tomba di Pandolfo III Malatesta a Fano, fa, seppur di sfuggita, esplicito riferimento al tracciato geometrico modulare albertiano presente nel portale di accesso alla biblioteca: "Anche nel proporzionamento della porta della Biblioteca Malatestiana di Cesena, che il Venturi giudica negativamente, si riscontra l’uso della maglia quadra che dimensiona la luce, l’altezza della trabeazione, quella del timpano, e delle relative modanature, secondo rapporti aritmetici, analogamente alla tomba di Pandolfo. Un altro reticolo strutturale a maglia quadra si riscontra pure nella scultura decorativa sovrapposta successivamente alla porta della Biblioteca" (13). La porta misura, infatti metri 1,550 per 2,335, per cui la larghezza e l’altezza stanno nel rapporto di due a tre; il riquadro superiore è invece strutturato secondo una griglia quadrata di moduli dodici per dodici e non si rapporta in alcun modo con la porta, confermando quando già, a questo proposito, aveva sostenuto il Domeniconi: "non è escluso che esso vi sia stato apposto più tardi, in epoca postmalatestiana, e sia proveniente da qualche altro monumento cittadino fatto costruire da Malatesta Novello e poi demolito" (14). I riscontri si fanno più espliciti qualora si passi alla lettera dell’organismo architettonico vero e proprio; cioè a dire, alla sala della biblioteca. In senso trasversale essa si compone di tre navate; in senso longitudinale il numero delle campate è di undici; però, come narra il Masini, sembra che il fabbricato sia stato interrotto quando ancora mancava una campata per l’imprevisto affondamento di una nave proveniente dall’Oriente che trasportava i manoscritti che dovevano trovarvi posto (15). Questo fatto, confermato da uno scavo che ha portato alla luce le fondazioni di un’intera campata, ci fa ritenere che il numero delle campate previsto in progetto ammontasse a dodici (16). E allora, il ricorso ai numeri tre (navate) e dodici (campate longitudinali), potrebbe rinviare simbolicamente alle tre persone della SS. Trinità e al numero degli Apostoli. Se si vuole rimanere, invece, alle semplici considerazioni aritmetiche basterà ricordare quanto afferma, a proposito del rapporto quadruplo, l’Alberti: "posto il tre, raddoppiandolo s’ottiene sei; aggiungendo a questo la sua metà, si ha nove; aggiungendo a quest’ultimo la sua terza parte, si ricava dodici, che rapportato al numero di partenza, tre, è appunto il quadruplo" (17). Se si prende in esame, in particolare, la pianta, si potrà notare che essa può essere inserita in una griglia formata da quadrati, intervallati in senso trasversale dagli allineamenti delle colonne; inoltre, si può rilevare una esatta corrispondenza fra gli sguinci delle finestrine laterali con le diagonali dei quadrati che contengono ogni campata dell’edificio. Anche le sezioni, trasversale e longitudinale, possono essere racchiuse, come la pianta, in un preciso reticolo che partendo dal primitivo livello del fabbricato arriva fino alla sommità della capriata. Nello schema proporzionale che ne risulta vi è un continuo ricorso ai rapporti tre a due e uno a due fra larghezza ed altezza delle varie parti strutturali; ed infatti, come annota il Wittkower: "Le proporzioni che l’Alberti raccomanda sono i semplici rapporti di uno a uno, uno a due, uno a tre, due a tre, tre a quattro, ecc., che stanno alla base dell’armonia musicale, e che l’Alberti stesso aveva ritrovato negli edifici classici" (18). Analoghe considerazioni possono essere fatte per il sistema strutturale: le colonne in marmo di sostegno alla volta centrale a botte e alla volte laterali a crociera sono alte nove volte il diametro del fusto misurato alla base; le semicolonne in mattoni che sostengono le volte delle due navate laterali sporgono dal muro esattamente per metà del loro diametro ed hanno un’altezza che risulta grande otto volte il diametro del fusto misurato sempre alla base. Anche qui, i rapporti utilizzati sono quelli indicati come canonici dall’Alberti: "alla colonna corinzia fu assegnata una lunghezza pari a nove volte il diametro dell’imoscapo; per l’ordine ionico la misura fu invece di otto volte…" (19). Sono individuate, inoltre, altre relazioni di carattere proporzionale: le colonne centrali, compresa la base e il capitello, sono in rapporto di dodici a uno rispetto al diametro del fusto misurato alla sommità; le semicolonne laterali, sempre comprensive di base e capitello, stanno invece nel rapporto di dieci a uno rispetto al diametro del fusto preso alla base. Ulteriori