Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

download del file in formato zip Antonio Cartelli - Andrea Daltri - Marco Palma - Paolo Zanfini

Il catalogo aperto dei manoscritti della Biblioteca Malatestiana: un primo bilancio


in Il dono di Malatesta Novello. Atti del convegno, Cesena, 21-23 marzo 2003, a cura di Loretta Righetti e Daniela Savoia, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2006, pp. 493-501

Il titolo di questa relazione appare eccessivamente ambizioso, se si tiene conto del fatto che il catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani è apparso in rete a metà dicembre 2002. Non ci può essere ancora nemmeno il primo bilancio di un’impresa che si sta costruendo man mano e che si presenta per sua natura priva di un ubi consistam stabile e definitivo.

Cercheremo quindi di tracciare un sintetico quadro delle ragioni che sono alla base della scelta del catalogo aperto e della filosofia che ci sta guidando nella sua realizzazione, prima di passare alla concreta dimostrazione della struttura e del funzionamento, che sono poi il motivo della nostra presenza in questa occasione.

Il difficile stato della catalogazione del materiale librario antico (nel nostro caso manoscritto) è noto a tutti perché si debba in questa sede riesaminare il problema dalle fondamenta. Possiamo partire dalla semplice constatazione che la catalogazione ‘statica’, nella forma del catalogo a stampa ha dimostrato chiaramente di aver esaurito la sua funzione. Produrre un catalogo tradizionale comporta un investimento enorme in energie umane, tempo e denaro, al quale corrisponde un prodotto tanto gradevole a vedersi e maneggiarsi, quanto irreparabilmente vecchio fin dall’apparizione e disponibile in qualche centinaio di copie, abitualmente collocate negli scaffali di poche grandi e medie biblioteche. Cade a proposito qui una citazione tratta dall’ultimo capitolo del recentissimo libro di Marilena Maniaci, Archeologia del manoscritto. Metodi, problemi, bibliografia recente (Roma, Viella, 2002 [I libri di Viella, 34], p. 174: "… non è un caso se, nell’universo della stampa, non si è mai vista la seconda edizione, riveduta e corretta, di un catalogo di manoscritti". Né potrebbe essere diversamente, se, per limitarsi all’Italia, si tiene conto delle dimensioni del patrimonio, che ascende, secondo stime dell’ICCU, ad alcune centinaia di migliaia di esemplari per l’età medievale e ad oltre due milioni di manoscritti di ogni epoca. Prima quindi di aggiornare un catalogo a stampa obsoleto, i relativamente pochi catalogatori in attività preferiscono dedicarsi all’enorme maggioranza dei codici privi di una descrizione moderna o, peggio ancora, del tutto privi di descrizione.

Al problema quantitativo si aggiunge la vexatissima quaestio del tipo di descrizione, che ha provocato negli ultimi decenni un vivace dibattito, non ultimo responsabile della lentezza della catalogazione, in particolare nel nostro paese. Si è preferito infatti discutere di cosa includere nella scheda descrittiva e come presentarla, piuttosto che dedicarsi a mettere in pratica uno qualsiasi dei modelli proposti, e questo perché una discussione teorica risulta comprensibilmente più allettante del faticoso, oscuro, spesso disperante lavoro di descrizione. Chi del resto potrebbe obiettare che uno standard unico non sia preferibile al caos metodologico di una catalogazione affidata alla preferenze dei singoli studiosi, intesi sia nel senso di coloro che producono sia in quello di coloro che utilizzano le descrizioni? Ciascuno di noi ha fatto l’esperienza di cosa significa trovare quello che si cerca in un catalogo o, viceversa, richiuderlo delusi per non aver ottenuto quell’unica informazione, di carattere testuale o archeologico, che andavamo cercando. In quel momento, nel secondo caso, sembra naturale recriminare sul fatto che non si sia tenuto conto della nostra giusta necessità di conoscenza: noi certo l’avremmo realizzato diversamente quel catalogo. Quei pochi che si accingono a descrivere istituzionalmente un manoscritto dimenticano poi facilmente la recriminazione, perché risulta impossibile prevedere tutte le curiosità dei lettori e perché comunque la descrizione non può richiedere tempi biblici.

