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Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani |
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Cesena - I restauri della Biblioteca Malatestiana. La Biblioteca Piana. Commemorazione di Pio VII "La bibliofilia", 25 (1923-1924), pp. 327-335 |
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II giornale bolognese II Resto del Carlino del 13 novembre 1923 pubblicava una corrispondenza da Cesena, contenente una intervista col direttore di quella biblioteca, prof. Manlio Torquato Dazzi, intitolata: I restauri della Biblioteca Malatestiana. Poiché in un precedente "corriere", e sulle informazioni dello stesso Dazzi, abbiamo accennato ai gravi bisogni di quel monumentale istituto, sia pel restauro edilizio, sia per l’ordinamento interno (cfr. Biblfl., XXV, 169-70), cosi crediamo utile e interessante pei nostri lettori fissare in queste pagine notizie, che, affidate alla vita effimera di un quotidiano, andrebbero troppo presto dimenticate e disperse. Nella Biblioteca Malatestiana si stanno eseguendo importanti lavori di restauro. Questo tesoro impareggiabile, che è vanto della cittadina adagiata a piè del colle su cui si eleva la famosa rocca quattrocentesca, non è rimasto immune dall’insulto del tempo. La purezza delle linee e dei toni che il Nuti e Novello Malatesta avevan voluto dare all’architettura e alle decorazioni di tutto il grandioso edificio ove la Biblioteca sorge, è stata nel corso degli anni violentemente offesa dalle corruzioni successive di inconsapevoli deturpatori, i quali hanno tolto via via alla massiccia costruzione i suoi migliori pregi, alterandone, con le trasformazioni, gli adattamenti, le sovrapposizioni, la originaria mirabile struttura. Alle lunghe e deplorevoli manomissioni, insistentemente denunciate e deprecate dai più appassionati cultori delle glorie cittadine, Cesena sta mettendo gradatamente riparo. E mentre un vasto progetto di ripristino generale è allo studio, si vanno intanto eseguendo importanti lavori a prosecuzione dell’opera iniziata dal compianto Nazzareno Trovanelli, intesi a ridare all’interno della Malatestiana il primitivo aspetto. Ho voluto visitare questi lavori, che tutti gli studiosi seguono con grande interesse, facendomi accompagnare da quel valoroso e appassionato ricercatore delle bellezze artistiche di Cesena che è il prof. Manlio Torquato Dazzi, attuale direttore delle Biblioteche Comunali. Mentre mi guida per le ampie sale della Comunitativa e della Piana, egli mi parla con calore del dovere che abbiamo, per il decoro di Cesena e d’Italia, di ricondurre a poco a poco tutto il maestoso fabbricato alla pura e severa bellezza antica. Ed avendogli io chiesto se l’aspetto attuale dell’edificio sia molto disforme da quello che gli diede il Malatesta, egli mi rievoca nelle sue linee principali il vetusto convento di S. Francesco, quale era dopo la ricostruzione malatestiana. - "L’asse era costituito da un lungo fabbricato a due piani, coronato di fregi in terracotta e segnato per il lungo di una teoria di finestrette ogivali, sull’uno e sull’altro fianco. Intorno, due chiostri bassi che l’abbracciavano per un buon tratto. L’edificio era diviso in quattro parti – a pian terreno, di qui il refettorio a volte, decorato di affreschi monocromi di cui restano le due grandi lunette terminali; di là, un locale vuoto per isolare la biblioteca, pure a volte, rette su forti pilastri; in mezzo, un piccolo vano in cui si svolgeva la scala. Al piano superiore, corrispondentemente, il laboratorio dei miniatori e copisti, del tipo architettonico del refettorio; poi la Biblioteca, questo gioiello dell’architettura quattrocentesca, universalmente nota per la eleganza delle tre navate, della volta mediana a botte, del ritmo delle finestrine abbracciate a due a due dagli archi, della fuga di colonnine dai capitelli originali, con i suoi plutei semplici e severi in cui sono tuttora custoditi i codici raccolti e trascritti per cura del Novello, così preziosi per materia e per miniature". - "Di quale entità sono, e a quale epoca risalgono – chiedo – le manomissioni che hanno cosi profondamente trasformato l’aspetto del fabbricato?". - "II rapido deperimento di questo edificio è recente. Nel periodo Napoleonico, portati altrove i plutei e i codici, vi furono accasermate le truppe. Da questa