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Open Catalogue of the Malatestiana Manuscripts |
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L'esame di questo Malatestiano ci mette a contatto con vaste imprese: con il restauro della tradizione ancora arruffata dei carmi e delle epistole di Ausonio e anche con la tradizione dei carmi di Prudenzio; e ci apre la porta della mirabile biblioteca nella cattedrale di Verona. A tutte queste sollecitazioni risponderemo in quest'ora breve solo con accenni tanto rapidi quanto risoluti. Francesco Novati e Pierre de Nolhac mantennero dalla gioventù alla morte, tra Italia e Francia, un cordiale dialogo; che un paziente restauratore ha appena ricomposto: pubblicando e commentando, per fortuna nella serie completa di botta e risposta, le molte lettere che essi si scambiarono (1). Erano nati l'uno e l'altro nel 1859; e non ancora trentenni erano impegnati a fondo in due imprese complementari: Novati a pubblicare e commentare l'epistolario di Coluccio Salutati; e Nolhac, ricalcando le orme vaste di Leopold Delisle, a riconoscere e giudicare i molti libri del Petrarca che erano defluiti dalla libreria dei re di Francia nella Bibliothéque Nationale di Parigi (2). Novati aveva rastrellato con attenzione diuturna notizie sui libri del Petrarca; che risultavano tanto più provvide perché riportavano invece a fondi italiani, pubblici o privati; e le offrì all'amico con rara generosità, in una lettera del 21 dicembre 1888. Nolhac controllò queste notizie, e infine le sistemò nel suo Pétrarque et l'humanisme; provando che erano utili, ma secondarie: perché nessuna conduceva a ricuperare effettivamente libri posseduti e postillati dal Petrarca. Novati segnalò anche il codice Malatestiano che ora stiamo anatomizzando; e che egli aveva individuato sfogliando i cataloghi del vecchio Muccioli e del bonario Zazzeri (3). E su questo codice i due amici subito discussero (4). Meno di un anno dopo riuscì al Nolhac di compiere un indispensabile iter italicum: impresa allora molto più difficile, anche dalla contigua Francia, che per noi beneficiati da facili viaggi e insieme dalle prestazioni molteplici dell'arte fotografica. Già il 26 settembre 1889 egli fiutò a Cesena questo codice; e in quel solo giorno, ma senza risultati, toccò qui altri manoscritti (5). E su questo Malatestiano espresse un giudizio, intessuto più di dubbi che di certezze, nella prima edizione di Pétrarque et l'humanisme (6); e lo mantenne intatto nella seconda. Per fortuna dopo un secolo noi possiamo vedere molto più chiaro del Nolhac e del Novati. Ora mio fratello offre la rivelazione fondamentale: il codice fu posseduto, ampliato, annotato dal padovano egregio Sicco Polenton. Esso, nella sua prima, più antica sezione ci riporta al Petrarca: non con il Somnium Scipionis di Cicerone che la apre (ff. lr-4vb), ma solo con le Periochae dell'Iliade e dell'Odissea attribuite a Ausonio che subito seguono (ff. 5ra-10vb). Le Periochae dell'Iliade e Odissea giacquero sepolte lungamente, in mezzo a opere di Ausonio, in uno dei tanti testi che, sottraendoli al diluvio che infuriò nei secoli tristi VII e VIII, accolse l'arca della salvezza nella cattedrale della fortunata Verona. Questo codice fu lì studiato al principio del Trecento da qualcuno dei rari eletti ammessi allora in quel sacrario: tanto da Benzo d'Alessandria, dotto segretario di Cangrande della Scala, quanto da Giovanni mansionario della cattedrale: il quale - lo ha rivelato, come Socrate per tradizione orale, il precettore di tutti noi Augusto Campana - bene lo descrisse in una nota che aggiunge sul margine dell'autografo della sua Historia imperialis ms. Vaticano Chigiano J VII 259 (f. 119v) (7). Il prezioso codice già era stato trafugato, nei latrocini perpetrati durante il fosco crepuscolo scaligero, come intuì il Sabbadini (8); se non lo incontrò il veronese Guarino quando esplorò le poche ricchezze classiche che rimanevano ancora dopo quel saccheggio presso la cattedrale. Ma restò celato a Verona; e vi generò ancora qualche discendente. E infine arrivò, molto logoro, in mano al dotto veronese e canonico agostiniano Matteo Bosso. Il Bosso ne parlò all'amico Poliziano in una sosta a Firenze; e, tornato in