Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts
 

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Augusto Campana

Origine, formazione e vicende della Malatestiana


"Accademie e biblioteche d'Italia", 21 (1953), n. 1, pp. 3-16

Eccellenze, illustri ospiti, amici di Romagna e di Cesena

Quando Cosimo de’ Medici, con una munificenza di principe più che di ricco mercante, costruì nel giro di quindici anni, a partire dal 1437, quel convento dei Domenicani di S. Marco che alla fine del secolo diverrà con Girolamo Savonarola il centro dell’opposizione repubblicana e cittadina alla tirannia delle nuove generazioni medicee, non poteva non pensare anche alla biblioteca del convento, secondo un costume divenuto sempre più frequente, ormai da decenni, nelle capitali della nuova cultura umanistica italiana, e a Firenze con un rilievo civico tutto particolare; costume che ha avuto una importanza decisiva, forse non ancora pienamente rilevata, nel creare attorno a queste biblioteche conventuali e monastiche un clima e una tradizione di biblioteca pubblica. La costruzione fu terminata nel 1444 e in quell’anno la bella sala di Michelozzo, che noi vediamo oggi quale fu ricostruita ancora dai Medici nel 1457 dopo che un terremoto di quattro anni prima aveva quasi distrutta, poteva ospitare i sessantaquattro banchi, gli armari, il fondo librario di oltre quattrocento volumi latini e greci con le loro catene formato con uno sforzo poderoso di pochi anni intorno al nucleo costituito dall’eredità di Niccolò Niccoli, salvata al convento e alla città dal mecenatismo di Cosimo.

Quella data 1444 è memorabile nella storia delle biblioteche italiane perché quella di S. Marco era tale biblioteca che rispecchiava come nessun’altra nella sua formazione, come nella sua storia successiva fino alla fine del secolo, l’incomparabile ricchezza culturale di Firenze tra la generazione del Salutati e quella del Poliziano e del Pico. Ma essa appare a noi memorabile anche per un altro aspetto, che lega la storia delle biblioteche a quella dell’architettura del primo rinascimento fiorentino. Il tipo di biblioteca monastica a sala longitudinale con due file parallele di banchi si può ritenere già molto diffuso, in Italia e oltre le Alpi, fino dal secolo precedente; ma quando Michelozzo, risolvendo con una geniale innovazione l’invito che gli veniva dalla disposizione tradizionale, passa dalla semplice sala a una forma basilicale a volta su colonne, crea con la biblioteca di S. Marco un nuovo tipo di edificio civile. L’innovazione è chiaramente sottolineata dalle parole di un architetto contemporaneo, il Filarete, che parlando delle costruzioni di Cosimo a S. Marco ne scrive così: "Della libreria non dico la grandezza e la bellezza d’essa. La quale è in volta; dalle colonne essa volta è retta"; e quasi una eco ne troviamo un secolo dopo nel Vasari, che rileva anch’egli ciò che più dovette colpire i contemporanei, che essa era "tutta in volta di sopra e di sotto".

Questo nuovo tipo architettonico di biblioteca, che fu proprio dell’Italia tra Quattrocento e Cinquecento, era destinato ad avere una singolare fortuna in varie regioni italiane e presso diversi ordini religiosi. Molte di tali biblioteche sono certo scomparse senza lasciare traccia, ma attraverso quelle in parte conservate o delle quali è almeno rimasta qualche memoria si può costruire una approssimativa carta geografica della loro diffusione: essa mostra un centro di espansione nella città che aveva visto sorgere il prototipo, e che ne ebbe almeno un altro esempio mezzo secolo dopo S. Marco; un’area di maggiore frequenza in Emilia, da Cesena a Ferrara a Bologna a Parma a Piacenza; punte estreme nell’Italia centrale a Monteoliveto e a Perugia, nell’Italia settentrionale a Milano, in quella biblioteca di S. Maria delle Grazie che a pochi passi dal Cenacolo di Leonardo è stata distrutta dall’ultima guerra, e più tardi in quella grandiosa degli Olivetani di S. Vittore. Ma poche sono quelle i cui edifici, intatti o trasformati o restaurati, hanno avuto la fortuna di giungere sino a noi, e anche in questi casi è scomparsa da gran tempo ogni traccia dell’arredamento, è perito o è stato disperso il fondo librario. Più fortunate quelle di S. Marco e di Cesena, ma a S. Marco, scomparsi i banchi e gli armari, emigrati i codici preziosissimi, dei quali un grosso nucleo fu ereditato dalla Laurenziana ma che furono anche dispersi in tutte le direzioni, è venuta meno l’armoniosa unità dell’organismo originario. Solo qui a Cesena, in questa biblioteca dei Minori Conventuali di S. Francesco figlia primogenita di quella di S. Marco, abbiamo ancora dinanzi a noi pressoché intatto in ogni suo aspetto, grazie a una convergenza singolare e provvidenziale di circostanze favorevoli promosse o aiutate dal consapevole amore degli uomini e delle istituzioni, un esemplare, e uno degli esemplari più antichi e più belli, di quel tipo di biblioteca che l’arte del primo rinascimento fiorentino, la ripresa spirituale di alcuni ordini e congregazioni religiose e la cultura umanistica avevano creato e diffuso. Ed è soprattutto per questo che il cinquecentenario di cui oggi apriamo le manifestazioni celebrative non è una commemorazione di una gloria locale per quanto nobilissima, ma una festa della tradizione artistica e culturale italiana, dunque della civiltà italiana.