particolarità importanti: il cerchio in cui sono inscritte entrambe le basi dei due tipi di colonne sta nel rapporto di tre a due col fusto delle medesime; i capitelli possono essere racchiusi in uno schema geometrico basato sulla irradiazione concentrica dei circoli. Queste notazioni, seppur rapide, danno certamente della biblioteca un’immagine nuova: di edificio progettato in ogni sua parte ed articolato secondo quelle teorie proporzionali che l’Alberti aveva così chiaramente espresso nel suo trattato: "Chi costruisce in modo da esser lodato per l’opera sua – e chi non vuol ciò, è senza cervello – deve basarsi su criteri esatti e costanti; e il creare qualcosa con siffatti criteri è proprio dell’arte" (20). "… definiremo la bellezza come l’armonia fra tutte le membra, nell’unità di cui fan parte, fondata sopra una legge precisa, per modo che non si possa aggiungere o togliere o cambiare nulla se non in peggio" (21). In questo contesto di precise intenzionalità progettuali sembra da scartare, a mio parere, l’ipotesi di una supina interpretazione a Cesena del modello offerto da Michelozzo in San Marco. Se non altro perché una delle caratteristiche precipue della biblioteca fiorentina, la volta a botte centrale, è una conquista successiva alla Malatestiana: come afferma il Gori-Montanelli, la volta a botte fu costruita soltanto nel 1457, dopo che un terremoto aveva distrutto nel 1451 l’edificio terminato nel 1444: "quindi originariamente la biblioteca presentava una soluzione tettonica simile a quella dei corridoi dei dormitori, con le travi e i correnti del tetto visibili, oppure con un soffitto piano simile a quello corrispondente al vestibolo della biblioteca nel corridoio" (22). E’ a Cesena, dunque, che attorno al 1450, con l’innesto della volta a botte centrale, si configura definitivamente in tutte le sue parti quel tipo di biblioteca monastico-rinascimentale che, già diffuso in Italia fin da secolo precedente secondo il modello a pianta rettangolare ad unica navata, aveva trovato una sua prima, seppur acerba interpretazione innovativa nel 1444 a San Marco con il conseguimento della forma basilicale a tre navate spartite da due file di colonne (23). Il tema dell’edificio coperto a volta, non dimentichiamolo, è particolarmente caro all’Alberti: "Per raggiungere la maestà delle forme e la lunga durata, a mio parere la copertura del tempio dev’essere a volta" (24). Ed è proprio il complesso sistema di volte che caratterizza la biblioteca fiorentina nella sua versione definitiva del 1456 ad attirare, per il suo alto grado di novità, l’interesse di un contemporaneo, il Filerete: "Della libreria non dico la grandezza e la bellezza d’essa, la quale è in volta; dalle colonne essa volta è retta" (25). L’analisi della biblioteca cesenate non può dirsi, però, completa se non si mette in luce, accanto al rigore stereometrico delle piante e degli alzati e al significato innovativo di alcune scelte costruttive, di chiaro stampo albertiano, la sostanziale adesione nel trattamento decorativo degli interni e degli esterni alla corposa concretezza e allo spiccato senso cromatico della tradizione medioevale "padana". I riferimenti sono, anche sotto questo aspetto, numerosi e ben definiti: innanzitutto, l’utilizzo abbondante del cotto, che caratterizza col suo colore rosso-bruno la cortina muraria esterna e persino le mezze colonne addossate al muro nell’aula interna; la lunga serie di finestrine, due per campata, con contorni marmorei archiacuti; il cornicione in terra cotta, forse policromata, di lieve aggetto ma dall’elegante traforo a mensoline e semicerchi polilobati; le venti colonne, in pietra locale, con basi attiche solo occasionalmente corredate da foglie protezionali e con capitelli diversi l’uno dall’altro alternativamente decorati da corone, ovali, volute e fogliami a cui si aggiungono, spesso, i vari emblemi araldici dei Malatesti; infine, il suggestivo intonaco interno la cui tinta verdognola ben si adatta alla riposante atmosfera di un luogo di studio e di meditazione. A questo si aggiunga la decisione, dovuta evidentemente a una lunga consuetudine edilizia, di costruire la biblioteca al primo piano con una copertura a volte sotto l’alto tetto a capriate, per difenderla rispettivamente dai pericoli di alluvione e dai rischi di incendio a causa dei fulmini. La persistenza, in un quadro di rapporti geometrici e proporzionali estremamente definito, di una così vasta gamma di elementi desunti dalla tradizione costruttiva locale si