Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani
 

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Giuliana Algeri

Il De consolatione philosophiae della Biblioteca Malatestiana e la miniatura a Pavia alla fine del Trecento


in Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni, a cura di a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 323-337

Il codice miniato contenente i cinque libri del De Consolatione Philosophiae di Severino Boezio, che si conserva nella Biblioteca Malatestiana di Cesena, D.XIV.1, è noto agli studiosi di storia dell’arte fin dal 1912, quando il Toesca, tracciando per la prima volta un profilo della pittura e della miniatura in Lombardia (1), lo assegnò senza incertezze alla cultura lombarda tra la fine del secolo XIV e gli inizi del XV, ponendolo in rapporto da un lato con le illustrazioni dell’Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. Lat. 5888) – da lui stesso attribuite appena due anni prima a Michelino da Besozzo (2) – e dall’altro con le miniature realizzate nel 1389 da Pietro da Pavia per la Naturalis Historia di Plinio, appartenente alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (ms. E.24 inf.) (3).

Prudentemente lasciato dal Toesca nell’anonimato, il codice della Malatestiana venne più tardi assegnato dal Salmi (4) a Michelino in prima persona e come opera giovanile del pittore fu presentato alla memorabile mostra sull’arte lombarda, organizzata dal Longhi a Milano nel 1958 (5). È tuttavia da rilevare che l’attribuzione del De Consolatione Philosophiae a Michelino da Besozzo venne formulata in un momento in cui la conoscenza dell’attività del maestro si affidava a un gruppo di opere decisamente ridotto6 e che la ricostruzione del suo percorso artistico trovava un notevole ostacolo nella mancanza di riferimenti cronologici certi per gli anni compresi tra il 1388 – cui, come è noto, risale la prima attestazione documentaria relativa al pittore (7) – e il 1403, data concordemente assegnata alle miniature dell’Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti.

Né il progressivo arricchirsi del catalogo del maestro nel corso degli anni Cinquanta – con l’aggiunta delle illustrazioni del Libro d’Ore di Avignone (Bibliothèque Municipale, ms. 111), del frontespizio delle Epistole di S. Gerolamo (Londra, British Library, ms. Egerton 3266), del frammento di affresco raffigurante S. Lorenzo e un devoto dell’Abbazia di Viboldone e, soprattutto, delle finissime miniature del Codice Bodmer (New York, Pierpont Morgan Library, ms. 944) (8) – consentiva l’acquisizione di nuove indicazioni temporali che potessero gettar luce sulla formazione e sugli anni giovanili di un artista che sempre più veniva configurandosi come il personaggio di maggiore rilievo della cultura lombarda per buona parte almeno della prima metà del secolo XV e che veniva progressivamente riconquistando quel ruolo di primo piano che i giudizi entusiasti dei contemporanei lasciavano presagire (9).

Mancavano di conseguenza elementi concreti per porre in discussione la proposta attributiva del Salmi, che veniva accolta dalla Ferina, dalla Castelfranchi Vegas, dal Paccagnini e confermata ancora dalla Castelfranchi Vegas (10), mentre solamente il Sellin (11) negava decisamente la paternità di Michelino per le miniature del De Consolatione Philosophiae. Più recentemente io stessa prospettavo la necessità di rivedere l’attribuzione del codice della Malatestiana, soprattutto in seguito al chiarimento dell’attività vicentina di Michelino, testimoniata dagli affreschi delle tombe Thiene nell’omonima cappella della chiesa di S. Corona, e alla ricostruzione del soggiorno del pittore in Veneto, tra il primo e il secondo decennio del Quattrocento (12).

Da sottolineare infine che l’attribuzione del De Consolatione Philosophiae è stata fin qui formulata tenendo conto unicamente della decorazione del frontespizio del manoscritto e che nessuna attenzione è stata al contrario prestata ai ricchi fregi vegetali che ornano più della metà dei fogli di cui si compone il codice. L’opera consta infatti di 130 fogli e contiene complessivamente, compreso il frontespizio, 72 pagine miniate che si possono suddividere in due gruppi: del primo fanno parte, oltre al frontespizio, i ff. 29v, 55r, 87v e 113v, corrispondenti all’inizio dei cinque libri del trattato, che contengono una decorazione a piena pagina, ottenuta combinando insieme i fregi vegetali che si dipartono dall’iniziale del testo centrale con quelli dell’iniziale della prima glossa; al secondo gruppo appartengono invece le rimanenti miniature, corrispondenti all’inizio dei capitoli di ciascun libro, che possono sostanzialmente essere classificate come iniziali decorate13. Si tratta infatti di un fregio vegetale, rinnovato e reinventato ad ogni foglio, che si dirama dal corpo dell’iniziale del testo centrale, circondandolo completamente e separandolo dalle due colonne di glosse che, secondo l’uso dei codici giuridici, occupano il resto della pagina.

Tuttavia, prima di analizzare in maniera più dettagliata la struttura compositiva della decorazione del codice, ritengo opportuno soffermarmi sui due stemmi che compaiono nella parte inferiore del frontespizio, ai lati della Ruota della Fortuna; il primo, "fasciato di nero e d’oro" e collocato sulla sinistra del foglio, è stato riferito, a partire dal Toesca, alla famiglia dei Gonzaga, mentre nessuna identificazione è stata fin qui proposta per lo stemma di destra, che presenta un castello rosso su fondo dorato e che, per usare i corretti termini araldici dovremmo descrivere come "d’oro al castello di rosso, merlato alla ghibellina e aperto del campo". Insegna che coincide perfettamente con quella che, nello stemmario quattrocentesco conservato nella Biblioteca Trivulziana di Milano (ms. 1390), viene attribuito ai Martignoni, famiglia milanese di antichissima origine e compresa già nella matricola di Ottone Visconti del 1277 (14).

