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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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Maria Antonietta Casagrande Mazzoli - Mauro Brunello La tabula ad rigandum. Identikit di uno strumento ergonomico "Gazette du livre médiéval", 19 (2000), n. 37, pp. 26-33 |
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Nel tardo medio evo hanno trovato largo impiego per l’esecuzione della rigatura strumenti "meccanici", che consentivano di tracciare simultaneamente sulla pagina un certo numero di righe o l’intera griglia di guida alla scrittura. Strumenti ergonomici che, in ambito codicologico latino, abbiamo riscontrato sia nella produzione di singoli copisti, occasionali o professionali, per esemplari che potevano oscillare dallo scadente al discreto, sia per allestimenti che potremmo definire in serie, di buon livello (come, per limitarci a un esempio emblematico, la biblioteca fornita "chiavi in mano" da Vespasiano da Bisticci, nell’arco di due anni tra il 1462 e il 1464, alla Badia fiorentina, su commissione di Cosimo dei Medici). Ci riferiamo ai pectines e alle tabulae ad rigandum (o ad lineandum) che, come ben si sa, consentivano di tracciare, rispettivamente, rettrici a inchiostro o di imprimere a secco in un’unica operazione l’intera rigatura. Erano oggetti molto comuni, che facevano parte del corredo degli artigiani e dei copisti, ma dei quali, come per molti altri oggetti utilitari del passato, non rimane più alcun superstite. Possiamo ricercare attestazioni della loro esistenza in fonti documentarie, quali gli inventari dei beni di cartolai, copisti, legatori o di uomini di cultura, fonti che talora forniscono indicazioni di prezzo legate al costo delle operazioni di rigatura, ma assai raramente contengono riferimenti alla fattura materiale. Oppure occorre rintracciare tali strumenti in fonti iconografiche, da vagliare naturalmente con cautela (ne abbiamo rinvenute per i soli pettini). Ricchi invece di informazioni i trattati di scrittura cinquecenteschi, che ci possono ragguagliare sui materiali, la forma e il funzionamento (abbiamo esperito quelli di Sigismondo Fanti, di Alejo Venegas e di Juan de Iciar). Ma sono principalmente le migliaia di fogli di codici tardomedievali che offrono dati, se sappiamo "ciò che si vuole trovare o ciò che si sta sul punto di trovare, per trovarlo"; dati che occorre decodificare e, quindi, analizzare con metodologie appropriate. Sugli strumenti per rigare rimandiamo agli studi pionieristici e basilari condotti per i manoscritti latini da A. Derolez e da J.P. Gumbert negli anni ottanta (rispettivamente Codicologie des manuscrits en ecriture humanistique sur parchemin, I-II, Turnhout 1984 [Bibliologia, 5-6], in partic. I, pp. 72-78; "Ruling by rake and board: notes on some late medieval ruling techniques", in The role of the book in medieval culture, Turnhout 1986, [Bibliologia, 3], pp. 41-54, ripresi recentemente, per quanto concerne i pectines da M.A. Casagrande Mazzoli, "Foratura, rigatura e pectines in codici italiani tardomedievali", in Aevum, 71, 1997, pp. 423-440; cfr. anche le osservazioni di N. Pasternak e M. Beit-Arié in GLM, 35, 1999, pp. 10-16). Per rilevare l’impiego dei pectines, che è sempre connesso a una particolare foratura, basti qui rinviare alle tre regole formulate in Casagrande, cit., pp. 427-428 e alle figg. I-II (pp. 430-431). Un recente apporto allo studio di tali strumenti nei manoscritti latini è fornito dalla dissertazione di laurea di M. Brunello (Tecniche e strumenti di rigatura nei manoscritti latini. I codici commissionati da Malatesta Novello, Università degli studi di Udine, Facoltà di lettere e filosofia, aa. 1999-2000). Si aggiunga ora A. Derolez, "Ruling in Quattrocento manuscripts: types and techniques", in J.K. Kroupa (ed.), Septuaginta Paulo Spunar oblata (Praha 2000), pp. 284-294. La tavola è lo strumento che più necessita di uno studio complessivo, studio che abbiamo avviato e richiede ricerche tutte di prima mano, a iniziare dal reperimento dei codici rigati con tale mezzo. A parte l’eccezione costituita dal fondamentale catalogo del Derolez (Codicologie …, II, che censisce solo 142 codici con planche à régler sui 1200 selezionati, poiché la registrazione è avvenuta a ricerca iniziata), e dalla serie in corso dei Manoscritti datati d’Italia, che nel protocollo di rilevamento prevede il riferimento agli