deve, con tutta probabilità, proprio al lavoro svolto in cantiere da Matteo Nuti a cui il Malatesta dovette affidare il difficile compito di inserire l’intellettualistico messaggio dell’Alberti nel quadro di Cesena del suo tempo. "Inserimento – come afferma il Borsi a proposito della facciata di S. Maria Novella – che l’Alberti non doveva perseguire oltre un certo limite e che non poteva certamente condurre proprio, stante la sua posizione di funzionario distaccato dal cantiere, ma che doveva considerare, forse favorevolmente, o comunque lasciar fare, in quel clima di omaggio alla tradizione locale e di compromesso che già si delineava come la caratteristica del mondo artistico fiorentino, dopo la prima stagione creativa della generazione brunelleschiana" (26). E questo, anche, è il tema che si svilupperà, a iniziare proprio dalla biblioteca cesenate, nelle piccole signorie di Romagna, con risultati non ancora sufficientemente messi in luce ma tutti nel segno di quel processo di "regionalizzazione" dell’apparato classico rinascimentale che costituisce senza dubbio il motivo di maggior rilievo culturale nella seconda metà del Quattrocento (27). 4. Tommaso Parentucelli, papa nel 1447 con nome di Niccolò V, "usava dire – secondo una testimonianza di Vespasiano da Bisticci – che dua cose farebbe, s’egli potesse mai spendere, ch’era in libri, e murare" (28). A questa regola sembra attenersi anche Malatesta Novello, signore di Cesena da 1431 al 1465, e munifico patrono alla sua corte di artisti e letterati. La sua vita si può dividere in due fasi ben distinte: la prima, segnata dalle vicende militari che negli anni trenta e quaranta del XV secolo insanguinavano l’Italia; la seconda, caratterizzata invece da una sua presenza pressoché costante nella città di Cesena, dove si impegnò essenzialmente in opere di pace. Questa conversione del Malatesta a uomo mite, più umanista che condottiero, si deve, secondo molte fonti, alla moglie Violante, figlia di Guidantonio da Montefeltro, donna non solo "virtuosissima, e di una incomparabile bontà, e religione", come attesta il Masini (29), ma anche, come vuole l’Uberti "litteris opprime erudita" (30). E’ attorno al 1450 che iniziano i rapporti con le maggiori corti italiane per lo scambio dei manoscritti necessari alla bella biblioteca che, nel frattempo, si stava edificando presso il convento di S. Francesco: nel 1475 Malatesta Novello riceve da Giovanni di Cosimo de’ Medici, per trascriverlo, il De plantis di Teofrasto, e a sua volta offre n prestito il commento di Donato a Terenzio con l’avvertenza che era "molto mendoso et de non ce fare troppo fondamento. Et io, - aggiunge il Malatesta – per haverlo correpto, ho pregato l’Aurispa che me faccia tanto copia del suo ch’io possa correggerlo " (31); nel 1464 si rivolge invece a Cosimo per avvertirlo della restituzione del libro Expositiones Hieronimi super lamentationem Hieremiae e nel contempo per chiedere al figlio di Cosimo, Piero, il Silio Italico "acciocché – scrive il Novello – per favore et adiutorio de la magnificentia vostra io possa far questa mia libraria omni di più copiosa di libri" (32). Interessante è notare il carattere che la "libraria copiosissima… con 300 volumi de libri scripti a penna" - come la definisce il Fantaguzzi (33) – aveva assunto sotto l’esperta regia del Signore di Cesena. "Per quello che è orientamento generale della raccolta, - chiarisce il Campana – la notevole cura esteriore dei libri sembrerebbe mostrare in Malatesta Novello prima un bibliofilo che uno studioso; la curata scelta dei testi lo dimostra invece più studioso che bibliofilo. Cura largamente anche i codici patristici, ma soprattutto i classici; con notevole scarsezza, parmi, di poeti. E i classici dànno il più appariscente carattere della raccolta" (34). L’aderenza con quanto sostenuto in proposito dall’Alberti è ancora una volta sorprendente: "Un punto da non sottacersi è che il principale ornamento delle biblioteche è costituito dai libri, che devon essere in gran numero, assai rari, e scelti dando preferenza ai più famosi dotti dell’antichità" (35). Malatesta Novello si dedicò anche, come mecenate e come studioso, alle lettere, gareggiando col fratello Sigismondo, Signore di Rimini, nel culto degli studi e nel favore per gli studiosi. Basinio Parmense, nel tessere le lodi di Sigismondo non dimenticava il Signore di Cesena: "Nec minus insigni sese germanus honore, E il poeta Benedetto da Cesena, in un suo poemetto teologico-morale intitolato De honore