Il problema non può tuttavia dirsi a questo punto interamente risolto; se infatti, l’identificazione dello stemma di destra non costituisce che un’ulteriore conferma dell’origine lombarda del codice, viene d’altra parte da domandarsi quale rapporto esista tra l’insegna araldica dei Martignoni e quella che compare sulla sinistra del frontespizio e, soprattutto, se l’appartenenza di quest’ultima ai Gonzaga sia da considerare del tutto certa, dal momento che l’alternarsi delle fasce nere e dorate non è esclusiva della famiglia mantovana – che in ogni caso modificò tale insegna già nel 1389, inquartandola dapprima con il biscione dei Visconti e poco dopo, nel 1394, con il leone di Boemia (15) – ma ricorre anche per altre famiglie e per altri personaggi. In particolare è da non trascurare il fatto che uno stemma del tutto analogo a quello del De Consolatione Philosophiae compaia sul frontespizio del codice con gli Scritti di Baldo degli Ubaldi (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. Lat. 11727), realizzato a Pavia nel 1393 e donato dall’autore a Gian Galeazze Visconti per la celebre biblioteca del castello pavese16; inoltre l’appartenenza dello stemma del codice oggi a Parigi al famoso giurista bolognese, che lo stesso Gian Galeazze aveva chiamato all’Università di Pavia nel 1390, è confermata dalla sua perfetta corrispondenza con quello scolpito sulla lastra tombale (Pavia, Palazzo dell’Università) dell’illustre personaggio, morto a Pavia nel 1400, dopo aver insegnato, per dieci anni presso l’ateneo della città viscontea.

Che lo stemma, che nel manoscritto della Malatestiana si accompagna a quello della famiglia milanese dei Martignoni, possa essere quello dei Gonzaga, appare a questo punto per lo meno improbabile; al contrario la sicura origine lombarda del codice rende più verosimile l’ipotesi che lo stemma sia quello di Baldo degli Ubaldi, per il quale il volume potrebbe essere stato approntato durante gli anni del suo soggiorno a Pavia, forse su commissione di un componente della famiglia Martignoni. Per il momento, tuttavia, a causa delle scarsissime notizie sui diversi personaggi della famiglia, non è possibile precisare ulteriormente le ragioni del rapporto messo in luce dall’accostamento dei due stemmi; in ogni caso, gli elementi emersi dall’identificazione delle due insegne araldiche consentono almeno di collegare più direttamente all’ambiente pavese il codice della Malatestiana e di collocarne l’esecuzione entro i limiti dell’ultimo decennio del Trecento, corrispondente alla presenza del giurista bolognese presso l’ateneo della città viscontea.

La concreta possibilità che la decorazione del manoscritto della Malatestiana sia stata realizzata a Pavia sembrerebbe a prima vista avvalorare la proposta del nome di Michelino; tuttavia non è da trascurare il fatto che, appena nel 1389, nella stessa città – su commissione di Pasquino Cappelli, il potente e coltissimo segretario di Gian Galeazze Visconti – era stata portata a termine da Pietro da Pavia l’illustrazione della Naturalis Historia di Plinio, cui già il Toesca, come si è detto, aveva accostato il De Consolatione Philosophiae. Anzi, a un esame globale delle carte interne dei due manoscritti, le affinità compositive tra le due opere, nonostante la maggior complessità della decorazione, del codice della Biblioteca Ambrosiana, appaiono ancora più evidenti di quanto la conoscenza del solo frontespizio del De Consolatione potesse far supporre. In particolare possono essere messi a confronto i fregi vegetali che ornano i ff. 113v e 29v del codice della Malatestiana e quelli del f. 240r del codice dell’Ambrosiana; oppure il f. 55 del Boezio e il f. 73r del Plinio; o il f. 87r del De Consolatione e il f. 223r della Naturalis Historia; o ancora i ff. 64v e 88v del Boezio e il f. 323v del Plinio; o infine il f. 66v del De Consolatione e il f. 61r della Naturalis Historia.

Né le due opere costituiscono un unicum nel panorama della miniatura lombarda della fine del Trecento; un analogo repertorio di motivi vegetali accompagnati da insetti, uccelli e piccoli animali reali e fantastici si ritrova infatti non solo in altri codici eseguiti a Pavia per lo stesso Pasquino Cappelli – come il Commento ad Aristotele di Pietro di Abano (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. Lat. 6541), le cui miniature sono state dalla Pellegrin attribuite anch’esse a Pietro da Pavia, o come le Res memorandae del Petrarca (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. Lat. 6069T), le cui illustrazioni sono state assegnate ad un collaboratore di Pietro da Pavia nella decorazione della Naturalis Historia di Plinio (17) – ma anche in un manoscritto contenente le Opere di Seneca (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. Lat. 8717), in cui è stato riconosciuto l’intervento del medesimo collaboratore di Pietro da Pavia (18).

Non riesce difficile a questo punto immaginare che l’intero gruppo di codici appena citati possa essere uscito da un unico scriptorium organizzato con ogni probabilità presso un convento tenuto dagli Eremitani di S. Agostino (forse lo stesso convento di S. Pietro in Ciel d’Oro, dove i religiosi si erano stabiliti dal 1327), dal momento che con l’abito degli Eremitani Pietro da Pavia ha raffigurato se stesso nella nota miniatura (f. 332r) della Naturalis Historia dell’Ambrosiana. L’esistenza a Pavia di uno o più scriptoria appare d’altronde pienamente giustificata sia dalla possibilità di realizzare manoscritti miniati per la biblioteca che Galeazze II aveva costituito all’interno del Castello Visconteo, sia dalla presenza, a partire dal 1361, dall’Università; presenza che favoriva la produzione non solo di opere di devozione religiosa, ma anche di testi di carattere profano, filosofico o scientifico, come la Naturalis Historia di Plinio o come la serie dei Tacuina Sanitatis (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. Nouv. Acq. lat. 1613; Vienna, Òsterreichische Nationalbibliothek, ms. Series Nova 2644; Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 4182) o l’Historia plantarum (Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 459) (19).