strumenti, la catalografia ignora tale parametro, riportando, al più, la tecnica di rigatura impiegata. Abbiamo notato che l’utilizzo della tabula si può celare frequentemente sotto l’indicazione di "rigatura a secco", indicazione troppo generica che non esclude di per sé l’uso della "punta secca", e perfino sotto l’indicazione di "rigatura a piombo". Di questo caso basti un esempio. Nel ms. B.A.V. Vat.lat. 1969, con colophon di Antonio Di Mario, datato 1456 ottobre 12, Firenze, la codifica di Derolez (Codicologie …, II, n° 1066) è "16:7, 17:7?", cioè tecnica di giustificazione alla mina di piombo, sui due lati del foglio; tecnica della lineazione, alla mina, su un solo lato del foglio, dato incerto. Una verifica autoptica ha permesso di rilevare in questo voluminoso codice in-folio di ff. 624 della Historia universalis di Sozomeno da Pistoia, l’uso pressoché esclusivo della tavola, applicata sul lato pelo, dove ha lasciato sporadicamente tracce di materia colorata, mentre nel lato carne alcune righe per pagina, qua e là, sono ripassate con "mina di piombo". Tuttavia, nel mezzo del volume cinque quinioni (ff. 411-460) recano tutti foratura completa, sia per lo specchio, sia per le rettrici: i primi tre fascicoli sono rigati con punta secca; il quarto è misto, cioè con i due bifogli esterni incisi a punta secca, i restanti bifogli impressi mediante la tavola, con la quale è preparato il quinto fascicolo, anche se già forato. La carenza di rilevazioni dell’impiego dello strumento in questione o le incertezze relative alla sua applicazione ci stimolano a proporre un "prontuario" di riconoscimento della tavola, anche se la nostra ricerca è in corso e lungi dall’essere completata. La tavola, grazie alle dettagliate descrizioni fornite da due trattati di scrittura spagnoli del secolo XVI, è costituita da un’asse di legno su cui sono intagliate linee diritte ed equidistanti lungo le quali vengono incollate corde di viella. "In questo modo si possono ottenere – precisa Juan de Iciar – diversi tipi di righe grandi e piccole per rigare una o due colonne, e in qualunque altra maniera". Quindi si dispone la carta sopra tale rigatoio e, tenendola ben ferma, la si sfrega finché le corde lasciano un’impronta. Lo strumento ha trovato larga e prolungata applicazione fino all’epoca moderna (l’abbiamo riscontrato ancora in manoscritti del secolo XVIII). Non si può escludere qualche variazione nella sua struttura, e sappiamo anche che la mastara, diffusa nel mondo orientale ed ebraico, di cui sopravvive qualche reperto, era costruita diversamente, tuttavia tavola e mastara hanno in comune l’idea base e la sua applicazione, cioè una trama di corde su cui veniva appoggiato il materiale, cartaceo o pergamenaceo, che ne riceveva l’impronta in seguito a sfregamento o pressione. L’impiego della tabula ad rigandum è rivelato dalle caratteristiche seguenti: 1) Totale assenza di fori (a meno che la tavola non sia applicata, come nei casi da noi riportati, su un supporto già preventivamente forato per una differente tecnica di rigatura) [cfr.fig. I, 1]. 2) Per quanto concerne il tracciato, i solchi provocati dall’impressione delle corde sulla faccia del foglio con cui vengono a contatto si presentano arrotondati e possono esibire, al pari degli opposti rilievi, l’intreccio della corda. L’altro lato del foglio presenta rilievi arrotondati (specialmente su supporto morbido), ma più frequentemente spianati, in seguito alla pressione esercitata al momento della rigatura; pertanto le righe si presentano piatte, abbastanza larghe, con segni evidenti di abrasione soprattutto quando è maggiore la rigidità della pergamena; inoltre risultano lucide a un’osservazione del foglio con luce radente (purtroppo non sempre agevole nelle sale di consultazione); per questi motivi la rigatura appare più facilmente visibile sul lato non a contatto con lo strumento. Viceversa, l’impiego della punta secca determina un’incisione netta, più o meno profonda, cui corrispondono rilievi più o meno accentuati. L’incisione profonda può addirittura provocare tagli del supporto. 3) Osservando lo schema di rigatura, una spia di primo grado è offerta dall’interruzione delle righe in corrispondenza degli incroci, soprattutto nel caso della giustificazione doppia (tipo Derolez 13:36), evidente quando le righe orizzontali passano sotto a quelle verticali, e dunque non proseguono all’interno delle colonnine. L’uso della punta secca produce invece righe ininterrotte [cfr. fig. I,3]. 4) Altro indizio meno appariscente ma egualmente importante è costituito dalla costante lunghezza delle righe orizzontali, nel senso che non travalicano mai la barriera rappresentata dalla giustificazione verticale. Quando è usata la punta secca, le righe orizzontali si estendono saltuariamente oltre la giustificazione verticale, anche quando l’operazione di rigatura è praticata con la maggiore diligenza [cfr. fig. I, 4]. |
