Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

download del file in formato zip Maria Antonietta Casagrande Mazzoli - Mauro Brunello

Tra le righe dei codici malatestiani


in Il dono di Malatesta Novello. Atti del convegno, Cesena, 21-23 marzo 2003, a cura di Loretta Righetti e Daniela Savoia, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2006, pp. 225-256

Per questa relazione – condotta a due mani e a due voci, la continuerà Mauro Brunello – abbiamo scelto un titolo minimalista, per la sua pertinenza; e insieme, confessiamolo, per stimolare la curiosità. E’ subito il caso di precisare.

Il libro manoscritto, come si sa, è un prodotto complesso, progettato e confezionato per trasmettere un messaggio nelle migliori condizioni; ogni progetto investe tutte le fasi di allestimento, dalla ricerca e scelta dei testi alla loro materializzazione, che riguarda la struttura del volume e la preparazione della pagina, la scrittura e l’apparato decorativo. Anche il codice umanistico è preparato secondo peculiari canoni – da me indagati in precedenti lavori – per cui si presenta come un volume imponente, addirittura "pesante" nel senso proprio del termine, per quanto concerne le dimensioni, il formato – in-folio –, il numero delle carte – che supera in media le 200 –, mentre è leggero, aerato nella struttura della pagina, con ampi margini e, all’interno dello specchio, interlineo elevato. Il canone umanistico si rifrange poi in altri molteplici parametri, anche attinenti la gerarchia della ricchezza, i cui indicatori principali – misurabili – sono lo spazio riservato alle iniziali e la presenza dell’oro.

Anche i codici malatestiani sono progettati in base a tale ideale di libro, pur rivelando all’interno del gruppo differenze notevoli, che emergeranno dalla nostra specifica ricerca.

La "Libraria domini" è stata oggetto di studi condotti da specialisti di diversa formazione, che si sono occupati, di volta in volta, del costituirsi della biblioteca, dei testi, di scrittura e copisti, decorazione (la sua sintassi forse più che la funzione all’interno del codice), legatura, fino alle problematiche connesse agli interventi di restauro. Noi codicologi tendiamo invece a indagare il libro come un insieme organicamente correlato, equiparandolo, per riportare una felice definizione di Ezio Ornato, a "una macchina dal funzionamento complesso, essa stessa inserita in un sistema di meccanismi economici, sociologici e culturali dal funzionamento complesso". "Macchina" destinata, in senso lato, alla produzione, diffusione, trasmissione del patrimonio culturale, e che, nello specifico, permette l’attività del copista.

L’iconografia corrente lo raffigura ricurvo sul piano di lavoro: "tres digiti scribunt sed totum corpus laborat". L’immagine dell’"amanuense al suo banco" potrebbe rappresentare l’ultimo di una piccola serie di fotogrammi che sintetizzano le operazioni di manifattura del libro. Vediamo quelli che precedono:

1. "capretto che bruca in un verde prato", anello iniziale della catena di "montaggio".

2. "la sua spoglia che secca al sole".

3. "telaio con pergamena tesa ad asciugare"; dopo essere stata rinverdita, scarnita, depilata, talora leggermente conciata; l’operazione finale, la tensione sotto telaio, permette, come si sa, l’allineamento delle fibre di collagene, consentendo una certa rigidità al materiale, che diventa idoneo per la scrittura.

4. "pila di fogli squadrati, ripiegati in due".

Noi intendiamo focalizzare l’attenzione proprio su tale materiale vergine, sui fogli non ancora scritti, non ancora rubricati e miniati, non ancora assemblati in fascicoli. Che cosa ci attrae, dunque? L’invisibile? Invisibile nel senso che è stato finora scarsamente osservato "tra le righe": si tratta di fori e rigatura, "ingranaggi", per riprendere la metafora libro-macchina, indispensabili per una corretta operazione di mise en page e di scrittura.