servitù, parte dell’edificio non si liberò più per gran tempo. Nel chiostro di sinistra rimase una caserma; il refettorio fu ridotto a stalla; il vano sottostante alla Biblioteca divenne magazzino di fieno. Successive trasformazioni edilizie rovinarono quasi interamente i due chiostri, come distrussero poi l’attigua grandiosa chiesa trecentesca, e attanagliarono la Malatestiana entro bracci di altre costruzioni che le tolgono la luce. Ma quel che è peggio, nel 1804 il magnifico atrio quattrocentesco della Malatestiana, il laboratorio o studio, per essere adattato a "Biblioteca Nazionale" fu distrutto e rifatto in stile neoclassico, se uno stile v’è in questi due desolati stanzoni sono la Comunitativa e l’antica sala di lettura, divise da una parete che aiutò la spinta in fuori del muro esterno, tanto che esso dovette essere rincalzato, seppellendosi cosi anche i vestigi delle finestrine gotiche, ormai chiuse, e dei fregi inferiori in terra cotta. Quando poi la sala di lettura fu adattata a ricevere la Biblioteca di Pio VII, la facciata della Malatestiana fu sepolta sotto le scansie, il magnifico portale fu sacrificato e alterato, e la decorazione del soffitto portò la grettezza dello stile Umberto I a cantar vittoria sulla grazia prigioniera del ‘400". - "E l’interno della Malatestiana?". - "Qui nel 1804 con una mano di calce fu coperto il verdaccio originale delle pareti; e mezze colonnine murali, che sono in cotto, furono dipinte a simulare il marmo, le pareti di fondo sopportarono due prospettive di colonne all’infinito, e una centrale di un tempietto egizio intorno a un catafalco in miniatura, ove furono raccolti gli estremi avanzi umani di Malatesta Novello e di Pandolfo; i plutei vennero ricoperti d’una pegola spessa color tonaca di frate. Una immensa lapide di.... gesso celebrò l’opera". - "Vuol dirmi che cosa è stato fatto in passato e che cosa si sta facendo ora per rimediare a tutto questo scempio?". - "Al Trovanelli si deve il restauro del refettorio e il discoprimento degli affreschi. Qui (e il prof. Dazzi mi indica le pareti della Malatestiana) una seconda mano di calce aveva fatto scomparire le prospettive, e all’urna lignea veniva sostituita la lapidetta originale delle ceneri dei Malatesti. Ora stiamo restituendo a questa sala l’antico tono, che è non solo tono di colore, ma tono spirituale. Confronti – mi dice – questa metà della Malatestiana, bianca come una caserma, squallida, dagli spigoli troppo rivelati nel giuoco delle luci, dalle mezze colonnine umiliate della loro falsa ricchezza.... la confronti colla metà già scrostata. Qui è come una rivelazione. Non è più la costruzione quattrocentesca: è l’ambiente. E pare di riviverci con il Novello. Il verdaccio stanco delle pareti, il rosso chiaro del cotto, il bianco marmoreo dei capitelli (con lieta coincidenza, i colori della grata malatestiana erano il bianco, il rosso e il verde) hanno ridato calore ed anima al luogo. Le finestrette ogivali hanno riacquistato il loro senso, fondendosi le sganciature nel colore unico delle pareti. Non fregi, anzi care monellerie di antichi lettori, sui muri. Al termine dei lavori, ravvivato il colore, ripreso con cura ove manca, rimessi i vetri tondi alle finestre, riportati qui dentro i plutei non più cupi, ma chiari nella tinta rosata del vecchio larice nudo, allora sapremo interamente di quale delicata gioia s’appagasse l’anima del principe umanista". - "Ho veduto che in un dotto articolo pubblicato recentemente su La Romagna Ella ha accennato anche alla necessità di altri lavori. Vuol dirmene qualche cosa?". - "Naturalmente noi non potremo fermarci qui. Un Comitato attende alla sistemazione della preziosa raccolta di Pio VII in modo degno d’essa e della Malatestiana. Allora si potrà scoprire la facciata della Biblioteca, piccola ignota meraviglia, ove il decoro dei marmi, su cui domina l’elefantino brachimorfe, spiccherà sul cotto levigato, e le spie e le finestre ad arco rivedranno la luce. La Comunitativa poi dovrà essere sistemata con suo vantaggio nell’ala moderna del fabbricato; e l’antico atrio ricostruito riderà ancora con le sue eleganti arcate e con la doppia fila delle finestrine gotiche al sole, accogliendo quanto di meglio hanno le nostre raccolte artistiche". La mia visita è finita. Mentre mi accomiato, il prof. Dazzi soggiunge: "Come vede, il restauro