All’ambiente accademico si collega d’altronde direttamente la committenza dello stesso De Consolatione Philosophiae – se appartiene a Baldo degli Ubaldi, come credo, lo stemma già assegnato ai Gonzaga – nonché di diversi altri codici di cui è certa la provenienza pavese, a cominciare dal Commento ai Salmi di S. Agostino (Roma, Biblioteca Vaticana, ms. Vat. Lat. 451), decorato da Michelino da Besozzo in una data con ogni probabilità anteriore al 1403. Grazie allo stemma – un gallo rosso in campo d’oro – che compare sul frontespizio dei due tomi di cui si compone il codice vaticano e che nel primo caso è accompagnato dalle insegne dell’ordine degli Eremitani di S. Agostino, già in altra sede ho proposto di identificare il committente del manoscritto con l’eremitano Marco Gallina, docente di teologia presso l’Università di Pavia nel 1396 (20).

A questa indicazione posso aggiungere oggi un’altra serie di dati che vengono a confermare sia l’origine pavese del Commento ai Salmi, sia la datazione a un momento molto prossimo al 1396. Nel codice vaticano, come ho già detto altrove, l’intervento di Michelino è infatti limitato alle miniature dei due frontespizi e all’iniziale decorata di f. lv21; le rimanenti 216 decorate si devono invece a un secondo miniatore, al quale si possono con certezza attribuire anche le 86 decorate del Valerio Massimo (ms. Lat. 5840) della Bibliothèque Nationale di Parigi (22), realizzato anch’esso per il committente del Commento ai Salmi, dal momento che sul frontespizio dei due manoscritti compare il medesimo stemma. Inoltre, poiché del Valerio Massimo è certa la provenienza dalla Biblioteca del Castello di Pavia e poiché la mano dello stesso miniatore è riconoscibile sia nelle illustrazioni del codice con le Tragedie di Seneca (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. 8028), eseguito nel 1403 per il pavese Agostino Fazardi23, sia – soprattutto – nella decorazione di un foglio appartenente a un registro frammentario di lettere della corte viscontea tra il 1378 e il 1394, tuttora conservato a Pavia (Archivio Storico Civico, ms. A.II.141), credo non possano sussistere dubbi sul fatto che il Commento ai Salmi sia stato anch’esso realizzato a Pavia nell’ultimo decennio del Trecento, nella stessa bottega in cui furono eseguiti i codici di cui si è appena detto.

D’altronde tale datazione è suggerita anche dalla decorazione del frontespizio del già citato Valerio Massimo, dovuta – come nel caso del codice vaticano – a una mano diversa da quella cui venne affidata l’esecuzione, meno impegnativa, delle iniziali decorate. La pagina iniziale del manoscritto oggi a Parigi è infatti opera di un miniatore fortemente influenzato dalla cultura francese; miniatore di cui – almeno per il momento – ignoriamo il nome, ma al quale possiamo con certezza assegnare la decorazione del codice contenente il Romans di Jean de Mandeville (Milano, Biblioteca Trivulziana, ms. 816), che reca nell’explicit la data 1396 (24).

Se da un lato dunque si può ritenere confermata la datazione del Commento ai Salmi della Vaticana alla metà circa dell’ultimo decennio del secolo XIV, dall’altro può dirsi ormai individuata con certezza una testimonianza del linguaggio di Michelino in un momento anteriore a quello testimoniato dalle illustrazioni dell’Elogio di Gian Galeazzo Visconti. Un linguaggio che rivela in ogni caso un artista non più alle prime esperienze, ma capace ormai di fondere nella complessa impaginazione del frontespizio del codice, raffigurante S. Agostino in cattedra attorniato dai rappresentanti del potere spirituale e del potere temporale, gli elementi di più evidente matrice lombarda con chiare suggestioni attinte sia alla tradizione illustrativa dei codici giuridici bolognesi, sia al più tipico repertorio francese di fogliette spinose e di piccoli viticci, in una inusitata commistione di motivi geometrici, lettere pseudo-cufiche e forme vegetali.

Primo esempio di quelle personalissime soluzioni che Michelino saprà di volta in volta inventare per i bordi dell’Elogio di Gian Galeazzo, delle Epistole di S. Gerolamo e del Libro d’Ore Bodmer, la decorazione marginale del Commento ai Salmi appare al contrario più difficilmente collegabile alla elegante ma monocorde illustrazione del De Consolatione Philosophiae. In questo caso infatti, l’ispirazione del miniatore si consuma entro i confini di una cultura esclusivamente lombarda, sebbene si possa notare, rispetto ai fregi ornamentali della Naturalis Historia, un più deciso accento naturalistico. Infine non si può non rilevare che le figure che compaiono sul frontespizio del codice della Malatestiana divergono profondamente nella caratterizzazione fisionomica da quelle delle miniature sicuramente dovute alla mano di Michelino.

