Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

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Guido Billanovich

Il codice Malatestiano S.XII.6 e Polenton


in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 339-345

Poco meno di quindici anni fa Augusto Campana – maestro e amico carissimo, animatore confidente e saggio, sempre, di alcune avventure filologiche che ebbi la fortuna grandissima di affrontare, per così dire, sotto il suo auspicio, più che mai "haud passibus aequis" nella esuberanza povera e tanto spesso incontrollata dei miei entusiasmi di "tiro rudis" – volle invitarmi due giorni a Santarcangelo di Romagna, uno di preparazione nella sua casa, Muccioli (1) e Zazzeri (2) tra le mani, uno di esercitazione qui, dentro queste sacre mura, a lui estremamente familiari: per farmi vedere, diceva, due cose che avrebbero certo destato il mio interesse. Fu così che mi presentò dapprima il Malatestiano S.VII.4 per una nota emptionis ove si accenna a "magistrum Petrum de Abano", della quale mi sono solo recentemente occupato (3), poi il codice S.XII.6, appunto, mettendomelo davanti e lasciandomi manifestare le mie impressioni, precisiamo subito puramente paleografiche, a quel primo incontro ed esame superficiale nell'alone e nell'incanto dell'inscriptio famosa "Liber Francisci Petrarce laureati". Questo l'antefatto: per la storia, ma ben più per l'affetto e il debito che mi legano a Campana, cioè per la vita, ben al di là dunque della mia persona. Ripercorriamo perciò ora il cammino allora quasi solo d'impulso, epidermicamente avviato: a sostegno e a conferma di una ipotesi formulata in quel giorno lontano.

Il nome che subito mi si affacciò allora fu quello di un personaggio più che mai presente, anzi protagonista nella vita pubblica e culturale padovana della prima metà del Quattrocento: il notaio, poi cancelliere, Sicco Polenton, l'umanista autore degli Scriptorum illustrium Latinae linguae libri XVIII, una fatica immensa e meritoria nelle sue due redazioni, che gli durò venticinque anni, come lui stesso afferma cicalando a modo suo fin troppo trionfalmente:

"Pelagus quidem ingens ac procellosum. Neque vero die navigavi una, sed post annos quinque ac viginti maximo cum labore ac sepenumero sudore, tandem ad portum veni. Age, provinciam, ut dici solet, et arduam et magnam sumsi"! (4)

Col Polenton ero in realtà stato, e lo sono da tanti anni ormai, in grande dimestichezza, pronto anzi a difenderlo, come mi auguro di poter fare presto, per lo stile di quel suo latino, a volte indubbiamente irsuto, di fronte agli attacchi aspri e all'ironia qui invero infelicissima di Francesco Novati nella sua ben nota polemica sui Mussati contro l'acidità irosa e troppe volte decisamente provinciale di Andrea Gloria. Amo tornare in questo momento a un ricordo universitario di Concetto Marchesi, quando, mentre s'accalorava un giorno nel presentarci la figura di uno dei suoi autori prediletti, S. Girolamo, s'arrestò un attimo improvvisamente, come soleva fare spesso, chiosando tra sé: "Già, questo santo che ha bisogno d'esser difeso da un tizzone d'inferno!".

Subito "Theos" in alto, in lettere latine, e il titolo "Somnium Sipionis" a foglio di guardia Ir sembrano tradire la mano di Sicco: in particolare la s finale di "Theos" e di "Sipionis", pur se ben lontana dall'evolversi ultimo suo più caratteristico quale benissimo colto e rivelato dallo Ullman (5).

Ai ff. lr-4v, dopo un Prologo o accessus a Macrobio (inc. Macrobius ormicretes, hoc est sompniorum iudex vel interpres, expl. Qui ut multis auctor fuit in scribendo hoc libello") è il Somnium Scipionis, cioè il libro VI del De republica di Cicerone. Ai ff. 5r-10v seguono le Periochae a Omero, Iliade e Odissea, attribuite ad Ausonio. Di questi testi e di queste pagine si occupa qui mio fratello. La scrittura è una gotica libraria o littera formata (così Emanuele Casamassima nella scheda sul codice conservata alla Malatestiana), molto probabilmente della fine del secolo XIV (più che, genericamente, "del sec. XIV", come affermano il Muccioli (6) e lo Zazzeri (7) e come ripetono il Nolhac (8), il Marchesi (9) e il Casamassima (10)).