Io non vorrei fare oggi la storia di questa biblioteca, che ormai ho rifatta troppe volte, per esigenze e occasioni diverse, ma sempre in una forma più o meno provvisoria, come una sintesi anticipata e malsicura di quello che invece più mi piacerebbe di fare, vale a dire una ricerca e una narrazione distesa e documentata; che darò, se Dio vorrà, a conclusione di questo ciclo di manifestazioni malatestiane. Ma devo pur fare ancora una volta qualche cosa di simile, sotto il particolare punto di vista di una premessa a questa Mostra storica della Biblioteca Malatestiana che oggi si inaugura, e di una guida ideale a una riunione eccezionale di visitatori.

Inserita tra due chiostri in uno schema planimetrico di edificio conventuale parallelo alla chiesa, che si ripete quasi identico anche altrove, per esempio a Rimini, la biblioteca sorse a partire dal 1447 in prosecuzione dell’edificio che ospitava al piano terreno il refettorio e al piano superiore il dormitorio, e occupò con la sua lunga aula il piano superiore del braccio orientale. Il costruttore, un modesto e pure degnissimo maestro umbro-marchigiano, Matteo Nuti, che qui a Cesena e a Fano sua patria di elezione ha lasciato altre tracce cospicue della sua arte, poteva murare nel 1452 accanto al portale d’ingresso la lapide ornata, nella quale un ignoto umanista aveva dato veste di epigrafe poetica celebrativa alla firma dell’architetto. Il piano inferiore era a due forti navate, quello della biblioteca a tre, scandite dalle colonne in undici campate (a ogni campata tre banchi e due finestrelle per parte), con una evidente derivazione dalla primogenita biblioteca fiorentina di Michelozzo, ma con una serie non meno evidente di caratteristiche proprie, forse rispondenti a tradizioni costruttive regionali che avevano influito sulla formazione del Nuti.

Il convento dei Frati Minori di Cesena, che insieme alla chiesa di S. Francesco era sorto a partire dalla metà del Duecento, aveva avuto probabilmente già alla fine di quel secolo una modesta raccolta libraria, che nel Trecento aveva poi raggiunto notevole sviluppo e che richiedeva un edificio apposito. L’intenzione dei Frati di costruirlo è documentata per la prima volta nel 1445, e allora e più tardi essi procurarono di ottenere l’autorizzazione a devolvere alcuni pii legati alla fabbrica della libreria. Ma questa si sarebbe realizzata molto lentamente e in aspetti di assai minore rilievo artistico senza l’intervento decisivo del signore della città, di cui ci parlano le notizie degli anni successivi e particolarmente due bolle di Niccolò V (il fondatore della Biblioteca Vaticana!).

Lo attestano con più eloquente evidenza l’iscrizione del portale che si ripete tante volte nel pavimento a ogni campata delle navate, "Malatesta Novellus Pandulfì filius Malateste nepos dedit", oppure, come in alcune targhe delle pareti interne e della cortina laterizia esterna, "hoc dedit opus", e ancora i segni araldici delle tre teste, delle tre bande a scacchiera, della grata, o dovremmo dire piuttosto steccato, della rosa, dell’elefante colla sua scritta sentenziosa e ambigua, "elephas Indus culices non timet", cosparsi con la caratteristica frequenza del tempo nelle sculture dell’ingresso, nei capitelli, sui banchi, sulle pagine miniate dei codici. Persino le grate delle due finestre orizzontali ai lati del portale, e gli spartimenti goticheggianti della porta intagliata nel 1454 sono realizzati con particolari accorgimenti, tali da dividere il campo in quattro quartieri, e cioè da ripetere, curiosamente dissimulato, il motivo araldico della scacchiera malatestiana.

L’intervento di Malatesta Novello è dunque la forma locale di quelle stesse premesse culturali ed economiche che abbiamo visto a Firenze e che ricorrono in tanti altri luoghi della civiltà rinascimentale italiana: una comunità religiosa che crea o rinnova la propria biblioteca, un mecenate, nel nostro caso il signore della città, non insensibile ai richiami dell’arte ma più ancora sollecito delle esigenze della cultura, che interviene col suo appoggio economico, e qui anche con una diretta partecipazione all’aspetto culturale dell’impresa. Su quest’ultimo punto ritorneremo: qui importa rilevare che egli non si limitò alla costruzione e alla donazione di un cospicuo fondo librario, ma costituì alla biblioteca una dotazione da servire non solo alla sua manutenzione ma al sostentamento dei dottori e degli studenti nello Studio del convento.

Perché Malatesta Novello abbia scelto i Frati Minori e non altre comunità, come quella dell’Osservanza o altre fiorenti a Cesena e beneficate da lui e da sua moglie Violante di Montefeltro, è chiarissimo al solo ricordare i rapporti tradizionali della sua famiglia con i Frati Minori: da quando l’antico progenitore Malatesta da Verucchio volle essere sepolto, nel 1312, presso i Frati Minori di Rimini nel sepolcro di sua sorella Emilia, nelle varie città malatestiane la chiesa di S. Francesco era divenuta la chiesa sepolcrale della famiglia.