patria, così glielo descrisse: "quod veternosus vix legitur, et atramento subcroceo Longobardoque charactere excriptus est, carie tineaque obesus". Ciò sarà stato scritto in minuscola precarolina - "Langobardo charactere" -: e dunque risultava più o meno affine al ben noto ms. Claudiano veronese CLXIII (15) dell'VIII secolo (CLA, IV n. 516). E nel febbraio 1493, incalzato con molte preghiere e finalmente piegato dall'intercessione di Giovanni Pico della Mirandola, il Bosso mandò l'antico codice al Poliziano a Firenze; dove andò perduto nella dispersione di libri e carte che seguì alla trista morte del Poliziano nel settembre 1494: come ci ha insegnato Carlo Dionisotti (9). Ma il Petrarca ricevette in Provenza, credo nel 1342, da Verona lo splendido dono di quattro codici, miniati sontuosamente (10). In uno, il ms. Parigino lat. 8500, erano stati trascritti - anche se variandone un po' l'ordine - carmi e epistole di Ausonio e carmi di Prudenzio e Paolino da Nola e epistole di Simmaco dal codice vetusto della cattedrale. Le Periochae dell'Iliade e dell'Odissea si salvarono solo in questo archetipo; e ora, perduto l'archetipo, il Parigino del Petrarca risulta il testo superstite più autorevole delle Periochae (ff. 16r-20r). Probabilmente proprio queste Periochae, "homericum illud" e "brevissimum opus", il Petrarca (Var., 2) prometteva nel 1352 a Zanobi da Strada e agli altri amici fiorentini (11). Dal Parigino del Petrarca le Periochae discesero nel Malatestiano. E anche nel Napoletano, ms. Biblioteca Nazionale V E 29-30: dove, come ho indicato molti anni fa (12), Niccolò Loschi, figlio del letterato illustre Antonio, possedette la traduzione in latino che Leonzio Pilato fece dell'Iliade e dell'Odissea (saec. XIV ex.-XV in.), ricavata dal ms. Parigino lat. 78001-2, già del Petrarca, e alla quale un secolo dopo furono aggiunte, in fondo al primo volume, 29, dopo l'Iliade, le Periochae. In testa alle Periochae di Cesena (f. 5ra) il copista segnò in rosso, con la sua scrittura pesante, il titolo Liber Francisci Petrarce laureati. Potremmo essere tratti a ricordare che il Petrarca molto anziano, e infatti con le minute lettere che allora tracciava quando inforcava gli occhiali da presbite, scrisse in testa, in alto al f. Ir, del suo San Paolo, adesso manoscritto senza segnatura nella Biblioteca del Collegio S. Luigi dei Gesuiti a Posillipo: "Liber Francisci Petrarce, qui post obitum eius remaneat penes heredem suum", e scrisse in alto al verso del secondo foglio di guardia dell'Orazio ms. Laurenziano 34, 1, la nota gemella "Liber Francisci Petrarce laureati, qui post obitum eius remaneat penes heredem suum" (13). Cioè egli destinò che il San Paolo e l'Orazio restassero, con altri suoi libri, all'erede Francescuolo da Brossano, marito di sua figlia Francesca. Dunque il copista del Malatestiano riportò una di queste note del Petrarca? No: perchè per fortuna ci è conservato il ms. Parigino lat. 8500 del Petrarca dal quale derivano le Periochae del Malatestiano; e il Parigino non presenta affatto quella nota e d'altronde contiene le Periochae non all'inizio - dove la nota avrebbe dovuto trovare posto -, ma molto più avanti (ff. 16r-20r). Infatti il Parigino non fu tra i libri che il Petrarca destinò alla famiglia; ma entrò nel blocco, molto sostanzioso, che egli cedette al suo ultimo protettore, il signore di Padova Francesco il Vecchio da Carrara, che poi, abbattendo nel 1388 la signoria carrarese, Gian Galeazzo Visconti trasferì nel castello di Pavia e che un secolo dopo, nel 1499, Luigi XII si portò a Blois: come Elisabeth Pellegrin ha magnificamente raccontato (14); e come noi ora raccontiamo più ampiamente e solidamente, presentando nuovi inventari, nuovi documenti e nuovi codici, per la biblioteca dei Visconti e Sforza (15). Il Malatestiano, maneggiato dal padovano Sicco Polenton, nato tra il 1375 e il 1376 e morto nel 1447, accolse le Periochae dal ms. Parigino lat. 8500, prima che passasse nel 1388 a Pavia. E quel copista concluse il Somnium Scipionis di Cicerone con formula analoga a quella con cui subito dopo aprì le Periochae: "Explicit liber de somnio Scipionis" (4vb). Ma dando alle Periochae il titolo Liber Francisci Petrarce laureati egli avrà inteso non che quel