Dedicandoci a una sorta di "spionaggio" dell’attività dei copisti di Malatesta Novello, abbiamo rilevato una sicura correlazione tra amanuense e artigiano rigatore, nonché l’utilizzo esclusivo di appositi strumenti di lavoro. Abbiamo così visto un Iohannes Maguntinus o un Iacobus de Pergula oppure il cosiddetto "copista di Tacito" o uno scriba del tutto anonimo che, invece di procurarsi fascicoli già strutturati, allestivano loro stessi, sulla superficie bianca delle pagine, le griglie rigate su cui per mesi lavoravano, completandole man mano che il lavoro progrediva. Abbiamo calcolato, per analoghe imprese, un’operosità media di un quinione a settimana; e il pagamento avveniva normalmente a fascicolo completato.

Il copista dedito all’attività di scrittura è un motivo iconico corrente; ben meno usuale l’amanuense colto in fasi anteriori al lavoro di copia [Foto 1].

Questo è fra’ Agostino di Traù, uno dei 40 domenicani del ciclo affrescato da Tomaso da Modena, in data 1352. I personaggi, ognuno nella propria cella di fronte a una scrivania con libri, sono ritratti con minuzioso realismo, fisico e psicologico.

Qui il copista sta compiendo l’operazione di rigatura, con sette righe già tracciate e un’altra in via di completamento [Foto 2]. Appoggiata la mano sinistra a un righello, con la destra fa scorrere un piccolo attrezzo. Pur salendo su un’alta scala – l’affresco si trova nella parte superiore delle pareti – e osservando fra’ Agostino faccia a faccia, non siamo riusciti a bene identificare la sostanza tracciante o l’utensile. Ma sugli attrezzi per rigare torneremo tra breve. Qui si riga genericamente una superficie scrittoria, non sappiamo per quale utilizzo, fors’anche per un documento.

La rigatura di un codice è un’operazione certo complessa, che rientra in un progetto più ampio; cioè si stabiliva come disporre il testo da copiare, se a piena pagina o su due colonne; e ogni elemento dell’impaginazione: dagli spazi da riservare ai margini e alla decorazione a quante righe tracciare entro lo specchio, e con quale interlineo. Per realizzare queste ultime, ogni copista sceglieva la tecnica di rigatura ritenuta più idonea, o forse anche più consona alle proprie abitudini di lavoro.

Nel Quattrocento sono presenti differenti tecniche di rigatura. Quella a secco, ripristinata dagli umanisti sotto la spinta del "ritorno all’antico", che può venire realizzata mediante una punta dura per incisione, riga per riga, partendo dalla serie di forellini marginali, oppure si può ottenere per impressione, come diremo fra breve. Parallelamente, si pratica la rigatura "a colore", con la cosiddetta mina di piombo, con l’inchiostro o con le loro combinazioni – nel nord Italia è corrente l’inchiostro per le rettrici, il piombo per lo specchio. La rigatura può essere eseguita in modo tradizionale, avendo come riferimento i menzionati forellini marginali, o innovativo. Abbiamo infatti rintracciato l’impiego di strumenti, che permettevano di rigare simultaneamente o con più facilità, a secco oppure a colore, un certo numero di righe o l’intera griglia, e che, per di più, semplificavano o addirittura annullavano le connesse operazioni di foratura.

Si tratta di strumenti ergonomici, verosimilmente poco costosi e di notevole duttilità, che abbiamo rilevato di largo uso nelle pratiche artigianali del basso medioevo, e di esclusivo impiego nel microcosmo malatestiano: qui, come vedremo, circa la metà dei codici è preparata con la tavola, un quarto con i pettini, un altro quarto con uno strumento che propongo di etichettare "telaio-guida". Oggetti comuni di cui, come per tanti oggetti utilitari del passato, non sopravvivono che rarissimi esemplari o nessuno. Possiamo ricercarne l’esistenza in fonti documentarie, iconografiche, nella trattatistica, ma sono principalmente le migliaia di fogli di codici tardomedievali che ce ne offrono testimonianza, se siamo attrezzati per riconoscerne le tracce e, diremmo, decodificarle.

Un’indagine sui pettini e sulle tavole è stata affrontata da noi in lavori precedenti ; ne riprendiamo alcuni dati essenziali, soffermandoci invece sull’attrezzo da noi etichettato "telaio-guida", che non ci risulta sia stato prima d’ora mai studiato. E che rappresenta una "première" anche per i codici malatestiani.