dell’edificio è strettamente connesso con tutto l’ordinamento dell’istituto. Archivio, Biblioteca, Pinacoteca, Museo, vi troveranno la loro migliore sistemazione. Speriamo che vi si giunga presto. Già l’opportuno provvedimento, per il quale l’Archivio storico del Comune dovrà essere trasferito nel Refettorio, congiungendosi cosi alla Biblioteca da cui dipende, è di buon auspicio". Verso il termine dell’intervista, il bibliotecario ha accennato alla prossima nuova "sistemazione della preziosa raccolta di Pio VII, in modo degno d’essa e della Malatestiana". Da ciò e dalla ricorrenza del primo centenario della morte di papa Chiaramonti (m. 20 agosto 1823), l’egregio prof. Dazzi ha preso occasione a scrivere una interessante memoria, accennata poc’anzi, su La Piana, pubblicata ne La Romagna, diretta dal prof. A. Grilli (a. XIV, fasc. 8) (Imola, agosto 1923), e diffusa anche in estratto. Nel dicembre 1866 il Demanio, in forza della recente legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, prese formale possesso presso i Benedettini del monastero di S. Maria del Monte in Cesena, della biblioteca e del medagliere di Pio VII. Ciò diede luogo ad un dibattito giudiziario fra gli eredi Chiaramonti e lo Stato, il quale ebbe termine nel 1878 con una transazione, per la quale gli eredi acconsentivano al "deposito senza termine fisso, delle raccolte Piane nella Biblioteca". Per tali circostanze – osserva il Dazzi – "la Malatestiana si arricchì di un atrio papale. E ciò s’intende quanto alla ricchezza intrinseca; che se si guarda all’assetto, Dio perdoni gli innumeri peccati che i nostri vecchi commisero nel concepirlo e nell’attuarlo!". E a dimostrare codesta ricchezza intrinseca, il D., dopo aver richiamato l’attenzione del lettore a ciò che doveva essere originariamente la Malatestiana prima delle manomissioni e deturpazioni subite, passa in rassegna la preziosa raccolta pontificia, più notevole per la diversità degli elementi che la costituiscono e che le danno "un certo aspetto come di mosaico", piuttosto che per copia e quantità di volumi. Pio VII non fu un bibliofilo ne un bibliomane; fu però intelligente cultore degli studi archeologici, e amantissimo della città natale e della sua storia. Il D. mette assai bene in rilievo queste caratteristiche della raccolta, e i cimeli più curiosi che la costituiscono; e siamo lieti di potere (col gentile consenso dell’a. e della direzione del periodico) comunicare ai lettori la sua garbata rassegna. Ecco un interessante manoscritto anonimo che comprende la storia della infermità e morte di Clemente XIV e della elezione di Papa Braschi, scritta durante il Conclave; cui nella Biblioteca famigliare (scelti libri e preziosi documenti entro gioiose piccole scansie settecentesche!) fa riscontro il manoscritto, pure anonimo, redatto nel Conclave successivo e cioè in quello appunto che portò al pontificato il Chiaramonti. E ancora una importante raccolta di documenti manoscritti e a stampa sul Viaggio della Santità di N. S. Papa Pio VI felicemente regnante, a Vienna nell’anno 1782. E qui una ricca serie di relazioni manoscritte riguardanti gli esercizi governativi, come saline, dogane, ecc., e materiale e progetti concernenti l’erario pontificio. Ecco uno scritto riformatore, per quanto ormai vecchio, in questo libro di PIETRO VERRI, Sulle leggi circolanti principalmente nel commercio de’ grani; e il Giornale delle operazioni degli insorgenti di Monte Feltro sotto il Forte S. Leo, compilato nell’800 da LUIGI GUIDI; e dell’803, questo strano Cornelius Nepos Français, ou Notices historiques sur les généraux, les marins, les officiers et les soldats qui se sont illustrés dans la guerre de la Révolution, e, ambedue del ‘14, il poema epico in 24 canti Charlemagne ou l’Église délivrée intitolato a Pio VII da LUCIANO BONAPARTE; e un curioso cimelio antinapoleonico, ricco d’incisioni e simboli, stampato ad Augsburg, col titolo: Raccolta di poesie dedicate alle Potenze alleate contro le armi di Napoleone I Bonaparte; e, infine, un libriccino tedesco sulle Solennità per il ritorno di S. M. l’Imperatore d’Austria in Vienna fatte nel ricevimento e durante la permanenza dei Sovrani in detta città negli anni 1814-15. Dei libri di studio di numismatica e di archeologia, poiché parlano da sé le opere del Pontefice in Roma e "il nuovo e più magnifico braccio aggiunto al