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Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
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Il codice mediceo-laurenziano, pluteo 90 sup. 30 è un manoscritto membranaceo del XV secolo descritto dal Bandini nel suo Catalogus come "nitidissimus, cum titulis rubricatis, et initialibus coloratis, et prima inaurarata" (1), nel cui primo foglio si legge una nota di possesso "hic liber est Alexandri Petri Philippi Pandulphini et amicorum", probabilmente quel Pier Filippo di Alessandro Pandulfini, autore di un sermone ammonitorio sopra l'elezione del Gonfaloniere, datato 1527 e tramandato dal codice cartaceo miscellaneo 1292 (sec. XVI-XVII) del fondo magliabechiano della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (2). Ma tornando al manoscritto mediceo-laurenziano, esso contiene una silloge di quattordici lettere tutte indirizzate a Vespasiano da Bisticci. Tra i mittenti spicca per interesse, in relazione al nostro discorso cesenate, Niccolo Perotti. La lettera bolognese del 18 ottobre 1454, presente nella raccolta fiorentina e pubblicata dal Cagni nel 1969 (3), va infatti segnalata come fonte di notizie sul Polibio tradotto dal Perotti per Niccolo V e fatto copiare per Malatesta Novello nel capoluogo emiliano, in cui l'umanista si trovava al seguito di Bessarione e dove fino all'anno precedente aveva tenuto la lettura di retorica e di poesia (4). Nel corso dell'esame dell'epistola, oltre a trovare notizie un po' più circostanziate sul futuro codice S.XII.2 della Biblioteca Malatestiana, che faremo riferire allo stesso umanista – Di Giuliano Ceppino che fu canonico di Prato, come attesta una lettera allo stesso di Girolamo Allotti del 1 aprile 1455 (7), il Perotti non parla soltanto nella suddetta epistola del '54, ma anche in quella, sempre bolognese, che immediatamente la precede sia nel codice che nella stampa del Cagni (8). Se la curiosità, in seguito delusa, di trovare altre notizie sul Coppino e magari sul Polibio ci ha spinto alla lettura di questa seconda lettera perottina, grande è stata la nostra sorpresa nel trovare alla fine dell'epistola la richiesta dell'elenco di tutte le traduzioni delle Vite plutarchee che circolavano in area fiorentina: L'interesse di questa preghiera consiste per noi nella collocazione cronologica della lettera: 13 agosto 1453. La missiva segue infatti di alcuni mesi una lettera a Malatesta Novello di Francesco Filelfo, futuro autore della dedica al principe cesenate delle proprie versioni plutarchee delle vite di Galba ed Otone. L'epistola filelfiana, che non compare ancora nella raccolta di Broscia del 1485, ma è già nell'edizione veneziana di dieci anni dopo (10), verte, stranamente, su un identico problema di elencazione di traduzioni e traduttori dei Βίοι plutarchei e rivela una risposta impacciata dell'umanista ad una probabile richiesta del principe. Così, infatti, si legge nella lettera milanese del dicembre 1452, che citiamo dalla più completa edizione veneziana del 1502: Il Filelfo prosegue ricordandogli le sue traduzioni delle vite di Licurgo e di Numa, le uniche di cui egli sia al corrente: Ma l'annotazione per noi di maggiore interesse è soprattutto quella che segue: Il consiglio di Filelfo di rivolgersi a Firenze per informazioni più esaurienti sull'intricata situazione plutarchea non può non richiamarci alla mente la richiesta del Perotti ad un personaggio come Vespasiano, che autorevolmente gravitava intorno ad un'area intermedia tra l'alta cultura fiorentina e gli ambienti della sua diffusione libraria. Non è inoltre improbabile che il Filelfo inducesse indirettamente Malatesta Novello a cercare nel Perotti un agevole mediatore che disponeva di una vasta e capillare rete di conoscenze nel capoluogo toscano. Del resto lo stesso Vespasiano sarà ancora, in futuro, coinvolto nelle trame culturali fiorentino-cesenati, come sappiamo da una lettera di Giovanni di Cosimo de' Medici della prima metà dell'agosto del 1457, in cui si richiede il codice di Donato sopra Terenzio per farlo copiare appunto a Vespasiano. Come emerge dalla risposta scritta da Meldola il 23 agosto dello stesso anno, il principe cesenate tarderà ad esaudire la preghiera di Giovanni per l’infuriare della peste nella sua città, ma promette, appena possibile, la collazione del codice da parte dell'Aurispa (13). La caotica situazione delle versioni e dei