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1. In fatto di descrizione del codice, anche della più analitica, il compito del paleografo, non si può non riconoscerlo, si presenta relativamente modesto. In qualche misura, ma non senza una certa presunzione, potrebbe paragonarsi a quello dell'elegante e un po' snob 'connoisseur' nel campo affine, che per altro è di una diversa vitalità e dove sono in gioco ben altri interessi, delle arti figurative. Oltre che nel datare i manoscritti e nella definizione sommaria delle diverse forme di lettera, consiste nel distinguere le mani di copisti diversi in un medesimo codice e (più di rado e non senza qualche stento) nell'identificare le realizzazioni di una stessa mano in codici diversi. In un caso, poi, come quello della Malatestiana, dove l'operazione avviene in un fondo originario di manoscritti costituito (per la parte della biblioteca che qui interessa in primo piano se non in maniera esclusiva) in un arco di tempo che non supera il ventennio, l'archeologo del libro si muove su un piano decisamente idiosincronico. Non c'è paleografo di mestiere, o mestierante della paleografia, che non se la cavi in modo, se non eccelso, almeno decente. Per vero, si tratta di un lavoro che solo in maniera indiretta ha a che fare, come semplice applicazione, fondata sull'esperienza e l'osservazione, con la paleografìa intesa in senso proprio, vale a dire come studio di un sistema di segni in movimento o, in altre parole, del funzionamento e del costituirsi di una scrittura o di uno stato grafico. Ha ben poco a che spartire con l'esame e la conoscenza dei fatti "de essentia litterarum" - per impiegare la terminologia intinta di scolastica del maestro di scrittura tardo medievale, detto ai suoi tempi "modista" dal "modus scribendi" che insegnava - ossia relativi alle "proprietates substantiales et compositiones" delle lettere, dei sintagmi, delle dictiones".
Conosciuto, o, quanto meno, dato per noto, per scontato (come non di rado avviene) il sistema o, meglio, lo stato grafico di cui i codici in esame rappresentano come una serie di autonomi spaccati, compito, dunque, più dell'archeologo del libro che del paleografo, in una raccolta come la Malatestiana, è quello di procedere alle distinzioni o alle assimilazioni delle realizzazioni grafiche, sul fondamento di aspetti della scrittura che non toccano il sistema e il movimento, ossia, per ripeterci col "modista", la "essentia litterarum", ma che, come ci ricorderebbe compunto il medesimo modista" sottile nelle distinzioni, consistono in fatti "ad beneplacitum", ossia, come preferiremmo dir noi (liberi finalmente da ogni scolastica: il che non sarebbe sempre un vantaggio, se fosse, peraltro, vero) nei modi d'interpretazione del sistema, di attuazione, in una parola nello stile, inteso nella sua accezione più riduttiva, in fatto di scrittura, trattandosi solo di mani: vogliamo dire lo stile personale, o, meglio, a un livello così modesto, le caratteristiche individuali e di esecuzione. Chi volesse potrebbe anche affermare: nell'analisi e nelle distinzioni di mani sono da prendersi in considerazione solamente i fatti di soprastruttura, in contrapposizione a quelli che sono propriamente e primariamente oggetto della paleografia e che chiameremmo di struttura: "ductus" e "contextus litterarum", sistema e movimento. Il compito in sostanza limitato, più da perito, da conoscitore. si è detto, che da scienziato e storico, diviene in qualche modo più facile in Malatestiana per il fatto che numerosi codici e specie quelli che sono opera delle maggiori personalità (ammesso che, a proposito di amanuensi "poveri operai della penna", come dice bene Giulio Bertoni, "che stentavano la vita e amavano la loro arte" si possa parlare di personalità) sono spesso sottoscritti e, non di rado, recano la data cronica e il riferimento diretto, nel colophon, al committente Malatesta Novello (riferimento che per altro è sempre presente nei codici malatestiani con gli stemmi, spesso accompagnati dalle iniziali M.N., oppure, in altra soluzione, nei cartigli, ad opera del miniatore, nella prima "facies" del manoscritto) e non eccezionalmente anche il dato topico.
Il modo di procedere nell’analisi delle mani nei codici Malatestiani si presenta relativamente semplice, meccanico, oltre che sperimentato da lungo tempo. E’ quello universale, elementare, di qualsiasi filologia, fondato sulla collazione degli oggetti - in questo caso delle realizzazioni grafiche - con conseguente associazione od esclusione dei testimoni. Stabiliti i punti di riferimento, rappresentati dai codici di mano certa perché sottoscritti dai copisti, si è passati al confronto, singolarmente, di tutte le altre realizzazioni grafiche con ciascuno di questi. Quei codici (o quelle parti di codice) che si sono mostrati assolutamente restii a rientrare nei gruppi grandi e piccoli via via in tal modo costituiti per ciascun amanuense, sono divenuti, a loro volta, nuovi punti di riferimento e di confronto. E si è naturalmente continuato fino a esaurimento della comparazione di tutti i codici (e di tutte le parti dei codici dovuti a più copisti). Quanto all'indicazione delle mani, laddove vengono a mancare le sottoscrizioni con nomi (o iniziali) di copisti - il che si verifica molto più presto di quanto non si supponga anche nel Quattrocento - sono state impiegate sigle convenzionali: A 1, A 2, etc. per le mani di "littera antiqua", M 1, M 2 per le mani di "littera moderna".
In questo quadro generale dei copisti sono prese in esame le scritture dei codici che possono con verosimiglianza essere qualifìcati come Malatestiani, ossia delle copie che possono ritenersi eseguite su commissione di Malatesta Novello. Non vi figurano, naturalmente, né le scritture, né i copisti dei codici che sono acceduti alla biblioteca prima e dopo il periodo malatestiano, diciamo così, puro; neppure rientrano direttamente nel quadro, le copie che sono giunte al Malatesta (come possiamo sapere con certezza da notizie nel codice stesso o da altra fonte) per una via diversa dalla commissione: come legato, dono, esemplare di dedica. Nei pochi casi incerti - che sono per altro così marginali da non influire su un giudizio intorno allo scrittoio - si è preferito far rientrare il codice tra i Malatestiani (quando naturalmente rechi lo stemma) e quindi il copista, designato con il nome o la sigla attribuitagli, figura nell'elenco dei collaboratori, sia pure occasionali.
I fatti di maggior rilievo relativi agli amanuensi e alle scritture sono in queste pagine raccolti in un tentativo di sintesi, in maniera sistematica, negli elenchi dei copisti e dei codici da loro confezionati, nonché in uno schema per ascisse e ordinate che rileva i casi di collaborazione dei copisti in uno stesso manoscritto: fatti questi ultimi che sono di grande importanza, come è intuibile, per la conoscenza della particolare natura di una tale attività scrittoria e delle contingenze in cui si è svolta. Nelle unità costitutive fondamentali, analitiche, ossia nelle schede del catalogo, sono raccolti i dati essenziali relativi alla scrittura (definizione della forma di lettera accompagnata da eventuali precisazioni, nome del copista o sigla convenzionale che gli è stata attribuita, trascrizione del colophon, eventuali dati cronici e topici, etc.) e, per ciascuna mano, infine (quindi per lo più una sola volta, in relazione a un codice la cui scrittura è parsa esemplare, ma è stata fatta eccezione per quegli scriptores nelle cui diverse realizzazioni si è creduto di ravvisare più di un tipo grafico) la serie di segni, diciamo così, discriminanti, vale a dire degli elementi - lettere minuscole e maiuscole, legature, abbreviazioni - che sono stati principalmente utilizzati nella collazione, al fine di giungere ad una attribuzione delle realizzazioni grafiche. E’ in queste pagine introduttive dunque che i dati analitici, che nel catalogo accompagnano le singole schede, sono stati riuniti e classificati allo scopo di ordire una trama - in attesa dei futuri svolgimenti delle ricerche e degli immancabili emendamenti - dell’attività scrittoria per la Malatestiana alla metà del ‘400.