I tempi appunto: molti anni per la catalogazione ordinaria, quella fatta non per un’occasione specifica, come una mostra, ma proprio perché qualcuno, un’istituzione, un gruppo di ricerca, una biblioteca, uno o più studiosi, programmano la descrizione di alcune centinaia, se non poche decine, di codici. Più frequentemente si tratta di cataloghi speciali, contenenti cioè esemplari collegati da una caratteristica particolare, come manoscritti miniati o datati o testimoni di un particolare testo; più raramente si procede alla descrizione di codici uniti dalla presenza in un fondo o in una biblioteca. Sembra quasi che l’abbondanza di materiale, invece di incoraggiare l’impresa, ne distolga i pochi ben intenzionati. Questi d’altra parte non vivono certo di e per una simile attività: se sono estranei all’istituzione che conserva gli esemplari, devono avere uno stimolo scientifico o economico, a seconda che facciano parte di enti per definizione votati alla ricerca, come le università, o siano dei liberi professionisti, frequentemente riuniti in cooperative, che compiono, tra gli altri, questo lavoro in nome e per conto delle biblioteche. Assai più raro è il caso di coloro che lavorano a pieno tempo nelle biblioteche e si dedicano, in tutto o in parte, alla catalogazione del materiale antico.

Ci sia consentita in proposito un’ampia citazione da un recente articolo di Franca Arduini, "Rinascimento virtuale". Il ruolo delle biblioteche e delle istituzioni culturali italiane nell’ambito del progetto, apparso nel numero di ottobre 2002 di "Biblioteche oggi", pp. 31-37 (la citazione dalle pp. 33-34). Per l’autorevolezza della persona, l’importanza dell’incarico che ricopre, l’esperienza acquisita nel settore si tratta di un contributo fondamentale per la valutazione dello stato dell’arte, che vale la pena di leggere insieme anziché riassumere:

"… la mia posizione riguardo alla possibilità di riproporre la figura del bibliotecario dotto e in particolare riguardo a una identificazione del ruolo del bibliotecario come quello del catalogatore, sentito come attributo non delegabile, è mutata. Ed è mutata paradossalmente nel corso della direzione della Biblioteca Medicea Laurenziana; soprattutto nell’occasione della mia partecipazione al progetto mi sono sempre più convinta di una realtà che dobbiamo accettare noi bibliotecari, ma senza sentirla come una diminuzione. Premesso che almeno una delle nostre aspirazioni è stata soddisfatta, mi riferisco alla serietà degli ultimi concorsi svolti nel 1999, il ruolo del bibliotecario, anche di quello conservatore, non si identifica nell’attività diretta della catalogazione, anche se non si può escludere la gestione in proprio di quella attività. Ciò è dovuto a un insieme di fattori, fra cui mutamenti sociali dei quali dobbiamo prendere atto: difficilmente potrà essere incrementato l’organico delle biblioteche, perché la forma stessa del rapporto di lavoro sta mutando, da quello definitivo a quello a termine e finalizzato a un progetto. D’altra parte nessun ingresso, per quanto massiccio, di professionisti potrebbe risolvere il problema della catalogazione dei manoscritti italiani; bisogna quindi pensare ad affidare anche il lavoro di catalogazione a elementi formati prima di tutto dall’università che potrebbe fornire sbocchi di lavoro in questo settore, quanto più affinasse i suoi programmi formativi. Mi auguro che in futuro la compagine dei professionisti (bibliotecari della tutela, della catalogazione e dell’informatica) sia non solo mantenuta, ma incrementata: perché i compiti che attendono i bibliotecari sono quelli di organizzare e di controllare il lavoro a termine e, soprattutto, di seguire l’evolversi delle tecnologie per non essere subalterni rispetto alle soluzioni offerte dalle ditte private, di essere in grado di giudicare le attività, necessariamente affidate alla gestione privata, e di stabilire un rapporto paritario con il mondo della ricerca. L’informatizzazione della catalogazione, che non esime da quelle complesse e diverse conoscenze che si richiedono al catalogatore, ha profondamente cambiato, del resto, la natura stessa del catalogo che non è più congelato nella sua immutabile forma a stampa, ma è flessibile alle correzioni, agli approfondimenti, insomma a un confronto con gli studiosi e le istituzioni di tutto il mondo ai quali sarà reso visibile, attraverso i collegamenti Internet. Piuttosto quindi che alla assunzione diretta dei compiti di catalogazione è più realistico pensare prima di tutto alla redazione delle norme e al loro continuo aggiornamento perché le norme stesse non perdano il contatto con l’evolversi della ricerca".