traduttori di Plutarco è del resto ancora un nodo problematico alla fine degli anni '60 del Quattrocento, se del febbraio del 1467 è una lettera di Giacomo Ammannati Piccolomini a Donato Acciaioli, in cui il cardinale non esita ad affermare di non voler risparmiare denaro sulle Vitae, e, Impaurito dalla circolazione di traduzioni "barbare" e "confuse", chiede un elenco dei Βίοι con a fianco i nomi dei traduttori (14). La stampa campaniana degli anni '70 dovette in qualche modo chiarire, anche se non sciogliere del tutto, la "questione Plutarco", visto che anche Filelfo in una lettera dell'ottobre 1475 a Marco Aureli era in grado di fornire con disinvoltura informazioni dettagliate su quello stesso argomento che a disagio lo aveva colto nella richiesta di Malatesta Novello (15). L'interesse del principe cesenate per Plutarco, classico attraente per il valore esemplare delle biografie e per le potenzialità encomiastiche in esso contenute (ma anche strettamente legato ad una fortuna di lettura canonica di scuola su cui si avviava lo studio del greco), dovette spingere Filelfo a contribuire con la traduzione delle Vitae di Galba e di Otone alle esigenze collezionistiche del principe, come l'analisi complessiva del codice cesenate viene poi a confermare (16). Come ha ben rilevato Gianvito Resta, le versioni delle Vitae di Licurgo e di Numa (la seconda elaborata solo per esigenze di simmetria compositiva) erano nate nel panorama tumultuoso e ideologicamente incerto dell'ambiente fiorentino, ponendo l'attenzione sugli aspetti costituzionali dell'antica egemonia spartana e sui problemi ad essa connessi (17). Ma se le vite di Licurgo e di Numa ben si adattavano fisionomia oligarchica del regime fiorentino, alla realtà signorile meglio si addicevano i profili biografici dei principi Galba e Otone. Prendendo come spunto occasionale il ringraziamento per la cortesia mostrata dal principe cesenate durante la sosta di un viaggio verso Napoli, il Filelfo si accosta alle versioni plutarchee e trova negli interessi mostrati dal principe motivo di esortazione all'opera, come leggiamo nella dedicatoria: E se da un lato non vogliamo non prestare fede alle premure di un letterato sensibile e riconoscente, dall'altro non possiamo non ricordare che questa operazione traduttoria si inserisce nella vasta rete che il Filelfo tesse, con multiple fatiche, dopo la morte di Filippo Maria Visconti, alla ricerca di nuove figure patronali. Le diverse tele sono infatti orientale a catturare i favori di diversi mecenati, e parallelamente all'impresa plutarchea l'umanista mette in cantiere l'opera per Francesco Sforza, non tralasciando di inviare ad Alfonso d'Aragona gli Hecatostyca e le Satyrae. Ma per tornare alle nostre riflessioni cesenati, possiamo seguire le vicende delle traduzioni delle Vitae di Galba e Otone in tre lettere milanesi scritte da Filelfo al Novello nel 1454. Nella prima, del febbraio, egli accenna alla propria fatica traduttoria, che non ha potuto affidare al figlio perché la facesse recapitare al principe, il motivo lo chiarirà lo stesso figlio Senofonte quando sarà in sua presenza: Si ripromette, tuttavia, di inviare le traduzioni di lì a quindici giorni se troverà qualcuno fidato a cui consegnarle: Questi erano i propositi dei Filelfo che tuttavia egli non mantenne se è vero che nella seconda lettera, del maggio, scriveva a Malatesta Novello adducendo come causa di un ulteriore indugio il tardo ritorno del messo del principe, motivo che lo aveva indotto a far trascrivere il suo esemplare autografo da un suo librarius, perché più ornato e decoroso si presentasse tra le mani del principe: Dopo l'accenno alla premurosa volontà di far copiare il proprio autografo e le misteriose allusioni alle ire del principe, forse placate dall'arrivo del nuncius, il Filelfo conclude dicendo che sarà il figlio Senofonte a recargli di persona le opere non ancora del tutto trascritte. Finalmente il 5 novembre 1454 ecco la lettera che annuncia il completamento dell'opera, forse la missiva di accompagnamento del figlio: l'umanista si scusa ancora del ritardo ma si ostina a tacere sui motivi che lo hanno determinato, la cui chiarificazione, del resto, è stata affidata alla viva voce dello stesso Senofonte (21). È interessante rilevare quale sia l'altra traduzione che il Filelfo invia al principe, menzionata nella lettera al termine della quale chiederà protezione ed asilo