Museo Pio Clementino" e questo stesso monetario, mi terrò pago di citare a titolo d’onore la Nota degli oggetti di antichità rinvenuti dal cominciamento degli scavi pontifici di Ostia e dello sterro dell’Arco trionfale di Settimio Severo, coll’indicazione de’ luoghi ove attualmente esistono e coll’apprezzamento dei rispettivi periti, lavoro del 1804, manoscritto, come molti altri di queste materie; e il dono che l’UGGERI presentava a Pio VII in una bella custodia di noce, stile impero, con lettere e fregi in ottone, raccogliendo una parte delle sue opere, sotto il titolo: Giornate Pittoresche di Roma, ricchissime di "vedute all’acquarella", tutta un’evidente documentazione dell’amore del Pontefice al ripristino degli antichi monumenti. Il cesenate è qui nelle opere dei suoi famigliari SCIPIONE, GIACINTO e GREGORIO CHIARAMONTI, cui s’aggiunge un opuscoletto di G. F. MASDEU sull’Origine catalana del regnante Pontefice Pio VII nato Chiaramonti, caratteristico, se non altro, per essere la dedica del "geneografo" impressa con certo decoro sulla legatura; nella Series Episcoporum Caesenatium dell’UGHELLI con le correzioni e gli ampliamenti del COLETO e dello ZACCARIA; nella Caesenae Chronologia di BERNARDINO MANZONI, con aggiunte manoscritte. Importante per la storia di Cesena è la copia di 328 documenti che vanno dal 1144 al 1590, raccolti sotto il titolo: Anecdota mediae atque infimae aetatis res Caesenatum illustrantia, Pii VI jussu e secretioribus Apostolistolicae Sedis Tabulariis eruta ac temporun ordine disposita, dei quali v’è un secondo indice, separato, entro una suntuosa cartella papale policroma. E un vivo senso di curiosità suscita in noi il trovar qui i Fondamenti di Patologia analitica del BUFALINI, e maggiormente il Ristretto del processo che portò alla condanna del patriotta cesenate Vincenzo Fattiboni. Ma come cimelio del Risorgimento a Cesena si usano mostrare due volumi perforati da una palla di fucile durante il combattimento del Monte fra i liberali di Romagna e le truppe pontificie (20 gennaio 1832). Il caso volle che appartenessero al De statu Ecclesiae et legitima potestate romani Pontificis del FEBRONIO; ciò che fu preso coma una profezia dagli ottimi liberali. Dai quali appunto discese lo spirito bizzarro che volle stipata la Piana delle immagini dei ribelli. Ma lasciamo ormai in pace i morti, cui per diverse vie sale l’ammirazione e la gratitudine della Patria. Essa è come un’immobile divinità che s’avvantaggia dei pregi diversi dei suoi figliuoli. E torniamo alla Biblioteca papale, ove ritroviamo il Principe ed il Pontefice nello sfarzo delle legature, che fa parere alcuni di questi scaffali vetrine di gioie. Sono cuoi sceltissimi, sete, custodie, ornamenti policromi, dorature barocche secondo la tradizione o fregi nuovi, leggieri, alla moda francese; con una profusione a volte esuberante rispetto al contenuto. Nella Mostra fiorentina della rilegatura mancava qualche cosa di simile alla magnifica legatura impero di questo LIEBE, Gotha numaria, che Emilio Augusto duca di Sassonia e principe di Gotha-Altemburgo regalava con pensiero gentile al Papa numismatico; qualche cosa di simile alla finissima legatura dagli ampi risvolti impressi con una festosa fiorita d’oro e dalle guardie in pergamene filettate, che copre questo Woburn Abbey Marbles, il quale termina con una dissertazione del Foscolo sull’antico inno alle Grazie, ed è stato pubblicato in pochissimi esemplari non venali per cura del Duca di Bedford. Quanto al Bibliotecario di S. Paolo, egli vien fuori (e con aspetto di buon intenditore) nelle file di codici, di incunabuli, di cinquecentine, di rare. Edizioni pregevoli e ricercate il vecchio catalogo ne segnava una quarantina, e sono ben più. A zibaldone, gioverà citare la prima stampa del PIGAFETTA, Primo viaggio intorno al globo terracqueo (Milano, Galeazzi, 1800); l’Omaggio alla Santità di Pio VII supremo Pontefice nell’onorar ch’egli fa colla sua sacra presenza la Stamperia Imperiale di Parigi li XXXI di gennaio 1805, XI di Piovoso, anno primo dell’Imperio di Napoleone, esemplare unico ed ignoto, stampato su seta, con fregi in rosso e in oro e con ricchezza di caratteri esotici; la bodoniana Oratio dominica in CLV linguas versa et exoticis characteribus plerumue expressa (1806), opera magnifica dedicata ad Eugenio Bonaparte, Viceré d’Italia, il