Quanto al Prologo a Macrobio, definito dallo Zazzeri "Incerti Auctoris" (11), è prudente, e non solo prudente, ma doveroso mantenerlo ancora nel suo limbo (altro termine caro al Marchesi) scolastico-medioevale: basti pensare a quell'"ormicretes [gr. `ουειςοχςίτηs], hoc est sompniorum iudex vel interpres". Ma non è possibile non precisare che nella seconda redazione degli Scriptorum illustrium Latinae linguae libri XVIII (la prima non giunge a Macrobio) il Polenton dimostra chiaramente di conoscere questo Prologo. Ecco i testi dell'anonimo e di Sicco posti a confronto:


Malatestiano S.XII.6, f. Irab

 

Polenton, Scriptorum, XVIII 513, ll. 21-26

predictus vir singulatim discutiens hunc librum co[m]posuit. In quo diligenter ad Eustachium filium disseruit de natura anime viciisque ac virtutibus, de diversitatibus etiam ac nominibus so[m]pniorum. Nec non et de natura numerorum et divisione. De syderibus quoque et stellis. De numero et magnitudine celestium circulorum. De positione ac magnitudine celi et terre. De magnitudine et defectu necnon et cursu solis et lune. De VIIem planetis et armonia celi... Qui ut multis auctor fuit in scribendo hoc libello.

Scripsit in eum Ciceronis librum qui habetur de Re Publica sextus. Vulgo liber hic Scipionis Somnium appellatur. Multa hunc in librum scribens Macrobius de natura, de viciis, de virtutibus animi, multa de causa, de origine, de varietate somniorum, multa de qualitate sidereum, multa de armonia caeli diseruit.


A f. 2r colpisce la C iniziale miniata del Somnium Scipionis ciceroniano con all'interno il ritratto indubbiamente di Macrobio (l'inscriptio sopra dice infatti: "Somnium Scipionis Publii Affricani iunioris excerptum ex VI° libro de De re publica Marci Tullii Ciceronis super quod Ambrosius Macrobius fuit comentatus". Il ricordo mio vola qui subito ad un analogo, molto molto simile, ritratto – per l'atteggiamento del personaggio con l'indice rivolto verso destra, cioè verso l'inizio dell'opera, e per lo stile stesso dell'iniziale: vale a dire il giurista in costume del XV secolo" (12) raffigurato entro la Q iniziale miniata nel ms. Vat. Pal. lat. 1478, il celebre, stupendo manoscritto contenente Cicerone, Orazioni, preparato per Sicco da uno dei suoi copisti e in parte scritto dallo stesso Sicco. Quest'ultimo ritratto lo Ullman, dopo una disquisizione non proprio breve, finisce per riferire, sia pure interrogativamente, all'immagine del Polenton, in alternativa con quella di Antonio Loschi o di Cicerone (13). E lo inserì nella sua edizione delle Vitae di Sicco in una tavola in antiporta a guardare il frontespizio. Chiaramente ci troviamo di fronte a un "dottore", cioè a un professore universitario dell'epoca: con Augusto Campana però non abbiamo esitazioni nel vedervi il ritratto aulico, in pompa magna, di Cicerone, con ermellino e il libro delle sue opere in mano.

Torniamo al Somnium Scipionis nel nostro codice. Il copista aggiunse postille e spiegazioni dei disegni e delle figure miniate (i cieli, Scipione, Massinissa eccetera) a f. 1r metà inferiore e 1v e postille marginali a ff. 2rb e 3rab, ad illustrazione del testo di Cicerone: tutte queste, direi, dall'antigrafo. Non solo, ma intervenne pure qua e là, saltuariamente, di suo, con inchiostro anche diverso, con annotazioni interlineari più che mai povere, proprie di chi affronta per la prima volta un testo coi soli sussidi più banali di un tirocinio scolastico. Questo copista finora non mi è purtroppo riuscito di identificare, come invece speravo, per lo meno nell'ambito degli scribi, che conosco, legati a Sicco. Per quanto si è detto poco fa circa il ritratto di Macrobio non oserei infatti spostarmi, tanto meno di molto, dalla cerchia del Polenton.

Ma ecco la novità importante. A f. 2va direi che è Sicco a postillare marginalmente in corsiva veloce e libera due volte: a Somn. Scip., 2, 4 (12), te senatus, te omnes boni, te socii, te Latini intuebuntur egli richiama: "Idem in Lelio de amicicia per verba Lelli" (14) e a Somn. Scip., 2, 4 (12), si impias propinquorum manus effugeris precisa: "quia uxor sua, que in [sostituito a ex espunto] mortem consensisse dicitur, fuit de familia Gracorum"; e una volta sotto, nell'interlinea, a chiarimento della parola pax del testo ciceroniano (Et pax sit rebus): "id est finis". A proposito di quest'ultima postilla rispetto ad altri esempi preferisco ricordare una lettura con Campana, il 26 maggio 1965, alla lampada al quarzo, in Vaticana, di tre righe in corsiva su rasura al f. 85v del ms. Vat. Pal. lat. 888 con la Vita di Seneca morale edita da Sicco separatamente, in anticipo, rispetto agli altri libri. Quella rasura interessa righe scritte, come altrove nel codice, dalla mano del Polenton stesso per apportare aggiunte e correzioni. E dice nella prima parte così:

"Reliquos autem de quibus dicendum restat libri sequentes habebunt"

Ho davanti agli occhi proprio il foglio sul quale Campana tentò la trascrizione (riscontrai poi a casa che quelle righe già erano state lette e pubblicate e commentate dallo Ullman nella sua edizione delle Vitae) (15). Ebbene, meticolosamente, come sempre, il maestro ebbe cura di "fotografare" con la sua penna, in piena evidenza, i tratti caratteristici di quelle prime due righe: il segno curvo di abbreviazione su "aut" e la s finale, come un indice teso verso l'alto, in "quibus" e in "sequentes". Esattamente di questo tipo (più particolarmente come in "sequentes") è la s di "finis" nella postilla interlineare del nostro codice: che puntualmente mi trascrissi ("f. 2va, 1. 16") al primo esame veloce del manoscritto su un foglietto assieme ad altre, invero poche, cose da ricordare. Di Sicco saranno ancora il segno marginale per "Nota" in questo stesso foglio 2vb e le due maniculae sottostanti.

Nessun intervento invece né del copista né del Polenton nei fogli delle Periochae Homeri attribuite ad Ausonio.

Ai fogli 11r-34v, con uno stacco netto rispetto ai primi dieci fogli, seguono nel codice componimenti di vari autori, scritti da una sola mano, non più a due colonne, ma su linea continua: in cancelleresca o littera bastarda (Casamassima), non però coeva, come afferma il Casamassima (16), né del secolo XV, genericamente, come dicono il Muccioli (17) e lo Zazzeri (18), bensì, col Sabbadini (19) e il Marchesi (20), del principio del secolo XV.

Già mio fratello a un primo esame del manoscritto annotava nella sua scheda: "Credo che il codice sia italiano del nord". Personalmente su quel foglio appena ricordato, ove fissai qualche scarno appunto dal codice quindici anni fa, ebbi subito modo di segnarmi: "da f. 11ra a f. 34v scrittura del Polenton con diversi tipi di grafia. E ora ho motivo di confermare con certezza quella prima istintiva ipotesi.

I componimenti si susseguono in quest'ordine:

ff. 11r-12r, Coluccio Salutati, Declamatio Lucretie ff. 12v-16v, Avogaro da Orgiano, Declamatio con supplica di Verona e consolatoria di Roma a Verona (21)
ff. 17r-19r, Matteo da Orgiano, Lugubris epistula a Corrado del Carretto per l'improvvisa morte del figlio Avogaro: a Genova di peste, il 25 giugno 1406.
Da Alessandria, il 20 luglio 1406 (22)
ff. 19v-23v, Supplica all'imperatore Carlo IV. Da Firenze, il 5 novembre
ff. 24v-25r, pseudo Cicerone, De optimo genere oratorum. Anepigrafo
ff. 25v-29r, Cicerone, Academica posteriora. Incompleti, come nella tradizione, e anepigrafi
ff. 29v-32v bianchi
ff. 33r-34v, Pergama flere volo... Expliciunt carmina de destructione Troie

A differenza della prima questa seconda sezione del codice presenta solo iniziali colorate in rosso o blu: cioè essa appare frettolosa e povera e in generale priva di note.

Un discorso a parte meritano le due operette ciceroniane. Per il De optimo genere oratorum, assai diffuso allora, è bene precisare che il Polenton nell'Epistola XIII a Leonardo Bruni, da Padova, il 13 dicembre 1419 dice:

"Eramus hiis diebus plerique, qui, veluti eloquentie amatores decet, de scriptis Ciceronis loqueremur, tum quesitum est, quisnam esset is liber, qui Orator minor a Tullio inscriptus fertur. Fuit qui opinaretur Oratorem minorem vocari fragmentum illud, quod incipit: "Oratorum genera esse dicuntur tanquam poetarum etc.", sed illud nequaquam commentarium est, sed prefatio quedam, qua Tullius sit usus, cum de greco in latinum versurus esset orationes illas egregias Demosthenis et Eschinis (23)".