per l'amico Pietro Perleoni: Oltre agli Apophtegmata, che lo stesso principe si preoccuperà di far trascrivere essendone mancata al Filelfo l'opportunità ("Ea tu excribi facies a tuo librario. Nam ut hic excriberentur in praesentia facultas non fuit"), l'umanista promette l'imminente spedizione della Ciropedia di Senofonte ("Non diu post ad te dabo historiam Cyri iunioris, quam Xenophon socraticus libri quinque complexus est"). Non è casuale che la scelta dei testi da inviare al principe ricada sull'opera plutarchea, finita di emendare nel febbraio dello stesso anno con l'ausilio di un codice del Gaza, e sulla Ciropedia (22). Nella traduzione degli Apophtegmata, elaborati in ambiente senese e destinati a Filippo Maria Visconti, come ben sottolinea il Resta, era "chiaro l'intento di voler prospettare al duca un ritratto del principe ideale e di precisare nelle linee essenziali la natura dei suoi rapporti con l'intellettuale, organizzati sulla base di una reciproca utilità". Dunque – cito ancora – "La scelta di testi greci da tradurre era adesso subordinata ad una visione della realtà di tipo cortigiano e "principesco" ed ubbidiva di certo a nuove diverse esigenze del mercato culturale: a Licurgo e Numa si sostituiscono figure di imperatori come Galba ed Otone, ad Agesilao quella di un monarca assoluto come Ciro" (23). Se sul versante della scelta storiografica l'opzione per l'atteggiamento cortigiano è dunque riconoscibile nella selezione delle monografie principesche, il momento corrispettivo sul piano della produzione lirica è rappresentato dal De iocis et seriis, in cui acutamente Gabriella Albanese ha intravisto il "fatale scivolamento dal clima dell'umanesimo civile a quello retorico-cortigiano" (24). Dedicata a Malatesta Novello per i primi cinque libri e ad Alessandro Sforza per gli altrettanti rimanenti, l'opera, che si compiace del gioco cortigiano della duplice dedicatoria, ha, com'è noto, la sua tradizione più completa nel codice della Biblioteca Ambrosiana G 93 inf. (=A), mutilo però della prima parte del libro I e della seconda del X (25); i soli primi quattro libri, che rivelano una tradizione a sé stante, riportano invece il ms. Landi 131 della Biblioteca Comunale di Piacenza (=P) e il manoscritto cesenate S.XXIII.4 (=M), codice di dedica al principe, che il Filelfo fece copiare probabilmente insieme all'altro delle Odi (S.XXIII.5 della Malatestiana) ad esso stilisticamente affine (26). La raccolta, che dopo la stagione delle Odi e delle Satyrae presenta una tendenza al gusto epigrammatico, al laccio poetico di facile aggancio al contingente, non piacque al De Rosmini che nella Vita del tolentinate quasi a malincuore ne pubblicava alcuni brani, spingendosi ad osservare che "fortunatamente quest'opera è inedita, per la ragione che impressa niente potrebbe cooperare al buon gusto, essendo per la maggior parte insulsi e freddi gli scherzi, e poco poetici i seri argomenti che vi si trattano, ove al contrario molto potrebbe nuocere al buon costume per le orribili oscenità che vi sono sparse, e per molti motti tolti in mezzo ai trivi e ai postriboli" (27). Chi pur si voglia lasciare alle spalle i pregiudizi moralizzanti di un illustre studioso di un'altra epoca, sente, con disagio, gravare su quest'opera l'ombra di una fragilità contenutistica, che si muove tra la mancanza di una chiarezza tematica poeticamente costruttiva e la presenza di una vena compositiva contraddittoria, oscillante tra residui bagliori del lontano impegno civile di respiro fiorentino ed una nuova ansia di adattamento clientelare tutto cortigiano. Ad abbagliare lo sguardo di chi voglia andare a fondo dei contenuti ecco una cristallina geometria formale, che si compiace di simmetrici e speculari ritorni numerici (diecimila versi diversi in dieci libri di mille versi ciascuno), con un rigido criterio strutturale che non disdegna di osservare una mera norma quantitativa – come ben si legge nell'epigramma che chiude il libro IV (vv. 1-2; cfr. A, f 76v: "Iam non plura liber patitur nos ludere quartus/ surgens mille suum versibus in cumulum"), e non risparmia il riutilizzo di materiali elaborati in precedenza. A difesa del velleitarismo compositivo del De iocis, in cui sembra perdere vigore la forza dei sales di Marziale e di altre fonti epigrammatiche diluite nei ritmi più distesi del distico elegiaco, il Filelfo pone certo l'esigenza di una varietà di genere