Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

download del file in formato zip Maria Francesca Ciucciomini

Su alcune pagine miniate della Biblioteca Malatestiana di Cesena


"Paragone Arte", 37 (1986), nn. 431-433, pp. 29-35

I corali manoscritti della Biblioteca Malatestiana di Cesena segnati rispettivamente Duomo C e Duomo D appaiono subito interessanti per la ricchezza e l'alta qualità delle pagine interamente miniate sulle quali sono aperte in esposizione permanente nelle loro bacheche /tavole 15-20/ (1). Di uno di essi, il Corale Duomo D, abbiamo la firma del calligrafo e la relativa data di stesura; terminato di scrivere da Enrico di Amsterdam nel 1486 (2), probabilmente fu miniato poco dopo, se non a poco a poco durante la rilegatura dei quinterni. Il corale Duomo C, vicino a questo, rivela un'evidente rassomiglianza nell'impianto di tutta la pagina miniata (c. 75r.), impianto che non torna in nessuno degli altri corali del fondo del Duomo e che induce a considerarli entrambi a parte e insieme. Solitamente considerate opera di miniatori romagnoli dalle evidenti inclinazioni ferraresi, veneziane, mantegnesche e lombarde (3), le due pagine presentano, di fatto, una lettura assai complessa. La logica dell'edificio aperto, inondato dalla luce e dall'aria che circola liberamente dietro ai cartigli, richiama il gusto veneziano, ma subito se ne allontana poiché viene meno il limpido gestire su cieli puliti, improvvisamente rivelati dal cartiglio che s'invola. Ed è pure trasformata la matrice padovana dal momento che, nel corale Duomo D, nei colonnati circondati dalle armi antiche non compaiono notazioni puramente archeologiche, ma tutto è riassorbito dal turbinio fantasioso che caratterizza la pagina. La 'macchinosità' dell'insieme non è neppure decisamente lombarda e va spiegata nella cultura autonoma cesenate, nata da tempo e sugli approfondimenti della spazialità già affermata dalla cultura albertiana della Biblioteca.

Nel frontespizio del corale Duomo D le acrobazie degli angeli ricordano da vicino quelle di Franco dei Russi nel suo momento veneziano (4), mentre in altri particolari presenti soprattutto nel corale Duomo C viene prestata attenzione alle realizzazioni del Giraldi del Salterio della Certosa (5).

In entrambe le pagine interne e in molte iniziali animate da scene del corale Duomo C /tavola 19a/, non manca il ricordo di Taddeo Crivelli nel suo momento bolognese quando, nei corali di San Petronio eseguiti nel corso dell'ottavo decennio (6), sembra meditare l'umanità selvatica di Marco Zoppo (7).

D'altronde allo stesso Zoppo rimandano le folate che investono i personaggi portandoli in primo piano dall'interno degli edifici, ansiosi e refrattari a un garbato colloquio umano.

E ancora a carta 75r., del corale Duomo C ricordano questo pittore gli angeli smagriti e indolenti che sorreggono il festone sotto gli architravi poderosamente vuoti. Nelle iniziali del medesimo manoscritto, più volte torna il ricordo di Martino da Modena nella resa della profondità e nel modo di interpretare certi ricordi mantegneschi in quei momenti che, spiritualmente esaltanti, danno luogo a scorci di corpi protesi. In entrambi i manoscritti la varietà delle citazioni, se fa escludere una identità di mano, non porta però ad eliminare l'ipotesi di una unità culturale di fondo, che permea di sé le numerose citazioni, senonché i riferimenti ai vari modelli e gli scarti di stile che sorgono improvvisamente da una pagina all'altra fanno emergere sempre nuovi dubbi sul problema critico che riguarda queste pagine. I caratteri fin qui esaminati sembrano indirizzare la ricerca verso un'area storica che finora non è stata considerata nel campo della miniatura del tardo Quattrocento, cioè quella bolognese. È già stata impostata da Carlo Volpe la questione critica che vede Bologna, a partire dagli anni '50, al centro di 'una vasta plaga culturale di ben precisata indole nella quale veniva coltivata una forma dello spazio ...uno spazio lenticolare, dolcemente narrato come per sciogliere il momento stilistico in momenti di quiete ed arcane vocazioni campestri (8). In questo clima si era svolta gran parte dell'attività del Cossa e si era nuovamente formato, dopo gli anni squarcioneschi, il pittore Zoppo. La loro esperienza bolognese, avvenuta nel settimo e ottavo decennio, accoglie elementi pierfrancescani e si avvia a una monumentalità che sa scorrere nell'immagine raccontata con estrema naturalezza.