Né credo che tale differenza possa essere imputata all’età ancora giovanile del maestro, dal momento che la fase iniziale della sua attività – oltre che dalle illustrazioni del Commento ai Salmi della Vaticana – è attestata anche da un’altra opera, la cui datazione non dovrebbe superare di molto l’inizio degli anni Novanta. Si tratta del prezioso Libro d’Ore di Avignone (Bibliothèque Municipale, ms. Ili) che, sebbene sia stato fin dal 1950 assegnato dal Pàcht a Michelino e sia stato esposto sia alla mostra milanese del ‘58, sia a quella tenutasi nella stessa città nel 1988 (25), non è ancora stato oggetto di un’analisi completa.

Il manoscritto, di cui è certa l’origine pavese (26), contiene complessivamente ventinove miniature (27), ma solo le cinque illustrazioni a piena pagina – raffiguranti rispettivamente l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Trinità e Cristo Giudice – sono ben note. Meno note sono invece le figurazioni dei mesi, che trovano precise corrispondenze con le immagini dei Tacuina Sanitatis e dell’Historia plantarum (28) del tutto sconosciute sono infine le 13 iniziali istoriate o decorate distribuite all’interno del testo, all’inizio delle diverse preghiere, che più delle altre illustrazioni inducono a porre l’esecuzione del codice in un momento decisamente precoce nell’attività di Michelino, attorno al 1390 o poco oltre. Le grosse foglie carnose che si dipartono dal corpo delle lettere rivelano infatti l’adesione a modelli decorativi appartenenti alla tradizione lombarda dell’ottavo e nel nono decennio del secolo XIV; basti citare a esempio i fregi vegetali del Libro d’Ore della biblioteca Estense di Modena (ms. Lat. 862), datato 1383, o del ms. Lat. 757 della Bibliothèque Nationale di Parigi, eseguito attorno al 1385 per Bertrando de’ Rossi, consigliere di Gian Galeazze Visconti (29). Al contrario mancano totalmente i segni dell’influenza dei motivi ornamentali di gusto francese che si diffondono in area lombarda nell’ultimo decennio del Trecento, come testimoniano non solo il frontespizio del Valerio Massimo o le miniature del Romans di Jean de Mandeville, di cui ho parlato poco sopra, ma anche la decorazione del frontespizio del già citato Trattato di Baldo degli Ubaldi, eseguito a Pavia nel 1393 e i fregi del ms. Smith-Lesouëf 22 (Parigi, Bibliothèque Nationale), miniato anch’esso per Bertrando de’ Rossi, in una data anteriore al 1396 (30).

La distanza che intercorre tra la decorazione del Libro d’Ore di Avignone e quella del De Consolatione Philosophiae credo sia la più evidente conferma dell’estraneità di Michelino all’esecuzione del codice della Malatestiana, che resta comunque una testimonianza di estremo interesse del complesso panorama della miniatura a Pavia nell’ultimo decennio del Trecento. I manoscritti fin qui presi in esame, che naturalmente non sono che una campionatura della produzione pavese tra la fine degli anni Ottanta e lo spirare del secolo XIV, rivelano infatti la pressoché contemporanea presenza di almeno tre distinte tipologie decorative: la prima, cui appartiene ancora il Libro d’Ore di Avignone, che prosegue lungo la linea già tracciata da Giovannino de’ Grassi e da Giovanni di Benedetto da Como; la seconda, rappresentata dal Trattato di Baldo degli Ubaldi, dal frontespizio del Valerio Massimo e dal Romans di Jean de Mandeville, che trae diretta ispirazione dai modelli francesi; e la terza infine, facente capo a Pietro da Pavia e alla sua bottega, caratterizzata da una ornamentazione più spiccatamente "naturalistica".

Entro questo panorama la produzione di Michelino, a cominciare dal frontespizio del Commento ai Salmi della Vaticana, si svilupperà seguendo una direttrice del tutto particolare, in cui troverà spazio sempre più ampio un repertorio decorativo direttamente ispirato al mondo vegetale, fino a raggiungere i risultati ineguagliati del codice Bodmer31, le cui cornici fiorite costituiscono nel contempo una personalissima invenzione di Michelino e la più chiara testimonianza delle origini pavesi dell’interesse naturalistico del maestro. Basta a confermarlo un confronto tra il ramo fiorito che compare a f. 241r della Naturalis Historia miniata da Pietro da Pavia e il tralcio di rose posto a incorniciare nel codice Bodmer la preghiera (f. 10) che in origine accompagnava l’immagine, oggi perduta, di S. Agnese; oppure tra la pianticella che fiancheggia il testo a f. 165 del codice dell’Ambrosiana e quella miniata a f. 85 dello stesso Libro d’Ore, in corrispondenza dell’inizio della preghiera dedicata a S. Ambrogio.

La conoscenza, da parte di Michelino, dei codici realizzati da Pietro da Pavia appare d’altronde del tutto verosimile, se si pensa che l’attività del miniatore si svolse con ogni probabilità in quello stesso convento di S. Pietro in Ciel d’Oro, cui sono legate le più antiche testimonianze relative al pittore. Tuttavia, rispetto ai fregi vegetali già presenti nelle opere assegnabili a Pietro da Pavia e ai suoi collaboratori, Michelino non solo introduce un naturalismo molto più accentuato, ma soprattutto piega ad una nuova funzione – quella cioè di ornare testi di carattere religioso – un repertorio destinato in origine ad illustrare unicamente scritti di contenuto filosofico o scientifico, quali, appunto, la Naturalis Historia di Plinio o il De Consolatione Philosophiae di Severino Boezio.



(1) P. TOESCA, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano 1912 (ed. consultata 1966), 216.

(2) P. TOESCA, Le miniature dell’Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti, "Rassegna d’arte", 1910, 156-158.