e di stile nella produzione letteraria e, come si legge nel carme 77 del libro 128, tenta o piuttosto ostenta un approfondimento teorico della scelta poetica, quasi questa fosse scaturita da una lunga e intima riflessione sul valore relativo della gravitas e della levitas (19). Sebbene nel Filelfo non trovino spazio robusti approfondimenti speculativi e tutto sembri risolversi nel bizzarro (e proficuo) gioco combinatorio dell'ingegno poetico del cortigiano, non è difficile rapportare queste considerazioni sulla complessità proteiforme del reale e sul possibile rovesciamento dei piani gerarchizzati dell'esistenza ai paradigmi culturali ed ermeneutici creatisi intorno ad un'opera come l'Hermaphroditus. E se è vero che il Filelfo dovette subirne gli influssi durante il suo soggiorno senese negli anni Trenta, non bisognerà tuttavia dimenticare che già nel 1428 l'umanista approdava al capoluogo emiliano dove solo qualche anno prima il Panormita aveva lavorato alle ultime modifiche dell'opera e l'aveva diffusa. D'altra parte, a proposito del gusto irriverente e dello sberleffo che si accompagna alla fabula transitoria dell'esistenza, non sarà fuori luogo ricordare che proprio nell'agosto del 1452, anno dei primi componimenti del De iocis, il Filelfo scriveva all'Alberti chiedendogli la spedizione del Momus (30). Eppure, talvolta, tra le pieghe leggere delle nugae filelfiane trova spazio il delicato nodo del rapporto tra sapiens e princeps, tra intellettuale e potere. Il Filelfo ribadisce allora la legittimità di un naturale ed ovvio compenso che ripaghi la scientia offerta del letterato e non esita a ricorrere a riflessioni sillogistiche in cui il topos classico del saggio ideale qui secum omnia habet ha ceduto il posto a quello del saggio cortigiano qui propria poscit (31). A questo proposito l'umanista non si preoccupa di tacere le esigenze di tranquillità psicologica del litteratus per il quale la lontananza dalle curae è condizione necessaria per dedicarsi interamente agli ozi poetici, come dirà nel primo carme del libro X, affidando allo stilema retoricamente oppugnabile del felix qui di virgiliana memoria (Georg., II, 490) la raffigurazione del Вίος ideale del poeta (32). Altrove, invece, protetto dal frizzo salace della personae deformitas non aveva disdegnato di piegarsi a richieste di sussistenza economica (come nel decimo epigramma del libro II) ricorrendo ad immagini di registro più umile, in cui la copia nummi costituisce la pretiosa esca che dona vocem canoram ad un carmen diversamente destinato a diventare rancidulum vv. 13-20; cfr. P, ff. 31v-32r). Col De iocis la fin troppo versatile musa filelfiana approdava al littus arimineum non più filtrata attraverso un'operazione traduttoria di un oggetto storiografico tematicamente tendenzioso ed ammiccante, ma ormai scopertamente cortigiana lusinghiera e fiduciosa nel benevolo porrigere aures del principe cesenate. Ben si poteva, infatti, confidare nell'eclettismo bibliofilo di Malatesta Novello e nella sua curiositas intellettuale che spesso prediligeva iniziative contrassegnate da un certo preziosismo collezionistico ed inusitate sia per tematiche che per asse geografico di provenienza. In questa temperie di mecenatismo alessandrino poteva anche accadere che al principe venisse offerta un'opera "che fu forse veduta la prima in tal genere di produzione". Fu quanto accadde, come Basinio da Parma sopra ci racconta (33), con la raccolta di iscrizioni di Giovanni Marcanova, valente medico padovano che visse a Bologna dal 1452 al 1467, anno della morte, esercitando la propria professione ed insegnando filosofia naturale nell'Alma Mater Studiorum (34). Amico del veronese Felice Feliciano, ricordato da Sabbadino nelle Porretane (35) fu animato da una viscerale passione per la classicità, che lo spinse ad un instancabile e affannoso collezionismo antiquario. Figura di innegabile centralità nel panorama erudito del secondo '400 bolognese (si pensi ai 521 codici che costituivano la sua biblioteca al momento della morte) fu un tramite straordinario tra l'area culturale emiliana e quella padovano-veronese, godendo dell'amicizia dei più prestigiosi artisti e letterati del tempo: si ricordi che lo stesso Mantegna era presente a quella famosa gita sul Garda del 1464 a cui, coi vestiti "all'antica" a caccia di iscrizioni, partecipò anche il Marcanova (36). Com'è noto, i Quaedam antiquitatum