2. Di non grande impegno in generale e in specie in una biblioteca come quella cesenate, il cui fondo si è costituto in un periodo di tempo relativamente breve (quanto ai codici, ripetiamo, che possono ritenersi con molta verosimiglianza malatestiani) si presenta la distinzione delle diverse forme di lettera: qui non si può rilevare se non quella tra "littera antiqua" e "littera moderna", ovverosia (per impiegare la consunta e inerte nomenclatura del manuale, incapace di riflettere la dialettica anche ideologica tra le due scritture) scrittura umanistica e scrittura gotica.
Piuttosto elementari sono anche le distinzioni di tipo all’interno di ciascuna delle due grandi categorie grafiche: "littera textualis", lettera bastarda, "littera rotunda", "littera minuta cursiva", lettera mercantesca, lettera cancelleresca, etc. per le scritture moderne; oltre il termine di "littera antiqua", a indicare la "textualis" della riforma umanistica, anche eventualmente "littera minuta cursiva", lettera cancelleresca con la specificazione "all’antica", all’interno dello stato grafico nato dalla riforma scrittoria umanistica. La distinzione tra i due stati grafici diventa, tuttavia, meno ovvia in relazione a non pochi codici la cui scrittura potrebbe dirsi intermedia, meglio, mescidata (ma che non è mai, è ovvio, di passaggio, di transizione dalla moderna all’antica, come qualche volta si dice). Ed ecco allora il dubbio affaticare la fronte dell’archeologo, gonfia di paleografiche meditazioni. Si tratta qui di "antiqua" con residui di "moderna" oppure, all’opposto, di "moderna" che è influenzata dall’"antiqua"? in un’epoca come quella in cui sono stati confezionati i codici che possiamo considerare malatestiani, si spiega e si giustifica (ne vedremo subito il perché) la non rara incertezza. Ma il decidere, poi, a proposito di un codice, per una categoria grafica o per l’altra, non avrà mai, pensiamo, conseguenze senza rimedio; i casi dubbi riflettono una apparente contraddizione nei fatti grafici, che non conosciamo ancora come si dovrebbe. Infine, il paleografo preoccupato scandaglia con un’occhiata in profondo anche i testi: sono scritti di teologia, di filosofia, di diritto? Allora, nel dubbio, si scriva "littera moderna", sia pure con sfumature e sottolineando che in quel codice appare l’influenza della "littera antiqua". Siamo di fronte invece a classici, Padri della Chiesa, umanisti? Meglio allora "littera antiqua", precisando che presenta residui più o meno forti di "moderna".
La incertezza nel raggiungere una netta distinzione tra "moderna" e "antiqua", fuori Firenze, per determinati casi, che paiono come al confine tra le due forme grafiche, dove gli stessi fatti discriminanti paiono mescolarsi, trova giustificazioni serie, più fondate di quanto non si sospetti, se si guarda (come si dovrebbe sempre) oltre che alle forme di lettera e ai rapporti e alle opposizioni tra l’uno e l’altro stato grafico in fatto di ductus, varianti di lettere, legature, anche alla tecnica di esecuzione. Sebbene i due stati grafici siano ben distinti dal punto di vista morfologico, il secondo di essi (che consiste nella restaurazione più o meno fedele di un lontano passato, indotta in parte da un equivoco storicamente quanto mai significativo e creativo) ossia la scrittura restaurata, la "littera antiqua horum temporum", come si disse talvolta nell’età umanistica, appare ancora congiunto con lo stato grafico precedente (che resiste in concorrenza ancora a lungo) mediante un legame che è stato più forte della ideologia e si è sottratto, per la sua natura, alla pedante e occhiuta volontà dei riformatori. Vogliamo dire il modo concreto di attuazione, che è ancora quello, quanto mai razionale, della tradizione ‘moderna’, a tocchi di penna, a baculi, ad articuli che si presentano più o meno stereotipi, tecnica che era stata creata lentamente, tenacemente, dalle penne esperte ed assidue degli amanuensi dei secoli XI e XII e che ha raggiunto la perfezione prima dell’inizio del secolo XIII: corpo, traverso, testa, mezza testa, punto, mezzo punto, taglio o frego - per utilizzare la precisa terminologia tecnica del maestro di scrittura del Rinascimento, erede del "modista" tardomedievale - le diverse combinazioni nelle singole lettere di questi elementi minimi ricorrenti e rigorosamente classificati. I quali sono meno evidenti nel loro ripetersi costante, sembrano attuati con maggiore libertà e scioltezza nella "littera antiqua" pura solamente a causa della diversa morfologia del modello altomedievale, ben lontana da quella fracta della "littera moderna", dove gli articuli e gli stacchi tra questi, come i contrasti fra i tratti spessi e quelli sottili sono maggiormente marcati. Né soccorre sempre, come criterio di rincalzo, a distinguere tra "moderna" e "antiqua", nei casi di confine, l’applicazione o no, da parte del copista, della regola primaria di Wilhelm Meyer (nesso nelle curve contrapposte) e, insieme, della R detta tradizionalmente tonda, anche fuori di nesso, perché sia l’uno che l’altro fatto s’incontrano ancora di frequente nei codici all’antica scritti in ambienti culturali che non siano Firenze; così, ad esempio, per restare a Cesena, in numerosi codici Malatestiani che altrimenti diremmo in "antiqua" pura. Non resta allora se non l’appiglio scolastico e meschino alle combinazioni, più o meno costanti e coerenti nei diversi codici, delle tre varianti di lettera discriminanti: S così detto tondo (ossia capitale) o diritto (quello del sistema) in fine di parole, rispettivamente moderno o antico (ma non sempre funziona, come è noto, un tale criterio discriminatorio); D così detto onciale o diritto (ossia del sistema) moderno o antico; nota tachigrafica 7 o legatura & per la congiunzione et moderna o antica. Tocchiamo questi fatti particolari, non certo perché siano interessanti di per sé per la storia della scrittura latina tardomedievale e umanistica e neppure perché istruttivi per chi legge (chi del resto non li conosce?), ma solamente per sottolineare ancora una volta natura e limiti del compito dell’archeologo in fatto di descrizione del codice e per indicare i modesti strumenti, adoperati necessariamente in maniera un po’ meccanica, con cui egli muove nell’esame delle scritture, specie dei manoscritti di una raccolta idiosincronica come quella costituita dai Malatestiani.