(3) Per una scheda riassuntiva sul manoscritto cfr. R. CIPRIANI, Codici miniati dell’Ambrosiana, Vicenza 1968, 234-235; cfr. inoltre L. COGLIATI ARANO, Miniature lombarde dall’VIII al XIV secolo, Milano 1970, 415.

(4) M. SALMI, La pittura e la miniatura gotiche, in Storia di Milano, VI, Milano 1955, 802.

(5) Arte lombarda dai Visconti agli Sforza, catalogo della mostra a cura di R. LONGHI, Milano 1958, scheda n. 164, 56-57.

(6) Al dipinto con il Matrimonio mistico di S. Caterina (Siena, Pinacoteca Nazionale), alle miniature dell’Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti (Parigi, Bibliothèque Nationale), ai quattro fogli con i Santi Pietro, Giacomo, Tommaso e Bartolomeo (Parigi, Louvre, Cabinet des Dessins) e al disegno con la Natività e altre figure (Vienna, Albertina) – già assegnati a Michelino dal TOESCA, 185-190 – si erano infatti aggiunti, fino agli inizi degli anni Cinquanta, solo la tavola con il Matrimonio della Vergine (New York, Metropolitan Museum: cfr. R. VAN MARLE, Un quadro di Michelino da Besozzo, "Cronache d’arte", IV, 1927, 398-403) e il frontespizio del Commento ai Salmi (Roma, Biblioteca Vaticana: cfr. P. TOESCA, Monumenti e studi per la storia della miniatura italiana - La collezione Ulrico Hoepli, Milano 1930, 93).

(7) Il nome di Michelino compare per la prima volta nei registri di pagamento del convento di S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia il 20 giugno 1388 (R. MAIOCCHI, Codex diplomaticus ord. S. Augustini Papie, Pavia 1905, 143); altri pagamenti, relativi anch’essi all’esecuzione di affreschi con Storie di S. Agostino nel secondo chiostro del convento, sono registrati alle date del 20 luglio, del 20 agosto e del 26 novembre dello stesso anno (R. MAIOCCHI, Codice diplomatico artistico di Pavia dall’anno 1330 all’anno 1550, I, Pavia 1937, 11).

(8) Per l’attribuzione del Libro d’Ore di Avignone e del frontespizio delle Epistole di S. Gerolamo cfr. O. PÄCHT, Early italian nature studies and the early calendar landscape, "Journal of the Warburg and Courtauld Institutes", XIII, 1950, 14, n. 4 e 15, n. 1; per quella dell’affresco di Viboldone cfr. R. LONGHI, Una cornice per bonifacio Bembo, "Paragone", 87, 1957, 9; per quella del codice Bodmer cfr. R. SCHILLING, Ein Gebetbuch des Michelino da Besozzos, "Münchner Jahrbuch der Bildenden Kunst", 1957, 65-80.

(9) "Pictor excellentissimus inter omnes pictores mundi" Michelino viene infatti definito da Giovanni Alcherio, che lo aveva incontrato a Venezia il 4 maggio 1410 (cfr. M. MERRIFIELD, Original treatises dating from the XIIth to XVIIIth centuries in the arts of painting, London 1849,102-103), mentre Uberto Decembrio, nel terzo libro del De Republica (Milano, Biblioteca Ambrosiana, ms.B.123 sup., f. 97v) ricorda le straordinarie capacità del giovane Michelino nel raffigurare uccelli e piccoli animali ("Michelem Papiensem nostri temporis pictorem eximium novi, quem ad artem illa adeo natura formaverit ut prius quam loquere inciperet aviculos et minutos animalium formas ita subtiliter et proprie designabat, ut illius artis periti artifici miraretur, nulli reor sibi esse consimilem"). Da sottolineare tuttavia che il trattato del Decembrio, dedicato al duca Filippo Maria Visconti, non risale – come supponeva il PÄCHT, 13 e come recentemente ha ripetuto S. BANDERA BISTOLETTI, Pavia dal 1380 al 1480, in Pittura a Pavia dal Romanico al Settecento, Milano 1988, 22 – ai primi anni del Quattrocento, ma fu invece scritto nel 1418 o poco dopo, dal momento che il testo (come sottolineato da E. GARIN, La cultura milanese nella prima metà del secolo XV, in Storia di Milano, VI, Milano 1955, 564) contiene un esplicito riferimento al passaggio di Papa Martino V da Milano durante il viaggio di ritorno dal Concilio di Costanza ("Meministi insuper quanta populi multitudine Romanus pontifex Martinus, dum nuper a Constantiensi concilio ad romanam urbem transitum hac ageret", II, f. 89v).

(10) C. FERINA, La pittura, in Mantova - Le arti, Mantova 1961, 11. 250; L. CASTELFRANCHI VEGAS, Il gotico internazionale in Italia, Roma 1966, 21; G. PACCAGNINI, Pisanello alla corte dei Gonzaga, Milano 1972, scheda n. 32, 52; L. CASTELFRANCHI VEGAS, Il libro d’Ore Bodmer di Michelino da Besozzo e i rapporti tra miniatura francese e miniatura lombarda agli inizi del Quattrocento, in Études d’art français offertes à Charles Sterling, Parigi 1975, 95.

(11) D. SELLIN, Michelino da Besozzo, University of Pennsylvania, Ph. Diss., 1969, 109.

(12) G. ALGERI, Pittura in Lombardia nel primo Quattrocento, in La pittura in Italia - II Quattrocento, Milano 1987,1, 68, n. 6; II, 711. Per un’analisi degli affreschi della Cappella Thiene a Vicenza e per la ricostruzione del soggiorno di Michelino in Veneto, cfr. G. ALGERI, Per l’attività di Michelino da Besozzo in Veneto, "Arte cristiana", 718, 1987, 17-32.