fragmenta avevano visto una prima redazione intorno al 1460, corredata di una messe cospicua di documentazioni, identificabile oggi nel ms. B 42 della Stadtbibliothek di Berna. Anche questa prima stesura reca le tracce del soggiorno cesenate, infatti, come leggiamo nel foglio Vv del codice bernese: "Patavi opus inceptum, Cesenae scribi absolutum, Bononiae in hanc formam redigere sua pecunia fecit Johannes Marcanova" e nell'explicit si parla di "notae satis dignae correctae" nel 1457 a Cesena "in die gloriosissimi Sancti Hieronymi": il nome di Malatesta Novello compare, ma come pura determinazione cronologica. La seconda silloge, più ricca di materiali antiquari è documentata da quattro copie diverse cronologicamente non distanti: la più prestigiosa ed accurata sotto il profilo grafico è quella del codice estense della Biblioteca di Modena, il ms. α L 5,15, che reca la data dell'ottobre 1465 e la dedica a Malatesta Novello. Dal codice estense, probabilmente destinato alla persona del principe e alla cui stesura partecipò l'amico Felice Feliciano, deriva il codice latino 5825 F della Biblioteca Nazionale di Parigi, da cui il ms. Garret 158 della University Library di Princeton, e un ultimo codice genovese redatto intorno al 1483, con varianti rispetto all'originale (37). Anche il codice modenese, forse mai arrivato tra le mani del Novello, sopraggiunto dalla morte nello stesso anno della dedica, fu donato come quello bernese dal Marcanova al monastero di San Giovanni in Verdara presso Padova e, dopo varie traversie compiutamente e doviziosamente descritte altrove, divenne di proprietà di Tommaso Obizzi che nel 1803 lo donò alla biblioteca modenese (38). I fragmenta del Marcanova, silloge non solo epigrafica ma anche letteraria ed antiquaria in senso lato, si collocano in una tendenza di gusto che interessa non poche manifestazioni di certa cultura erudita del '400 (si pensi al rapporto con Ciriaco d'Ancona ben rilevato da Augusto Campana a proposito dell'iscrizione greca del tempio dei Dioscuri (39)), ma d'altra parte rimandano specificamente ad un culto per le antichità tutto padano: Antiquitates è appunto il titolo di un'opera purtroppo perduta del bizzarro magister Urceo Codro, e appare qui persino superfluo menzionare Flavio Biondo (40). Come lo stesso Marcanova fieramente esprime nella dedicatoria al principe cesenate, pubblicata da Apostolo Zeno e con minore acribia filologica dal Bazzocchi (41), egli non è spinto alla compilazione dell'opera dalla brama di gloria, bensì dalla consapevolezza di cimentarsi in un opus pernecessarium, stranamente trascurato in passato, nella speranza di esortare gli altri ad idem studium. Alla programmatica e topica segnalazione della novitas dell'argomento, il Marcanova associa l'appassionata affermazione della volontà di sottrarre all'oblio le antiche testimonianze del passato ("si quod unquam eiusmodi antiquitatis indicium vel repererint, vel invenerint, id nequaquam perire patiantur"). Questa fortunata sorte di sopravvivere all'impietosa dimenticanza del tempo grazie all'immortalità donata dai fragmenta doveva toccare anche ad alcune testimonianze epigrafiche di provenienza cesenate: l'iscrizione incisa su un cippo a Giove Dolicheno, collocabile tra il II e III sec. d.C., che testimonia il culto militare di questa divinità nella zona (42). Il monumento forse si trovava a Cesena o presso l'abbazia di Santa Maria del Monte o presso la Cappella di Santa Giustina da Padova. Il Marcanova è la fonte più autorevole e più completa per questa testimonianza archeologica, come lo è per un'altra iscrizione sepolcrale ugualmente perduta, proveniente dalla stessa abbazia, fatta eseguire dalla coniux Sextilia per Publio Crasinio Martino, unico pretoriano di cui si abbia memoria nel territorio cesenate (43). Solo nel 1759 verrà alla luce la terza iscrizione ricordata dalla silloge marcanoviana su un sarcofago marmoreo ritrovato nella chiesa sotterranea del Monte di Cesena, riutilizzato come sostegno per un altare di San Mauro Vescovo: è la curiosa iscrizione sepolcrale, del II sec. d.C., di Seia Marcellina figlia di Tito che per sé e per il figlio Viburnio Marcellino pose da viva la lastra tombale in cui è riportato, con curioso gioco verbale chiastico, che "quod voluit et potuit, quod potuit et voluit" (44). Le antiche memorie archeologiche del situs cesenate (che il Marcanova poté conoscere per via diretta ed