Non si poteva sperare in una più completa rassegna dei motivi che sono alla base della creazione di un catalogo aperto. Soffermiamoci su due degli elementi portanti del brano che abbiamo appena letto: vi si sostiene la necessità di affidare la descrizione dei manoscritti a professionisti esterni alle biblioteche e l’indispensabilità di pubblicare in rete descrizioni in stato di continua perfettibilità per stimolare il dialogo con gli studiosi interessati.

Circa il primo elemento, è necessario osservare che la funzione di coordinamento svolta dai bibliotecari ‘istituzionali’ non dovrebbe essere scissa dalla capacità di gestire in proprio la catalogazione, pena la perdita di autorevolezza dei coordinatori e la necessità di ricorrere ad ulteriori esperti esterni per la verifica delle descrizioni. Se c’è un punto su cui la funzione della biblioteca non è delegabile, è proprio quello dell’assunzione della responsabilità scientifica della catalogazione, di cui deve rimanere domina se non vuole ridursi a puro contenitore di materiale raro e prezioso che altri studiano e valorizzano.

Il secondo elemento riguarda il costante contatto della biblioteca con persone e istituzioni interessate alla ricerca sul proprio materiale manoscritto. In passato questa esigenza, sempre avvertita, era soddisfatta mediante scambi epistolari o verbali, in occasione della visita dei ricercatori, con bibliotecari conservatori di grande competenza e prestigio. Un contatto individuale, insomma, i cui frutti si coglievano successivamente nelle pubblicazioni degli studiosi e dei conservatori. L’epoca attuale richiede e favorisce l’allargamento di questi rapporti a una platea più vasta, composta da persone di diversa esperienza ed estrazione scientifica, le quali possono trarre dalla comunanza degli interessi, dallo scambio di opinioni, dalla rapida circolazione dei loro lavori stimoli importanti per l’ampliamento delle conoscenze e l’approfondimento delle ricerche, nell’interesse anche della stessa biblioteca.

Descrizioni quindi autogestite e garantite dall’istituzione, che può produrle in proprio o farle realizzare da personale esterno: è quanto assicura il catalogo aperto Malatestiano nella sua sezione centrale dove, insieme agli storici cataloghi di Muccioli e Zazzeri, appaiono descrizioni tratte da altre più recenti fonti o prodotte all’interno della biblioteca secondo lo standard Manus dell’ICCU.

È inutile sottolineare che proprio queste ultime schede, con la relativa bibliografia, costituiscono l’anello di collegamento fra la biblioteca e l’archivio nazionale dell’ICCU: le due imprese sono evidentemente complementari, perché diversi sono i fini ma uguale lo strumento che ne consente la realizzazione. Esse anzi si favoriscono reciprocamente, in quanto i dati dell’archivio nazionale, che consentono il primo accesso all’informazione, si ritrovano, arricchiti da immagini e testi di corredo, nel sito locale.