E anche a Cesena nella chiesa di S. Francesco, che occupava in parte l’area della piazza che si vede da queste finestre, ancora oggi limitata da un lato dal superstite muro absidale, ci fu una cappella malatestiana: un documento recentemente segnalato ci informa che Andrea, detto Malatesta, dei Malatesti (zio di Malatesta Novello che ne rinnovò il nome, mutando quello primitivo di Domenico) dovette costruirla nel 1403 o poco dopo, col titolo di S. Luca.

Era forse in questa cappella il ritratto che alla fine del Cinquecento fu copiato da Francesco Masini per incarico del medico Niccolò II Masini per fame dono alla biblioteca, ritratto che insieme alla celebre medaglia del Pisanello e ad alcuni sigilli ci ha conservato le sembianze di Malatesta Novello; e fu qui, almeno in origine, anche la sua tomba, dove i suoi resti furono composti insieme a quelli dello zio Malatesta, sotto l’epigrafe sepolcrale tipicamente umanistica, che celebra letterariamente, con una espressione di Plinio, le virtù dell’uno e dell’altro in guerra ed in pace. Erano pubbliche queste biblioteche che sorgevano nell’ambito delle mura di un convento e per l’uso della famiglia religiosa che aveva cominciato a formarle e ne procurava la sede? Dobbiamo rispondere di sì, nel senso che esse adempivano le funzioni e ponevano le premesse di tipi più moderni di organizzazione bibliografica che quella società ancora non conosceva, attraverso i vivi scambi di cultura e di vita sociale esistenti tra conventi e cittadinanza, e che si riflettono ad esempio in modo vivissimo nella penetrazione della cultura umanistica, e delle nuove forme del libro manoscritto create dall’umanesimo, entro le chiuse mura di biblioteche conventuali che erano state fino ad allora espressione di un diverso clima intellettuale.

Ma qui a Cesena troviamo qualche cosa di più, qualche cosa che da alla storia di questa istituzione, accanto agli aspetti che la fanno così singolare e preziosa, un aspetto individuale di cui sembra difficile additare riscontri nella storia delle biblioteche analoghe, voglio dire l’intervento del Comune nell’amministrazione della biblioteca del convento. Questo intervento era conosciuto da tempo per il Cinquecento, ma le scarse e frammentarie notizie e la difficoltà di vedere chiaro nella sua origine non avevano permesso fino a ieri di approfondirne il significato ne di scorgerne la reale importanza.

Si deve alle ricerche di questi ultimi mesi, e particolarmente allo spoglio sistematico di alcune serie dell’Archivio Storico Comunale, iniziato e tenacemente proseguito dal dott. Antonio Domeniconi, se il problema si è potuto porre nei suoi termini esatti e riportare cronologicamente quasi alle origini della biblioteca, con una messe documentaria tanto rilevante che si stenta a comprendere come possa essere rimasta ignorata o abbia potuto venire trascurata dai vecchi indagatori della storia cittadina.

Sul problema non è ancora possibile veder chiaro, ma esso è quanto mai interessante e ciò che ne sappiamo finora e abbiamo offerto nei documenti originali alla meditazione dei visitatori della Mostra è degno della più attenta considerazione. Nel 1461 Malatesta Novello trasmette al Consiglio del Comune l’ordine di fare eseguire un inventario della biblioteca, e poco dopo, prima ancora che questo sia eseguito, comincia un controllo regolare da parte degli Anziani in carica, che da principio si svolge con una frequenza molto significativa, ogni due mesi, sulla consistenza libraria, con relazioni inserite negli atti del Consiglio, che ci permettono di seguire per qualche tempo il lento ma continuo accrescimento dei libri.

Ciò che è ancora incerto è il punto essenziale della base giuridica di questo intervento, ma si può fare qualche ipotesi. Malatesta Novello non aveva eredi; era previsto che alla sua morte la signoria malatestiana, che egli teneva a titolo di vicariato della Chiesa, avrebbe ceduto il posto a quella che la pubblicistica del tempo chiamava libertas ecclesiastica, cioè all’amministrazione diretta della Chiesa, ferme restando le forme di vita comunale che vigevano anche nella signoria. In questa situazione, egli deve avere consapevolmente e acutamente cercato di assicurare alla istituzione che tutto ci dice essere stata la sua prediletta e da lui concepita quasi come il suo testamento spirituale, l’appoggio di un meccanismo che continuasse nel tempo la sollecita e affettuosa vigilanza che egli si era evidentemente riservato in vita con il suo diritto morale di donatore.

Un tale meccanismo doveva soprattutto essere destinato a proteggere il patrimonio librario: da una parte difenderlo da una eventuale decadenza della comunità conventuale che avrebbe potuto provocarne la dispersione, dall’altra ad assicurare al convento, e con ciò stesso alla città, il possesso perpetuo di quel patrimonio contro eventuali pericoli esterni.

Del resto, già dieci anni prima, una testimonianza letteraria che ci parla della biblioteca sembra inquadrarla in una cornice cittadina e suggerirci una definizione che potremmo chiamare di opera pubblica: Biondo Flavio, che nel 1451 scrive il celebre passo della sua Italia Illustrata con l’elogio di Malatesta Novello e la menzione della biblioteca, paragonabile alle migliori d’Italia, di cui ornava la città (il convento non è ricordato), fa seguire subito il ricordo dell’ospedale suntuosissimo, delle mura, del ponte.