Vediamo in dettaglio.

Tavola

Un attrezzo costituito da un supporto rigido su cui sono inserite corde verticali e orizzontali che determinano l’impaginazione. Il foglio postovi a contatto ne riceve l’impronta in seguito a sfregamento o pressione.

Antenato è la màstara, diffusa in una vasta area orientale dove resta, in ambiti conservatori, fin quasi ai nostri giorni [Foto 3].

Se osserviamo la foto, vediamo come su un supporto rigido (ligneo o cartonato) sono praticati dei fori, entro i quali sono tese corde che determinano la mise en page.

In ambito latino tavole analoghe, basate sullo stesso principio, sono largamente attestate nel XV secolo. Potrebbero essere state introdotte verosimilmente dagli umanisti per il ripristino della rigatura a secco, e quindi adottate, per la loro ergonomicità, in ogni ambito, per ogni tipologia di codice, con un impiego che abbiamo visto protrarsi fino a manoscritti settecenteschi.

Non conosciamo esemplari conservati, né attestazioni iconografiche. Preziosi i ragguagli che ci offre la trattatistica cinquecentesca, ma la nostra conoscenza è affidata alle impronte lasciate in centinaia di codici, che noi possiamo agevolmente riconoscere (condizioni di restauro permettendo), presentando talora un effetto simile a quello, per così dire, delle lastre radiografiche. Come è rilevabile dalla foto di un esemplare della Biblioteca Apostolica Vaticana [Foto 4].

Si tratta di un foglio bianco, verso, in cui traspare la scrittura del recto, in quanto la pergamena è particolarmente sottile. Si può osservare agevolmente la forma dello strumento impressa sul foglio.

Mauro Brunello accennerà alle modalità di riconoscimento e di utilizzo della tavola, insieme a quelle dei pettini. E passiamo appunto alla definizione del pettine.

Un attrezzo fornito di punte equidistanti, per rigare a inchiostro interi gruppi di righe alla volta (se non l’intera lineazione). La sua prima applicazione va ricercata nei codici musicali, per realizzare i tetragrammi dei canti monodici liturgici (dal sec. XIII) o i pentagrammi dei canti polifonici. Per codici non musicali ne abbiamo rintracciato sporadici impieghi nel XIV secolo, e larga diffusione nel Quattrocento, per tutte le tipologie di codici, umanistici compresi.

Le fattezze, di un vero e proprio pettine, sono suggerite dal particolare del quadro di Madrid, raffigurante – come avete avuto modo di vedere – l’evangelista Matteo intento a scrivere nel suo studiolo [Foto 5]. Fra i numerosi oggetti realisticamente riprodotti, che fotografano – potremmo dire – un atelier bavarese della seconda metà del XV secolo (nella ribalta del mobile accanto al copista è apposta la data 1478), figura un vero e proprio pettine, con punte più ravvicinate da una parte – se ne contano una dozzina –, e distanziate dall’altra, di un materiale che potrebbe essere legno [Foto 6].

Se una fonte iconografica, per la sua stessa natura, richiede cautela interpretativa, più affidabili i dati offerti da un trattato di scrittura. Il pettine risulta formato da un’amalgama di piombo e di stagno nella Theorica et Pratica del ferrarese Sigismondo Fanti (1514), nella consideratio XVII del primo libro, dove ci ragguaglia sulla fabbricazione e le modalità dell’impiego del petene.

Degli attrezzi usati quotidianamente da Iohannes de Spinalo o da Iacobus Macharius Venetus o da quant’altri copisti quattrocenteschi, una volta cessato l’uso, non resta più alcun superstite.

"Telaio-guida"

L’analisi approfondita di un corpus omogeneo di codici della biblioteca di Malatesta Novello ci ha permesso di coglierne l’applicazione e formulare ipotesi sul suo impiego.