indiretta, come mostrano i legami con la raccolta riminese tradita dal codice Rigazzianus (45)), unitamente alle laudes di memoria plutarchea presenti nei fragmenta marcanoviani e alla complessiva ricchezza erudita dell'opera sarebbero piaciute al Novello, che forse questa attese tre le ultime, se non ultima, fatica a lui destinata. (1) A.M. BANDINI, Catalogus codicum bibliothecae Mediceae Laurentianae..., Florentiae 1778, V, coll. 357-358. Parziale pubblicazione dell'epistola in questione si trova anche in Vite degli uomini illustri del sec. XVI, scritte da VESPASIANO DA BISTICCI. Rivedute sul mss. da LUDOVICO FRATI, Bologna 1893, III, 341-342. (2) Cfr. P.O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London 1977, 510. (3) G.M. CAGNI, Vespasiano da Bisticci e il suo epistolario, Roma 1969,130-131. Nel codice mediceo-laurenziano la lettera occupa invece i ff. 25v-26v. (4) La docenza del Perotti nel centro petroniano è attestata dal 1451 al 1453 (cfr. I Rotuli dei Lettori Legisti ed artisti dello Studio Bolognese dal 1384 al 1759, a cura di U. DALLARI, Bologna 1924, I, 31, 34). In verità vi sono buoni motivi per credere che l'umanista si trattenne ad insegnare nell'Alma Mater Studiorum anche durante l'anno accademico 1454-1455: infatti nella medesima lettera dell'ottobre 1454 all'amico Vespasiano da Bisticci richiede l'invio tempestivo della Politica di Aristotele per l'imminente inizio della lettura universitaria. Del resto, com'è noto, il soggiorno bolognese del Perotti si protrasse fino al marzo 1455: cfr. G. MERCATI, Per la cronologia della vita e degli scritti di Niccolo Perotti, Roma 1925, 27. (5) CAGNI, 131, righe 22-24. (6) Ibidem, righe 24-27. (7) La lettera al Ceppino di Girolamo Allotti, anch'egli di Prato, è menzionata da M. REGOLIOSI, in Nuove ricerche intorno al Tortelli, "Italia Medievale e Umanistica", XII, 1969, 187. (8) CAGNI, 130, riga 10 (nel codice mediceo-laurenziano l'epistola è riportata ai ff. 24v-25v). (9) Ibidem, righe 16-18. (10) Le due edizioni menzionate delle Epistolae sono rispettivamente: Brixiae, per Iacobum Britannicum, 1485 e Venetiis, per Mattheum Capcasam Parmensem, 1495. (11) Francisci Philelphi... Epistolamm familiarium libri XXXVII, Venetiis, ex aedibus Ioannis & Gregorii de Gregoriis fratres, 1502, lib. XI, f. 81r. (12) La lettera in questione viene ricordata anche da A. CALDERINI, Ricerche intorno alla biblioteca e alla cultura greca di Francesco Filelfo, "Studi Italiani di Filologia classica", XX, 1913, 373. (13) Cfr. CAGNI, 56. Si veda anche V. ROSSI, L'indole e gli studi di Giovanni Cosimo de' Medici: notizie e documenti, "Rendiconti della regia Accademia dei Lincei. Cl. di Scienze morali storielle e filologiche", 1893, II, 59. (14) Cfr. P. CHERUBINI, Giacomo Ammannati Piccolomini: Libri, Biblioteca e Umanisti, in Scrittura biblioteche e stampa a Roma nel Quattrocento, Atti del 2° Seminario (6-8 maggio 1982), a cura di M. MIGLIO, Città del Vaticano, 1982, 182. (15) La lettera all'Aureli è ricordata da CALDERINI, 373. Sul complesso problema plutarcheo si veda V.R. GIUSTINIANI, Sulle traduzioni latine delle "vite" di Plutarco nel Quattrocento, "Rinascimento", s.II, 1, 1961, 3-62.(16) I tre volumi delle Vitae virorum illustrium, in traduzioni di diversa paternità, costituiscono i mss. S.XV.l, S.XV.2, S.XVII.3 della Malatestiana, scritti dalla mano di Jacopo della Pergola. Le due traduzioni filelfiane comparvero nell'edizione campaniana stampata a Roma nel 1470 per i tipi di Udalrichus Gallus. Sulle medesime versioni si vedano anche C. DE ROSMINI, Vita di Francesco Filelfo da Tolentino, Milano 1808, II, 99; CALDERINI, 370-371 e GIUSTINIANI, 40-41. (17) G. RESTA, Francesco Filelfo tra Bisanzio e Roma, in Francesco Filelfo nel Quinto Centenario della morte, Atti del XVII Convegno di Studi Maceratesi (Tolentino, 27-30 settembre 1981), Padova 1986, 20-21. Le versioni dei Βίοι plutarchei di Licurgo e di Numa, datate 1432 e dedicate al cardinale Niccolo Albergati furono erratamente attribuite a Lapo Castiglionchio nella silloge campaniana del 1470 (cfr. DE ROSMINI 130; GIUSTINIANI 17). (18) La dedicatoria filelfiana al principe cesenate ebbe eco anche tra i letterati contemporanei: cfr. Basinii Parmensis poetae Opera praestantiora, Arimini 1794, II, parte I, 57. (19) La lettera è datata "Ex Mediolano, III Kal. Martias MCCCCLIIII": Epistolarum familiarium, libro XI, f. 82v. (20) "Ex Mediolano, III