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| Fig. 1 – Differenze fra pagine impresse con tabula [T] e pagine incise con punta secca [p]. |
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5) Mutevole invece la lunghezza delle righe verticali dello specchio, che possono tanto estendersi da bordo a bordo, quanto arrestarsi nei margini ad altezze variabili, se la manifattura non è accurata [cfr. fig. I, 5]. 6) Le dimensioni dello specchio sono rigorosamente costanti in tutti i fogli del codice. In tutti gli altri casi si osservano sempre oscillazioni di più o meno grande entità. |
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| Fig. 1 – (seguito). |
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Per quanto riguarda le modalità di utilizzazione della tavola, va notato che il lato di applicazione dello strumento (su pelo o carne oppure sul recto o verso di ogni foglio, cfr. Derolez, Codicologie …, I, pp. 72-73), di norma costante per tutto il volume, può variare da un codice all’altro e non rispetta necessariamente la regola di Gregory. Va inoltre osservato che non è infrequente la presenza, in un codice peraltro unitario, di tecniche di rigatura a secco differenti. Un significativo esempio è offerto dal ms. B.A.V. Urb.lat 299 con colophon di Baptista Lunensis, datato 1452, maggio 18 (Derolez, Codicologie …, II, n° 933), in-folio, di ff. 148 raggruppati in 15 fascicoli: 1-3 con rigatura a punta secca, 4 con tavola, 5-6 a punta secca, 7 misto, con i due bifogli esterni incisi e i restanti impressi, 8-14 con tavola, 15 a punta secca; la rigatura è effettuata sul lato pelo (tranne che al fasc. 4); la foratura, visibile talora sui tagli di testa e di piede, è stata predisposta per tutti i fogli del codice e ovviamente non utilizzata dalla tavola. Dal confronto immediato delle due tecniche emerge la differenza di tracciato della griglia quasi impercettibile della tavola (qui tale anche per l’accentuato dimorfismo delle facce) con quella, netta e marcata, della punta secca. Come si configura concretamente l’uso della tabula ad rigandum nella prassi artigianale del XV secolo in Italia? Una prima indagine al riguardo – i cui risultati saranno esposti più ampiamente in altra sede – è stata di recente effettuata da Mauro Brunello sull’insieme dei codici commissionati da Malatesta Novello (+ 1465) conservati nella Biblioteca comunale Malatestiana di Cesena. I codici in questione furono prodotti, come ben si sa, principalmente nell’arco di un quindicennio (1450-1465) come dotazione della libraria dei frati minori francescani della città romagnola. La ricerca ha evidenziato un impiego quasi esclusivo degli strumenti per rigare, le tabulae nella metà dell’intera produzione – e nella quasi totalità dei codici rigati "a secco" – e i pectines in circa un quinto. Inoltre ha messo in luce che la tavola è utilizzata di preferenza per la piena pagina, mentre il pettine è associato soprattutto alle due colonne. E’ scaturita altresì con chiarezza l’identità tra il copista e l’artigiano del libro per quanto riguarda la preparazione della pagina, nel senso che i copisti stessi non si rivolgevano a botteghe specializzate ma provvedevano personalmente alla rigatura utilizzando attrezzi in loro dotazione. Nei manufatti dei copisti più prolifici la rilevazione sistematica dei parametri relativi a: tipo di impaginazione, presenza di linee marginali, numero di righe, larghezza e altezza dello specchio – che consentono il calcolo dell’unità di rigatura – presenza di intercolumnio rigato, lato del foglio che ha ricevuto l’impressione, ha consentito di rispondere a qualche interrogativo elementare, relativo al numero delle tavole impiegate, alla loro fattura, al modo di utilizzo, in qualche caso alla loro durata. Ha fatto anche emergere che una medesima tavola poteva essere riutilizzata, con indispensabili modifiche, per apportare: 1) Variazioni nell’ambito della medesima impaginazione. – Le modifiche