3. A questo punto è opportuno ricordare che nello stadio della storia della scrittura latina al quale appartengono i codici cesenati, siamo ormai molto addentro nella così detta riforma scrittoria umanistica; ci troviamo almeno tra la seconda e la terza generazione dei copisti all’antica. E’ ormai la scrittura restaurata dagli umanisti a prevalere in Italia, se non, forse, dal punto di vista della quantità, certamente in relazione alla qualità e alla vitalità della cultura di cui è strumento, direttamente o indirettamente, di fronte alla produzione di codici di tradizione universitaria (in gran parte ancora a lungo in "moderna", "textualis" o bastarda) oppure in volgare (anche questa, sebbene in parte minore, ancora in moderna: ‘textualis’, bastarda, cancelleresca, mercantesca) e infine a quella di ambiente fratesco (soprattutto in grossa bastarda). E s’intende facilmente che le distinzioni sottili e argomentate tra antica e moderna e in relazione alle realizzazioni grafiche mescidate, come al confine, nei loro diversi tipi, tra i due strati grafici (la cui contrapposizione non è solamente morfologica e cronologica, ma corrisponde a determinati stati di cultura) e in relazione al significato di quella dialettica e di quella mescidanza, acquisterebbero un senso solamente in un ambito di ricerca incomparabilmente più ampio e, insieme, più articolato, sia quanto alle realizzazioni grafiche da esaminare che al fine della ricerca: che è quello della storia della scrittura; oppure in una ricerca di paleografia comparata, di geografia scrittoria; e sempre alla luce dei fatti, diciamo così, extragrafici, ossia della situazione culturale e sociale, nei rapporti stretti ma elusivi che corrono tra questi ultimi e i fatti grafici interni al sistema (esame che è tutt’altro che facile, a meno che non si faccia ricorso a superficiali equivalenze). Ma questo sarebbe un altro lavoro, ben diverso, come si è qui già detto con altre parole, dalla descrizione e dalla classificazione delle scritture e delle mani nei codici di un determinato, storico fondo di biblioteca. Sarà soltanto in un successivo stadio di ricerca, che corrisponde anche a un differente livello scientifico, che i risultati raggiunti nell’esame di più fondi di manoscritti potranno divenire i materiali per una comparazione e quindi per gli studi sul funzionamento e il costituirsi della scrittura libraria nei suoi diversi periodi (ma questa è la paleografia dell’avvenire). Ed è in ciò, in definitiva, che trova il fine e la giustificazione il presente contributo.
4. Distinte, dunque, le realizzazioni grafiche tra "antiqua" e "moderna" (se è necessario classificando, all’interno delle due scritture, diversi tipi e gradi) e distribuiti i codici entro le due classi per mani di copisti, designate dunque dal nome dello scriptor se nella collazione si muove da copie sottoscritte, o, altrimenti, per sigle convenzionali, ecco che emergono le linee di un ricco quadro di attività scrittoria e di collaborazione tra copisti, che riflette sul piano della confezione del libro il realizzarsi di un programma umanistico di biblioteca; il quale copre un ventennio a cavallo della metà del secolo XV.
Intanto, dapprima, sia consentito di offrire dei dati di fatto e numerici e orientativi, che non sembrano poi del tutto insignificanti nella loro nudità. I copisti di "littera antiqua" individuati - ma non sempre, come è ovvio, identificati con un nome - ai quali si deve più di un codice o di una parte di codice, risultano essere in tutto, dalla presente analisi, 12, mentre, dalla stessa analisi, gli manuensi che hanno scritto un solo codice o solamente parte di un codice sarebbero 31: in totale risulta che hanno eseguito 143 interventi. I copisti di "littera moderna " risultano in tutto 13, dei quali soltanto tre con più di un codice o di una parte di codice, per un totale di 23 contributi integrali o parziali. I copisti ai quali si devono più interventi, integrali o parziali che siano, risulta, dunque, che hanno lavorato in 112 copie in "littera antiqua" e in 14 in "littera moderna", mentre il numero dei codici dovuto ai copisti i cui interventi compaiono isolati risulta in totale di 41, dei quali 31 all’antica, 10 alla moderna.
Come si vede, qualunque sia l’attendibilità dei risultati raggiunti in questa analisi - i quali potranno, naturalmente, come tutti gli altri del presente contributo alla raccolta di materiali di studio per la Malatestiana, essere completati e emendati in ricerche future - il divario numerico tra i codici in "littera antiqua" e i codici in "littera moderna" (nella parte, s’intende, che possiamo considerare Malatestiana ‘pura’ nella biblioteca cesenate) appare quanto mai considerevole, sia per quanto tocca i copisti di più manoscritti che per quanto riguarda quelli di un solo codice. Ma un tale squilibrio si spiega facilmente se si tiene presente che i codici commissionati o acquistati da Malatesta Novello sono per lo più copie di classici latini, o di traduzioni latine dal greco, di Padri della Chiesa e (sia pure in un momento infinitamente minore) di umanisti; per le quali di regola la forma di lettera è ormai quella all’antica.
5. L’individuazione, anche se non sempre l’identificazione, di numerosi copisti attivi in modo e in grado diverso per la Malatestiana e insieme la constatazione di un’intensa collaborazione tra i copisti costituiscono, dunque, i risultati di fondo della ricerca.
E’ tempo che raccogliamo in sintesi i dati essenziali relativi agli amanuensi e alle scritture, rimandando il lettore agli elenchi per codici e per copisti, non che naturalmente alle schede del catalogo, per notizie più ampie e più analitiche. Lo scriptor di maggior rilievo, già noto agli studi, come altri fatti e aspetti della storia della biblioteca cesenate, grazie ai lavori di Augusto Campana e di Antonio Domeniconi, è il notaio di origine francese Jean d’Epinal (che si sottoscrive latinamente Iohannes de Spinalo), la cui attività a Cesena è documentata dall’anno 1451 alla morte avvenuta nel 1457. Jean d’Epinal è il copista più operoso in assoluto per la Malatestiana: gli si devono 41 codici, dei quali 30 sono sottoscritti e 8 sono stati eseguiti in collaborazione con altri amanuensi. Si tratta di un nucleo fondamentale della raccolta umanistica, con date che vanno dal 1451 al 1457: comprende Padri della Chiesa latini e greci in traduzione latina, in copie di lusso di grande formato, spesso decorate e miniate; storici greci in traduzione latina, come il Tucidide a cura di Lorenzo Valla, l’Appiano a cura di P.C. Decembrio; tra altre opere, infine, il De plantis di Teofrasto nella traduzione latina di Teodoro Gaza. Occupano con Jean d’Epinal un posto di riguardo, quanto al numero di codici sottoscritti e attribuibili, non pochi altri amanuensi: il primo da citare è frate Francesco di Bartolomeo da Figline: copista di 7 codici di cui 4 sono sottoscritti e 4 sono stati eseguiti in collaborazione con altri amanuensi. Sono copie di opere fondamentali come la Historia ecclesiastica di Eusebio nella traduzione di Rufino e la Cronica tradotta da Gerolamo, e, tra i classici, Plinio il Vecchio. Di Francesco da Figline ci forniscono notizie biografiche le diligenti ricerche di Antonio Domeniconi: dapprima cappellano di Malatesta Novello, poi custode della biblioteca, risulta attivo almeno dal 1439 al 1472. Scriptor di codici di lusso, di grande formato, spesso decorati e miniati, è, con Jean d’Epinal, un Iacopo da Pergola o pergolitano, noto quasi esclusivamente attraverso le sue sottoscrizioni nei codici Malatestiani, che vanno dall’anno 1446 al 1454: scrive 15 codici, dei quali 10 sono sottoscritti e due sono stati eseguiti in collaborazione con altri; tra queste copie prevalgono i Padri latini della Chiesa e gli storici, come Livio, Orosio, Plutarco nelle traduzioni di vari. A un livello di produzione e di qualità certamente non inferiore si colloca un altro copista di "littera antiqua" che non si sottoscrive mai e che abbiamo qui battezzato con il nome "Amico di Jean d’Epinal" a causa delle indubbie affinità di stile che la sua forma di lettera presenta con quelle dello scriptor di origine francese: 21 codici, in prevalenza Padri della Chiesa e storici (ma suo è anche il Tolomeo nella traduzione latina di Giorgio Trapezunzio) dei quali 5 in collaborazione con altri amanuensi. A un altro copista affine stilisticamente all’"Amico di Jean d’Epinal", che qui va sotto la sigla convenzionale A 1, si devono soprattutto copie di classici latini, come Svetonio e Tacito, Cicerone (Orazioni ed Epistole), Vitruvio, gli scrittori de re agraria, il commento di Donato all’Eneide: in complesso 8 codici. Seguono il copista designato con la sigla A 2 (5 codici, per lo più di classici, dei quali tre in collaborazione con altri); e il copista di "littera moderna" qui indicato con la sigla M 1 (copie di testi di filosofia scolastica, di teologia); al quale dobbiamo (se la nostra analisi e corretta) 9 codici, di cui 5 in collaborazione con altri.