Il corpus è formato da una ventina di manoscritti (interi o sezioni) – di cui ne vedete un esemplare [Foto 7] – vergati dai "copisti in grafia gotica", di cui la compianta Albinia de la Mare ha offerto nella Libraria Domini un elenco, insieme a quello più nutrito dei "copisti in grafia umanistica". Si tratta della dicotomia tra littera moderna e littera antiqua – termini invero più appropriati – il cui studio sta alla base del notissimo precedente contributo di Emanuele Casamassima, che ha individuato mani o copisti e i loro reciproci rapporti di collaborazione. Ma per noi la scrittura, più che cifra stilistica, è alfabeto per la costruzione della pagina; per cui la definizione di "gotico" – manteniamo convenzionalmente questo termine – si allarga dalla scrittura all’intera costruzione dei volumi.

Il corpus in questione rivela caratteristiche grafiche fisiche testuali più nel solco, tradizionale, del codice "gotico" che in quello umanistico, innovativo. Presenta, infatti, impaginazione a due colonne, con schema semplice (mentre il manoscritto umanistico, malatestiano compreso, predilige la piena pagina e la doppia giustificazione, cioè il raddoppiamento delle verticali dello specchio); il corpus presenta inoltre una maggiore densità del "nero" – cioè la superficie scritta in rapporto al bianco dei margini –, densità determinata sia dalla frequenza delle abbreviazioni (scarse invece nel libro umanistico) sia dal maggior numero di rettrici (in media oltre una cinquantina a fronte di una quarantina del corpus in umanistica). Le lettere iniziali sono a penna – semplici, meno frequentemente filigranate –, mentre la decorazione a pennello compare solo ad apertura di volume, per la segnaletica ufficiale (stemma e simboli araldici di Malatesta Novello) e per conferire al codice una prima facies prestigiosa. Infine, i testi sono prevalentemente filosofici e teologici.

Dunque, il dono del principe non si presenta come un tutto compatto, omogeneo, come a prima vista potrebbe apparire, ma con una netta differenziazione qualitativa.

L’osservazione attenta della superficie della pagina alla ricerca di ogni fenomeno codicologico, di ogni segno, anche il più minuto e apparentemente banale, che in realtà permette di ottenere grande quantità (e qualità) d’informazioni, ci ha permesso di rintracciare in ciascun esemplare del gruppo due minuscoli fori, uno nel margine esterno, l’altro, simmetrico, in piega, non in corrispondenza di alcuna riga tracciata, ma al di sopra di alcuni millimetri dalla prima rettrice [Foto 8].

La parte superiore del foglio mostra anche i fori consueti per le verticali di giustificazione (non visibili qui i fori, simmetrici, in piede al foglio). Per la foratura si è utilizzata una medesima punta. Del tutto assente, nel margine esterno, la serie di forellini per la lineazione, non a causa di un’eventuale rifilatura, ma perchè non sono mai stati praticati.

Qui quasi non si nota la rigatura per le rettrici. Ma abbiamo rintracciato un codice con tre fogli rigati e non scritti [Foto 9], ideale campo d’osservazione per esaminare il tracciato delle rettrici: i tratti sono leggeri o leggerissimi; altri più spessi, più scuri o quasi "raddoppiati", cioè formati da due parallele, molto ravvicinate, ma torneremo su questo aspetto. Qui si nota anche una linea scura che attraversa orizzontalmente il foglio, corrispondente alla spina dorsale dell’animale, che denuncia il formato, in-folio.

Come confronto si osservi la rigatura di un foglio di codice riconducibile all’Italia del Nord, seconda metà del XIV secolo [Foto 10]. Come Stefano Caroti avrà riconosciuto, è un manoscritto della biblioteca filosofica di Bernardo Campagna noi lo abbiamo scelto perchè mostra una tipologia standard di rigatura, riguardo alla tecnica e allo schema. Si osservi l’intreccio ben visibile di righe per l’impaginazione a 2 colonne. La rigatura è eseguita a piombo, tradizionalmente, riga per riga, a partire dalla serie di fori marginali. Dettaglio curioso. Si nota come la presenza di un’ampia lisière, cioè di un’irregolarità del bordo della pelle, ha costretto l’artigiano a una piccola strategia nella foratura, cioè a rientrare verso l’interno della pagina [Foto 11].