quale ne comperò tutti gli esemplari per distribuirli in dono; e lo splendido Manuale Tipografico di G. B. BODONI (Parma, 1818); uno dei soli tre esemplari in sesto e carta distinta dell’opera di G. B. VERMIGLIOLI, Della Zecca e delle monete Perugine (Perugia, Baduel, 1816); l’edizione non venale di CAMOENS, Os Lusiadas, fatta a spese di M. de Souza (Paris, Didot, 1817), di cui un esemplare, dieci anni dopo la pubblicazione, fu acquistato per 860 franchi; delle edizioni del Card. MAI, gli Iliadis Fragmenta antiquissima cum picturis, etc. (Milano, Reg. Tip., 1819), in copia distinta, con le 58 illustrazioni colorate a mano; e la prima copia del CICERONIS, De Republica (Roma, Bourlié, 1822), che, con la dedica a Pio VII, ha del Papa Chiaramonti un bel rame; l’Eneide nella traduzione del CARO e con illustrazioni dei luoghi, alcune preparate dal Camuccini e dal Canova (Roma, De Romanis, 1819), pubblicata a spese della Duchessa di Devonshire, in carta reale e in numero di copie limitatissimo, che si computa da alcuni a 164, da altri a 230, 150 delle quali rimaste alla Duchessa, e già nel 1826 venduta per mille franchi; la famosa edizione delle Rime del PETRARCA curata da Antonio Marsand (Padova, Seminario, 1819-20), in carta imperiale, offerta a Pio VII dall’editore, con la dedica impressa sulla fine rilegatura e con speciali custodie di pelle; e uno dei sei esemplari in-folio – e in quarto non se ne stamparono che 120 – dell’opera curata dallo stesso Marsand: LUIGI GAUDIO, II fiore dell’arte dell’intaglio nelle stampe (Padova, Minerva, 1823); e infine un esemplare ignoto al Brunet, stampato su pergamena, dell’opera: CICERONIS, Orationum pro M. Fonteio et pro Rabirio fragmenta, etc. (Roma, De Romanis, 1820). A tutto ciò converrà aggiungere le cinquecentine, quasi tutte ignote al Brunet: lo Scrutinium etc. di AGOSTINO PAVESE, per Bartholomeum pres. florentinum, Florentiae, 1500; il De preparatione di EUSEBIO PANFILO, per Bernardinum Vercellensem, Venetiis, 1501; l’Opus regale di I. L. VIVALDI, per De Chirchis e De Somaschis, Salutiis, 1507; il De Legibus di CICERONE, ex officina Morrhii, Parisiis, 1530; le Epistolae di NICOLÓ I, apud Franc. Piscianensem, Romae, 1542; e una Biblia latina, ex officina Gravii, Lavinii, 1547. Incunaboli qui ve ne sono ben venticinque, parecchi dei quali pure ignoti al Brunet. Citeremo anzitutto i quattro rarissimi, magnifici e preziosi, raccolti in una elegante custodia di pelle: PTOLOMAEI, Cosmographia latine, opera Dom. de Lapis, Bononiae, 1462, famosa per la discussione sulla data; STRABONIS, Geographia latine, per Sweynheym e Pannartz, Romae, 1469-70; AULI GELLII, Noctium, per Nic. Jenson, Venetiis, 1472; Scriptores rei rusticae, Nic. Jenson, Venetiis, 1472, venduto per 1500 franchi un secolo fa. Ai quali seguono in ordine cronologico: S. THOMAE AQUINATIS, Duodecim quodlibeta, per G. Laver, Romae, 1470; IOHANNIS CHRYSOSTOMI, Sermones, ex off. Azzoguidi, Bononiae, 1475; S. THOMAE AQUINATIS, Summae Theologicae liber secundus secundae partis, per Franc., de Hailbrun et Nicol, de Frankfordia socios, Venetiis, 1475; della stessa opera, Pars tertia, per Mich. Manzolo di Parma, Tarvisii, 1476; ALBERTI DE PADUA, Expositio Evangeliorum, per mag. Adam de Rotuuil et Andream de Corona, Venetiis, 1476; LACTANTII, Opera, Andreas de Paltasichis etc., 1478; S. THOMAE AQUINATIS, Summae Theologicae prima pars secundae partis, per Franc., de Hailbrun et soc., Venetiis, 1478; DIONYSII, Originum, per Bernardinum Celerium de Luere, Tarvisii, 1480; IOANNIS CORDUBENSIS, Opera, per mag. Philippum, Venetiis, 1480; PLINII, Naturalis Historia, l’opera Rainaldi de Nouimagio, Venetiis, 1483; UBERTINI DE CASALI, Arbor vitae, per Andream de Bonettis de Papia, Venetiis, 1485, ANTONII CORSETI, Repertorium, 1486; S. AUGUSTINI, De Trinitate; S. HILARII, id.; BOETII, Liber ad Symachum, de Paganis, Venetiis, 1489; IACOBO FILIPPO DA BERGAMO, Supplemento delle Cronache etc., trad. etc., per Bernardino Rizo da Novara, Venezia, 1491; CICERONIS, Tusculanarum Quaestionum l. quinque, Venetiis, 1491; IUVENALIS, Satirae, per Th. de Ragazonibus de Asola, Venetiis, 1491; MARTIALI.S, Opus, per I. Bapt. de Fortis, Venetiis, 1491; MATHEI BOSSI, Recuperationes Fesulanae, de Benedictis, Bononiae, 1493; DELLO STESSO, De instituendo sapientia animo, de Benedictis, Bononiae, 1495; Missale Romanun, per mag. Stephanum