Questo ripensamento sembra catturare Marco Zoppo nella dolcezza insolita che vibra sulla sua pelle di corteccia dura. L'atmosfera di uno spazio misurato più dal respiro che dalla mente invade le architetture e si insinua tra le pieghe e le dita; essa raggiunge, leggerissima, ogni fessura e fa oscillare gli angeli e le Madonne lievemente intenerite. Da parte sua Cossa raccoglie a Bologna e continua a preferire al suo ritorno da Ferrara quel particolare senso dello scorcio insieme monumentale e magico, dove, con chiara semplicità, ogni minima vibrazione si fa intensa e quasi arcaica. Su questa nuova e caratterizzata cultura bolognese del settimo decennio si innesta la cultura dei miniatori dei corali di San Petronio. Crivelli da lucido e inquieto che era a Ferrara quasi si intorbida, e sulle sue figurette si attardano ombre che non scivolano ma si appiombano; una stanchezza pesante e fisica contagia il suo segno, e la presenza densa e grave dell'ultimo Zoppo sembra raccogliersi nei brevi spazi, mentre l'artista rinuncia a molta parte di quel compiacimento formale che lo aveva guidato nella precedente produzione ferrarese. Né dovettero essere solo i committenti ecclesiastici ad incidere sul suo stile; in una temperie culturale diversa da quella ferrarese egli cerca un più robusto senso dello spazio e si adatta a nuovi tipi di decorazione, molto vicini, nella loro esuberanza, ai festoni adottati da Marco Zoppo. Fino a quel momento Crivelli aveva subordinato la prospettiva a una forte leggerezza calata in una preziosa ricchezza inventiva dove volavano gesti e pensieri come api in un alveare; ora sembra ricorrere ad una nuova pulizia prospettica e ad un nuovo respiro in profondità. Le sue figurette appaiono meno violente, più gravi, consapevoli di altre storie e di altri valori che non siano quelli di una dolce nevrosi, dorata e raffinata, protetta da ogni reale pericolo. Anche per Crivelli si trattò dunque, una volta in Bologna, di sottoporsi alla medesima fatica dei colleghi ferraresi, rivedere se stessi e la realtà circostante. Quando i corali passano a Martino da Modena, il forte accento della cultura locale appare ancora più evidente; egli si rivela molto lontano dalla esuberanza fastosa dei colleghi di Ferrara, e nei fogli da lui miniati il suo stile spiccherà sempre con un'impronta diversa da quella ferrarese.

Al momento dei lavori in San Petronio, per l'attività di minio di Martino può essere riletta un'affermazione di Longhi a proposito dell'attività del miniatore Giraldi, peraltro più antica. Longhi parlava di Giraldi come di 'un intelligente parallelo di Ercole in miniatura'. È sorprendente, infatti, vedere in questi corali come Martino sia vicino, nell'intimo, alla nuova saggia maturità di Ercole del polittico Griffoni, del quale studia i piccoli santi nelle nicchiette e li preferisce alla lezione tipica dei suoi maestri miniatori. Non scolpisce cioè nella pietra preziosa, non dà vita a vergini di alabastro sottolineate dai mantelli come da scaglie di avorio, come andava miniando l'Argenta, ma accoglie la forte spirituale intensità dell'Erede bolognese.

La tipica miniatura ferrarese, sempre emotivamente forte, non conosce questo lasciarsi andare a sentimenti di calma e di quasi rustica evidenza. Nelle 'Nozze di Cana' (9) l'animarsi silenzioso, l'eloquenza del dialogo muto, la nota degli sguardi sospesi fanno pensare ad una compostezza d'animo che, lungi dallo sciogliersi in una furia di azioni dal rapido succedersi, è però recettiva e pronta, silenziosa e calma ma pure in tensione. Nella 'Strage degli Innocenti' (10) compaiono idee bellissime e insolite come quella del soldato sorpreso da una madre, la danza involontaria dell'altro che, con aria quasi assente, piomba sul cadaverino mentre la mamma già fissa il vuoto sull'orlo di un'imminente pazzia, o, ancora, lo sguardo consapevole del bimbo che fissa l'assassino.