In analogia con la metodologia investigativa che già ci aveva consentito di rilevare l’impiego dei pettini e delle tavole, l’osservazione in tutti gli esemplari del corpus delle menzionate particolarità – ricapitolando, l’assenza dei fori guida tradizionali per le rettrici e, viceversa, la presenza e la posizione dei due fori in questione, cui s’associa una particolare tecnica di rigatura, per un elevato numero di righe – ci consente di ipotizzare l’impiego di un ergonomico attrezzo.

Una specie di telaio, costituito da una cornice contenente al suo interno una serie di elementi orizzontali, da posizionare sopra ciascun foglio (raramente sopra il bifoglio) per tracciare la lineazione.

Abbiamo usato l’espressione "elementi orizzontali", comprensiva di ogni possibilità: profili di legno o di metallo – in acciaio è l’unico esemplare affine conservatosi, a quanto ci risulta: è una "planche à rayer le papier" del Musée des Arts et Métiers di Parigi, senza data ma verosimilmente d’età moderna – oppure corde di origine animale, come quelle utilizzate in strumenti musicali, da tendere entro cornice. In base al formato dei fogli, recanti da 50 a 60 righe, riteniamo che il telaio fosse di grandi dimensioni, in modo che un medesimo attrezzo potesse fungere da passepartout per ogni realizzazione.

E veniamo alle modalità di utilizzo [Foto 12]. I due fori su cui abbiamo fatto convergere l’attenzione fungono da riferimento per l’altezza dello specchio, la cui larghezza è determinata invece dalla giustificazione verticale, che veniva tracciata sulla pagina come prima operazione e che il copista cercava di non travalicare (non è infrequente rintracciare fogli non completati, che recano unicamente le verticali). Dunque, quando l’artigiano sovrapponeva il suo strumento al foglio, la larghezza delle righe da tracciare era già predeterminata. Tenendo come riferimento i due fori allineati nei margini laterali, incominciava a rigare il foglio appena al di sotto. Un unico foro, quello esterno, appare nei codici di Matthias Kuler, che rigava pertanto a bifoglio aperto: anche la foratura è legata alle abitudini di lavoro del singolo. Facendo scorrere sulle "corde" la sostanza scrivente, il copista tracciava la quantità di righe programmata per ciascun volume o, all’ interno di ogni codice, quanto era necessario in base a esigenze testuali.

Interessante per es. è il caso offerto da un manoscritto, il D. XX. 1, di rr. 52 su due colonne, dove a fine volume viene rigato non l’intero foglio, ma una colonna e parzialmente (con 28 righe, di cui poi se ne utilizzano per la scrittura solo 19).

Lo scorrimento della "plumbago scriptoria" – per riprendere la denominazione di Diderot-d’Alambert – tenera, produceva, come abbiamo osservato nella foto del foglio rigato e non scritto [Foto 13], tratti semplici oppure formati da due parallele più o meno ravvicinate, mentre la pressione differente della mano poteva lasciare colore più o meno intenso; dunque una griglia ben diversa da quella a piombo tradizionale, che abbiamo visto in foto, e ancor più dalla rigatura, netta e cromaticamente omogenea, prodotta dai coevi pettini inchiostrati, che vi sarà presentata tra breve. Una griglia, dunque, "sommaria", e per giunta facilmente eliminabile. Presumiamo infatti che fosse agevole cancellare, per esempio, i tratti colorati prolungantisi nell’intercolunnio o, talora, la porzione di righe entro lo spazio destinato all’ apparato decorativo.

Teoricamente, il telaio-guida è associabile a tutte le tecniche. Nel corpus di Cesena compare la sola "mina di piombo". Una motivazione plausibile è che tale sostanza, che produce tratti larghi, poco evidenti, richiede un’esecuzione per così dire "pennellata", probabilmente rapida e, per giunta, facilmente eliminabile in caso di errore. L’ inchiostro esige verosimilmente più "professionalità", più attenzione per evitare sbagli di percorso, errori di tracciato e insieme macchie, sbavature etc. La punta secca, in simili codici di impianto"gotico", è evitata, in ossequio alla tradizionale rigatura a colore e per motivi essenzialmente pratici.