A sua volta il forum che costituisce l’ultima sezione del catalogo aperto consente di realizzare una sorta di circolo di studiosi interessati ai codici Malatestiani che vi possono immettere o trovare tutta una serie di informazioni utili alle loro ricerche. La biblioteca può quindi facilitare l’incontro degli interessi scientifici o addirittura sollecitare l’apertura di percorsi d’indagine, proprio come in altri tempi facevano i dotti conservatori di illustri raccolte con gli studiosi che le visitavano. Questa comunanza di intenti appare come il frutto più evidente di quella sorta di ‘intelligenza connettiva’ che la rete consente, rivoluzionando il secolare modo di lavorare dei ricercatori, chiusi nei loro studi e gelosi delle proprie scoperte, almeno fino alla loro diffusione a stampa.

L’utopia, che diviene oggi realtà, del catalogo aperto non può tuttavia far dimenticare il compito più difficile che attende la biblioteca: la gestione ordinaria del sito. A differenza di quanto succede in paesi più avanzati quanto ad organizzazione bibliotecaria (l’esempio migliore è certamente quello della Germania, dove la Deutsche Forschungsgemeinschaft ha organizzato nel dopoguerra una catalogazione a tappeto, prima a stampa e ora in rete, dei propri fondi manoscritti), il nostro progetto parte dalla constatazione dell’impossibilità di gestire in tempi ragionevoli una descrizione sistematica degli esemplari conservati nelle biblioteche italiane da parte di una qualunque istituzione con competenza su tutto il territorio nazionale. Come del resto avviene in tanti settori della nostra vita civile, i migliori risultati si possono ottenere grazie alla determinazione e agli sforzi delle comunità locali, in questo caso attraverso le istituzioni detentrici del patrimonio manoscritto, che da sole o, se particolarmente piccole, in consorzio desiderino valorizzare i loro tesori dal punto di vista scientifico. Desideriamo sottolineare quest’ultimo aspetto, che differenzia il catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani da molti altri siti di grandi biblioteche in Italia e all’estero, nei quali le immagini sono la principale, se non l’unica, risorsa informativa messa a disposizione del pubblico: nel nostro caso la biblioteca si assume la responsabilità di individuare testi utili alla conoscenza dei fondi, di produrre descrizioni, di raccogliere e aggiornare la bibliografia dei codici, di gestire una palestra di dibattito fra gli studiosi.

Si tratta di compiti che svolgerà in proprio o, se vorrà, delegandoli a personale esterno che lavorerà sotto la direzione e il coordinamento dei bibliotecari, i quali sarebbero in grado di svolgere da soli il lavoro se l’organico lo consentisse: un programma che costituisce il nucleo fondamentale e la stessa ragion d’essere della professione bibliotecaria. Per i ricercatori a loro volta questo progetto costituisce un’ottima occasione per verificare la loro capacità di interagire con l’istituzione che detiene gli oggetti al centro dei loro interessi scientifici. Se vorranno considerare la biblioteca non come il punto di accesso fisico ai codici, ma come un centro di produzione, elaborazione e diffusione delle conoscenze, se ne gioveranno personalmente e ne faranno godere i vantaggi a tutto il mondo degli studi.

Un’ultima osservazione: con questo convegno si chiudono in pratica le celebrazioni dei 550 anni di vita della Malatestiana. Il suo fondatore, com’è noto, la dotò di codici in gran parte scritti per suo impulso e a sue spese, proprio nel momento in cui la cultura europea si dotava di un nuovo, formidabile strumento di diffusione, la stampa. L’operazione di Malatesta Novello fu quindi, storicamente, un passo all’indietro o, se si preferisce, con il senno di poi, un’operazione di retroguardia. Come non sottolineare la coincidenza che grazie a questa felix culpa siamo in grado oggi di progettare un catalogo che si basa sulla rete, il nuovo strumento nato per favorire la comunicazione immediata e l’ampliamento incessante delle conoscenze?