idus maias, MCCCCLIIII": Epistolarum familiarium, libro XII, f. 85r. (21) "Ex Mediolano, nonis novembribus MCCCCLIIII": Epistolarum familiarium, ibidem. (22) La lettera del Filelfo a Teodoro Gaza in cui si chiede il codice degli Apophtegmi per l'emendazione del lavoro è datata 26 febbraio 1454 (cfr. E. LEGRAND, Cent-dix lettres grecques de François Filelfe, "Pubblications de l'École des Langues Orientales Vivantes", 1892, s. 3, VII, 61). (23) Cfr. RESTA, 24. Nel 1454 la traduzione della Ciropedia aveva, infatti, già preso avvio, ma nel 1466 era ancora sottoposta all'opera emendatoria del Filelfo (in una lettera del giugno 1466 a Baldo Martinetto egli esprime l'augurio di completare il lavoro entro l'autunno). L'umanista si accingerà ad una stesura elegante dell'opera senofontea nel 1467 (lettera a Giovanni Pietro Arrivabene), ma nel dicembre dello stesso anno necessitano ancora gli ultimi ritocchi (lettera ad Alberto Parrisio). A lavoro ultimato, nel settembre 1468, il Filelfo si recherà di persona presso il pontefice Paolo II per fargliene dono. (24) Cfr. G. ALBANESE, Le raccolte poetiche latine di Francesco Filelfo, negli Atti cit. in nota 14. (25) Il codice ambrosiano, è, com'è noto, autografo: cfr. A. CALDERINI, I codici milanesi delle opere di Francesco Filelfo, "Archivio Storico Lombardo", 42, 1915, 340. (26) Il codice cesenate del De iocis è descritto da R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Ricerche e osservazioni, Cesena 1887, 445. Di esso era a conoscenza anche il De Rosmini, biografo del Filelfo, che tuttavia non lo sottopose ad un attento esame che avrebbe rivelato le possibilità del manoscritto di colmare molte delle lacune esistenti nell'ambrosiano, nonostante la redazione parziale del testo. L'esistenza dei soli primi quattro libri nel codice della Malatestiana indusse lo Zazzeri a credere erroneamente che fossero i rimanenti sei i libri dedicati ad Alessandro Sforza, congettura peraltro non confortata dalla logica simmetria della spartizione numerica dell'opera, del resto suggerita alla fine del libro V dallo stesso autore: "finis adest, Malatesta, libri tibi debita quinti/hoc etenim numero dimidiatur opus" (IV, w. 1-2: A, f. 103r). Corretta invece la suddivisione di APOSTOLO ZENO, in Dissertazioni Vossiane, Venezia 1752, 1, 303. Per alcune emendazioni alla descrizione dello Zazzeri e notizie più circostanziate sul codice si veda G. BORGHINI, Un codice del Filelfo nella Biblioteca Malatestiana, "Giornale storico della letteratura italiana", XII, 1888, 395-403. (27) Cfr. DE ROSMINI, II, 154-155. (28) L'epigramma è infatti intitolato De vario pro veritate scribendi genere (A, f. 222r). (29) II, 1, v. 2: "Haud scio num gravitas plus valet an levitas", (A, f. 1r). (30) La lettera all'Alberti è datata "Ex mediolano, V Idus Augustas MCCCCLII", cfr. Epistolarum familiarium, libro X, f. 71v: "Tu velim tuum des ad me Momum, quem audio, si adhuc eum absolveris". (31) De iocis, 1,13: "non est turpe viro sapienti poscere, quisquis/est solus superis iunctus amicitia/ ...Non igitur sapiens aliena poposcitur ullus:/ si quid forte petit, poscat enim propria" (P, f. 4r). (32) De iocis, X, 1, vv. 5-8; "quotidie magis atque magis vexumur atroci/ turbine curarum, quas dat iniqua dies./ Felix qui soli potuit sibi vivere, musis/ et probitate prius cum putat esse nihil" (A, f. 211r). (33) Basini Parmensis poetae Opera, II, 58. (34) Sull'insegnamento bolognese del Marcanova si vedano A. SORBELLI, Storia dell'Università di Bologna, I. Il Medioevo (sec. XI-XV), Bologna 1944, 251 e C. CALCATERRA, Alma Mater Studiorum. L'Università di Bologna nella storia della cultura e della civiltà, Bologna 1948, 160-163. Tra i profili più ricchi ed esaurienti, che inquadrano Giovanni Marcanova nel giusto rilievo culturale all'interno del panorama dell'Umanesimo bolognese, si legga quello delineato da S. DE MARIA, Artisti, "antiquari" e collezionisti di antichità a Bologna fra XV e XVI secolo, nel catalogo della mostra Bologna e l'Umanesimo 1490-1510, a cura di M. FAIETTI e K. OBERHUBER, Bologna 1988, 22. (35) Porretane, novella III, ed. a cura di B. BASILE, Roma 1981, 27-31. (36) La pubblicazione dell'inventario dei libri del Marcanova si deve a L. SIGHINOLFI, La Biblioteca di Giovanni Marcanova, in Collectanea variae doctrinae Leoni S. Olschki bibliopolae fiorentino sexagenario, Monachii 1921, 187-222. Sui codici dell'umanista si veda anche