testo discendeva da un libro appartenuto al Petrarca, appunto il ms. Parigino lat. 8500 - che d'altronde non da titolo alle Periochae -, ma di attribuire le Periochae allo stesso Petrarca. Dopo gli assaggi superficiali dell'antiquario Novati e del dilettante elegantissimo Nolhac finalmente un filologo si piegò sulle Periochae del Malatestiano. Il nostro maestro - di mio fratello e mio - Concetto Marchesi, pungolato in questa e in altre sue imprese giovanili dal grande suocero Remigio Sabbadini, collazionò le Periochae sul codice Malatestiano. E provò che questo testo è parente strettissimo del Parigino del Petrarca. Ma credette di poter aggiungere che per alcune modifiche le Periochae derivarono nel Malatestiano da un fratello, o cugino, del Parigino (16). Invece l'origine padovana del Malatestiano e il liquido titolo Liber Francisci Petrarce laureati riportano il Malatestiano al Parigino (17). Si comprende che le Periochae dell'Iliade e Odissea lasciate a Padova dal Petrarca abbiano trovato lieta accoglienza nella città che per tradizione millenaria, addirittura dei massimi Virgilio e Livio, vantava origini troiane; dove il patriarca Lovato aveva rivelato e reso sacro il preteso sepolcro del fondatore Antenore e dove dunque ogni saga troiana era raccolta amorosamente. Ma poi Sicco Polenton curò tanto poco queste povere Periochae che non le accompagnò con alcuna postilla. E mai egli ricordò nella sua storia della letteratura latina, e cioè negli Scriptorun illustrium Latinae linguae libri XVIII (ed. B.L. Ullman, American Academy in Rome 1928), né Ausonio, né le Periochae e non inserì lì le Periochae tra le opere del Petrarca. (1) Un'amicizia petrarchesca. Carteggio Nolhac-Novati, a cura di A. BRAMBILLA, Padova 1988 ("Studi sul Petrarca", 19). (2) Gi. BILLANOVICH, Nolhac e Petrarca, in Studi di letteratura italiana in onore di Antonio Di Pietro, Milano 1977, 315-321. (3) BRAMBILLA, XV e 44-45. (4) BRAMBILLA, 49-53. (5) BRAMBILLA, 55, 77, 79. (6) P. DE NOLHAC, Pétrarque et l'humanisme, Paris 1892, 171-172 n. 5; Paris 19072, I, 207 n. 2. (7) R. WEISS, Ausonius in the fourteenth century, in Classical influences in European culture A.D. 500-1500, ed. R.R. BOLGAR, Cambridge 1971, 67-72; R. AVESANI, Il preumanesimo veronese, in Storia della cultura veneta, I, II, Vicenza 1976, tav. 57. (8) R. SABBADINI, Storia e critica dei testi latini, Padova 19722, 251. (9) C. DIONISOTTI, Calderini, Poliziano e altri, "Italia medioevale e umanistica", 11, 1968, 183-185; e anche Notizie di Alessandro Minuziano, in Miscellanea Giovanni Mercati, IV, Città del Vaticano 1946, 330-331 e 360-361, e Juvenilia del Pontano, in Studi di bibliografia e di storia in onore di Tammaro De Marinis, II, [Verona] 1964, 189. (10) Gi. BILLANOVICH, Quattro libri del Petrarca e la Biblioteca della Cattedrale di Verona, "Studi petrarcheschi", n.s., 7, 1990, 233-262. (11) G. MARTELLOTTI, Scritti petrarcheschi, Padova 1983 ("Studi sul Petrarca", 16), 579-582. (12) Gi. BILLANOVICH, Petrarca letterato, I, Lo scrittoio del Petrarca, Roma 1947, 393. (13) Gi. BILLANOVICH, La tradizione del testo di Livio e le origini dell'umanesimo, I, Padova 1981 ("Studi sul Petrarca", 9), 79-80 e tav. VI. (14) E. PELLEGRIN, La bibliothéque des Visconti et des Sforza ducs de Milan, au XVe siecle, Paris 1955, 112-113 n. 181, e 315 n. 568, e La bibliothéque des Visconti et des Sforza ducs de Milan, Supplément, Florence-Paris 1969, 7. (15) Gi. BILLANOVICH, Nella tradizione dei "Commentarii" di Cesare. Roma, Petrarca, i Visconti, "Studi petrarcheschi", n.s., 7, 1990, 263-318; M.G. ALBERTINI OTTOLENGHI, La biblioteca dei Visconti e degli Sforza: gli inventari del 1488 e del 1490, "Studi petrarcheschi", n.s., 8, 1991, 1-238; S. CERRINI, I libri dei Visconti-Sforza - Schede per una nuova edizione degli inventari, ibidem, 239-281. (16) C. MARCHESI, Scritti minori di filologia e di letteratura, Firenze 1978, 1031-1037: "Le Periochae omeriche" (= "Rendiconti dell'Istituto lombardo di scienze e lettere", s. II, 45, 1912, 381-388). Queste pagine sfuggirono ai riordinatori della tradizione di Ausonio. (17) M.D. REEVE, recensione a AUSONII OPUSCULA, ed. S. PRETE, "Gnomon", 52, 1980, 445. |
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