mulierum, ricorda anche lui il Novello accanto a Sigismondo e dà ad entrambi il vanto di buoni poeti: "Ma quel Signor gentile Ariminese Il mecenatismo del Malatesta è attestato, inoltre, dalle lodi e dalle dediche dei letterari da lui protetti e stimati: Francesco Filelfo, col quale mantenne un rapporto cordiale e generoso (38), gli dedicò i primi cinque libri de De iocis et seriis, iniziando e chiudendo ciascuno di essi con un carme elogiativo (39); Poggio Bracciolini gli inviò alcune delle sue opere (40), "non senza prima assicurarsi, - osserva argutamente il Voigt – che il principe gli avrebbe provato coi fatti la sua gratitudine" (41); lo stesso fecero, in occasioni diverse, gli umanisti Girolamo Guarino (42), Giovanni Marcanova (43) e Francesco Griffolini (44). Insomma, come afferma nella sua orazione funebre l’Uberti, grazie alla liberalità del Signore, "confluebant igitur Caesenam undique viri longe praestantes et utriusquae linguae periti alius librum pedibus connexum: alius vero soluta volumen oratione offerentes"(45). Ma la testimonianza più concreta del valore attribuito dal Signore di Cesena alle cose della cultura e dell’arte è rappresentata dal suo tenace impegno per la costruzione, all’interno del convento di S. Francesco, della biblioteca che da lui prenderà nome. La sede dei frati Minori poteva considerarsi "malatestiana" per eccellenza. Come afferma Augusto Campana: "da quando l’antico progenitore Malatesta da Verucchio volle essere sepolto, nel 1312, presso i Frati Minori di Rimini nel sepolcro di sua sorella Emilia, nelle varie città malatestiane la chiesa di S. Francesco era diventata la chiesa sepolcrale di famiglia. Ed anche a Cesena nella chiesa di S. Francesco… ci fu una cappella malatestiana" (46). Ne iniziò la costruzione attorno al 1405, col titolo di San Luca, Andrea Malatesta; in questa vennero in seguito composti, insieme a quelli dello zio Andrea, anche i resti di Malatesta Novello, "sotto l’epigrafe sepolcrale tipicamente umanistica che celebra letterariamente, con una espressione di Plinio, le virtù dell’uno e dell’altro in guerra e in pace" (47). Fedele al dettato albertiano: "Né vi fu uno solo tra i maggiori e più saggi principi, che non considerasse l’architettura uno dei mezzi più importanti per dar lustro al proprio nome presso i posteri"(48), il Novello inserisce, proprio accanto alla chiesa di famiglia, la sua biblioteca: l’edificio che dovrà tramandarne la fama, come attestano, in maniera quasi ossessiva, le epigrafi marmoree inserite nel pavimento della sala ad ogni campata: MAL(ATESTA) NOV(ELLVUS) / PAN(DVLPHI) FIL(IVIS) / MAL(ATESTE) NEP(OS) / DEDIT; e come testimoniano, ancora, gli stemmi malatestiani dell’elefante, della rosa, della grata, della scacchiera, delle tre teste, utilizzati a piene mani nelle parti scultoree dell’ingresso, nei capitelli, nei banchi e nelle pagine dei codici. Secondo il Campana, anzi, "Persino le grate delle due finestre orizzontali ai lati del portale, e gli spargimenti goticheggianti della porta intagliata nel 1454 sono realizzati con particolari accorgimenti, tali da dividere il campo in quattro quartieri, e cioè da ripetere, curiosamente dissimulato, il motivo araldico della scacchiera malatestiana" (49). Il Novello, insomma, doveva essere ben conscio del valore, per così dire, propagandistico della buona architettura, così come in quell’epoca proprio l’Alberti andava sostenendo: "Se tu costruirai con molta eleganza un muro o un porticato, se lo adornerai di porte, colonne e tetto, i migliori cittadini plaudiranno e si compiaceranno per te come per se stessi, soprattutto perché avranno compreso che con tale frutto delle tue sostanze hai contribuito in modo cospicuo alla fama e allo splendore tuo, della tua famiglia, dei tuoi discendenti e dell’intera città" (50). 5. In questo clima di grande fermento culturale si comprende come l’Alberti abbia potuto vedere nel fratello di Sigismondo il committente ideale. E si capisce anche perché, nell’arco di pochi anni, Cesena abbia potuto assurgere al ruolo di centro artistico di prim’ordine. Il primo arrivo importante è del 1438: Filippo Brunelleschi si trova in quell’anno nello stato malatestiano: "va al Signore di Rimini, parte di Firenze 28 agosto e torna 22 ottobre" (51). Sullo scopo della visita solo il Manetti, nella sua Vita di ser Filippo Brunellesco, ci offre un utile ma parziale chiarimento: "edificò uno castello fortezza mirabile al signore Gismondo di Rimeno" (52). Come afferma, però, in un suo recente saggio il