Il Comune dal canto suo deve essere stato non meno abile, saggio ed accorto del fondatore. Dopo la morte di Malatesta Novello (20 novembre 1465), quando Paolo II emana nel gennaio dell’anno seguente la bolla relativa all’amministrazione della città nella nuova situazione di diritto pubblico che si era formata, troviamo in essa le disposizioni sulla inamovibilità della biblioteca e sulla intangibilità dei lasciti del principe ad essa e allo Studio del convento, rafforzate dalla sanzione della scomunica contro gli asportatori di libri. Ora a noi non importano tanto queste disposizioni pontificie quanto il fatto, attestato dal documento stesso, che esse erano dovute all’iniziativa dei rappresentanti della città.

Da allora in poi le notizie che ci sono giunte ci permettono di seguire senza notevoli soluzioni di continuità la linea storica di questa vigile e operosa soprintendenza comunale. É il Comune che nomina il custode o bibliotecario, scegliendolo tra i più capaci e colti del convento, ma una volta anche fuori di esso nella persona di un notaio, una volta anche sostituendo uno dei frati che era apparso immeritevole e inabile al compito affidategli; è il Comune che fa le consegne ai custodi e provvede di tempo in tempo alla rinnovazione degli inventari (uno di quelli pervenutici, dell’anno 1545, fu fatto appunto in occasione di una consegna); che provvede allo stipendio dei custodi, alle spese di manutenzione, ai lavori necessari all’edificio; che delibera con gelosa severità e con cautele persino eccessive sulle richieste di prestito di libri. Se facciamo confronti con altre biblioteche analoghe che non godettero di una situazione così particolare, dobbiamo vedere in questa meticolosa cura degli organi comunali la causa prima della straordinaria e provvidenziale conservazione dell’edificio, dell’arredamento, del patrimonio librario. Solo le legature, come è naturale, hanno pagato il loro tributo all’usura del tempo, e sono state in parte sostituite, in tempi diversi. Ma che su circa 300 codici, per contare solo quelli che facevano parte della biblioteca nel Quattrocento, sia possibile accertare, nel corso di cinque secoli, la perdita di soli 4 o 5, è fatto assolutamente eccezionale, starei per dire unico, nella storia delle biblioteche.

La situazione che segnò fino dalle origini i rapporti tra il Convento e il Comune e che, se anche da principio, come io credo, fu solo di fatto, divenne, almeno dal 1466, di diritto, proseguì dunque il suo cammino nel tempo, rivelandosi continuamente adeguata a quei rapporti ed efficiente allo scopo, per quasi tre secoli e mezzo, finché i rivolgimenti della fine del secolo XVIII, con la soppressione del convento, portarono la biblioteca nella piena proprietà del Comune: di un ente, dunque, che nel nostro caso era preparato da una esperienza secolare ad accogliere una così nobile eredità con la piena consapevolezza del suo grande valore e dei doveri che esso imponeva. Lo si vide subito nelle critiche vicende di quegli anni, che ebbero la loro ripercussione anche sulla biblioteca; allora la bella nave, di cui parla con leggiadra immagine il manifesto pubblicato oggi dal Comune, fu squassata dalla tempesta, ma per l’efficienza della tradizione e l’abnegazione e la capacità di alcuni benemeriti cittadini, quali mons. Niccolò della Massa Masini, Pier Vittorio Aldini, Serafino Zanotti, poté evitare il naufragio e riprendere la sua rotta pacifica. Restituita alla sua sede nel 1804, vide in quegli anni un rifiorire intorno a lei di interesse cittadino e allargarsi fino al popolo la consapevolezza della gloria che essa rappresenta per la città, particolarmente nel 1812, quando la traslazione dei resti di Malatesta Novello dalla soppressa chiesa di S. Francesco all’aula stessa della biblioteca, sebbene adulatoriamente abbinata alla festa dell’imperatore, assunse il carattere di una apoteosi del fondatore.

Un gruppo di documenti e di libri esposti nella Mostra documenta la vita e l’attività di alcuni bibliotecari, dal più antico, frate Francesco da Figline, a uno di ieri che ha aggiunto a queste mura una memoria luminosa e gloriosa: Renato Serra. Dei vecchi, del tempo dei Minori Conventuali, deve essere ricordato con gratitudine il padre Muccioli, già lettore nello Studio del convento e autore di quel primo ampio catalogo a stampa della Malatestiana pubblicato in un momento felice della cultura cittadina col favore del concittadino Pio VI, che ha reso preziosi servigi agli studi, anche se rimane molto al di sotto del monumentale modello che aveva dato all’Italia e all’Europa il Bandini col suo catalogo della Laurenziana. Tra quelli del periodo più propriamente comunale, la degna figura di un frate irlandese, cesenate di adozione, l’agostiniano Giovanni Cooke, che una scrittrice di Dublino, Lady Morgan, incontrò qui con viva sorpresa nel 1820, lasciandone nella descrizione del suo viaggio in Italia un affascinante ritratto.