Riguardo ai copisti, i due che si sottoscrivono sono del nord Europa, il già menzionato Matthias Kuler e Thomas Blawart di Utrecht; altre mani rinviano alle medesime aree geografiche – ne offre una spia immediata il segno tachigrafico di et tagliato –, mentre alcune sono italiane. Potrebbero appartenere, la maggior parte, a frati del convento di San Francesco, che in tal modo avrebbero personalmente contribuito alla formazione della biblioteca, accanto ai copisti umanistici.

Una volta individuato, grazie al gruppo omogeneo di Cesena, l’impiego di tale strumento, ne abbiamo riscontrato ulteriori applicazioni, con prime ricerche campione che hanno convalidato in pieno le nostre osservazioni. Invero, all’attuale stadio della ricerca, non sappiamo ancora se l’uso da parte di copisti d’oltrealpe, riscontrati anche nella pressoché totalità della campionatura esaminata, sia casuale o non rifletta piuttosto prassi artigianali più specifiche del nord Europa, da cui i copisti provengono. In ogni caso il telaio-guida risulta impiegato prevalentemente in codici quattrocenteschi, strettamente affini, per ogni caratteristica tipologica, a quelli del corpus della Malatestiana.

Non è casuale che alcuni codici di studio menzionati nel corso del Convegno da Stefano Caroti – di notevoli dimensioni, gran numero di fogli e pagine molto riempite – abbiano richiesto l’impiego del telaio-guida, per esigenze di economia in senso lato. Ne offre esemplificazione il ms Padova, Biblioteca Antoniana, 360, da lui ricordato, confezionato e scritto da un copista olandese attivo in Italia, che per questo e per altri 3 codici, da noi esaminati recentemente, utilizza un medesimo attrezzo nell’arco di un ventennio.

Abbiamo indugiato sull’ultimo argomento, volutamente, per il carattere di novità che presenta e, insieme, per offrire non solo il punto d’arrivo di una ricerca, ma il suo percorso, che si snoda alla luce di alcuni principi. Ogni elemento codicologico, anche il più dissimulato "tra le righe", apparentemente banale, non è mai casuale, rispondendo invece a precise funzioni. Inoltre, è decodificabile se ne abbiamo conoscenza pregressa; sono infatti persuasa che siamo capaci di vedere, di riconoscere solo ciò che ci aspettiamo di trovare.

***

Ogni libro è un giardino.
Beato colui che lo sa piantare e fortunato colui
che taglia le sue rose per darle in pasto alla
sua anima!…
Federico García Lorca

***

Il fondo librario malatestiano può essere paragonato a un giardino rinascimentale, sopravvissuto quasi miracolosamente alle avversità del tempo, che reca ancora in sé il disegno dell’architetto e le impronte degli artigiani che vi hanno lavorato. E’ quasi superfluo ricordare che la rosa e lo steccato sono simboli del casato di Malatesta Novello.

Oltrepassato lo steccato, la nostra attenzione non si è posata sulle rose, ma sulle "linee architettoniche" del terreno dove sono stati seminati i fiori del Magnificus Dominus.

Sono stati individuati 124 codici, fra quelli incatenati ai plutei, numero che, nell’indagine da noi condotta, è salito a 168. Non certo per moltiplicazione miracolosa, ma poiché abbiamo considerato a sé stanti le parti di un manoscritto composito e, per esigenze di analisi, abbiamo frazionato altresì in parti indipendenti, quali "unità codicologiche", una trentina di manoscritti che presentavano l’intervento di più mani o l’impiego di più tecniche o strumenti di rigatura (elementi di fatto coincidenti, come si dirà tra breve).

Una prima ripartizione dell’intero corpus in base alla dicotomia grafica mette in luce che l’80% dei codici (riportiamo i valori arrotondati) è in littera antiqua, il restante 20% in littera moderna, la "gotica" in senso lato. Incrociando tali dati con quelli relativi alla tipologia delle tecniche di rigatura e dell’impaginazione, registriamo nel corpus in antiqua una prevalenza della rigatura a secco su quella a inchiostro, il 66% contro il 34%.