Petrini (53), i viaggi fatti da Brunelleschi nel territorio malatestiano furono certamente più d’uno: mettendo infatti in relazione le fonti strozziane (in termini temporali) con alcuni documenti fanesi è stato possibile decifrare il significato dei 55 giorni malatestiani del Brunelleschi. L’architetto fiorenti si trova il I settembre a Fano con il Signore di Rimini; nelle settimane successive si sposta poi in tutti i luoghi dello stato malatestiano strategicamente importanti: S. Giovanni in Marignano, Cervia, Cesena, Rimini. Sulla base di queste nuove testimonianze la presenza del Brunelleschi a Cesena è attestata dunque, con esattezza, nei giorni 26-27 settembre 1438; scopo probabile della visita: una generale revisione della nuova fortezza che già dalla fine del secolo XIV era in costruzione sul colle Garampo e la cui conclusione era ancora lontana. Ma, in particolare, è il grande cantiere della biblioteca, strettamente legato alla persona e alla personalità del Novello, ad attirare artisti e maestranze. Già s’è detto dell’Alberti e del Nuti, e del senso da dare al loro apporto nell’ideazione e nella esecuzione dell’edificio librario cesenate. E’ inoltre documentata la presenza quasi contemporanea, a Cesena, di tutti i maggiori artisti impegnati nel tempio malatestiano: Cristoforo Foschi, Agostino di Duccio, Matteo de’ Pasti; a conferma di un intenso interscambio fra il cantiere riminese e quello cesenate. Cristoforo Foschi è presente per la prima volta a Cesena nel 1448, insieme a Matteo Nuti col quale collabora probabilmente nella costruzione della biblioteca; lo ritroviamo più tardi, nel 1461, chiamato forse per dirigere, insieme al maestro danese, i lavori della rocca (54). Agostino di Duccio è citato, invece, in una lettera del 18 dicembre 1454: Pier de’ Gennai, impegnato nei partiti decorativi del tempio malatestiano, avverte il Signore di Rimini che "a la sepultura non mancha se non uno pocho al coperchio et commo maestro Agostino ritorna da Lesena, subito gliela farò fornire" (55). Dunque, Agostino era a Cesena, anche se non se ne conosce la ragione; si può presumere, però, che stesse lavorando in qualcuno dei cantieri allora aperti: la biblioteca, che non era forse ancora terminata, almeno dal punto di vista delle decorazioni, oppure il convento di S. Caterina, che si andava arricchendo proprio in quegli anni di un magnifico altare in marmo. Matteo de’ Pasti compare solo nel 1464: in un documento inedito del 19 dicembre di quell’anno è testimone a Cesena ad un lodo tra due mercanti, "Antonium quondam domini Andree de Visa de Venetiis et Franciscum quondam Dominicis de Bagnolis de verona" (56); la sua permanenza presso Malatesta Novello è da legare, con tutta probabilità, ai lavori che si stavano predisponendo per rendere più difendibile la rocca dopo l’introduzione delle armi da fuoco. Il simultaneo avvicendarsi di artisti di grande valore fra Cesena e Rimini è testimoniato anche da due presenze che si possono definire quasi ineluttabili ogniqualvolta una corte, grande o piccola, ritiene di dover svolgere una politica di prestigio culturale: Pisanello e Piero della Francesca. La presenza del Pisanello, per la verità, non è affatto documentata: a testimonianza di una legame con il Malatesta di Cesena ci rimane, però, una medaglia che il Ricci ritiene modellata alla fine del 1445 (57). Essa riproduce: da un lato, l’effige del Signore con la scritta DVX EQVITVM PRAESTANS / MALATESTA NOVELLVS / CESENAE DOMINVS; dall’altro, lo stesso che, chiuso nella corazza e sceso da cavallo, abbraccia un crocifisso. Nel fondo, compaiono monti e alberi spogli di fronde, allusivi forse alla Marca montuosa in cui il Malatesta aveva a lungo combattuto. Lo stesso Piero della Francesca, che nel 1451 era a Rimini per dipingere l’affresco di San Sigismondo nel Tempio, lavorò, seconda una testimonianza di Luca Pacioli riportata dal Battisti, a Cesena (58). Non si sa dove e quando, ma la cosa non è affatto improbabile se si pensa che Giovanni Bacci, il committente dell’opera maggiore di Piero, le "storie della Croce" di Arezzo, ebbe stretti legami con i Malatesta e in particolare con Malatesta Novello che gli diede, nel 1461, la carica di podestà di Cesena (59). L’ipotesi più attendibile è che proprio Giovanni Bacci sia stato il tramite, come a Rimini, tra il pittore e il principe cesenate che lo impiegò, forse, in una cappella della chiesa di S. Francesco o, più verosimilmente, nella magnifica chiesa che il Novello aveva voluto erigere, in suo onore, all’interno del convento di S. Caterina. 