(13) Le iniziali decorate, di altezza corrispondente a due righe di testo, si trovano rispettivamente ai ff. 2v (N); 5 (H); 6v (S); 7v (I); 8v (H); 11 (Q); 12v (S); 19v (O); 23v (H); 25v (C); 26 (P); 28v (N); 32 (H); 32v (V); 35 (S); 35v (H); 38 (C); 38v (T); 42v (Q); 43 (S); 46 (F); 47 (Q); 49v (N); 50 (T); 53 (Q); 53v (S); 54v (Q); 58v(Q); 59v (V); 61 (Q): 62v (Q); 63 (A); 64 (Q); 64v (G); 65v (O); 66 (Q); 66v (H); 68 (H); 68v (H); 71 (O); 74v (Q); 77v (H); 78 (A); 81v (Q); 82 (T); 85v (F); 88v (S); 89 (T); 92v (Q); 93 (V); 95 (C); 96 (T); 101 (Q); 102 (S); 103 (I); 109 (S); 110 (T); 111 (B); 113 (R); 115v (A); 117 (P); 120 (Q); 120v (T); 123v (Q); 124 (Q); 125v (Q). All’interno dei singoli libro le glosse – tranne che a f. 2v, dove compare una decorata (N) – hanno iniziali filigranate in azzurro e oro. Il manoscritto (ff. I + 120 + I; mm. 373 x 265) è composto complessivamente di 13 fascicoli di 10 fogli ciascuno. Explicit a f. 129v: "Qui est Dominus Noster Jesus Christus, cui sit honor et gloria in saecula saeculorum. Et sic terminatur liber 5 continens prosas 6, metr. 5".

(14) Per ulteriori indicazioni sulla famiglia Martignoni cfr. Il libro della Nobiltà lombarda, Milano 1978, II, 92-93.

(15) Per ulteriori notizie sulle modificazioni dello stemma dei Gonzaga cfr. G. GEROLA, Vecchie insegne di casa Gonzaga, "Archivio storico lombardo", XLV, 1918, 97-110; cfr. inoltre PACCAGNINI, 17.

(16) Per una scheda riassuntiva sul manoscritto cfr. Dix siècles d’enluminure italienne, catalogo della mostra, Parigi 1984, scheda n. 90, 104.

(17) Per ulteriori indicazioni sui due codici cfr. Dix siècles, schede nn. 87-88, 101-102.

(18) Ibidem, scheda n. 89, 103.

(19) Per i Tacuina cfr. L. COGLIATI ARANO, Tacuinum sanitatis, Milano 1973; per l’Historia plantarum cfr. inoltre A. CADEI, Ricognizioni nella "Historia plantarum" della Biblioteca Casanatense di Roma, in Yetwart Arsian - Una scuola di storici dell’arte, Venezia 1985, 27-38.

(20) ALGERI, Per l’attività, 24.

(21) ALGERI, Per l’attività, 30, n. 29.

(22) Il codice si compone di ff. I + l’ + 148 x I (mm. 358x251); testo di 1 colonna di 24 righe. L’inizio di ogni capitolo è accompagnato da una decorata corrispondente in altezza a 11 righe di testo (f. 16: D; f. 32v: A; f. 49: T; f. 65v: L; f. 83: U; f. 99: V; f. 114: N; f. 130v: B); all’interno dei capitoli compaiono invece decorate molto più piccole corrispondenti in altezza a 3 righe di testo (f. 1v: M; f. 3v: C; f. 4v: D; f. 6: P; f. 8v: D; f. 11v: M; f. 24v: V; f. 27v: O; f. 29: C; f. 30v: E; f. 33v: N; f. 38v: E; f. 40: I; f. 41: S; f. 42: P; f. 42v: P; f. 45v: A; f. 53v: M; i. 57: M; f. 58v: A; f. 60: A; f. 61: C; f. 64: C; f. 69v: G; f. 71v: U; f. 74v: C; f. 79v: D; f. 80v: L; f. 81v: L; f. 82: C; f. 85: L; f. 87v: A; f. 89v: M; f. 91v: T; f. 93v: C; f. 94v: A; f. 95: R; t. 96: M; f. 100: M; f. 101v: T; f. 103v: S; f. 108v: C; f. 109v: A; f. 111v: V; f. 112v: D; f.123: P; f. 123v: E; f. 124v: E; f. 125: C; f. 125v: S e S; f. 127: G; f. 128: C; f. 133: C; f. 135v: I; f. 137: P; f. 137v: A; f. 138v: O; f. 139: S; f. 139v: T; f. 140v: T; f. 141: U; f. 141v: N; f. 143: H; f. 145: U; f. 145v: R; f. 146: D; f. 146v: S). Explicit al f. 147v: "Impendere supplicio coegit"; a f. 148v alcune scritte antiche: Valerij Maximi; (di altra mano) Valerij Maximi. Ave Maria augustini (barrato con un tratto di penna) / Johannes Galeazz-Maria Sfortia Vicecomes Dux Mli Sextus. Il codice corrisponde a quello descritto al n. 844 dell’inventario del 1426 della Biblioteca del castello di Pavia (cfr. E. PELLEGRIN, La Bibliothèque des Visconti et des Sforza, I, Parigi 1955, 261; II, Parigi 1969, 9).

(23) Per ulteriori indicazioni sul codice cfr. Dix siècles, scheda n. 92, 105-106.

(24) Per ulteriori indicazioni sul codice cfr. C. SANTORO, I codici miniati della Biblioteca Trivulziana, Milano 1965, scheda n. 341, 215.