Intorno a questo gruppo principale, compatto ma tutt’altro che omogeneo, stilisticamente si distinguono ancora altri amanuensi facitori di un numero di codici: i copisti di "littera antiqua" Andrea Catrinello genovese: 3 codici, dei quali due sono sottoscritti e datati 1465, Strabone nella traduzione latina di Guarino e una miscellanea ciceroniana, e uno è stato scritto con un altro copista: lo scriptor ultramontano Mathias Kuler - tre codici di commenti aristotelici dei quali uno sottoscritto e datato 1446 e due eseguiti in collaborazione con altri -; Iacopo Macario veneto (2 codici, di cui uno sottoscritto) e i copisti siglati A 3 (due codici, entrambi in collaborazione con altri), A 4 (due codici, egualmente in collaborazione con altri), A 5 (due codici, dei quali uno in collaborazione con altro copista); poi i copisti di "littera moderna "siglati M 2 (due codici), M 3 (tre codici dei quali uno in collaborazione). E infine, in un alone di attività più rado e meno facilmente definibile quanto ai rapporti con il Malatesta, i molti amanuensi le cui mani compaiono in una sola copia. Di questi conosciamo talvolta, dalle sottoscrizioni, il nome e le iniziali: lo scozzese Georgius de Kynninmonth, scrittore dell’antica - Erodoto nella traduzione latina di Lorenzo Valla - che lavora in Italia, come risulta anche da altri codici non Malatestiani da lui sottoscritti; un altro copista all’antica che si sottoscrive M.B. (le Variae e il De anima di Cassiodoro); tra gli amanuensi di "littera moderna " l’olandese "Thomas Traiecti alio nomine Blawart", che scrive per il Malatesta una copia delle Postillae di Nicolò da Lira. E poi, qui designati dalle sigle convenzionali, i numerosi occasionali copisti all’antica che copiano un po’ di tutto, anche filosofia e teologia, ma in prevalenza classici latini e classici greci in traduzione latina da A 6 a A 34 -, e gli amanuensi di "littera moderna", da M 4 a M 12 cui si devono copie di autori medievali (filosofi, teologi). Per tutti i copisti e le opere da loro trascritte si veda la tavola generale di riepilogo.
6. L’esistenza di uno scriptorium malatestiano, che s’intuisce anche nel più sommario esame della biblioteca e dei codici come testimoni della tradizione e come manufatti (e di cui non mancano per altro attestazioni documentarie indirette), ma che talvolta è affermata genericamente con, forse, involontari accenti retorici e celebrativi, trova la più concreta delle conferme nella frugale analisi dei fatti grafici e nella constatazione (come si vedrà subito) dei fitti rapporti di collaborazione che corrono tra i copisti e tra questi e i miniatori, quali appaiono documentati direttamente nei codici. Se non siamo in possesso di dati tali da poter affermare in modo certissimo l’esistenza di uno scriptorium inteso in senso strettamente tecnico, topografico, situato entro le mura del convento dei frati minori, magari nei pressi della biblioteca (o nella dimora del Malatesta, o in un luogo e nell’altro) dove possiamo immaginarci, sotto l’occhio vigile di uno scriptor principale, i copisti intenti a preparare le pergamene, i fascicoli, a rigare le carte, infine, a scrivere, risulta d’altro canto palese sia dalla scelta delle opere da copiare e dall’assidua ricerca degli exemplaria, di cui ci sono giunte testimonianze dirette, e dalla organicità della raccolta, sia d’altra parte dall’intensa attività di taluni scriptores e dal complicato intreccio delle collaborazioni tra i copisti e tra questi e i miniatori e dall’esistenza di un’officina di legatoria, come la produzione dei libri per la Malatestiana sia organizzata, anzi pianificata, e come al centro di questa, entro la cerchia di altri amanuensi in diversa misura produttivi (come si è visto dianzi), siano attivi anzitutto il custos della biblioteca - "… qui regit et gubernat libros predictos…" - frate Francesco di Bartolomeo da Figline, al quale si devono frequenti rubriche in codici scritti da altri e (se la nostra attribuzione della mano è fondata) anche tutti i cartellini membranacei, con i titoli delle opere, applicati ai piatti posteriori delle legature, e poi ser Jean d’Epinal, non solamente fecondo scriptor, ma anche facitore di tabulae del contenuto di codici vecchi o scritti da altri amanuensi ( S.III.1, S.XII.4, S.XVI.4, S.XVIII.1) e revisore e correttore, come sembra dalla mano dei marginalia nei codici S.XI.2, S.XXIV.3; e infine un revisore e correttore la cui mano di "littera minuta cursiva" all’antica si riconosce nei margini di molti codici ( D.III.4, D.III.5, D.VI.1, D.XI.1, D.XI.2, S.III.2, S.V.2, S.V.3, S.XIII.1, S.XIII.2, S.XIII.4, S.XIV.3, S.XVI.1, S.XVI.4, S.XVII.2, S.XIX.5, S.XXI.3), che non abbiamo saputo identificare con nessuno degli scriptores noti e abbiamo quindi indicato nel catalogo con il nome convenzionale di "correttore A".