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È appena il caso di notare che la caratteristica comune alla maggioranza delle iniziative che vedono il coinvolgimento di Internet nella pubblicazione di documenti è quella di considerare questo medium come un'estensione o un compromesso con la pubblicazione a stampa: più economico ed efficace della stampa stessa (almeno sul piano del potenziale pubblico raggiungibile), forse un po' meno sicuro (visti i problemi parzialmente risolti sui diritti di proprietà e sulla sicurezza), ma sempre e solo un mezzo mediante il quale dar corpo ad una pratica ben consolidata, consistente nel diffondere lavori giunti allo stadio finale del loro sviluppo e quindi meditati, consolidati, sedimentati e verificati (volendo tracciare un parallelo con quanto accade nel campo editoriale tradizionale si potrebbe dire: pronti per essere stampati).

È nostra opinione che i tempi siano maturi per un cambiamento radicale nell'approccio all'adozione del Web oltre che come strumento di comunicazione anche nella pubblicazione di cataloghi. Grazie ad Internet, infatti, ogni studioso può fruire di più potenti mezzi per le sue ricerche e si possono creare le premesse per nuovi modi di studiare i manoscritti, in particolare si possono costituire comunità di studio e di pratica all'interno delle quali condurre ricerche in maniera cooperativa. È da queste considerazioni che è nata l'idea del catalogo aperto, in pratica un catalogo in continua evoluzione, soggetto ai cambiamenti derivanti dalle informazioni che entrano continuamente a farne parte in sede locale e in forma flessibile in rete.

Il catalogo aperto si contraddistingue per la sua elasticità e dinamicità nei confronti delle corrispondenti chiusura e staticità del catalogo a stampa. Esso è in ultima analisi un sistema informativo (nel senso più propriamente informatico del termine) che consta dell'insieme delle risorse umane, hardware e software necessarie a gestire informazioni documentarie e che prevede un utilizzo intensivo delle tecnologie telematiche. In prima battuta si sono previste cinque sezioni, un numero da intendere in maniera flessibile almeno nella fase di avvio, nel senso che se ne possono attivare di meno o di più, secondo la disponibilità e la capacità della biblioteca, e tali che ciascuna può essere gestita nei tempi e nei modi che le risorse umane e finanziarie consentono.

a. La prima sezione è destinata a contenere materiali utili per la conoscenza della biblioteca e dei suoi fondi, come parti di monografie e articoli, già editi o prodotti per l’occasione o anche in futuro, che offrano all’utente un quadro coerente dell’insieme di cui fanno parte gli esemplari che gli interessano.

b. Nella seconda sezione è prevista la bibliografia, ottenibile possibilmente in maniera ordinata per segnatura, in forma alfabetica e cronologica (ovviamente conforme ad analoghe iniziative di catalogazione bibliografica che si stanno realizzando e si realizzeranno a livello centrale).

c. Seguono le descrizioni, dove vengono presentate le precedenti catalogazioni a stampa o anche, opportunamente digitalizzati, gli antichi inventari manoscritti. Ovviamente vi devono figurare anche le nuove descrizioni, secondo gli standard definiti a livello centrale, che prevedono, a loro volta, il recupero delle informazioni da precedenti cataloghi.

d. Nella quarta sezione trovano posto le immagini, per le quali, in generale, sono state suggerite diverse soluzioni a seconda del fine proposto. Ciò che si intende proporre nel catalogo aperto è un caso tipico da terza via: immagini non dettagliatissime, che risultano altrimenti assai costose in termini di traffico e scaricabili in tempi troppo lunghi, ma immagini con una risoluzione che garantisca la loro intelligibilità e in numero sufficiente a documentare il massimo numero possibile, potenzialmente tutti, i codici della biblioteca.

e. L’ultima sezione rappresenta una novità rispetto agli usi precedenti all’introduzione della Rete. Essa si basa su un sistema informativo ad accesso protetto e differenziato in cui le persone interessate possono pubblicare, con tutte le garanzie relative alla privacy e alla protezione del diritto d’autore, i lavori relativi ai manoscritti della biblioteca oppure possono scambiarsi informazioni, formulare progetti e dibattere problemi di comune interesse.