C. FRATI, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari e bibliofili dal sec. XIV al XIX, raccolto e pubblicato da A. Sorbelli, Firenze 1934, XIII, 331-333. La conoscenza delle volontà testamentarie del Marcanova si deve ad un documento redatto a Bologna al momento della morte, nel luglio 1467, dal notaio Alberto Argelata, amico del Marcanova (pubblicato in SIGHINOLFI, 191-194). (37) Sul manoscritto, che si trova nella Biblioteca Civica Berio di Genova (Ms. 11.6.32), cfr. KRISTELLER, I, 240. Sul codice di Princeton si vedano invece H. VAN MATER DENNIS 3d, The Garret Manuscript of Marcanova, "Memoirs of the American Academy in Rome", VI, 1927,113-126 e E.B. LAWRENCE, The illustration of the Garret and Moderni manusripts of Marcanova, ibidem, 127-131. Sul codice parigino, infine, cfr. il Catalogus Codicum Manuscriptomm Bibliothecae Regiae, Parisiis 1744 IV, 161. (38) Sulle varie vicende e gli itinerari di non semplice reperibilità del futuro codice estense, già descritto da Apostolo Zeno che lo vide a casa del veneziano Lorenzo Patarol (ZENO, 1,142), si veda G. TIRABOSCHI, Storia della letteratura italiana, Modena 1790-91, IV, I, 209-211 e soprattutto G. FUMAGALLI, L'arte della legatura alla corte degli Estensi, a Ferrara e a Modena, dal sec. XV al XIX, Firenze 1913, 58-61, in cui si trova un'accurata descrizione del codice. Il manoscritto, che doveva trovarsi ancora a Bologna al momento della morte del Marcanova, sarebbe così descritto nell'inventario stilato dall'Argelata: "Liber antiquitatum Johannis Marchanovae in membranis" (cfr. SIGHINOLFI, 214, n. 310). (39) Cfr. A. CAMPANA, Ciriaco d'Ancona e Lorenzo Valla sull'iscrizione del Tempio dei Dioscuri a Napoli, "Archeologia Classica", XXV-XVI, 1973-1974, 84-102: alle pp. 92-94, in particolare, si trovano notizie dettagliate sui codici marcanoviani e accurati riferimenti bibliografici per quanto concerne l'aspetto epigrafico-antiquario. (40) Della figura di Antonio Urceo detto Codro fondamentale rimane il suggestivo ritratto tracciato da E. RAIMONDI, Codro e l'Umanesimo a Bologna, Bologna 1950; nuova edizione, Bologna 1987. Sul complessivo respiro culturale dell'umanista si vedano inoltre, tra gli altri, G.M. ANSELMI, Mito classico e allegami mitologica tra Beroaldo e Codro, "Studi e Memorie per l'Università di Bologna", n.s. 3, 157-195, e G.M. ANSELMI, L. AVELLINI, E. RAIMONDI, Il Rinascimento padano, in Letteratura italiana - Storia e Geografia, l'Età Moderna, II, I, Torino 1988, in particolare 521-531. Su Codro ed altri maestri di retorica nello Studio felsineo si veda: I lettori di Retorica e Humanae litterae nello Studio di Bologna nei secoli XV e XVI, a cura di L. CHINES, Bologna 1992. (41) ZENO, 1,143-144; poche le inesattezze paleografiche presenti nella trascrizione dell'erudito settecentesco, gravi invece in alcuni punti i fraintendimenti del testo nell'edizione di D. BAZZOCCHI, Domenico Malatesta Novello e le lettere in Cesena nel secolo XV con documenti inediti, Bologna 1919, XXXIII-XXXIV. La lettera occupa, nel codice dell'Estense, i ff. 8v-9r. (42) Il monumento in questione e quelli in seguito menzionati occupano i ff. 94r-94v del codice estense. Si tratta dell'iscrizione n. 554 del vol. XI, t. 1 del Corpus Inscriptionum Latinarum, Berolini 1888, 109. La divinità è raffigurata munita di lorica in piedi su un toro: regge nella sinistra un fulmine, nella destra una bipenne ed ha il capo ornato dai raggi solari. Accanto al Dolicheno è rappresentata un'aquila che sostiene un fulmine ed una vittoria alata con una corona ed una palma. Sia la divinità che i suoi ornamenti presentano la caratteristica attualizzazione quattrocentesca: cfr. A. DONATI, Fonti cesenati romane, "Studi Romagnoli", XVI, 1965, 23-25. (43) Corpus Inscr. Lat. XI, 1, 109 (iscrizione n. 557). Cfr. DONATI, 27-28. (44) Corpus Inscr. Lat. XI, I, 111 (iscrizione n. 568). Cfr. DONATI, 34-35. La quarta ed ultima iscrizione cesenate del codice modenese, che segue la descrizione di una lapide di Bertinoro, si trova alla carta 94v e proviene anch'essa dal pavimento della chiesa di Santa Maria del Monte. (45) Sul codice adespota detto Rigazzianus, che prende il nome dal medico Antonio Rigazzi che lo possedette nel XVI sec., si vedano G. MAZZATINTI, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d'Italia, Forlì 1890, II, 148, n. 65, e KRISTELLER, II, 87. |
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