Un altro gruppo di documenti e di libri, forse ancora più interessante, illustra, attraverso una serie di inventari parziali o completi e di informazioni erudite, da Fabio Vigile intorno al 1510 a Federico Blume nel 1823, quella tradizione dei viaggi eruditi o itinera lìtteraria, che costituisce uno dei caratteristici aspetti dell’erudizione europea dei secoli scorsi. La Malatestiana, come tante altre biblioteche, era passata, a soli pochi decenni dalla sua fondazione, in conseguenza della rivoluzione libraria prodotta dalla diffusione della stampa, dalla condizione di biblioteca di uso a quella di biblioteca di conservazione e di studio retrospettivo; ma se per questa via venne meno, né poteva essere diversamente, la funzione culturale che aveva alle sue origini, fu grazie a quegli inventari e notizie che essa poté entrare nel circolo degli studi filologici fin dal secolo XVI, e giovare alle indagini degli studiosi che hanno ricercato i suoi codici, da Paolo Manuzio che nel 1537 si seppellì per lungo tempo nella Malatestiana, come gli scriveva scherzevolmente Annibal Caro, ai grandi dotti ecclesiastici del Cinquecento, tra cui un Giberti, un Cervini, che sollecitarono il prestito di suoi codici specialmente greci, fino a Luca Holstenio che, accompagnando a Roma Cristina di Svezia, si fermò con la regina a Cesena, ebbe alloggio presso i Conventuali, e di prima mattina perlustrò la biblioteca annotando nel suo diario acute osservazioni sui codici greci; fino a Teodoro Mommsen che ripetutamente fu qui a indagare i manoscritti di Isidoro, di Prospero e di Cassiodoro o ne consultò per lettera il bibliotecario Adriano Piccolomini, e a John Willis Clark che per la prima volta la inserì nel luogo particolare che le spetta nella storia delle biblioteche medioevali.

La storia della formazione del patrimonio librario della Malatestiana è il tema della seconda grande sezione in cui si divide la nostra Mostra, che intende solo accennare, con una scelta ristretta di codici di maggiore interesse, importanza di questo aspetto della biblioteca e delle indagini, fin qui appena iniziate perché limitate agli elementi di più facile accertamento, che questo argomento richiede. Per una necessità occasionale, quella appunto della preparazione della Mostra, ho avuto modo, a distanza di molti anni, di ripercorrere rapidamente, in tre giorni, l’intero materiale della biblioteca: esperienza eccezionale e avventura indimenticabile per uno studioso e un bibliotecario, che particolarmente si occupi di fortune di codici e di storia di biblioteche, che mi ha dato modo di fissare alcune osservazioni preziose e suggestive, di impostare ricerche future, di scorgere più chiaramente che i codici malatestiani sono ben lontani dall’aver rivelato tutti i loro segreti, e riserbano agli studiosi un fruttuoso campo di ricerca.

Abbiamo lasciato da parte completamente le aggiunte posteriori al Quattrocento, sebbene di qualche interesse per la storia della cultura cittadina, per i numerosi doni di dotti e colti cesenati e per l’ingenua inserzione delle opere, anche a stampa, degli scrittori locali, quasi a consacrarne la fama. Esse non hanno aggiunto alcuna linea essenziale al carattere della biblioteca ma se mai ne hanno un poco snaturato quello originario. Prescindendo dunque da queste tarde aggiunte, le tre linee direttrici intorno alle quali si è configurato il nucleo librario della Malatestiana sono, come è ben noto, l’originario fondo conventuale, il ricco gruppo dei codici fatti scrivere o acquistati da Malatesta Novello, il lascito della raccolta del medico riminese Giovanni di Marco. Di ognuno di essi è necessario dire qualcosa.

Il fondo conventuale, probabilmente formato nel suo complesso già nel Trecento, è costituito in gran parte da codici dei secoli XIII e XIV, sebbene non privo di manoscritti più antichi; vi prevalgono naturalmente codici di esegesi biblica, di teologia e filosofia, assai meno vi ha parte il diritto. Si presenta come il più arduo a chi cerchi di illuminarne la formazione, pure vi ho potuto intravedere alcuni nuclei di provenienza del massimo interesse culturale, dei quali non si era mai parlato fino ad oggi, ad esempio un gruppo di codici di probabile origine inglese, e un gruppo di manoscritti filosofici appartenuti a una importante collezione privata di un medico veronese della prima metà del Quattrocento.

Il fondo malatestiano, che è il più numeroso, e che la Mostra documenta più largamente, con il rilievo richiesto dall’occasione presente, ci porta in tutt’altro clima bibliografico e spirituale: con la fioritura rapidissima dell’umanesimo, è in atto una trasformazione profonda dei canoni bibliografici e della consistenza libraria delle raccolte, che assume anche un vivacissimo aspetto esteriore per la corrispondente mutazione delle forme esterne del libro. Anche qui, come generalmente in ogni biblioteca umanistica, prevalgono i codici nuovi appositamente prodotti su quelli antichi acquistati. Ma sono da ritenere acquistati da Malatesta Novello, e sono per lo più antichi, almeno i codici greci ed ebraici (tra i greci primeggiano alcuni importanti codici patristici); e non vi sono positive ragioni di negare fede alla tradizione che ancora alla fine del Cinquecento poteva essere giunta a Niccolò II Masini da fonte attendibile, secondo la quale un carico di manoscritti greci, acquistati in Oriente da Malatesta Novello, sarebbe andato perduto in un naufragio e avrebbe costretto a ridurre la lunghezza dell’edificio (particolare che è stato confermato da resti di fondazioni).