7. Quanto ai copisti di un solo codice dobbiamo distinguere tra le copie eseguite su commissione del Malatesta - come ad esempio si legge nel colophon delle Postillae di Nicolò da Lira scritte nel 1460 dal copista olandese Thomas Traiecti detto Blawart, codice D.VI.3 - magari anche in un centro diverso da Cesena, e i codici forse acquistati dal Malatesta già confezionati - così probamente il Diodoro Siculo nella traduzione latina di Poggio, codice S.XXII.1 del copista A 29 e l’Erodoto nella traduzione latina di Lorenzo Valla, codice S.XIV.1, di mano dello scozzese Georgius de Kynninmonth e i codici vecchi e nuovi (Aulo Gellio, S.XVII.4 [i.e. S.XVI.4] e opere filosofiche di Cicerone, S.XVIII.1) dove la tabula del contenuto è stata aggiunta da Jean d’Epinal - e infine i codici che sappiamo con certezza essere pervenuti al Signore di Cesena, per altra via: come dono, legato, esemplare di dedica. E’ questo il caso del Valturio, S.XXI.1, esemplare di dedica dell’autore a Sigismondo Malatesta e pervenuto a Novello Malatesta solo in un secondo momento; del Liber marescalciae di Lorenzo Rusio, S.XXVI.2, che era stato scritto per Andrea detto Malatesta de’ Malabesti e da lui passato al nipote Malatesta Novello; del Polibio nella traduzione latina di Nicolò Perotti, S.XII.2, che fu fatto scrivere a Bologna dal traduttore stesso per Malatesta Novello. In tal modo sono giunti direttamente dall’autore al Malatesta i codici S.XVIII.4 [i.e. S.XXIII.4] De iocis et seriis del Filelfo e il codice S.XVIII.5 [i.e. S.XXIII.5] con i Carmina del medesimo Umanista; infine molto probabilmente da Roma è giunta alla biblioteca la copia della Metafisica di Aristotele nella traduzione latina del Bessarione, codice S.IX.2.
Per quanto riguarda poi i copisti di "littera moderna", coevi alla costituzione del nucleo Malatestiano della biblioteca, non è del tutto inverosimile supporre in molti casi, anche tenendo conto della natura dei testi copiati (teologici, filosofici) che si tratti di frati del Convento.
Se, infine, la collaborazione tra i copisti - quelli s’intende che possiamo ritenere che abbiano lavorato sul posto o almeno su commissione del Malatesta - coinvolge in prima linea, come è naturale, gli scriptores di più codici, ecco che al tempo stesso essa si estende in maniera sorprendente agli amanuensi, diciamo così, minori, anche a quelli che sono presenti sui plutei della Malatestiana con un solo codice o che compaiono addirittura con un solo anche breve intervento in un manoscritto. L’ipotesi che la copia sia stata eseguita, non diciamo nello scrittoio del Convento o nella dimora del signore, ma almeno a Cesena su commissione di Malatesta Novello, diviene oltremodo verosimile allorché il copista unius codicis collabora alla trascrizione assieme con un altro amanuense cui si deve più di un manoscritto Malatestiano.
Così, per tracciare un rapido quadro delle fitte collaborazioni tra i copisti - le quali divengono dunque un segnale certissimo di attività scrittoria organizzata e al tempo stesso sembrano condurre costantemente a determinate personalità di scriptores e quindi, come è verosimile, almeno idealmente a un medesimo luogo, ricorderemo che Jean d’Epinal, oltre che con l’operoso e affine copista qui chiamato "Amico di Jean d’Epinal" (in due codici) e con un altro fecondo amanuense di "littera moderna" che in queste pagine va sotto la sigla M 1, coopera anche con copisti unius codicis quali sono quelli siglati A 6, A 7, A 12, A 14, A 21 (solo la tabula), A 23 (solo la tabula) e in un codice composto di due opere di Alberto Magno con il copista M 7. E così l’"Amico di Jean d’Epinal", oltre che con lo scriptor francese (due volte) e con Iacopo da Pergola, si trova a lavorare insieme a copisti di un certo rilievo come A 2 (due volte) e A 3, ma anche con copisti che compaiono una sola volta, come A 14 e M 12. Se Iacopo da Pergola figura in collaborazione solamente con l’"Amico di Jean d’Epinal" e con Francesco da Figline, il custos della biblioteca, invece, collabora anche con copisti all’antica di diverso valore che qui vanno sotto le sigle A 2 e A 4, con il ricordato eminente copista di "littera moderna" siglato M 1, ma anche con gli oscuri copisti all’antica A 8 e A 31. In uno dei suoi tre codici Andrea Catrinello figura in collaborazione con i copisti, presenti solamente in quel manoscritto siglati A 24, A 25, A 26, A 27. In maniera analoga con i copisti siglati A 5 e M 10 scrive in collaborazione, in due codici su tre, il copista di "littera antiqua" Mathias Kuler. Il copista A 2, oltre, come si è visto, che con l’"Amico di Jean d’Epinal" (due volte) e con il copista A 3, scrive in un codice anche con Francesco da Figline e con il copista A 31. Il copista A 3, collaboratore, come sappiamo, dell’"Amico di Jean d’Epinal" (due volte) e di A 2, scrive in un codice anche con l’altrimenti sconosciuto amanuense siglato A 22. Il copista A 4, che abbiamo già incontrato in collaborazione con Francesco Figline, nello stesso manoscritto è al lavoro con il copista di "littera moderna" siglato M 1. Quest’ultimo compare in collaborazione al tempo stesso con amanuensi di "littera moderna’, come M 3 ed M 5 e, come si è ora visto, anche con copisti di "littera antiqua’, quali Jean d’Epinal, Francesco da Figline, il copista A 4 e l’oscuro A 9. Per la complicata e quanto mai istruttiva trama delle collaborazioni tra i copisti, significative, dunque, sia direttamente che indirettamente, per una valutazione dello scrittoio Malatestiano ("gli amici degli amici..."), si rinvia il paziente lettore allo schema di riepilogo per ascisse e ordinate.
8. Tutti questi fatti relativi alla copia dei codici e alle scritture degli amanuensi dovranno essere esaminati e valutati, in future ricerche, nei loro rapporti ancora con altri fatti che sono relativi a serie distinte dalla scrittura: vogliamo dire i modi di preparazione dei fascicoli, dell'impaginazione, della tecnica del rigare, del cucire, del rilegare, e, inoltre, la decorazione miniata e quella dei piatti delle legature. Quanto al di sotto delle ovvie differenze, dell'autonomia con cui si presentano queste serie di fatti, saranno colte le costanti combinatorie, innegabili e che già talvolta si crede di poter intravedere, il quadro dello scriptorium tracciato appena di scorcio sul fondamento delle scritture e delle scarse fonti documentarie da A. Campana, da A. Domeniconi, ora in maniera più analitica e documentata in queste pagine, diverrà senza confronti più ricco, perdendo nello spessore concreto della ricostruzione filologica e storica la genericità, ancora talvolta celebrativa, che l'accompagna. Soprattutto significativo culturalmente si presenterà l'intrecciarsi tra l'attività di determinati scriptores e quella di taluni artisti. Già non è difficile ravvisare un gruppo di miniatori e di rubricatores all'antica di cultura ferrarese, quanto mai vicini alla maniera di Taddeo Crivelli, che lavorano nei codici scritti dagli amanuensi più attivi per la Malatestiana. E non importa per il momento sapere se il lavoro di decorazione dei codici sia stato eseguito a Cesena oppure se le carte da miniare e rubricare siano state inviate di volta in volta ai miniatori a Ferrara, come sembra più probabile. Diamo alcuni degli esempi più interessanti. Lo stesso Taddeo Crivelli lavora nel 1452, come sembra risultare dal suo libro di "Conto" (ma non va taciuta la discrepanza, rilevata da Alessandro Conti, tra il numero delle iniziali del codice e quelle computate nel "Conto": un problema di identificazione tuttora aperto) nel commento di Agostino al Vangelo di Giovanni, codice D.III.3, che è di mano di Jean d'Epinal; mentre altri decoratori ferraresi di iniziali all'antica a bianchi girari sono all’opera nel Plutarco di Jacopo da Pergola, S.XV.l e 2, e in altri codici di mano di questo raffinato scriptor, come nel commento di Agostino ai Salmi, D.III.3 [i.e. D.III.2], nel De civitate Dei, D.IX.1, nel Plinio il Vecchio, S.XI.1, nella Expositio in Iob di Gregorio Magno, datata "Bertenori 1451". In altri codici dello stesso Iacopo da Pergola lavorano invece miniatori di diversa formazione, più vecchia: così nel Livio, S.XIII.1, datato 1453, dove si osservano intrecci di fogliami alla moderna intorno a capitali all'antica, mentre nel codice S.XIII.3 la raffigurazione miniata di Livio è di mano ancora tardogotica. In altri codici di mano di Jean d'Epinal compaiono ancora decoratori all'antica di cultura ferrarese: nel commento di Giovanni Crisostomo a Matteo, D.V.5, nelle opere di Gerolamo, D.XI.1 e DXI.3. Ma artisti di formazione analoga sono all'opera anche in un codice dell' "Amico di Jean d'Epinal", le Vite di Plutarco in traduzione latina, codice S.XVII.3, nel Lattanzio D.XIV.2 di mano del copista qui siglato A 1. Ancora: nel Giuseppe Flavio, S.XI.2 del copista unius codicis siglato qui A 17 lavora un miniatore di cultura ferrarese che si sottoscrive F.Z.; il medesimo sconosciuto, di grande qualità, che compare nella copia delle Epistole di Cicerone, codice S.XIX.l, di mano dell'elegante amanuense designato con la sigla A 1 nella traduzione del Bessarione della Metafìsica di Aristotele, codice S.IX.2.