6. Il vasto programma di rinnovamento artistico e culturale sviluppato da Malatesta Novello nell’epoca del suo governo su Cesena non è dunque, come si può ben capire, in alcun modo scindibile da quelle che sono le specifiche vicende artistiche e culturali dei protagonisti della prima stagione umanistica e rinascimentale; soprattutto, non può essere disgiunta da quell’ampio orizzonte culturale di cui l’Alberti è protagonista e al medesimo tempo divulgatore. Del resto, "il debito di gratitudine che egli riteneva di poter esigere dai suoi committenti, perché prima delle loro ‘fabbriche’ egli aveva fabbricato loro, aveva costruito in loro la capacità di giudicare di queste cose" (60), è testimoniato da un passo del De re aedificatoria: "… merita non piccola ricompensa, in fede mia, chi rende un altro più esperto in un certo campo, si da fargli risparmiare una quantità di spese e da contribuire in misura notevole alla comodità e al piacere suo" (61). Prima che nello specifico progetto della Malatestiana l’intervento dell’Alberti va così ricercato nel programma, che è a monte di ogni scelta del committente e di ogni attività del progettista. A Cesena, la breve ma intensa stagione rinascimentale, di estrazione classica e dottrinaria, è destinata ad esaurirsi con la fine, nel 1465, della signoria malatestiana: col ritorno alla libertas ecclesiastica la città rientra nel grande alveo dello stato pontificio e perde definitivamente il suo ruolo, così faticosamente conquistato, di centro di produzione culturale. Ma l’eredità albertiana, ancorché ignorata e misteriosa, sopravvive nei muri e nei sofisticati equilibri spaziali della bella biblioteca, la libraria domini (62). Come una pietra preziosa ("lapidem pretiosum", veniva definita nel Cinquecento) (63) essa si è mantenuta miracolosamente intatta nei cinque secoli trascorsi dalla sua fondazione. Anche in questo l’Alberti era stato buon profeta: "… la bellezza fa sì che l’ira di struggitrice del nemico si acquieti e l’opera d’arte venga rispettata. Oserei dire insomma che nessuna qualità, meglio del decoro e della gradevolezza formale, è in grado di preservare illeso un edificio dall’umano malvolere" (64). (1) Su tutta la problematica edilizia cesenate in età malatestiana ho in parte pubblicato, in parte in corso di pubblicazione, una lunga serie di articoli. Cfr. in particolare in: "Studi Romagnoli", "Romagna arte e storia", "Ravennatensia". (2) Flavio Biondo, Italia illustrata, in De Roma triumphante (e altri scritti), Basilea 1559, p. 344. (3) Rip. in : D. Bazzocchi, Domenico Malatesta Novello e le lettere in Cesena nel secolo XV con documenti inediti, Bologna 1919, p. 50. (4) Cfr. C. Grigioni, Per la storia della cultura in Cesena nel secolo XV, in "La Romagna", VII (1910), n. 10, pp. 389-410. (5) Da notare la collocazione inusuale della data nel bordo della epigrafe: si tratta forse di un ripensamento e non, come si potrebbe pensare, di un’aggiunta successiva. Il modello grafico, infatti, è lo stesso della iscrizione sottostante; cioè, la capitale romana già in uso nelle epigrafi toscane del XII secolo, con qualche influenza, però, della nuova scrittura umanistica utilizzata in quell’epoca a Padova e a Rimini. (6) G. Petrini, Documenti inediti per la tomba di Pandolfo III Malatesta e altre considerazioni, in "Fano", 1975, suppl. al n. 4, p. 29. (7) Cfr. C. Grigioni, Matteo Nuti. Notizie bibliografiche, in "La Romagna", VI (1909), n. 8-9, pp. 361-382. (8) L.B. Alberti, L’architettura (De re aedificatoria), ed. a cura di G. Orlandi e P. Portoghesi, Milano 1966, libro I, cap. I, p. 18. (9) Ibid., libro IX, cap. XI, pp. 862-864. (10) Cfr. G. Voigt, Il risorgimento dell’antichità classica ovvero il primo secolo dell’Umanesimo, I, Firenze 1888, p. 401. (11) Cfr. B.L. Ullman – P.A. Stadter, The public Library of Renaissance Florence: Niccolò Niccoli, Cosimo de’ Medici and the Library of San Marco, Padova 1972, p. 299. (12) Cfr. E. Battisti, Il metodo progettuale secondo il "De re aedificatoria" di Leon Battista Alberti, in "Atti del convegno di studi sull’Alberti nel quinto centenario della basilica di S. Andrea", Mantova 1974, pp. 131-156. (13) G. Petrini, A proposito della tomba di Pandolfo III Malatesta, in "Fano", 1973, suppl. al n. 5, pp. 41-42. (14) A. Domeniconi, La biblioteca malatestiana, Udine 1962, p. 12. (15) Cfr. N. II Masini, Vita di Domenico Malatesta signore di Cesena, Bibl. Comunale di Cesena, ms. 45188, sec. XVI, Rip. in : G.M. Muccioli, Catalogus