Per gli Academica posteriora ricordiamo che il Sabbadini li giudica: "Rarissimi. Li conobbero Riccardo di Fournival nel sec. XIII, il florilegista del 1329, il Petrarca, Guarino sin dal 1412. Anepigrafi nel cod. Malatestiano XII sin. 6 (f. 25v) del principio del sec. XV. Copiati da Gio. Aretino, riscoperti a Milano dai Decembri nel 1426 e posseduti dal Barbavara" (24). Ma occorrerà aggiungere, per il progresso degli studi, Barbato da Sulmona e qualche altro, per cui possiamo in ogni modo considerarli almeno rari. Su quest'opera incompleta, nella sua seconda redazione delle Vitae (nella prima non si arriva a Cicerone) Sicco si esprime così:

"Alios quidem de Academia libros (hi fuerunt quattuor) edidit. M. Varronem in his, quamquam viventium neminem usquam nominare suis in dialogis statuisset, loquentem induxit. His namque in libris, quasi Cicerone et Attico audientibus, disputat Varro quibus auctoribus philosophia, quae uno est fonte nata, sit plura et varia in genera ac duabus in Academiis distributa quodque genus philosophandi sit constans ac elegans et huius modi multa quae ab Antiocho, Graeco quidem ac docto philosopho, de Academia didicisset (25)".

É da rilevare che in questi fogli ciceroniani la scrittura del Polenton è più corsiva e sciolta e dimessa, rispetto alla compostezza e chiarezza di grafia dei fogli precedenti. Inoltre a f. 25r, ultima riga (qui iniziale) e a f. 27r, ultima riga ("existimabat" finale) le lettere q e b rispettivamente si abbassano o si alzano vistosamente sul rigo denunciando, direi, abitudini cancelleresche di notaio. E ancora: in questi soli fogli fa più volte la sua comparsa il nesso carolino per et, che mi par di poter affermare (ma un controllo preciso sarà d'obbligo) non essere frequente nelle scritture di Sicco meno elaborate come queste. É ad ogni modo un avvio, per semplice e normale che sia, sulla via dell'umanistica.

Dopo qualche foglio bianco, come si è detto, il codice si chiude con il Carmen de destructione Troie. La grafia nitida di questi versi rappresenta il punto di arrivo della scrittura di Sicco nel manoscritto con un evolversi chiaro nella direzione indicata dallo Ullman (26), anche se ancora distante dalle sue manifestazioni finali più preziose ed elaborate. Ma si esamini in particolare l's finale a riccio, tanto caratteristica nel Polenton, qui ormai quasi perfetta, di cui già si è accennato (27). E così la e finale ad uncino calligrafico (28). Mi limito per ora a questi appunti essenziali.

Per concludere, un rilievo importante. Nessun dittongo, neppure aggiunto posteriormente, è in tutti questi fogli (11r-34v) dovuti alla penna di Sicco. Mentre è noto che nella redazione seconda, autografa, delle sue Vitae, scoperta e mirabilmente analizzata dallo Ullman, il ms. Vat. Ottob. lat. 1915, il Polenton provvide a inserire con cura in un secondo tempo (anche se qualcuno inevitabilmente gli sfuggì) nel suo manoscritto i segni di dittongo, che vi appaiono ora ben distinti ed evidenti per l'inchiostro diverso (29). Questo dal 1433 al 1436 circa, perché la seconda redazione era pronta già prima del 1437.

Pertanto, anche per tale ragione, queste scritture di Sicco nel Malatestiano dovrebbero oscillare intorno al 1420 o appena un po' oltre.

E da Padova dunque, città dei suoi studi universitari (come mi auguro di documentare presto), Giovanni di Marco da Rimini medico a Rimini nel 1440, diventato a Cesena medico di Malatesta Novello nel 1447 proprio l'anno stesso della morte di Sicco Polenton, ebbe a procurarsi quest'altro pezzo della sua preziosa raccolta di manoscritti.



(1) J.M. MUCCIOLUS, Catalogus codicum manuscriptorum Malatestianae Caesenatis Bibliotecae, Caesenae 1780-84, voll. 2.

(2) R. ZAZZERI, Sui codici e libri a stampa della Biblioteca Malatestiana di Cesena, Cesena 1887.

(3) Gu. BILLANOVICH, Copisti, possessori e postillatori trecenteschi del codice Antoniano XVII 370, "Italia medioevale e umanistica", XXVIII, 1985, 292-294: Appunti sulla Nota emptionis nel Malatestiano S. VII.4. Ove è da aggiungere – 292 n. 51 – che la lettura "mei" invece di "magistri" era già in Aristoteles Latinus. Codices descripsit G. LACOMBE in societatem operis adsumptis A. BIRKENMAJER, M. DULONG, AET. FRANCESCHINI, supplementis indicibusque instruxit L. MINIO-PALUELLO. Pars posterior, Cantabrigiae 1955, 897, n° 1296.