A confermare sotto un altro aspetto l'organizzazione della produzione libraria per la Malatestiana, ecco presentarsi con evidenza, sul fondamento di una sorprendente costanza nella decorazione dei piatti incisi e impressi e nella tecnica di confezione, l'attività di un'eccellente officina di legatori a Cesena, se non proprio entro le mura del convento di San Francesco; la quale continuerà a lungo, anche dopo la morte di Malatesta Novello, la sua attività per i codici della biblioteca.
9. Fin qui, in queste rapide, sommarie notizie (che sono il risultato, tuttavia, di una lunga, paziente analisi) siamo rimasti all'interno della raccolta cesenate, come se questa costituisse una realtà a sé stante, quasi fosse un'isola. Ma occorre appena ricordare che la Malatestiana non è se non un elemento di quel sistema oltremodo ampio e complesso che è l'Italia dell'Umanesimo, sotto la specie della fortuna e della tradizione dei testi, dei codici, delle scritture, delle biblioteche. Ripetendo, sia pure in parte con altre parole, quanto si è detto dianzi, ricorderemo che la presente ricerca intende essere anzitutto un contributo alla collocazione, in un tale contesto, della Malatestiana, al tempo stesso sistematica e storica, che attende di esser fatta non solamente dal punto di vista della tradizione e della fortuna dei testi, della storia della cultura e delle biblioteche, ma anche sotto l'aspetto della storia della scrittura e delle tecniche di confezione del libro; e sempre in relazione ai fatti di natura extragrafica ed extracodicologica. vale a dire sociali e culturali: quella storia che è come prefigurata di scorcio, in modi diversi, nei ricordati lavori sulla Malatestiana che si devono ad A. Campana e ad A. Domeniconi, e che ha trovato un primo sobrio ma originale disegno nella "Mostra storica della Biblioteca Malatestiana" del 1952 (il cui catalogo purtroppo non è mai arrivato alle stampe).
Sia consentito intanto di avanzare in queste pagine un giudizio sulle scritture dei codici malatestiani, nel quadro della scrittura dell'età umanistica, quale è possibile nella presente ricerca e allo stato attuale degli studi. L'interesse che presentano i codici malatestiani da un punto di vista propriamente paleografico e codicologico, per una valutazione, si vuol dire, delle realizzazioni nella storia della scrittura e della confezione del codice nell'età umanistica, è confinato entro termini tutt’altro che ampi, non vogliamo dire provinciali o locali ma certamente di secondo piano rispetto a Firenze, a Padova o a Ferrara. Nel periodo in cui si forma il fondo malatestiano la restaurazione nella "littera antiqua" ad opera degli umanisti fiorentini - Poggio Bracciolini, Niccolò Niccoli ed altri, più numerosi di quanto non si supponga, restauratori delle lettere iniziali romaniche, che insieme con gli artisti dai bianchi girari, lavorano nei primi decenni nel ‘400 all'attuazione della riforma della scrittura e del libro, in modi e per tramiti che ancora non conosciamo come si dovrebbe, malgrado le illusioni tenaci dei paleografi - è un evento ormai vecchio di almeno due generazioni, sia se consideriamo la minuscola, sia se prendiamo in esame le capitali e le stesse iniziali decorate dette anche queste, come la lettera del testo e le capitali, "all'antica"). L'altra tradizione di "littera antiqua" che, pur ispirandosi ideologicamente a Firenze, appare autonoma sul piano dei modelli e della stessa tecnica del tracciato (all’ exemplum alquanto rigido dei secoli XI e XII dei primi riformatori è preferito un modello più antico, ricercato nei codici del IX secolo, quindi, se così si può dire, di stile più corsivo) e che si potrebbe far risalire all'insegnamento di Guarino Veronese - fin dove ciò è consentito anche dai pochi esempi di scrittura guariniana a noi giunti e dalla precisa, pertinente testimonianza di Ludovico Carbone - corre da più di un ventennio di scrittoio in scrittoio nell'Italia settentrionale; tra non molti anni si affermerà anche a Roma (si pensi a Pomponio Leto e poi, in modi indipendenti da questo, al modello padovano al punto di arrivo dello stile, quale è rappresentato da Bartolomeo Sanvito) e influenzerà, almeno nella cancelleresca "all'antica", gli stessi fiorentini, conservatori in fatto di scrittura. L'esempio più rilevante di una tale influenza è quello offerto dai codici in cancelleresca "all'antica" dello scriptor di professione Antonio Sinibaldi, in comparazione con il filone propriamente fiorentino che, all'origine, è di Niccolò Niccoli e sarà poi, per citare due nomi celebri, di Cennino Cennini e di Bartolomeo Fonzio.
Ma alla metà del '400 è ormai avvenuto anche un fatto più generale, che va al di là dello stile e che condiziona nel profondo, anche se poco si scorge in superficie, la "littera antiqua", determinandone le sorti future. Attraverso la compiuta elaborazione stilistica, la creazione del canone, si è operato il definitivo distacco della lettera restaurata dal modello rappresentato dai codici altomedievali.
Si può affermare che 1'exemplar antico è scomparso per sempre dal banco del copista di professione, ormai in possesso di una forma di lettera e di una tecnica che sente attuali.