Codicum Manuscriptorum…Malatestianae Caesenatis Bibliothecae…, II, Cesena 1784, p. 273: "Avea anche Domenico stabilito nell’animo suo di farla molto più ampla di quello, che è, siccome si comprende da fondamenti, e dal muro alzato sopra di quelli contigui alla stessa libraria nella facciata orientale. Ma la mancanza del necessario numero de libri (affermano alcuni fatti consapevoli non per scrittura alcuna, ma per notizia scorsa di secolo in secolo alle orecchie degli uomini, come avendo aspettato da Grecia un notabile numero di preziosi libri scritti in quella lingua, e udita la nuova, come chi li conduceva era stato costretto dalla tempesta di gettarli in mare con altre merci) fece desistere dal ridurre alla destinata altezza quanto si vede di quello incominciato mobilissimo edifizio". (16) Cfr. A. Zavatti, Per i monumenti cesenati, in "La Romagna", XVI (1927), n. 1, p. 106: "Per un facile riscontro feci scavare il terreno nel breve tratto compreso fra il muro esterno verso levante e la proprietà limitrofa, scoprendovi infatti le fondazioni di un’intera campata, che occupava esattamente quello spazio". (17) De re aedificatoria, ed. cit., libro IX, cap. VI, p. 828. (18) R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo, Torino 1964, p. 48. Cfr. a questo proposito: De re aedificatoria, ed. cit., libro IX, capp. V-VI. (19) De re aedificatoria, ed. cit., libro IX, cap. VII, p. 836. (20) Ibid., libro VI, cap. II, p. 448. (21) Ibid., libro VI, cap. II, p. 446. (22) L. Gori-Montanelli, Brunelleschi e Michelozzo, Firenze 1957, p. 94. Nella nota 43 (p. 134) aggiunge: "E’ interessante confrontare a questo proposito la scena dell’Apparizione di San Pietro e Paolo a San Domenico nella predella dell’incoronazione della Vergine al Louvre, del Beato Angelico, probabilmente del 1440-45, e notare come la chiesa a tre navate ivi raffigurata, che ha notevoli rassomiglianze con la biblioteca di San Marco (a parte i pilastri addossati alle pareti laterali), abbia appunto le navate laterali voltate a crociera e quella centrale coperta da un soffitto piano. Tra l’altro anche la linea del tetto di questa chiesa anglichiana corrisponde a quello che doveva essere originariamente il tetto il tetto della biblioteca". La circostanza è confermata anche dal primitivo cornicione della biblioteca, di oltre un metro più basso rispetto a quello rifatto nel 1457; se si calcola una pendenza del tetto simile all’attuale si deve arguire che all’interno non poteva in alcun modo esserci una volta a botte. (23) Questo tipo di biblioteca avrà una notevole fortuna per tutto il Quattrocento: la sua area di diffusione comprende tutta l’Italia centrosettentrionale e va da Monteoliveto Maggiore, a Perugia, a Bologna, a Ferrara, a Piacenza e infine a Milano. La tradizione si estingue con la biblioteca Laurenziana di Firenze, in cui Michelangelo torna alla grande aula rettangolare ad unica navata. Cfr. G. Cecchini, Sei biblioteche monastiche rinascimentali, Milano 1960. (24) De re aedificatoria, ed. cit., libro VII, cap. XI, p. 612. (25) Antonio Averlino detto il Filarete, Trattato di architettura, ed. a cura di A. m. Finoli E L. Grassi, Milano 1972, libro XXV, p. 690. (26) F. Borsi, Leon Battista Alberti, Milano 1975, p. 105. (27) Cfr. a questo proposito: G. Conti, Cappelle di derivazione brunelleschiana a Bologna nel secolo XV, in AA.VV., Filippo Brunelleschi. La sua opera e il suo tempo. II, Firenze 1980, p. 553. (28) Vespasiano Da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, Firenze 1938, p. 35. (29) Masini, Vita di Domenico , ed. cit., p. 272. (30) F. Uberti, Oratio in funere Ill. olim Caesenae Principis domini D. Malatestae Novelli de Malatestis, in Opera omna in unum collecta. Bibl. Malatestiana di Cesena, cod. Mal. D.I 2, cc. 316v-324v, secc. XV-XVI; rip. in: Bazzocchi, Domenico Malatesta, cit., appendice, p. VI. (31) Archivio di Stato di Firenze, Mediceo avanti il Principato, Filza VI, n. 266; Cesena, 23 agosto 1457, Rip. in : N. Trovanelli, Quattordici lettere di Malatesta Novello Signore di Cesena, in "La Romagna", VI (1909), n. 1, p. 36. (32) Ibid., filza XII, n. 356; Cesena, 27 giugno 1464. Rip. in: Trovanelli, Quattordici lettere, cit., pp. 41-42. (33) G. Fantaguzzi, "Caos". Cronache cesenati del sec. XV, ed. a cura di D. Bazzocchi, Cesena 1915, p. 3. (34) A. Campana, Le biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna, a cura di D. Fava, Milano 1932, p. 97. (35) De re aedificatoria, ed. cit., libro VIII, cap. IX, p. 766. (36) Basinii