Colpisce inoltre la strana atmosfera di comprensione dolorosa che circola intorno ai personaggi e che sembra scaturire dalla mestizia delle madri e che è anche alimentata dalla ferrea morsa prospettica che conta i mattoni del muro circostante l'avvenimento. Confrontando queste miniature con quelle ferraresi contemporanee, per quante affinità vi siano, si ha l'impressione di una diversità di contenuti confermata da una reale diversità dello stile. Taddeo Crivelli e Martino da Modena nei corali petroniani appaiono in perfetta sintonia con l'attività dei ferraresi riformati misurando in uno spazio profondo e ombroso la loro umanità violenta e fragile negli anni stessi in cui i miniatori ferraresi, con uno stile oramai saturo di stilemi preziosi, tendono a rinchiudersi entro una splendida tradizione che cessa però di essere "stimolante ".

Tornando alle miniature dei due corali cesenati, sembra di poterli vedere inseriti, con la loro sfaccettata varietà di temi, nella temperie culturale cui finora si è accennato e alla quale conviene la definizione di bolognese, rivelandosi per di più in significativo parallelo con il giovane Lorenzo Costa. Nel frontespizio del Corale Duomo D /tavola 16/ i santini in bilico sui cornicioni sembrano essersi liberati dalle nicchiette della pala delle Rondini e vivere come protagonisti spigliati nei loro vani in prospettiva.

Nell'arcone che sorregge l'edificio della carta 75 del corale Duomo C, personaggi cari al Costa di quegli anni si muovono come appena sciolti dai passi di una danza cadenzata e leggera, più liberi nello spazio a loro destinato, in accordo con un paesaggio lontano la cui geografia dopo le aspre geologie ferraresi 'ridiventa collina' (Volpe). Era quanto stava accadendo in questi anni ai bolognesi che seguivano da vicino le 'progressive variazioni di umore dei grandi ferraresi espatriati', dal Maestro delle Storie del Pane, al Maestro di Ambrogio Saraceno, allo stesso Costa.

Vale forse la pena di chiedersi se i miniatori, oltre a risentire di questa temperie culturale non ne fossero anche momento attivo e non abbiano finito con lo stimolare un discorso stilistico indipendente da Ferrara, sul quale il Costa poteva spiccare il volo dimenticando i difficili inizi su un Ercole in fondo poco capito. È significativo ritrovare nella miniatura di carta 75 una figura ammantellata di spalle ricavata dall'affresco dei "Funerali della Vergine" dipinto da Ercole nella cappella Garganelli in San Pietro, giacché essa è la stessa che torna in un disegno degli Uffizi oscillante nell'attribuzione fra Costa e Zoppo e che ritroviamo nella predella di Washington. Sfogliando entrambi i manoscritti torna di fatto una rassomiglianza sempre meno vaga col giovane Costa in quella inflessione inquieta che anima i personaggi e che sembra rimandare al Costa del "San Sebastiano" di Dresda, delle tempere bentivolesche datate 1488 e della predella ora scomposta con i Santi Naborre e Felice.

A questo punto non sembra azzardato concludere che i due manoscritti di Cesena possano autorevolmente inserirsi nel contesto dell'area culturale bolognese di fine Quattrocento. Lo giustificano i numerosi episodi miniati oscillanti su uno stile ferrarese utilizzato come spunto ma non perseguito come stile ultimo di tutta l'opera. Sfogliando le pagine, infatti, torna sempre una sottile discrepanza fra le citazioni ferraresi e le altre, numerose, orientate geograficamente verso Bologna.

È in questa presenza stimolante di una variante culturale autonoma che i manoscritti acquistano tutto il loro interesse e richiedono altri approfondimenti e verifiche.



(1) Essi fanno parte del fondo dei corali per il Duomo cesenate miniati nell'ultimo quarto del Quattrocento e si trovano nella sezione Piana della Biblioteca Malatestiana di Cesena assieme ad un altro fondo di corali provenienti dal cardinale Bessarione. Nel fondo dei corali per il Duomo questi due manoscritti si distinguono per l'impianto delle miniature a pagina intera che li accomuna. Essi si intitolano: Graduale Commune Sanctorum e Graduale Proprium Sanctorum. Sono segnati rispettivamente Corale Duomo D e Corale Duomo C e sono aperti sulle loro uniche miniature a pagina intera: il Duomo D sulla carta 1r. e il Duomo C sulla carta 75r. Entrambe le pagine sono citate e riprodotte da Salmi, Tesori delle Biblioteche italiane. Emilia Romagna, Milano, 1932, p. 360, fig. 210, tav. 37; del medesimo autore, la Miniatura italiana, Milano, 1956, p. 62. Inoltre i due Corali vengono riproposti nel catalogo della Mostra della miniatura, a cura di Muzzioli, Roma, 1954, dove si parla del Graduale Commune Sanctorum; così pure nel catalogo della mostra Melozzo e il Quattrocento romagnolo, Forlì, 1938, curato da C. Gnudi. Si segnala la svista del Dizionario enciclopedico Bolaffi dove sotto la voce Savino Faentino viene riprodotto il frontespizio del Graduale Commune Sanctorum. Il graduale firmato da Savino è altra cosa: fa sempre parte del Fondo del Duomo, si trova esposto in un'altra bacheca e mostra una miniatura raffigurante la 'Cacciata del Signore' che appare di cultura umbra.