Nella Mostra gli acquisti di codici greci ed ebraici sono documentati da una piccola scelta. Ad essi abbiamo aggiunto, unico esempio di un codice che era presso i Malatesti prima di Malatesta Novello, un bel manoscritto miniato del primo Quattrocento scritto per suo zio Malatesta, il Rusio, Liber marescalciae; e inoltre per intero, in quanto ho potuto per la prima volta tentare di individuarli, il gruppo dei pochissimi codici contemporanei o donati a Malatesta Novello o da lui commessi fuori di Cesena, insomma estranei allo scrittorio malatestiano, che costituiscono una interessante e gradita eccezione in mezzo al gran numero degli altri, e illustrano la scrittura e la miniatura di altri centri, quali Bologna e Roma.

Ma questi speciali gruppi malatestiani minori quasi compaiono di fronte al numero, alla compattezza di produzione, al grandioso rilievo artistico della miniatura, ma anche della scrittura e legatura, dei codici scritti qui a Cesena, taluno anche in altre città malatestiane vicine, per Malatesta Novello e per la biblioteca, quasi tutti segnati delle sue armi, molti sottoscritti, anche se non sempre datati, dai copisti, alcuni pochi anche firmati o documentati nella decorazione miniata. Oltre cento codici prodotti in un ventennio in un piccolo centro, e codici come questi, di grande dimensione e di lusso, tutti su pergamena, quasi tutti decorati con larghezza principesca, tutti accuratamente legati, costituiscono un nucleo di interesse bibliografico assolutamente inconsueto e prezioso.

La Mostra di manoscritti che la Malatestiana è solita offrire, più o meno variando, ai suoi visitatori, ha reso noti largamente gli aspetti piuttosto complessi e caratteristici della miniatura di questo gruppo. Ma questa volta, ai fini particolari che ci siamo proposti, di illustrare la formazione della biblioteca, il criterio di scelta e di ordinamento ha dovuto essere rovesciato, il punto di partenza cercato non nella miniatura ma nella prima ed essenziale attività dello scrittorio, ossia nei copisti. Naturalmente, potendo scegliere tra tanta ricchezza, si è tenuto conto adeguatamente delle miniature, ne credo che manchi alla Mostra nessuno dei codici più belli; ma essi sono stati ordinati a illustrare prima di tutto la produzione dei copisti, a cominciare dai più importanti, Iacopo da Pergola, l’operosissimo Giovanni di Antonio da Spinalo, frate Francesco da Figline, che sono per anni e decenni legati all’impresa di Malatesta Novello, e continuando con i codici scritti da alcuni copisti italiani e germanici di più occasionale presenza. Ma un piccolo luogo a parte è stato dato anche direttamente alla miniatura, e a un minimo saggio delle legature, principalmente a porre in rilievo quei due soli miniatori ai quali possiamo dare un nome: Taddeo Crivelli, che miniò a Ferrara un codice di S. Agostino scritto a Cesena da Giovanni da Spinalo, come è documentato in modo caratteristico dal libro dei conti dello stesso miniatore conservato nell’Archivio di Stato di Modena; e accanto a lui un altro artista, fantasioso e geniale decoratore, che ha ornato parecchi codici malatestiani e in due casi li ha segnati della sua sigla tuttora in esplicata, F. Z.

Il contenuto di questi codici rappresenta mirabilmente i motivi essenziali della cultura dell’umanesimo, integrando il fondo prevalentemente medioevale della biblioteca del convento con l’apporto del suo foltissimo gruppo di classici latini e di quello non meno grandioso dei padri della Chiesa, tra i quali Agostino e Girolamo spiccano con un loro particolare e quasi monumentale rilievo librario.

Sorprendente, tra i classici latini, la scarsezza di poeti, tale che anche alcuni dei maggiori o mancano affatto alla Malatestiana o sono rappresentati solo da codici antichi dei due nuclei non malatestiani: è un tratto caratteristico, che può riflettere tendenze e gusti personali di Malatesta Novello, e ricevere luce dalla testimonianza di Biondo Flavio, che lo descrive "literis, praesertim historia, ornatissimus".

La letteratura umanistica vera e propria, largamente rappresentata dalle traduzioni di testi greci, è invece quasi assente in quanto produzione originale, se si tolga qualche codice del Boccaccio latino, del Polenton, del Filelfo. E anche questo è un aspetto caratteristico e importante, a mio avviso, dell’intendimento di Malatesta Novello, che volle una biblioteca solidamente inquadrata in un piano organico tutto di sostanza, e deve aver riservato, come io credo, la contemporanea produzione umanistica alla sua raccolta privata, che solo in minima parte ci è pervenuta.