Nella stessa epoca la situazione appare profondamente mutata anche in relazione alle lettere capitali. Con il modello fiorentino - poggiano o niccoliano - è in concorrenza l’exemplum che potremmo chiamare padovano, o, più genericamente, veneto, dove la restaurazione delle capitali epigrafiche romane si presenta incomparabilmente più fedele di quella dei fiorentini. In quegli anni intorno alla metà del secolo, la componente veneta della riforma scrittoria, antiquaria e in parte arcaizzante, per certi aspetti calligrafica, nelle eleganti ricercate allusive raffinatezze, ad esempio di un Ciriaco d'Ancona, di un Felice Feliciano, gareggia con il canone fiorentino quanto alla "littera antiqua", ma non vincerà la partita, mentre comincia a fare aggio, se così possiamo dire per quanto tocca le lettere capitali e la corsiva all'antica nei suoi diversi gradi di esecuzione (che vanno dalle attuazioni personali alla cancelleresca), sulla sobria e funzionale tradizione, nata soprattutto da esigenze ortografiche e filologiche, dei primi riformatori.
Quanto, poi, alla "littera moderna" e ai rapporti tra le due scritture, diremo che il posto occupato dai codici malatestiani nella storia della scrittura del '400 è ancora più modesto. A questo proposito ripeteremo che l'interesse del paleografo troverebbe una giustificazione solamente in un ambito di ricerca oltremodo più vasto: nell'esame della opposizione dialettica tra moderna e antica, anche in relazione ai testi copiati e agli ambienti culturali che ne hanno prodotto le copie, vale a dire in quanto studio della funzione e del significato della scrittura quale specchio della situazione.
10. Il giudizio sullo scrittoio Malatestiano muta se dal piano più generale della storia della scrittura e dei fatti stilistici originali, innovativi, passiamo a considerazioni e a valutazioni più particolari di cultura scrittoria e di qualità di esecuzione. Non si può disconoscere in effetti l'interesse che presenta una parte notevole delle realizzazioni dei copisti che hanno lavorato per la Malatestiana. Tra queste si possono tracciare subito delle distinzioni di fondo. L'antica del 'custode' della biblioteca Francesco da Figline e di Iacopo da Pergola (toscano il primo e marchigiano l'altro) richiamano senza incertezze Firenze. E non si tratta, si badi, solamente di qualità di lettera, non inferiore, specie nei codici di mano di Iacopo da Pergola, a quella dei migliori scriptores fiorentini coevi - come ha opportunamente osservato più di mezzo secolo fa A. Campana - ma diremmo di formazione grafica e stilistica dipendente (se in modi diretti o indiretti non sapremmo dire) dal modello fiorentino ad un'altezza di generazione di amanuensi che appare contemporanea o di poco posteriore all'attività degli allievi diretti degli Umanisti riformatori: la generazione, si vuol dire, di Giovanni Aretino e di Antonio di Mario. E la dipendenza dall'exemplum fiorentino non tocca soltanto la lettera del testo, ma interessa anche le forme delle lettere capitali, come si può osservare specialmente nei codici di mano di Iacopo da Pergola. Di queste, diremo che rientrano nel filone delle capitali inaugurato da Poggio già agli inizi del '400 con la restaurazione delle forme epigrafiche antiche, piuttosto che in quello derivato dall'exemplum in sostanza librario di Nicolò Niccoli, oppure, in modo generico, nella contemporanea e autonoma tradizione dei lapicidi e di non pochi scriptores della prima e della seconda generazione di copisti all'antica, le cui capitali, si direbbe, appaiono come filtrate attraverso il tramite delle epigrafi romaniche.
Quanto mai differente si presenta il quadro stilistico offerto da un piccolo gruppo di scriptores molto attivi per la Malatestiana, ai quali si devono non meno di 70 interventi, vale a dire circa la metà dei manoscritti all'antica che qui interessano. Ritorniamo sulle mani che abbiamo dianzi ricordato: si tratta di tre personalità di copisti, la prima è quella di ser Jean d'Epinal, il quale utilizza due forme di lettera principali. L'una è di tracciato, se possiamo così dire, corsiveggiante: ma si tratta, s'intende, non certo di un modus corsivo, bensì di una "littera antiqua"; l'impressione di disinvolta rapidità non è dovuta alla forma di lettera, ma dipende dall'indiretto modello del IX secolo; l'altra è più posata e diritta (come direbbe G. Cencetti) e sembra più facilmente rientrare nell'universale canone umanistico, sebbene non senza qualche leggera incostanza di modulo e di tracciato, che potrebbe dipendere da una certa forzatura nell'esecuzione di un modello appreso tardi, meno familiare allo scrivente. Entrambe le forme sono tracciate in più di una gradazione di esecuzione, nei molti codici, tra i due estremi di tracciato. In due occasioni (se non andiamo errati nell'attribuire le copie a Jean d'Epinal) lo scriptor francese impiega in funzione connotativa, si direbbe per mimesi, una scrittura dai forti, ricercati effetti moderni: nel De montibus del Boccaccio ( S.XVII.l [i.e. S.XVII.4]) e, in grado minore, nel completamento della tabula in lettera bastarda, delle Genealogie deorum gentilium dello stesso Boccaccio ( S.XII.4).
Un'altra mano molto affine a quella di Jean d'Epinal nel tipo che abbiamo detto corsiveggiante, ma indubbiamente più stilizzata, si può riconoscere nei molti codici qui attribuiti a un copista che, non certo a caso, è designato in queste pagine con il nome convenzionale di "Amico di Jean d'Epinal". Vi abbiamo già accennato nelle pagine precedenti. La somiglianza tra le due "antiquae", non solamente nel modello di lettera ma soprattutto nell'interpretazione di questo, è tale che, dopo aver distinto le due mani in un primo stadio del lavoro, siamo stati tentati, in un secondo momento, di fonderle sotto la sola etichetta di Jean d'Epinal"; per finire invece per distinguerle nuovamente: molto verosimilmente a ragione, sul fondamento della coerente stilizzazione che è propria della seconda mano - sebbene in una indubbiamente minore capacità creativa e inventiva grafica - e attraverso il rilevamento di caratteristiche di esecuzione di talune lettere e di alcuni sintagmi.
La scrittura di un terzo gruppo di codici all'antica presenta notevoli affinità sia con quella di Jean d'Epinal che, al tempo stesso, con quella dell' "Amico di Jean d'Epinal", ma reca, rispetto all'uno e all'altro scriptor, taluni stilemi discriminanti, nei quali, per altro, è facile riconoscere un ricercato, elegante artificio. Abbiamo esitato a lungo se distinguere in queste interessanti realizzazioni due mani molto vicine tra di loro; ma, in conclusione, abbiamo preferito riunire i codici sotto una sola etichetta, quella del copista siglato A 1.
In modo non meno deciso che per la lettera del testo, è possibile rilevare delle divergenze stilistiche tra le lettere capitali - impiegate nei titoli, negli incipit, negli explicit, nelle sottoscrizioni - di Iacopo da Pergola e Francesco da Figline e quelle di Jean d'Epinal, dell' "Amico di Jean d'Epinal" e del copista siglato A 1. Oltre a lettere genericamente epigrafiche che si distinguono, ad esempio, da quelle di Iacopo da Pergola solamente per una diversa qualità di disegno, che si direbbe più gracile, i tre scriptores impiegano, in altre scritte del codice, lettere capitali di piccolo modulo affini a quelle del filone veneto, o, più genericamente, dell'Italia nord orientale, il quale è nato, come si è ricordato dianzi, dal ripristino fedele dell’absolutissimum exemplum delle epigrafi classiche.