(25) Dopo la segnalazione da parte del PÄCHT, 15, n. 1 il codice venne assegnato da SCHILLING, 71 a un momento non molto avanzato nell’attività di Michelino, mentre CIPRIANI (in Arte lombarda, scheda n. 158, 54-55, cfr. sopra n. 5) lo collocava nel secondo decennio del secolo XV. Negata dal SELLIN, 183, l’attribuzione a Michelino è stata invece accettata dalla CASTELFRANCHI VEGAS, Il libro d’Ore, 95, che ne ha collocato l’esecuzione "entro il Trecento", e più recentemente, da M.G. ALBERTINI OTTOLENGHI, (Problemi della pittura a Pavia nella prima metà del Quattrocento, "Arte cristiana", 718,1987, 7-8) e da L. COGLIATI ARANO (in Arte in Lombardia tra Gotico e Rinascimento, catalogo della mostra, Milano 1988, scheda n. 6, 96-99), che ha datato il codice tra la fine del Trecento e il 1403.

(26) Nel calendario posto ad apertura del codice ben due festività (segnate in rosso) risultano infatti dedicate a S. Siro (17 maggio e 9 dicembre), patrono di Pavia; due volte ricorrono inoltre i nomi di S. Agostino (28 febbraio e 28 agosto) e di S. Teodoro (18 maggio e 9 novembre), patroni anch’essi della città. Significativa è infine la presenza, accanto a quella di vari santi venerati in Lombardia (Gervasio e Protasio, Crisante e Daria, Celso e Vittore), del nome di S. Guiniforte (22 agosto), il cui culto può dirsi esclusivamente pavese. Niente è invece finora emerso sulla destinazione originaria del manoscritto, anche se sembra probabile che sia stato eseguito in occasione di un matrimonio, dal momento che a f. 28 sono raffigurati due stemmi accostati, entrambi purtroppo per il momento non identificabili. Lo stemma di sinistra è inquartato a decusse, al primo e al quarto d’oro, caricato di una torre (?) rossa, al secondo e al terzo di rosso caricato di una torre (?) d’oro; lo stemma di destra è inquartato d’argento e di rosso, caricato al primo e al quarto di tre fasce nere, al secondo e al terzo di una stella dorata a otto punte.

(27) Il codice, pervenuto nel secolo scorso al Museo Calvet e passato successivamente alla Bibliothèque Municipale, è composto di 232 fogli (mm. 128 x 95) e può essere suddiviso in tre parti; la prima, formata da un unico fascicolo di 18 fogli (oggi 17 per la perdita del primo), contiene il calendario; la seconda, formata da un fascicolo di 8 fogli, contiene 5 illustrazioni a piena pagina; la terza formata da fascicoli di 10 fogli (tranne il penultimo di 8 e l’ultimo di 7, ma mancante probabilmente del foglio finale), contiene il testo delle preghiere. Numerazione delle pagine posteriore alla perdita del primo foglio che conteneva sul recto la raffigurazione del mese di gennaio e il calendario dei primi quattro giorni del mese e sul verso le ricorrenze liturgiche comprese tra i giorni 5 e 18 dello stesso mese.

F. 1: parte finale del calendario di gennaio; in basso a sinistra: "Don de M. Leon Gautier notaire a Vaison, 1842"; f. 1v: Febbraio (pescatore; mm. 45x55); ff. 2-2v: calendario di febbraio; f. 3: Marzo (uomo che suona un doppio corno; mm. 45 x 50); ff. 3v-4: calendario di marzo; f. 4v: Aprile (figura femminile con fiori; mm. 45x50); ff. 5-5v: calendario di aprile; f. 6: Maggio (caccia al falcone; mm. 45x50); ff. 6v-7: calendario di maggio; f. 7v: Giugno (mietitore; mm. 45x50); ff. 8-8v: calendario di giugno; f. 9: Luglio (trebbiatori; mm. 45x55); ff. 9v-10: calendario di luglio; f. 10v: Agosto (preparazione dei tini; mm. 45 x 55); ff. 11-11v: calendario di agosto; f. 12: Settembre (vendemmia: mm. 45x55); ff. 12v-13: calendario di settembre; f. 13v: Ottobre (semina; mm. 45x55); ff. 14-14v: calendario di ottobre; f. 15: Novembre (banchetto; mm. 45x55); ff. 15v-16: calendario di novembre; f. 16v: Dicembre (uccisione del maiale; mm. 45x55); ff. 17-17v: calendario di dicembre; f. 18: bianco (prove di penna e alcune righe in grafia quattrocentesca); f. 18v: bianco; f. 19: bianco (prove di penna); f. 19v: Salve Regina (aggiunta); f. 20: Annunciazione; f. 20v: bianco; f. 21: Natività; f. 21v: bianco; f. 22: Adorazione dei Magi; f. 22v: bianco; f. 23: Trinità; f. 23v: bianco; f. 24: Cristo Giudice; f. 24v: bianco; f. 25: testo di una preghiera aggiunta; f. 25v: bianco; ff. 26-27v: bianchi (prove di penna); f. 28: iniziale istoriata D(omine) raffigurante una Madonna con Bambino (mm. 40x35); f. 54: iniz. decorata D(eus), (mm. 25x25); f. 59v: iniz. decorata D(eus), (mm. 25x25); f. 63: iniz. decorata D(eus), (mm. 25x35); f. 67: iniz. decorata D(eus), (mm. 25x25); f. 70: iniz. decorata D(eus), (mm. 25x30); f. 78v: iniz. decorata C(onverte), (mm. 25x25); f. 104v: iniz. istoriata D(omine) raffigurante un Uomo in preghiera davanti a Dio (mm. 30 x 30); f. 129: iniz. istoriata D(omine) raffigurante un Cristo in pietà (mm. 28 x 30); f. 132v: iniz. istoriata D(ilexi) raffigurante la Morte (mm. 32 x 32); f. 189v: iniz. istoriata S(piritus) raffigurante Dio Padre e lo Spirito Santo in forma di colomba (mm. 40 x 40); f. 195v: iniz. istoriata S(alve) raffigurante la Vergine in preghiera (mm. 55 x 35). Per ulteriori indicazioni sulle preghiere contenute nel manoscritto cfr. Catalogue general des manuscrits des bibliothèques publiques de Franco - Avignon, a cura di M.L. - H. LABANDE, I, Parigi 1894, 62-64.