Così si spiega il fatto che quasi tutte le opere a lui stesso dedicate da umanisti contemporanei, ad eccezione del Filelfo, siano assenti dalla Malatestiana. Ad esse abbiamo riservato una illustrazione particolare in altra sede, della prima sezione della Mostra: si tratta quasi unicamente di codici (o fotografie di codici) di altre biblioteche, tra i quali trionfa il grandioso manoscritto, posseduto dalla Biblioteca Estense, degli Antiquitatum fragmenta di Giovanni Marcanova, il medico e antiquario padovano legato da numerosi rapporti a Cesena e a Malatesta Novello.

Nella prima sezione della Mostra, accanto alle serie documentarie e iconografiche che illustrano la biografia di Malatesta Novello e di Violante (ricorderò almeno il testamento originale di lui, finora quasi sconosciuto), sono anche presentati documenti e manoscritti che illustrano l’attività personale, io giungerei a dire di direzione dello scrittorio, svolta da Malatesta Novello, non solo per la trascrizione dei codici ma anche per la loro revisione.

Sono principalmente documenti del suo carteggio coi Medici, con gli Estensi, con Francesco Sforza, ai quali chiede, o anche ricambia, il prestito di testi da trascrivere: documenti preziosi dal punto di vista bibliografico perché servono alla datazione dei manoscritti, ma ancor più da quello filologico, in quanto gli scambi dello scrittorio cesenate con quelle celebri biblioteche signorili forniscono valide testimonianze per la genealogia dei manoscritti. E’ tra essi la lettera a Cosimo del 1464, con le memorande parole: "acciocché per favore et adiutorio de la Magnificentia Vostra io possa far questa mia libraria omni dì più copiosa de libri".

E veramente con queste cure continue durate tutta la non lunga vita egli la rese "omni dì più copiosa de libri", con l’aiuto di quegli esperti collaboratori che furono per lui i due copisti rimasti per tanti anni al suo servizio e più ancora del suo cappellano, che fu anche il primo bibliotecario, "qui regit et gubernat libros predictos", come si esprime un documento comunale del 1461, frate Francesco da Figline, valoroso copista anche lui, di bella scrittura umanistica, e certo uomo di perizia bibliografica e di cultura. Il suo nome è noto agli studiosi; qualche cosa di più possiamo oggi dire di lui, ad esempio accertare la sua presenza nel convento di Cesena dal 1439 al 1471. Ma mi sembra che al di là di questi particolari di ricerca documentaria sia giunto il momento di inserirlo nella storia della Malatestiana col volto e nella luce che gli spettano: giacché tutto porta a ritenere che nell’attività di questo modesto frate si nasconda una personalità culturale notevole, che egli sia stato il tramite dei rapporti tra il convento e il principe e il suo primo collaboratore, forse anche il suo ispiratore nella magnanima impresa.

In tutt’altra temperie intellettuale, nella rigida tradizione scientifica medioevale, con appena qualche sentore di classicismo umanistico, ci riporta il grande nucleo dei codici già posseduti da Giovanni di Marco, da lui lasciati per testamento nel 1474 alla biblioteca del convento cesenate. Qui ancora, come nei codici del gruppo conventuale, prevalgono i manoscritti vecchi da lui acquistati, dei secoli XIII-XV, con qualcuno più antico; ma vi è anche qualche testo classico di aspetto umanistico fatto scrivere da lui stesso. Importa notare il carattere specializzato, in gran parte di medicina, che impronta la sua collezione, dalla quale la Malatestiana ha ricevuto un altro dei suoi caratteri più salienti. L’inventario della sua raccolta registrava alla sua morte 120 codici; poiché circa un terzo di essi non si ritrova nella Malatestiana, e mi sembra impossibile pensare a perdite, mi sono convinto che, quando essi vi entrarono, una parte, quelli che risultarono duplicati o forse anche furono ritenuti meno utili, siano stati venduti per provvedere col ricavato a nuovi acquisti.

Anche questo generoso donatore deve essere ricordato tra i maggiori benemeriti della biblioteca. Riminese, egli avrebbe potuto legare il suo nome e i suoi libri a una biblioteca della sua città, ma era stato medico di Malatesta Novello, beneficato da lui in vita e nel testamento, e volle beneficare egli stesso la biblioteca che era l’eredità spirituale del suo signore. Il suo dono è indirettamente, come una eco, ancora dovuto a Malatesta Novello; forse anche, si potrebbe pensare, a un suo suggerimento o desiderio.

Con ciò che ho detto fin qui, abusando della vostra pazienza, penso di avere illustrato sufficientemente la Mostra che tra poco sarà inaugurata o almeno preparato non inutilmente chi la visiterà. Ad essa ho lavorato con piacere, come naturalmente mi portavano a fare i miei studi antichi e recenti sulla storia della Malatestiana e della sua formazione. La Mostra avrebbe dovuto essere realizzata, come è ovvio, dal Direttore della Biblioteca, il mio collega ed amico Alfredo Vantadori, col quale avrei collaborato volentieri in quel che potevo. E’ accaduto invece il contrario: le sue condizioni di salute, che lo hanno tenuto durante lunghi mesi di quest’anno lontano dall’ufficio, gli hanno anche impedito in questo periodo di tempo una collaborazione più diretta ai lavori predisposti dal Comitato Ordinatore per la celebrazione del Centenario, e imposto a me il dovere di sostituirlo.