Si potrebbe pensare a questo punto che il catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani, in quanto concretizzazione di un progetto, sia quella che in gergo prettamente informatico viene chiamata una implementazione del progetto stesso. Ebbene occorre sgombrare subito il campo da equivoci e chiarire che il catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani è cosa profondamente diversa.

Le motivazioni della precedente affermazione possono essere individuate nei punti seguenti:

1. le linee guida del catalogo aperto non prevedono la definizione di standard relativamente alla risoluzione delle immagini, alla modalità della loro visualizzazione, all'utilizzo di software specifici per la creazione e la gestione di basi dati o, in altre parole, l'ingegnerizzazione del processo di realizzazione del sistema informativo; si è ritenuto più opportuno, infatti, che ogni realtà (biblioteca) che volesse adottare il progetto e realizzarlo, utilizzasse i mezzi e le tecniche per le quali aveva competenze consolidate in grado di garantire non solo l'avvio dell'iniziativa, ma anche il suo sviluppo;

2. il catalogo aperto, pur prevedendo cinque sezioni di base, non le esaurisce, nel senso che è pensabile che esigenze specifiche di una realtà locale possano richiedere sia l’accorpamento di alcune sezioni previste nel progetto iniziale, come nel caso del catalogo Malatestiano, sia la predisposizione di ulteriori sezioni.

In altre parole, parafrasando Derrick De Kerchkove che afferma che una tecnologia diventa invisibile quando i singoli individui trovano la maniera di utilizzarla in modo personale, si può affermare che è stato realizzato un sistema informativo che ha reso trasparente il catalogo aperto.

È nostra opinione che il catalogo aperto offra alle biblioteche la possibilità di collocarsi al centro dell’informazione scientifica, favorendone la circolazione e addirittura promuovendola, oltre che producendola in proprio. I conservatori di manoscritti possono così riappropriarsi di quella funzione di impulso alla ricerca e di studio in prima persona che avevano ai tempi della grande erudizione e che le incombenze amministrative hanno progressivamente ridotto.

Il progetto di catalogo aperto si colloca oltre che nel novero delle iniziative tese a fornire strumenti alla ricerca scientifica, anche nel panorama delle innovazioni didattiche con le quali favorire lo studio e l'apprendimento delle discipline connesse con l'analisi dei manoscritti.

Se si intuisce che obiettivo dell'iniziativa è il coinvolgimento degli studiosi nello sviluppo delle varie sezioni che sono state individuate come elementi essenziali del catalogo aperto, va anche precisato che l'utilizzo della Rete ha influito sui processi cognitivi per l'azzeramento del tempo intercorrente tra la divulgazione dell'esito di uno studio o di una ricerca (ovvero l'attività scientifica) e la sua possibile trasformazione in patrimonio culturale comune (ovvero il suo insegnamento). Se prima di Internet, infatti, era pensabile tenere distinto l'ambito della ricerca da quello più propriamente didattico, in quanto a quest'ultimo spettava la proposta del sapere consolidato e strutturato in discipline (anche in presenza di paradigmi innovativi, comunque filtrati e passati al vaglio della comunità scientifica), oggi tutto ciò assume contorni meno netti, più indistinti e sfumati per svariate ragioni, non ultime, sicuramente, la diversificazione delle sorgenti di informazione scientifica, non più confinate ai soli ambienti accademici, e l'immediata disponibilità di ogni informazione dal momento stesso in cui è immessa in rete. Il catalogo aperto, grazie alle sue caratteristiche, si colloca pertanto a pieno titolo tra gli strumenti in grado di influire, potenziandoli, sui processi cognitivi.


   
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