Il corpus in "gotica", come è stato riferito nella prima parte della relazione, presenta invece l’impiego pressoché esclusivo della "mina di piombo". Dall’analisi dei dati è emersa anche un’ altra particolarità interessante. Il secco risulta impiegato nettamente per l’impaginazione a piena pagina, raggiungendo il 78% delle occorrenze; al contrario, il colore è abbinato soprattutto alla disposizione a due colonne, 67%.

La lente d’ingrandimento puntata su ogni foglio della produzione malatestiana ha permesso di ravvisare tutta una serie di indizi probanti riguardo all’impiego di strumenti, su cui qui ci soffermiamo brevemente.

Dopo quanto è già stato detto ampiamente sul telaio-guida, passiamo a esemplificare l’applicazione dei pettini, che si riscontrano nel 26% dell’intero corpus [Foto 14].

Qui il pettine è applicato 4 volte sulla pagina per realizzare gruppi di 12 righe a partire dal basso. Ne è spia principale l’unico foro presente nel margine esterno, che serviva come riferimento per posizionare lo strumento. Altri indizi: il travalicamento simultaneo dei singoli gruppi oltre le verticali dello specchio; gli ingrossamenti a fine riga in corrispondenza del decollo dello strumento.

Le tavole sono gli attrezzi più rappresentati, ricorrendo nel 52% del fondo [Foto 15].

Vogliamo evidenziare una delle "spie" che permettono il riconoscimento dell’utilizzo della tavola, ossia l’interruzione delle righe in corrispondenza degli incroci [Foto 16]: qui le orizzontali passano sotto alla doppia linea verticale dello specchio. Invece, in presenza di rigatura incisa a secco, le righe orizzontali si sarebbero naturalmente prolungate entro la colonnina. Si intravedere qui la rotondità e la trama della corda.

E’ arrivato il momento di osservare da vicino le impronte lasciate dagli artigiani: trascurate perché poco scintillanti, ci svelano invece prassi e abitudini di lavoro. Osserviamo quelle di Iohannes Maguntinus, un copista itinerante, documentato anche altrove, ben attivo a Cesena perlomeno per un decennio. Nonostante non abbia mai apposto la propria sottoscrizione in alcuno dei manoscritti malatestiani, la sua mano ne è stata identificata in più di una ventina.

Riteniamo che la sua attività possa essere assunta a campione di quella dell’intero staff, documentando così.

1. La scelta, da parte dei singoli copisti, di un attrezzo specifico. Scelta che può essere preferenziale, oppure esclusiva, quale si verifica per il corpus "gotico", di cui si è ampiamente riferito, e per i copisti in umanistica come, oltre al Maguntinus, l’altrettanto prolifico Iacobus de Pergula.

2. Preferenza per una determinata modalità d’applicazione (connessa all’impiego della tavola). Sfogliando un codice preparato con tale attrezzo, possiamo normalmente rilevarne l’impronta, vale a dire i solchi impressi, su ogni lato pelo del codice o sul lato carne; oppure su ogni foglio recto o verso; si possono altresì riscontrare i solchi nella prima metà del fascicolo e i rilievi nella seconda metà o viceversa. Non sempre è agevole questa osservazione, che richiede buona vista, luce radente, ma, principalmente, esiti di restauro non distruttivo; e al riguardo i codici malatestiani non sono ottimali.

3. Numero degli strumenti impiegati; riutilizzo di una medesima tavola modificata.

4. Modalità delle operazioni di rigatura e di scrittura.

Maguntinus impiega sistematicamente la tavola, applicata costantemente sui verso, nell’87% della sua produzione, ma tale percentuale sfiora il 100% se escludiamo gli esemplari rigati a colore a lui attribuiti dalla de la Mare, seppur con incertezza. Tenendo conto della preferenza esclusiva dell’attrezzo, si possono sciogliere con più sicurezza in senso negativo i dubbi su una attribuzione basata sull’analisi grafica.

Sul totale dei suoi 24 pezzi, il 33% è risultato essere frutto di collaborazione. Il cambio di mano, coincidente col cambio dell’attrezzo, si riscontra generalmente all’inizio di un nuovo fascicolo, ma in qualche caso anche all’interno; tali "fascicoli cerniera" possono recare una doppia rigatura, diventando, per così dire, palinsesti quanto a tecnica. Limitiamoci ad un esempio.