(4) Gu. BILLANOVICH, Antichità padovane in nuove testimonianze autografe di Sicco Polenton, in Medioevo e Rinascimento veneto con altri studi in onore di Lino Lazzarini, I, Padova 1979, 295.

(5) SICCONIS POLENTONI Scriptorum illustrium Latinae linguae libri XVIII. Edited by B.L. ULLMAN, American Academy in Rome 1928, XXI e Pl. II b, c, III (interventi autografi di Sicco nel testo e nel margine) e IV-V.

(6) MUCCIOLUS, II, 72.

(7) ZAZZERI, 359.

(8) P. de NOLHAC, Pétrarque et l'humanisme, I, Paris 1907 2 (rist. Paris 1965), 207 n. 2.

(9) C. MARCHESI, Notizie di codici. I. Le Periochae omeriche. II. Manilio. III. Donato, "Rendiconti del Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere", s. II, XLV, 1912, 381, ristampato nei suoi Scritti minori di filologia e letteratura, III, Firenze 1978, 1031.

(10) Scheda alla Malatestiana citata nel testo.

(11) ZAZZERI, 354.

(12) Così lo ULLMAN, L. L'esperta Giordana Mariani Canova, che ringrazio vivamente, mi conferma in tale giudizio, anche se, mi dice, questo secondo ritratto, pure di matrice veneta, è all'evidenza di migliore fattura.

(13) ULLMAN, XLIX-LI e Pl. I.

(14) Cioè a CICERO, De amicitia, 3, 12: "cum senatu dimisso domum reductus ad vesperum est a patribus conscriptis, populo Romano, sociis et Latinis, pridie quam excessit e vita".

(15) SICCONIS POLENTONI Scriptorum, XX.

(16) Scheda alla Malatestiana citata.

(17) MUCCIOLUS, II, 72.

(18) ZAZZERI, 359.

(19) R. SABBADINI, Le scoperte dei codici latini e greci ne' secoli XIV e XV. Nuove ricerche. Edizione anastatica con nuove aggiunte e correzioni a cura di E. GARIN, Firenze 1967, 209 (per il De optimo genere oratorum) e 212-213 (per gli Academica posteriora).

(20) MARCHESI, Scritti minori, 1031.

(21) Per questa Declamatio di Avogaro da Orgiano e per i codici che la contengono rinvio a C.M. MONTI, Una raccolta di "exempla epistolarum". II. Lettere pubbliche e private di ambiente cancelleresco visconteo, "Italia medioevale e umanistica", XXXI, 1988, 157-159 con relativa bibliografia.

(22) Su Matteo da Orgiano vedi L. GARGAN, Il preumanesimo a Vicenza, Treviso e Venezia, in Storia della cultura veneta, 2, Vicenza 1976, 147-149 e ora anche C.M. MONTI, Un carme di Pietro da Parma, "Studi Petrarcheschi", V, 1988, 131-132.

(23) La Catinia, le Orazioni e le Epistole di SICCO POLENTON, umanista trentino del secolo XV, edite ed illustrate da A. SEGARIZZI, Bergamo 1899, 104-105.

(24) SABBADINI, 212-213.

(25) SICCONIS POLENTONI Scriptorum, XVI 457, ll. 19-27.(26) A. CAMPANA, Scritture di umanisti, "Rinascimento", I, 1950, 231: "è raro che chi attende a edizioni di testi umanistici non si imbatta in questioni di autografia; e molto spesso l'esatta posizione e soluzione di tali problemi da luogo a risultati di grande importanza e a sorprendenti semplificazioni dello stemma codicum. Per fare un solo esempio, l'accertamento dell'autografia dell'Ottob. lat. 1915 ha permesso a B.L. Ullman di ridurre alla più semplice soluzione il problema della grossa opera di Sicco Polenton... è doveroso... citare il nome dello Ullman in questa occasione, perché egli è uno dei più sagaci e prudenti indagatori delle scritture dei nostri umanisti".

(27) Vedi soprattutto f. 33r, v. 10: "opes" e varie volte a f. 34r; cfr. con SICCONIS POLENTONI Scriptorum, Pl. II b, c, III (interventi autografi di Sicco) e IV-V (passim).

(28) Vedi ancora f. 33r: e si confronti con SICCONIS POLENTONI Scriptorum, Pl. III (interventi autografi di Sicco) e IV-V (passim).

(29) SICCONIS POLENTONI Scriptorum, XIX-XXIII e Pl. IV-V.


   
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