Parmensis, Opera praestantiora, II, Rimini 1794, Astronomicon, I, 340; rip. in: L. Piccioni, Di Francesco Uberti umanista cesenate de’ tempi di Malatesta Novello e di Cesare Borgia, Bologna 1903, p. 42. (37) Benedetto Da Cesena, De honore mulierum, Venezia 1500, lib. IV, epist. IV; rip. in: Piccioni, Di Francesco Uberti, cit., p. 42. (38) In una lettera del 13 maggio 1454, ad esempio, il Filelfo informa Malatesta Novello sulla sua intenzione di inviargli la traduzione da Plutarco delle Vite di Galba e di Ottone, a lui dedicate; cfr. Epistolae familiares domini Francisci Philelphi, Venezia 1495, lib. XII. (39) Cfr. Francesco Filelfo, De iocis et seriis, Bibl. Malatestiana di Cesena, cod. Mal. S. XXIII 4, sec. XV ; vedi anche : G. Borghini, Un codice del Filelfo nella biblioteca malatestiana, in "Giornale storico della letteratura italiana", XII (1888), n. 36, pp. 395-403. (40) Cfr. Poggio Bracciolini, Epistolae, ed,. a cura di T. De Tonellis, II, Firenze 1859, ep. XII ed ep. XIII. (41) Voigt, Il risorgimento, cit., I, p. 588. (42) Cfr. Girolamo Guarino, Xenophontis philosophi vita, Bibl. Vaticana, cod. Vat. Lat. 2948, sec. XV; con dedica a Malatesta Novello. (43) Cfr. Giovanni Marcanova, Collectio Antiquitatum, Bibl. Estense di Modena, cod. Est. Lat. 992 (L 5.15), sec. XV. L’opera dedicata al Malatesta, venne terminata nella sua prima redazione a Cesena il 30 settembre – 1 ottobre 1457, "regnante sapientissimo principe divo di D.D. Malatesta Novello suae aetatis omnium fidelissimo"; cfr. Giovanni Marcanova, Quaedam antiquitatem fragmenta, Stadtbibliotheck di Berna, cod. 42 B, sec. XV. (44) Cfr. Falaride, Epistolae, trad. di Francesco Griffolini, Venezia 1481; con dedica al Signore di Cesena. (45) Uberti, Oratio, ed. cit., appendice, p. VIII. (46) A. Campana, Origine, formazione e vicende della Malatestiana, in "Accademie e biblioteche d’Italia", XXI (1953), n. 1, p. 6. (48) De re aedificatoria, ed. cit., prologo, p. 12. (49) Campana, Origine, cit., p. 6. (50) De re aedificatoria, ed. cit., prologo, p. 12. (51) La breve nota, disperso l’originale, si è conservata fortunatamente nella trascrizione dell’erudito Carlo Strozzi (1587-1670); cfr. Archivio di Stato di Firenze, Strozziane, II, 78, c. 104r. Il Fabriczj (Brunelleschiana, Berlin 1907, p. 78) trascrive erroneamente: "Li 2 ottobre 1438" anziché "22 ottobre 1438". Molti autori, anche recenti, segnalano invece, come data del viaggio, il 1435; cfr. E. Battisti, Filippo Brunelleschi, Milano 1976, p. 234. (52) Antonio Tuccio Di Manetti, Vita di ser Filippo Brunellesco, Bibl. Nazionale di Firenze, cod. Magliabechiano, classe XVII, n. 1501, c. 141r. Dell’opera, attribuita al Manetti, esiste ora una eccellente edizione, con traduzione in inglese: The Life of Brunelleschi by Antonio di Tuccio Manetti, ed. by H. Saalman, University Park and London 1970. (53) Cfr. G. Petrini, Indagine sui sopralluoghi e le consulenze di Filippo Brunelleschi nel 1438 per le fabbriche malatestiane in relazione a documenti inediti, in AA.VV., Filippo Brunelleschi. La sua opera, cit., pp. 973-985. (54) Cfr. G. Grigioni, Nuovi documenti intorno a Cristoforo Foschi architetto del secolo XV, in "Arte e storia", XXIX (1910), n. 3, p. 80. (55) Archivio di Stato di Siena, Particolari, Carte Malatestiane; rip. in: C. Yriarte, Un condottiere au XV siècle. Rimini, études sur les lettres et les arts à la cour des Malatesta, Paris 1882, pp. 406-407. (56) Archivio di Stato di Cesena, A.N., Atti di Antonio Zanolini, v. 1481-89, c. 94r. (57) Cfr. C. Ricci, Il Tempio Malatestiano, Milano-Roma 1924, p. 37. (58) Cfr. E. Battisti, Piero della Francesca, II, Milano 1971, p. 83. (59) Cfr. C. Ginzburg, Indagini su Piero. Il Battesimo, il ciclo di Arezzo, la Flagellazione di Urbino, Torino 1981, p. 21 e p. 44 (nota 32). (60) Borsi, Leon Battista Alberti, cit., p.62. (61) De re aedificatoria, ed. cit., libro IX, cap. XI, p. 862. (62) Così viene definita, fin dai primi documenti, in omaggi al suo fondatore; cfr. Domeniconi, La biblioteca, cit., p. 17. (63) L’espressione è usata, nella seduta del consiglio comunale del 21 maggio 1518, dal consigliere Brunone Mazzoni il quale, come traduce nel suo approssimativo latino il cancelliere del tempo: "dixit librariam hanc esse lapidem pretiosum huius nostrae civitatis". Cfr. Archivio di Stato di Cesena, A.S.C., Riformanze, b. 64, VI, c.s.n. Rip. in: Campana, Origine, cit., p. 16. (64) De re aedificatoria, ed. cit., libro VI, cap. II, p. 446. |
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