É per questo che, come spetta a me la responsabilità della direzione della Mostra così anche il dovere di ringraziare quanti hanno avuto parte nella sua realizzazione. Anzitutto l’avv. Fabbri, Sindaco e Presidente del Comitato, che così degnamente rappresenta questa città e sente l’onore e l’onere della sua nobilissima tradizione culturale; i membri tutti del Comitato; il collega Vantadori che pur nelle circostanze che ho detto ci è stato ugualmente vicino col suo consiglio e la sua collaborazione; il dott. Pedrelli, segretario amministrativo del Comitato; il dott. Domeniconi, sul quale è ricaduta la maggiore fatica e che si è prodigato con tutte le sue forze; il capo dell’Ufficio Tecnico Comunale ing. Tellerini; il personale tutto della Biblioteca; i bravissimi operai. Agli amici Pedrelli e Domeniconi devo anche un ringraziamento particolare per la pazienza con cui hanno sopportato la pressione pesante delle mie esigenze e facilitato in ogni maniera il mio compito, tutt’altro che facile per la lontananza, che solo per pochi giorni saltuari mi ha permesso di lavorare sul posto.

Anche a nome del Comitato ringrazio infine i dirigenti degli Istituti che hanno concesso alla Mostra documenti e manoscritti, anzitutto i Direttori degli Archivi di Stato di Firenze, Siena, Modena e Forlì, e con essi la Giunta Centrale per gli Archivi di Stato, presieduta dal sen. Casati, che ci ha dato il suo necessario consenso; i Direttori della Biblioteca Estense, signorina Emma Coen Pirani, che ci ha inviato una gemma di questa Mostra, il codice del Marcanova, della Laurenziana, signorina Teresa Lodi, dell’Archiginnasio, dott. Serra Zanetti, e il comm. De Marinis.

Sulla copertina del libro dei conti del miniatore Taddeo Crivelli, esposto nella Mostra, ho letto queste parole: "Amore con fede". Fede e amore hanno sorretto anche la nostra fatica, fede nella tradizione e continuità della cultura, che tanto più necessaria e preziosa alla vita appare ogni volta che se ne seguono le tracce nel passato, amore per questa biblioteca in qualche modo e aspetto unica, che in me è vivo da quasi trent’anni, da quando nelle aule di questo Liceo sono stato scolaro di Manlio Dazzi, allora Direttore della Malatestiana, che oggi salutiamo affettuosamente tra noi. A lui è dovuta una memorabile impresa di quegli anni, il restauro dell’aula della Malatestiana: restauro semplicissimo, che con il solo scrostamento dei muri, la pulitura dei plutei, il ripristino dei vetri delle finestrine, ci ha dato di rivederla nel colore e nella luce del Quattrocento, popolata delle voci illustri o oscure di uomini e donne di quella età, che ci parlano ancora dalle loro scritture graffite sull’intonaco e sul legno dei banchi. Accanto a lui ricorderò un amico scomparso, l’architetto Amilcare Zavatti, indimenticabile e singolare figura di studioso e di artista, conoscitore impareggiabile della topografia e dei monumenti di Cesena, e in primo luogo di questa Malatestiana. E non posso dimenticare che un illustre bibliotecario, il decano dei bibliotecari italiani, Domenico Fava, al tempo della sua soprintendenza seguì benevolmente i miei inizi di studioso e volle illustrate da me, nel grande volume dedicato alle biblioteche dell’Emilia e Romagna, le biblioteche della provincia di Forlì.

A questi maestri ed amici di quegli anni lontani, e ad Alfredo Vantadori, a cui diedi io qui il benvenuto nel 1927, e al comune amore per la Malatestiana, debbo quel poco che ho fatto e quello che spero di fare per la sua storia. Ma è per me oggi motivo di grande compiacimento vedere questo amore passato nei miei nuovi amici di Cesena, scoprire in essi quei sentimenti di delicato e trepido attaccamento alla Malatestiana dei quali sono pieni cinque secoli di storia culturale di questa città: gli stessi sentimenti che dettavano a un consigliere comunale del 1518, Brunone Mazzoni, l’appellativo della biblioteca quale pietra preziosa di questa nostra città, "lapidem pretiosum huius nostrae civitatis", come traduceva nel suo bonario latino il cancelliere del tempo; e a un frate bibliotecario del Seicento, Pietro Foschi, l’altra espressione non meno incantevole "gioia e tesoro di questa città". Con una tale tradizione, non fa meraviglia che la Malatestiana sia giunta fino a noi così invidiabilmente fresca e intatta quale la vediamo e l’amiamo. Che tale rimanga nei secoli è certo il voto e il sentimento più profondo di quanti sono oggi qui convenuti con la persona o con l’intenzione a onorare la sua origine e il suo fondatore.



Discorso tenuto a Cesena nell’aula magna del Liceo Classico "Vincenzo Monti" il 21 dicembre 1952, a presentazione della Mostra Storica della Biblioteca Malatestiana, aprendosi il ciclo delle manifestazioni celebrative del Quinto Centenario della Biblioteca, che si svolgono sotto l’Alto Patronato di Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica. La Mostra fu inaugurata dal sen. Carlo Vischia, Sottosegretario di Stato della Pubblica Istruzione, in rappresentanza del Governo, alla presenza del dott. Guido Arcamone, Direttore Generale delle Accademie e Biblioteche.


   
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