Plank, Romae, 1496; EGIDII DE ROMA, Expositio super duobus libris Arislotelis De Generatione, per Hoensteyn, Neapoli. Ma il nucleo più prezioso della raccolta è costituito da un centinaio di manoscritti, e fra essi sessanta codici, la maggior parte donati al Papa dal March. Gian Giacomo Lepri, come risulta dall’Indice manoscritto del dono. Lasciamo allo Zazzeri l’onore del catalogo d’essi, onore di cui egli stavolta non abusa, perché la breve lista non può essere infarcita di errori come le sue disquisizioni sui codici della Malatestiana. Ma dalla sbiadita lista conviene pure tirar fuori i codici più pregevoli e intrattenersi con essi brevemente. Eccone uno interessante di LEBOINO sul Santissimo Volto di Lucca, certo non anteriore al 1100; alla fine del quale è un caratteristico elenco di miracolati. E pure del secolo XII: le Opere varie di S. GIOVANNI DAMASCENO, in greco il Messale Romano, fra le miniature del quale s’incontrano una Crocifissione, su fondo d’oro, meravigliosa per l’efficacia rappresentativa del dolore, e una Messa, piacevolissima per l’ingenua estasi dell’inserviente; l’Evangelario datato dal 1104, che ha nella prima carta un magnifico disegno in sepia e colletta giallina, ove in modi bizantineggianti è rappresentato Cristo in trono nell’atto di benedire, con, ai lati, in figura minore, due Santi, e, alle ginocchia, ancora più piccoli, un gentiluomo con il cero, e una gentildonna con le offerte, e, ai piedi, prostrato, più piccolo di tutti, il trascrittore e disegnatore, che presenta con umiltà il libro. Del 1200 notiamo le Sentenze di PIETRO LOMBARDO. Del secolo XIV ecco una Regola delle Agostiniane, in volgare, con la data del 1390, e un bel Messale Romano, miniato largamente con fantasia, e gli ottimi due codici delle Costituzioni di BONIFACIO VIII e CLEMENTE V, e dei Decreti di GRAZIANO. Sono questi due codici come un sol corpo e dello stesso ceppo del Decretum GRATIANI che si conserva nella Malatestiana, analogo non solo per la materia, ma per le postille – che tutti tre le vantano originali di Bartolomeo da Brescia – e per le interessantissime miniature. Fra le une e le altre Costituzioni è inserita la Lettura dell’albero della consanguineità ed affinità di GIOVANNI D’ANDREA, commentatore dell’opera. Ma il realismo delle illustrazioni, più che la materia, è quel che ci vince. Basta aprire il codice e soffermarsi d’innanzi alla miniatura della prima pagina, ove, tra figure di prelati, di monaci e d’un laico – che sono certo ritratti – spicca la caratteristica immagine di Bonifacio, lunga lunga, dalle dita fini ed interminabili, quale rimane impressa in chi abbia veduta una sola volta la sua statua di Firenze. Corrado Ricci ha qui materia da aggiungere al capitolo sui "Ritratti di Bonifacio VIII", tanto più che nel codice non ci si ferma a questo, ma attraverso lettere miniate, ove, men riuscito, ritorna il viso ovale del Papa dantesco, si giunge a un nuovo bei ritratto per l’iniziale delle "Regulae juris". Le "Clementine" hanno anch’esse in principio il ritratto di Papa Clemente V. Ma tutte in generale le miniature del codice richiamano l’attenzione. Sono figurette interessanti per il costume, è un caratteristico sepolcro per il capitolo "De sepulturis"; per il "De voto" una barbutissima faccia ritratta di scorcio; per il "De immunitate ecclesiarum" un volto coperto da un panno bianco, come reso irriconoscibile alla giustizia; e la cerimonia dell’anello, e la caricatura dell’eretico che sputa verso Dio, e gli usurai con la borsa appesa al collo, il che fu certo dell’uso prima d’essere nella poesia di Dante. Ancóra e per ultimo ci trattiene, nella seconda parte, che è decorativamente diversa, il tracciato della composizione della Croce, che, secondo i testi, doveva avere cedrum in stipite, palman in palo per longum, cipressum in ligno per transversum, olivam in tabula super crucem. Il codice di Graziano – che si vuole del 1320 circa e die si pensa sia autografo di Bartolomeo – ne’ suoi trentasette riquadri di miniature a fondi dorati con figure intere su prospettive architettoniche, e nelle lettere decorate, perde il carattere di evidenza realistica dell’altro, ma in maggior grado conserva quello ornamentale, condito, come usano molti miniatori, specie de’prischi, di una larga vena d’umorismo e di un certo sapor di licenza. Ecco, in un margine, Adamo, che, dalla