(2) Nell’Explicit del Graduale Commune Sanctorum (Duomo D) si legge: 'hoc graduale speciosum reverendissimum Dominus Joannes de Amerie Episcopus Cesena Canonici et Capitulum eiusdem suis sumptibus ediderunt octo voluminibus per me Henricum de Hollandia Diocesis traiectensis Innocentio octavo Pontefice Maxime anno domini MCCCCLXXXVI'.

(3) M. Salmi, op. cit., 1932, p. 359; id., op. cit., 1956, p. 32.

(4) Li ritroviamo con la stessa enfasi grassoccia a carta 12 della Gratulatio di Bernardo Bembo a Cristoforo Moro riprodotta in G. Mariani Canova, La miniatura veneta del Rinascimento, Venezia, 1969, fig. 20.

(5) A carta 75r. del Corale Duomo C è interessante la figuretta che esce dalla scucitura del cartiglio /tavola 20a/; essa ricorda nel profilo, nel cappellaccio di panno, nel riverbero che si inscurisce sulla carnagione ombrata del mendicante solitario che esce per tre quarti dal fregio di carta 99r. del Salterio della Certosa, ms Q. 4.9 lat. 990 della Biblioteca estense modenese; miniatura eseguita intorno al 1474-75, riprodotta da M. Salmi, op. cit., 1932, fig. 191, p. 436.

(6) Sembra di poter individuare un momento stilistico di Taddeo Crivelli diverso da quello ferrarese in alcune miniature nei corali di San Petronio, precisamente nel VI graduale e nel II. La questione delle attribuzioni delle miniature dei corali risale a Luigi Frati e a Francesco Malaguzzi Valeri nel 1896. La riprende Salmi (op. cit., 1932, p. 328 nota 2), che segue Frati nell'assegnare a Crivelli le miniature del VI graduale sulla base di alcuni documenti di pagamento. Una forte rassomiglianza stilistica con le tre miniature del VI graduale, cioè la 'Pentecoste' (c. 1r.), la 'Trinità' (c. 39r.), il 'Corpus Domini' (c. 53r.), induce a riferire a Crivelli anche le seguenti miniature: il 'Redentore' (c. 10r.) nel II graduale, e una figura di 'Profeta' (c. 46) sempre nel VI, entrambe comunemente riferite a Martino. Anche un'altra rassomiglianza con un disegno di Marco Zoppo raffigurante la 'Resurrezione di Cristo' e riprodotto in Catalogo della esposizione della pittura ferrarese del Rinascimento, Ferrara, 1933, fig. 32, attesterebbe un'adesione del gusto di Crivelli alla cultura bolognese di questi anni. Era in corso di pubblicazione, mentre stendevo questo articolo, il saggio di G. Mariani Canova, I Corali di San Petronio, nel volume sulla Basilica Petroniana, Bologna, 1984, nel quale ho potuto poi vedere condivisa l'attribuzione delle miniature sopra elencate.

(7) Non si considera qui la conosciuta attività miniatoria di Marco Zoppo di chiara impronta veneziano-padovana, bensì la sua attività di pittore bolognese nel settimo e ottavo decennio.

(8) C. Volpe, Tre vetrate ferraresi e il Rinascimento a Bologna, in "Arte Antica e Moderna", I, 1958, p. 26.

(9) Graduale II, c. 1r.

(10) Graduale I, c. 107r.

(11) E un fatto che questo linguaggio si ripeterà uguale a se stesso ancora nei primi anni del Cinquecento nel Breviario di Ercole (ms. V.G. II lat. 424 della Biblioteca Estense di Modena), dove vicino ad una mano giraldiana troveranno posto due maestri che vivranno in modo intelligente proprio quella crisi di linguaggio figurativo.


   
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