Da questi scriptores all'antica - tra i quali Jean d'Epinal, sia per la più intensa attività di copista, sia per la particolare posizione che sembra rivestire nella produzione di libri per la Malatestiana, anche come facitore di tabulae in codici di altra mano e come revisore e correttore, ma soprattutto a causa della maggiore varietà di tipi e di gradazioni di esecuzione che padroneggia, si presenta in qualche modo come il maestro - e dai copisti che abbiamo definito di formazione, diretta o indiretta che sia, fiorentina, Iacopo da Pergola e Francesco da Figline, si distaccano in maniera netta, nelle loro eterogenee soluzioni stilistiche, talvolta non esenti da forti residui moderni, e difficilmente definibili quanto ai modelli (che comunque da fiorentini sono ormai divenuti universali) i copisti all'antica, diciamo così, minori, i quali hanno scritto pochi codici, o, addirittura, un solo codice, e che quindi hanno lavorato per la Malatestiana solo occasionalmente, qualche volta direttamente su commissione, ma forse il più delle volte in modo indiretto.
A sé, come è naturale, a un livello che non supera la routine, vanno considerati i copisti di "littera moderna": quelli coevi, s'intende, al formarsi del nucleo malatestiano della biblioteca cesenate, i soli che sono considerati in queste pagine. Tra questi si distinguono, per la razionale esperienza grafica, il copista che qui va sotto la sigla M 1, e l'eminente scriptor olandese copista di un solo codice per la Malatestiana, il quale si sottoscrive "Thomas Traiecti alio nomine Blauuart". In generale si può osservare che nelle copie alla moderna non mancano, accanto alle più frequenti "litterae textuales", le lettere bastarde. Il più compiuto esempio di una tale digrafia si può osservare nelle copie eseguite dal copista M 1 che padroneggia da esperto sia l'una che l'altra forma di lettera alla moderna (se le nostre attribuzioni sono esatte).
11. Ma ritorniamo al gruppo di scriptores all'antica più interessanti, capeggiati, se possiamo così dire, da Jean d'Epinal. Quanto alla scrittura, l'origine etnica del nostro scriptor non deve essere presa in alcuna considerazione: ne verrebbe falsato il giudizio sulla sua antica (anzi, sulle sue antiche). Le caratteristiche di sistema e stilistiche che distinguono la forma di lettera di Jean d'Epinal non escono dalla tradizione italiana; non tradiscono, neppure in parte minima, un'ipotetica componente francese nella interpretazione della "littera antiqua". Jean d'Epinal è francese "patria sed non scriptura". In primo luogo, a metà del secolo XV, sarebbe prematuro parlare, non diciamo di una "littera antiqua gallicana", ma persino di un contributo francese alla riforma scrittoria umanistica, sebbene non manchino nella Francia stessa, come in Inghilterra (qui per ammaestramento diretto di Poggio) taluni tentativi di scrivere all'antica già prima della metà del secolo. Ma si tratta di realizzazioni che non vanno mai esenti da incertezze di tracciato e di stile, e in cui è facilmente riconoscibile, almeno sul piano dell'interpretazione del sistema, la formazione grafica originaria dello scrivente. E non è certo così nei codici di mano di Jean d'Epinal. Poco varrebbe, d'altro canto il richiamarsi, a rincalzo di una ipotesi gallicana intorno alla genesi dell'antica di Jean d'Epinal - per discendere all'esame di fatti minuti ma non privi di importanza perché la loro presenza nella scrittura all'antica testimonia un legame con la moderna che potrebbe presumersi più forte in Francia che in Italia - alla frequente applicazione da parte di Jean d'Epinal (ma tali fatti non mancano, si badi, neppure nelle realizzazioni dell'"Amico di Jean d'Epinal" e del copista A 1) della regola primaria del Meyer, all'uso della R tonda anche fuori di nesso, all'impiego della S tonda in fine di parola. Sono tutte varianti sì storicamente moderne (vi abbiamo accennato nelle pagine precedenti) ma che possono tuttavia trovarsi ancora (ma nel caso della lettera S tonda in fine di parola si tratta, piuttosto che di un residuo moderno, di una ripresa di variante di lettera, desti-nata a svolgersi in seguito fino al punto da sostituire totalmente, anche all'interno della parola grafica, la S tonda a quella del sistema) in molte realizzazioni degli scriptores all'antica italiani, specie se andiamo fuori della patria, anche ideologica, della riforma scrittoria e della polemica, almeno di fatto, avverso la "littera moderna". Per restare tra i copisti della Malatestiana, ricorderemo che anche Francesco da Figline e Iacopo da Pergola, malgrado la loro generica fiorentinità, impiegano - tradendo così se non una formazione, quanto meno uno svolgimento periferico - R tondo anche fuori di nesso ed S tondo in fine di parola grafica.
Ciò che in realtà distingue le realizzazioni di Jean d'Epinal e di conseguenza dell'"Amico di Jean d’Epinal" e del copista A 1 è un aspetto di puro stile, di interpretazione del sistema, che si presenta affatto alieno dalla cultura scrittoria francese, la quale, se vogliamo prenderla in considerazione, può essere identificata in un gusto decorativo decisamente tardo gotico, quale si può riconoscere nella "lettre bastarde". Si tratta, invece, di una forte componente stilistica che in tutti i suoi fatti connotativi orienta decisamente verso una cultura grafica in qualche modo arcaizzante, che cerca i propri modelli in exempla più remoti nel tempo di quelli scelti dagli Umanisti ai primi del ‘400, e che, a volte, può riconoscersi in una ricerca calligrafica, risolta in raffinati stilemi estranei alla tradizione primaria della "littera antiqua". In quei codici, si vuol dire, più che genericamente l’influenza, possiamo riconoscere propriamente un aspetto significativo della moda grafica antagonista (sempre, s'intende, all'interno della scrittura all'antica: vi abbiamo accennato dianzi) alla sobria tradizione fiorentina, divenuta intanto canone. La moda che è propria del Veneto e di cui abbiamo voluto provvisoriamente riconoscere il capostipite, almeno idealmente, in Guarino Veronese. E la lettera all'antica di ambiente padovano, veronese, aquileiese (che dipende direttamente da Padova: un corpus di eccezionale valore, ancora sconosciuto, è nei codici di Guarnerio a S. Daniele del Friuli, di altrettanto grande quanto poco nota importanza anche dal punto di vista testuale per la letteratura degli Umanisti), che passa a Ferrara, in Romagna. Qui un esempio precoce è quello offerto dalla conversione di Biondo Flavio dalla moderna all'antica, intorno al 1420, per suggestione, come supponiamo, dello stesso Guarino. All'interno di questa quanto mai ampia tradizione di stile e di cultura grafica - che costituirà, come si è ricordato nelle pagine precedenti, una componente decisiva della riforma scrittoria nel maturo e nel tardo '400 con Ciriaco d'Ancona, Felice Feliciano e poi, a Roma, con Bartolomeo Sanvito, i due ultimi scriptores ex professo - il piccolo ma compatto gruppo costituito da Jean d'Epinal, dall'"Amico di Jean d'Epinal" e dal copista A 1, per porvi in qualche modo, e non senza una certa originalità di stile minore, fa parte a sé. Ed è solamente entro tali limiti che provvisoriamente, in attesa di future ricerche e delle necessarie analitiche comparazioni - da cui siamo, in questo come in altri campi della scrittura latina, quanto mai lontani - si può parlare a buon diritto di un tipo stilistico di "littera antiqua" cesenate, anzi Malatestiano.
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