maiuscola inferiore, con fatica reggendo in alto il vaso in cui è piantato l’alberello della scienza, lo porge ad Eva, la quale, rovesciata all’ingiù dalla maiuscola superiore, ne carezza con la carne le belle fronde; quasi a rappresentazione etica del lavoro e del piacere diversamente assegnati ai due sessi diversi. Ed ecco ancora un uomo ignudo che da un vaso portato sulla spalla rovescia fregi, ed anche un ginnasta ignudo che fa le sue capriole entro un O. E sono mezze figure, o figure intere, le più curiose, come quella d’un vecchio dalla fronte bernoccoluta, e quella d’un elegantissimo studente dal collo d’oca; e sono mostri decorativi di irresistibile effetto comico. O sono scenette gustose, del sacerdote sortilego, delle nozze, della separazione coniugale, della richiesta di matrimonio, di battesimi, di amori leciti ed illeciti, della placidissima confessione d’una giovane ad un frate, della morte della moglie con presente al capezzale già la futura sposa. E negli ornamenti e nei riquadri questi caratteristici visi un po’ arcaici, dalle carni verdastre e dai pómoli rossetti. Belli su tutti gli altri un quadro ov’è ritratto il Papa giudicante, e il primo, ov’è rappresentato Cristo in trono, dalle cui mani piove la luce illuminante sul Pontefice e sull’Imperatore, pronti a baciargli, questi il piede sinistro, e quegli il destro; e, dalla parte del Papa, un seguito d’ecclesiastici; e, dietro il Re, filosofi e laici. Non chiuderemo questo codice senza notare che nelle glosse v’è un cenno sui privilegi del Monastero di Pomposa. Il ‘400 è il secolo che da naturalmente maggior numero di codici. Per il loro valore intrinseco ne citerò appena alcuni. Una trascrizione del De Officiis di CICERONE per mano di un tal Battista (a proposito della quale è bene mettere in guardia dalla falsa dichiarazione di proprietà che si trova sull’ultima carta e reca la data: 1326, die 26 augusti). La copia, fatta per commissione di un cardinale, del De bello Judaico di GIUSEPPE FLAVIO. Un codicetto dello Specchio di Croce del CAVALCA. Il Manipulus curatorum, composto nel 1333 da GUIDO DI MONTE ROCHERIO, e trascritto nel 1438 a Padova da Simone del fu Giovanni Saezde, chierico della diocesi Tornacense; il quale si dilettò di porre in fine della copia certi versi sulle virtù dell’Agnello di cera confezionato dal Pontefice e una tavola per il computo della Pasqua. Un rifacimento della traduzione di un’opera ascetica famosa, la Scala di Vita dell’abate GIOVANNI SCOLASTICO o CLIMACO. (In realtà la versione dal greco in latino era stata fatta fino dai tempi di Bonifacio Vili; e del ‘300 dev’essere una versione in italiano, ben presto caduta però in molta corruzione. "Nel millequattrocento undici", non nel ‘300, come malamente insegnano i cataloghi, frate CHRISTOFANO DA TOSCANELLA "povero per Yesu Christo", mettendo mano alla nuova fatica, poteva parlare cosi dello stato dell’opera e del proprio intento: "però che libri in vulgare comunemente sono usati da persone idiote et senza grammatica; et a posta de quali da valenti huomini sono stati vulgarizzati; et tra gli altri questo, e molto desiderato da persone divote et spirituali. Et essendomene venuti molti in questa Toscana nelle mani, per difecto d’ignoranti scriptori, gli ò trovati molto guasti, et ne vocaboli o male intesi: et essere state confuse le chiose insieme col testo, senza alcuno segno, etc. Disposimi adunque non come sapiente, ma confidandomi della divina bontà, a durarci fatica di scriverlo)". E infine il Libro di ms. Francesco Petr.arca intitolato de viris illustribus et translatato per maestro Donato di Chasentina a nome et a pelicione del serenissimo E magnificho Signore Marchese Nicolò de Ferrara fratelo del Marchese Alberto. La traduzione accoglie senza differenze anche il completamento del Della Seta all’opera petrarchesca, notevole cosa per quell’amico del Petrarca che fu Donato degli Albanzani. La data del codice è precisata all’anno 1410. E accanto al pregio, tutto chiuso e sdegnoso d’ornamenti, di questi codici, ecco l’eleganza raffinata delle Ore e dei Breviari. Sembra che il ‘400 non sappia pregare se non traverso il quieto e fine godimento dello spirito, che si adagia e si riposa nella bellezza come in Dio. Guardiamo solo questo piccolo e tozzo Breviarium Romanorum proveniente da Loreto, dalla rilegatura bulinata, dal