riguardano l’aggiunta o la sottrazione di un limitato numero di righe (e pertanto di corde); nell’eventuale passaggio dalla giustificazione doppia a quella semplice o nel prolungamento delle rettrici da bordo a bordo, anche lo schema di rigatura muta. Inoltre possono essere inserite nei margini righe supplementari, destinate ad annotazioni paratestuali. Un esempio è offerto da tre manoscritti di Jacobus de Pergula, contenenti le partizioni di una stessa opera. Si tratta dei codici datati S.XIII.1, S.XIII.2 e S.XIII.3 della Biblioteca comunale di Cesena. Il copista confeziona: – nel 1448 S.XIII.2: Livio, Decas III, di fogli 220, a piena pagina con doppia giustificazione (Derolez 13:31), righe 38/linee 37, mm 222x230=29/5 [116]5/67x30[217], UR5,8; – nel 1449 S.XIII.3: Livio, Dec. IV, un manoscritto "gemello"; – a distanza di quattro anni copia la Dec. I nel S.XIII.1, di fogli 217, mm 225x339, con identiche larghezza dello specchio e unità di rigatura; aggiunge, per una migliore utilizzazione del "nero", due righe di testa passanti, cioè da bordo a bordo, così lo specchio si allunga (mm 227) e lo schema si modifica (Derolez 13:34), e per perfezionare l’architettura della pagina inserisce nel margine superiore due corde per il titolo corrente, che nei codici precedenti non era guidato da righe. L’impressione è costantemente sul lato pelo. 2) Variazioni per il passaggio da un’impaginazione all’altra. – Un tale comportamento è riscontrabile nella produzione di Johannes Maguntinus, la cui mano è riscontrabile in 23 manoscritti, di cui 10 (6 a piena pagina e 4 a due colonne) sono stati inizialmente oggetto di un nostro rilevamento sistematico. I parametri presi in considerazione hanno evidenziato in un codice a piena pagina (S.XIV.4) e in quattro a due colonne (D.V.3, D.X.4, D.XI.5, D.XXI.5) uguale numero di righe e uguale unità di rigatura (precisamente rr.40/II. 40 e UR.6,3). Nel codice a piena pagina, con doppia giustificazione (Derolez 13:31) la larghezza dello specchio è di 161 mm comprese le colonnine di 7 mm l’una. I codici a due colonne presentano una giustificazione semplice (Derolez 13:41), con colonne di 69 mm e intercolumnio di 23 mm, dunque una larghezza complessiva dello specchio pari ancora una volta a 161 mm. Questi valori comuni suffragano l’ipotesi che sia stata utilizzata la medesima tavola, con un’indispensabile modifica: lo spostamento delle due corde verticali interne verso il centro dello specchio per realizzare l’intercolunnio. Corrobora la nostra ipotesi la presenza evidente – e per quanto ci risulta del tutto anomala – della continuazione della rigatura all’interno dell’intercolunnio. Rilevazioni successive estese a tutti i codici malatestiani a due colonne di Johannes Maguntinus (nove casi) hanno rilevato la gemellarità di fattura, che suggerisce l’impiego del medesimo strumento di rigatura, applicato costantemente sul verso. Il ms. S.XIV.4, a lunghe linee, presenta unità di rigatura maggiore diversa da quella calcolata per i restanti codici a piena pagina (6,3 contro 5,7), e anche una taglia più grande (619 contro 582 mm), pressoché analoga a quella dei manoscritti a due colonne (617 mm). Mettendo a confronto due pagine, una a lunghe linee, l’altra a due colonne, salta agli occhi, evidentissima, la maggiore ariosità di quest’ultima (dove la leggera espansione laterale del "nero" che ingloba le colonnine laterali dello specchio è corretta dall’inserzione di un ampio intercolunnio), ariosità che determina una migliore resa funzionale ed estetica. E’ sintomatico, al riguardo, che Johannes Maguntinus utilizzi la tavola così modificata per nove volte, in tutti i codici malatestiani a due colonne. La duttilità e facilità d’uso, caratteristiche della tavola su cui abbiamo focalizzato l’attenzione, sono state da noi osservate esclusivamente in codici latini, ma riteniamo verosimile che si possano cogliere anche in manoscritti di altre aree. Infatti le caratteristiche tecniche dei manufatti e le conseguenti modalità di impiego degli strumenti connessi con l’attività scrittoria travalicano i differenti ambiti culturali e linguistici. Invitiamo pertanto a rilevare sistematicamente l’impiego della tavola e ad approfondirne l’osservazione, alla luce del principio metodologico sotteso al nostro contributo, secondo cui si riconosce bene solo ciò di cui si abbia una preventiva conoscenza teorica. |
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