Iacobus de Pergula allestisce per il Novello, a Bertinoro, un codice con opere di S. Ambrogio, D. V. 3, utilizzando una tavola, con 2 coll. di 48 linee e doppia giustificazione verticale, applicandola sistematicamente sul lato pelo. Al foglio 114 recto, il secondo foglio di un quinione, a metà di una riga interrompe all’improvviso la trascrizione – per motivo sconosciuto, ma non per decesso, Iohannes Maguntinus riprende il lavoro dalla stessa riga, ma dopo avere provveduto a reimprimere la pagina con la propria tavola – dotata di 40 corde delimitate da giustificazione semplice; e la applica, come era sua abitudine, sui verso fino al completamento del volume.

Un’attenta osservazione del fascicolo "cerniera" ha rivelato una giustapposizione delle tavole anche negli ultimi due fogli, dandoci così ulteriori informazioni: il primo copista ottimizzava il lavoro rigando il bifoglio, il secondo invece procedeva pagina per pagina.

Un ultimo sguardo al foglio 138 dello stesso codice [Foto 17].

Si osserva che le prime 15 righe solcano ben visibilmente lo spazio bianco dell’intercolunnio. Cosa è avvenuto? Tale anomalia ci stimola a montare una sequenza sulla gestualità del Maguntinus.

Appoggiato il foglio da rigare sopra la sua tabula, con la mano sinistra lo tiene ben fermo, con la destra, aiutato verosimilmente da una falda, (così riporta un trattatista spagnolo, Juan de Icíar) comincia ad esercitare una prima forte pressione in corrispondenza delle tre corde superiori. Riprende poi dalla colonna interna – qui nella foto, che presenta il verso, appare ovviamente a destra – e traccia un gruppo di 12 rettrici che travalicano l’intercolunnio e l’inizio della seconda colonna [Foto 18]. Posati gli occhi sul risultato dell’operazione, si rende conto che l’architettura della pagina sta subendo una metamorfosi, passando dalle due colonne alle lunghe linee. Risistema la tavola sotto il foglio e imprime le 12 righe della colonna esterna, che non risultano perfettamente allineate con l’altra. Quindi completa la griglia rigando con maggiore accuratezza le restanti rettrici.

Dalla ricostruzione di tale dinamica gestuale non emerge dunque l’utilizzo di una pressa – come è stato da alcuni ipotizzato in relazione alla tavola – , ma un’impressione manuale, progressiva. Quell’"errore" in corso d’opera, che ha lasciato intravedere per la disposizione a due colonne l’utilizzo di una tavola a corde lunghe, ci ha stimolato a estendere l’osservazione a tutta la produzione del nostro artigiano, consentendoci di ravvisare costanti tracce di interlineo rigato, tracce che a prima vista erano invero sfuggite. Particolarità del tutto inusuale, quella dell’intercolunnio rigato con la tavola, cui si unisce un’altrettanto insolita unità di rigatura, più ampia.

L’elaborazione computerizzata di specifici parametri codicologici rilevati nella produzione del Maguntinus, rapportata all’intero corpus in scrittura umanistica, ci ha permesso di suffragare l’ipotesi che per 9 manoscritti a due colonne avesse riutilizzato un’unica tavola a corde lunghe, ma con opportune modifiche. Come?

Poiché la tavola riutilizzata recava, come tutte le altre sue tavole, una doppia giustificazione, gli è stato sufficiente spostare le corde interne di ogni colonnina verso il centro dello specchio, per realizzare l’intercolunnio [Foto 19].

Potremmo ancora esemplificare ulteriori modalità di lavoro, ma le affidiamo alla relazione scritta e ci fermiamo qui. Grazie!


   
Copyright © 2002 Istituzione Biblioteca Malatestiana. Tutti i diritti riservati.
Info: malatestiana@sbn.provincia.ra.it.
I testi e le immagini sono riproducibili per il solo uso personale,
a scopo didattico e di ricerca, a condizione che venga citata la fonte.
Non č consentito alcun uso a scopo commerciale o di lucro.