carattere minutissimo e chiarissimo, dagli ornamenti deliziosi, fra i quali ha il posto d’onore questo frontispizio, magnifico per rubini e perle, per la soavità delle immagini di S. Chiara e di S. Agnese, per la gentilezza di due profili di nobildonne. E questo Officio di Maria, che viene dalla Francia, e fu già di Nicola Giuseppe Foucault; con la sua rilegatura di cuoio, ov’è in isbalzo l’immagine di Saint Denis, il martire di Montmartre, fra Battista e S. Caterina, e, sopra, un busto di Madonna, e l’aquila dell’Evangelista, sotto; con il suo calendario in francese, e con le ultime sette miniature rimaste d’un saccheggio indegno, finissimo per il senso decorativo e la cara ingenuità dell’arte goticizzante. Con Les Heures, stampate su pergamena e ricche di miniature commerciali, uscite nel 1516 dalla bottega di Germain Harduyn, libraio dell’Università di Parigi, che abita fra le due porte del Palazzo all’insegna di S. Margherita – divenute anche per l’opera del seicento un così bell’esempio di rilegatura – chiederemo al secolo XVI questo cortese, signorile Libro di preci italiano, cosi pieno di iniziali rettangolari e quadre, filettate e fregiate d’oro su fondi d’onice, d’ametista, di zaffiro, d’agata, d’opale, di jacinto, di granata, da parere una ciotola d’orafo piena di gemme d’anelli nei loro castoni e con il loro incastro prezioso; e il bel codicetto, in carattere rotondo mezzano, in lettere capitali, ov’è ricopiata la Vita dei Beato Nicolò Vescovo Mìrense tradotta dal greco in latino da LEONARDO GIUSTINIAN, tanto caro per le popolareggianti rime d’amore; e un ignorato manoscritto quasi racchiuso fra una superba legatura originale con fregi d’oro lucido e d’oro brunito su marocchino rosso, e un taglio d’oro dai vaghi arabeschi granata e neri. In esso messer FRANCESCO ARGOLICO da Fermo, sotto la data del 1588, li viene ampliando per la Santità di Sisto V il suo trattato militare, I1 perfetto Capitan generale di esercito, dedicato l’anno prima ad Enrico di Francia e di Polonia e qui riprodotto in fine con graziosissime e minutissime illustrazioni a punta di penna". A proposito di Pio VII, vogliamo qui ricordata anche una dotta pubblicazione commemorativa che si è fatta, pure a Cesena, pel suo centenario, a cura di un comitato presieduto da D. Celestino Mercuro. Si tratta di un volume di grande formato (1), con nitide illustrazioni, edito a Ravenna dalla Scuola tipografica Salesiana, intitolato modestamente Fascicolo-Ricordo. Sono note, articoli, aneddoti, notizie inedite ed incisioni, che illustrano la figura ed i momenti più importanti della vita e del pontificato di Pio VII. Vi hanno contribuito insigni cultori di storia e d’arte. Basterà qui ricordare come d. Giuseppe Bechini vi tratti dei natali di Pio VII e di lui in Cesena, mentre il can. Baldisserri discorre del Chiaramonti quale vescovo di Imola, e G. M. Dell’Omelia del cardinale Chiaramonti. F. Apollonio narra il Conclave di S. Giorgio in Venezia, dal quale sortì il nuovo Papa. Ilario Rinieri espone il Concordato religioso fra Pio VII ed il Primo Console. Filippo Crispolti parla dei due antagonisti: l’Imperatore ed il Papa. P.C. Silva-Tarouca rammenta i preliminari del viaggio del Pontefice per l’incoronazione di Napoleone. L’abate A. Amelli narra di Pio a Firenze nel 1804 e di lui e dei Benedettini della Badia di Firenze. Il card. A. Gasquet parla del Papa e dei rapporti di lui con l’Inghilterra. Filippo Noberasco ne espone la dimora del Pontefice a Savona, mentre Francesco Lanzoni dice del passaggio di lui attraverso Faenza. Il p. Rinieri, già nominato, ha pure una memoria sul ristabilimento della Compagnia di Gesù. Intorno al tema: Montecassmo e Pio VII hanno pure mandato una memoria i monaci di quel cenobio. Sul vasto argomento: Pio, la cultura e le arti belle, ha scritto D. G. Fornari. Vi ha poi la interessante monografia di M. T. Dazzi su La Piana, della quale abbiamo dato or ora un largo estratto, e chiude degnamente il volume un articolo di Carlo Bricarelli sul grandioso monumento eretto dal Thorvaldsen in S. Pietro di Roma al Pontefice, a spese del card. Consalvi, mentre poi sono sparse qua e là pregevoli note biografiche. (1) Nel primo centenario della morte di Pio VII (1823-20 agosto 1923). Ravenna, Scuola tipogr. Salesiana, 1923; pag. 87, in-4, fig. |
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