(28) Da sottolineare in particolare la corrispondenza tra l’immagine del mese di Febbraio (purtroppo molto sciupata) e quella del pescatore dell’Historia plantarum (Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 450, f. 208); tra la raffigurazione del mese di Maggio e il cavaliere a caccia del Tacuinum di Liegi (Bibliothèque Universitaire, ms. 1041, f. 53v) e di quello di Parigi (Bibliothèque Nationale, ms. Nouv. Acq. lat. 1673, f. 67v) o, infine, tra l’immagine di Luglio e i trebbiatori di segale del Tacuinum di Parigi (f. 47).

(29) Per il Libro d’Ore di Modena cfr. D. FAVA - M. SALMI, I manoscritti miniati della Biblioteca Estense di Modena, Milano 1973, 13-15. Per la datazione del ms. lat. 757 di Parigi cfr. K. SUTTON, The original patron of the lombard Manuscript latin 757 in the Bibliothèque National, Paris, "The Burlington Magazine", 1982, 88-94; per ulteriori indicazioni sul medesimo codice cfr. inoltre Dix siècles, scheda n. 83, 96-98.

(30) Per la datazione del codice Smith - Lesouëf 22 cfr. SUTTON, 88-92; per ulteriori indicazioni sullo stesso manoscritto cfr. inoltre Dix siècies, scheda n. 85, 98-99.

(31) Per ulteriori indicazioi sul manoscritto cfr. CASTELFRANCHI VEGAS, Il libro d’Ore, 91-103; C. EISLER, Das Gebetbuch des Michelino da Besozzo, München 1981; ALGERI, Per l’attività, 24-25. Ritengo tuttavia che la datazione agli anni finali del secondo decennio del secolo XV, da me proposta in tale occasione, sia da anticipare leggermente e sia da porre in più stretta relazione temporale con la decorazione della pagina iniziale delle Epistole di S. Gerolamo (Londra, British Library, ms. Egerton 3266); per le palesi affinità compositive con le illustrazioni del codice Bodmer credo inoltre che sia da collocare attorno al 1415 anche la tavola con il Matrimonio della Vergine (New York, Metropolitan Museum), ancora recentemente assegnata alla fase più tarda dell’attività del pittore (F. ZERI - E.E. GARDNER, The Metropolitan Museum of Art. Italian Paintings - North Italian School, New York 1986, 39-40). A un momento successivo rispetto al codice Bodmer e al Matrimonio della Vergine sono invece a mio avviso da riferire i quattro fogli del Louvre con S. Pietro, S. Bartolomeo, S. Giacomo Maggiore e S. Tommaso (solitamente indicati come disegni acquarellati, ma da considerare piuttosto vere e proprie miniature appartenute probabilmente in origine a un libro d’Ore o a un altro manoscritto di carattere religioso) e la tavola con il Matrimonio mistico di S. Caterina (Siena, Pinacoteca Nazionale), la cui esecuzione dovrebbe cadere, diversamente da quanto fin qui ipotizzato, nel terzo decennio del secolo. Per quanto riguarda infine la fase più tarda dell’attività del pittore, non ritengo accettabile la proposta del nome di Michelino per il ms. W 323 della Walters Art Gallery di Baltimora, recentemente avanzata da S. BANDERA BISTOLETTI, Il ms. W 323 della Walters Art Gallery di Baltimora. L’attività di Michelino da Besozzo nel quarto decennio del Quattrocento, "Paragone", n. 459-461-463, 1988,3-12, dal momento che il codice appare solo genericamente ispirato al linguaggio micheliniano, senza raggiungerne tuttavia ne l’essenzialità compositiva né l’eleganza formale. Gli esiti della lunga attività del pittore sono invece a mio avviso da riconoscere nelle due miniature – raffiguranti rispettivamente il Cristo in pietà (f. 1) e la Madonna con Bambino (f. 2) – poste in apertura di un codice di sicura provenienza milanese, contenente alcuni libri delle Storie di Tito Livio (Roma, Biblioteca Vaticana, ms. Vat. Lat. 1854); totalmente estranee all’argomento del manoscritto e appartenenti – insieme a una terza miniatura con l’Uccisione dei genitori di S. Giuliano, eseguita da altra mano sul verso del foglio con la Madonna con Bambino – ad un fascicolo che precede il vero e proprio frontespizio dell’opera, le due immagini (già assegnate da B. DEGENHART, Eine lombardische Kreuzigung, "Proporzioni", III, 1950, 65-67 a Cristoforo Moretti e ritenute invece di recente da M. BOSKOVITS, Arte lombarda del primo Quattrocento: un riesame, in Arte in Lombardia, 43 "ancora intensamente micheliniane") si ricollegano infatti in maniera esplicita al linguaggio più maturo del pittore, riproponendo in particolare la grazia esangue e irreale del Matrimonio mistico di S. Caterina.


   
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